Messa in scena di Alberto A. Capozzi, Gero Zambuto
Soggeto da Le Fiacre n. 13 (1881) di Xavier de Montépin, riduzione per il cinema di Giuseppe Paolo Pacchierotti
Operatore: Giovanni Vitrotti
Interpreti: Alberto A. Capozzi (l’apache Gian Giovedì), Elena Makowska (Berta Varny), Gigetta Morano, Fernanda Negri Pouguet, Cesare Gani Carini, Vasco Creti, Diana Karenne.
Produzione Soc. An. Ambrosio, Torino 1916-1917, 5700 metri.
Film in quattro episodi: 1° Il delitto al Ponte de Neuilly (vietato dalla censura, mai uscito in Italia); 2° Gian Giovedì; 3° La figlia del ghigliottinato; 4° Giustizia!
Il duca Giorgio de Latour-Vaudier, che ha dissipato tutti i suoi averi nelle sale di gioco, diventa, istigato dalla sua amante Berta Varny, un pericoloso delinquente.
Assieme a Berta e l’apache Gian Giovedì, decide di eliminare suo fratello, il duca di Latour, ed il suo bambino. Ma, al momento dell’esecuzione, Gian Giovedì, che cela sotto l’aspetto rude un cuore generoso, invece di uccidere il piccolo, lo nasconde in un fiacre: Il fiacre n° 13.
Giorgio e Berta godranno a lungo il frutto della loro infamia, ma verrà il momento in cui la Nemesi vendicatrice si abbaterà su di loro, che hanno accumulato delitti su delitti: Berta si toglierà la vita, Giorgio diventerà pazzo: il bambino nascosto nel fiacre n° 13, ormai divenuto un uomo, ritornerà in possesso delle ricchezze usurpategli.
Restaurato dalla Fondazione Cineteca Italiana – Cineteca di Bologna, l’ultimo episodio fu presentato nel festival del Cinema Ritrovato 2002.
Messa in scena di Torello Rolli. Sogetto dal dramma Samson (1907) di Henri Bernstein, riduzione di Torello Rolli. Operatore: Arturo Buscengo. Scenografia: Alfredo Manzi. Interpreti: Angelo Ferrari (Jack Brachart), Enrico Scatizzi (Le Govain), Elena Sangro (Anne Marie d’Andeline)
La trama: E’ molto probabile che Jack Brachart abbandonato a sé stesso fin da ragazzo nell’ambiente basso, losco, corrotto dei moli di Marsiglia, avrebbe finito per essere uno dei tanti disgraziati che popolano i penitenziari del suo paese, se un giorno non avesse incontrato in un parco della grande città marittima una giovane signora elegantissima che scesa da un automobile comincia a passeggiare accompagnata da un gran cane levriere.
Jack, trasognato, la segue. La signora che si diverte agli sbalzi del cane si avvicina al ragazzo che le appare a un tratto dietro un albero. Ha un moto quasi di paura, si volge e si dirige verso il suo automobile. Nel movimento le è caduto un fiore, il monello lo raccoglie. Quella visione di bellezza parlò alla fantasia di Jack di un misterioso sogno di splendori verso il quale, da quel momento egli tese tutte le sue energie.
Facchino al porto, poi sorvegliante dei lavori: più tardi negoziante al Cairo, lo vediamo ora ancor giovane a Parigi regnare sovrano nei tumultuosi ambienti di Borsa. Egli ha lanciato sul mercato finanziario la gran società dei Rami Egiziani ; un affare serio, fondato su ottime basi che attira capitalisti e speculatori.
Jack diventa l’idolo di tutti quelli che si arricchiscono seguendo i suoi consigli; e poiché in fondo egli è rimasto sempre l’antico facchino del porto di Marsiglia, violento, ardito, ancora un po’ rozzo, ora che ha conquistato la ricchezza, vuole ad ogni costo imporsi alla grande Società. Fa domanda di essere ammesso in uno dei più aristocratici circoli parigini. Il marchese d’Andeline, presidente del circolo resta stordito dall’audacia di questo pervenu: i Soci dividono le sue idee ma quando si fu al punto di votare, come tutti gli erano contrari, fu naturalmente eletto all’unanimità, meno un voto. L’unica palla nera era stata data da un certo Conte Le Govain un giovane cinico e beffardo, rovinato completamente che fino allora aveva vissuto alle spalle della sua amante, Grace Rikfords, che qualche anno addietro, al Cairo era stata l’amante di Jack Brachart e si era arricchita seguendone i consigli nelle sue speculazioni finanziarie. L’ideale di Grace era di sposare Le Govain, però ora pensava di abbandonarla perché egli guidato da Jack aveva guadagnato delle forti somme nei « Rami Egiziani ».
Una scena del film
Ammesso al circolo Jack è presentato in casa del Marchese d’Andeline dove vede Ann Marie l’unica figlia del marchese, e se ne innamora perdutamente perché essa somiglia in una maniera straordinaria alla giovane signora che egli da ragazzo aveva veduto in un parco di Marsiglia. La famiglia d’Andeline è sul punto della rovina. Brachart la salverà se gli sarà concessa la mano di Ann Marie. Questa si ribella violentemente all’idea di sposare quell’uomo ch’essa disprezza, il suo ideale è Le Govain che da gran tempo la corteggia: ma alla fine cede davanti alle preghiere, ai pianti di sua madre che la scongiura di salvare la famiglia dalla miseria. Ann Marie sposa Brachart, ma gli dice che non l’ama e che non sarà mai in realtà sua moglie. Jack accetta il patto, saprà ben egli domare quella donna altiera e sprezzante: Ann però è ferma nel suo proposito e fin dalla prima notte scaccia Jack dalla sua stanza.
Passa qualche tempo. Brachart soffre, ma grazie al suo orgoglio egli si mantiene apparentemente calmo. Le Govain continua insistentemente nella sua opera di seduzione. Ann resiste, ma sapendo un giorno che Brachart deve partire per Londra, si rifiuta di seguirlo, ed acconsente di recarsi quella notte da Le Govain.
Grace Rikfords presa da una violenta gelosia, persuade Brachart di fingere di partire, e di tornare in casa la notte. Le Govain credendo di aver vinto la resistenza di Ann, vuoi far pompa della sua conquista, e la conduce in un ritrovo al Caffè di Parigi fra un gruppo dei suoi amici, delle loro amanti fra le quali Grace. Ann, che si trova in mezzo ad una orgia ributtante, si svincola violentemente dalle braccia di Le Govain, si ferisce ad una mano volendolo colpire con un bicchiere che si spezza, e sconvolta, discinta, disperata torna in casa, dove trova Brachart che la costringe a confessare da dove ritorna ed indovina che il traditore è Le Govain.
Tutta la sua natura violenta, brutale, si risveglia: la sua vendetta sarà terribile. Egli disprezza le false idee dei galantuomini come Le Govain sull’onore. Non si batterà ma ridurrà il suo nemico alla miseria, lo costringerà rovinandolo a sposare Grace Rikfords la donna che era stata la sua amante. Egli chiama il suo segretario e gli ordina di vendere in Borsa in quel giorno quelle azioni che non devono valer più nulla.
Una scena del film
Ritiratesi all’Hotel Ritz, egli chiama a se Le Govain: gli getta alla faccia tutti gli insulti che può suggerirgli il suo furore: rifiuta di battersi con lui: minaccia di ucciderlo se egli tenta di fuggire, e lo tiene inchiodato sotto la sua violenza fino a che giunge la notizia ufficiale dell’immenso crak di Borsa. I « Rami egiziani » non valgono più nulla. Le Govain è rovinato. « Va ora » gli grida Brachart « hai voluto prendermi mia moglie: va, e sposa ora, se non vuoi morire di fame, Grace Rikfords che è stata la mia amante e l’amante di tutti».
Per schiacciare il suo nemico, Brachart si era rovinato. Egli fa fronte ai suoi impegni, e sì ritrova povero come quando era sui moli di Marsiglia.
Tutti l’abbandonano: ma Ann comprende che soltanto un amore sublime ha potuto spingere suo marito ad un atto così pazzamente eroico. Come Sansone per annientare i suoi nemici, egli aveva sacrificato se stesso.
Ann è fiera di essere amata in quella maniera, il suo cuore è commosso e dice a suo marito che vuoi stringerla fra le braccia: « Aspetta… non voler essere sempre il più forte! Ti amavo… m’intendi?».
Brachart le afferra la mano, gliela accarezza con un gesto umile e dolce e poi gliela bacia lungamente appassionatamente.
Ritrovati 1200 m. alla Cineteca Nazionale (The Lumière Project) nel 1995, forse prima. Secondo il visto di censura, la lunghezza originale era di 1735 m. Comunque, la pellicola ritrovata alla Cineteca Nazionale mi sembra abbastanza lunga per un restauro. Come molti sanno, D’Annunzio dedicò a Elena Sangro un Carmen votivum dal titolo “Alla piacente”, tenendo conto del tempo che il film aspetta un restauro ritrovati restaurati invisibili dedica a questo film della Sangro un “Alla pazienza”.
Momi Tamberlan (Vasco Creti), Bortolo Cioci (Carlo Tedeschi), Piero Scavezza (Alex Bernard), sono i tre ultimi vecchi superstiti di un Club fondato al tempo della loro vita di studenti dal loro compagno Giuseppe Bardonazzi, un ricco quanto ameno caposcarico.
Il regolamento del Club stabiliva fra altro : « Non può essere socio del Club chi non ha fama di gaudente, ghiotto, ubriacone, spregiudicato e violento. Chi non può dimostrare di essersi ubriacato, di aver partecipato a tutte le feste, di essere incorso in una multa per schiamazzi notturni, di aver avuto clamorosi incidenti con pacifici cittadini almeno una volta ogni mese, non può far parte del Club».
Il fondatore e finanziatore Bardonazzi era morto da molti anni, e il Club fregiato dalla divisa : « Se non son matti non li vogliamo », era ormai rappresentato dai tre vecchietti che vivevano della rendita di alcuni beni lasciati dall’amato fondatore: nel palazzo nobiliare già sede del Club si era installato Piero con un fido domestico, Sioria (Giuseppe Brignone) : Bortolo viveva in un modesto appartamentino con una domestica tiranna che gli incuteva una maledetta paura: Momi, trovandosi vedono con la figlia Ginetta (Liliana Migliori), affettuosa e semplice, era passato a seconde, nozze con Irma (Elena Lunda), donna giovane e capricciosa, a cui risaliva la causa dei molti guai che angustiavano la vita declinante del poveretto.
I tre « Matti » erano diventati ormai savi, se non altro per la buona ragione dell’età e dei relativi acciacchi. Occorre ora notare che in base al testamento Bardonazzi, se l’usufrutto dei beni andava ai tre superstiti, il diritto di proprietà era devoluto alla Congregazione di Carità del luogo che naturalmente aveva il massimo interesse a far decampare i tre vecchi.
Un bel giorno a Presidente della Congregazione viene nominato il giovane avvocato Giostra (Celio Bucchi), spirito innovatore ed energico: il quale, esaminati il testamento Bardonazzi e lo statuto del Club, non tardò a constatare che i tre vecchi, non essendo più matti, avevano ormai perduto ogni diritto di appartenenza al Club, con il che erano venuti a decadere automaticamente dalle rendite dei beni lasciati loro in usufrutto nella qualità di soci. In sostanza questo impeccabile ragionamento dell’avvocato Giostra significa per i tre vecchi una cosa sola: la fame.
Occorre quindi ad ogni costo fare i matti per conservare i diritti minacciati, ed allora comincia per i tre la più pietosa delle farse.
Eccoli andare in giro di notte, e intonare con voce catarrosa le canzoni giovanili, eccoli strappare come una volta i campanelli a corda delle vecchie case e darsi poi alla fuga colle gambe tremolanti, eccoli andare sulle giostre di carnevale con grande stupore dei paesani che ridono divertiti dalle stramberie dei tre infelici che trascinano nel lacrimevole gioco il dolore dei loro cuori stanchi: eppure bisogna bene… guadagnarsi il pane: e i tre vecchi entrano nel Caffè schiamazzando, si ribellano alle guardie, ne fanno di tutti i colori, finchè, una sera, inseguiti, scalando un muro, Piero si spezza una gamba: i due amici lo portano a braccia in farmacia, ma quivi incontrano l’Avv. Giostra e allora si fingono ubriachi, e Piero, soffocando i dolori atroci, canta e ride con gli altri.
Ma la «Compagnia dei matti» è destinata a scomparire. Piero muore serenamente rileggendo le ultime lettere di suo figlio caduto sul campo dell’onore: muore mentre i suoi amici, credendolo meno gravemente malato, fanno i preparativi per recarsi al veglione, complemento necessario alle loro gesta di matti per forza.
Frattanto in casa di Momi si prepara la tragedia che deve schiantare il cuore del poveretto, il cui amore per la moglie gli benda gli occhi sulla condotta di costei: Irma infatti lo tradisce con il Prof. Rosolillo (Vittorio De Sica) che Momi, inconscio della tresca, volentieri accoglie in casa intravvedendo un buon matrimonio per sua figlia.
Irma e Rosolillo hanno deciso di andare al veglione mascherato, conducendo con loro Ginetta per salvare le apparenze: ma la fanciulla che ha intuito la verità e che soffre profondamente per il contegno della matrigna, rifiuta l’invito e rimane a casa. Verso la mezzanotte quando Momi, vestito da Pierrot è in procinto di recarsi al teatro, ecco che si trova di fronte a Ginetta: ella non vuol dire al padre quale sia la vera ragione della sua presenza in casa, e scoppia in un pianto dirotto. Momi intuisce e vuol vedere una carta che la figlia ha frettolosamente nascosto al suo apparire: si tratta di una domanda per ottenere un impiego in una lontana città.
Allora tutta l’atroce situazione si presenta chiara allo spirito di Momi: la miseria, i debiti, l’abbandono della figlia, la moglie che…no, questo no, sarebbe terribile!
Come pazzo Momi corre al veglione ove sgomenta e quasi presaga Ginetta lo segue. La festa ferve in tutta la sua follia, e l’orgia a cui Momi assiste colpisce fortemente il suo spirito: ma egli non si ferma e cerca febbrilmente nei saloni, nei corridoi, nei palchi, passando come lo spettro dell’ansia in mezzo al tripudio del carnevale: ed infine, ahimè, scopre in un palchetto sua moglie fra le braccia del professore. Le mani convulse di Momi afferrano la colpevole alla gola, ma le forze gli vengono meno ed egli rompe in un riso colvulso cadendo nelle braccia di sua figlia e di Bortolo che erano sopraggiunti.
I due colpevoli fuggono, ma ben presto il loro insano amore svanisce nel nulla, mentre Momi delira, inchiodato in letto da una violenta crisi che lo lascia in preda ad una dolce, triste pazzia.
L’Avv. Giostra, colpito dalla tragedia da lui stesso inconsciamente causata, si sente quasi colpevole e cerca di riparare almeno in parte all’uragano che ha scatenato: così si occupa di far ricoverare Momi in un sanatorio perchè vi riceva le cure più affettuose, e intanto prodiga tutto il possibile conforto a Ginetta dalla cui grazia gentile poco a poco si sente conquiso.
Così quando la ragione di Momi ritorna sana una grande gioia le si prepara: il buon vecchietto entrerà presto in una nuova casa ove fiorirà intorno a lui l’idillio di due giovani cuori.
Edizione Pittaluga 1928
Direzione artistica di Mario Almirante; Operatore: Massimo Terzano; Scenografia su disegni del Prof. Giulio Boetto.
Soggetto dalla commedia di Gino Rocca Se no i xe mati no li volemo (1926), riduzione di Camillo Bruto Bonzi.
Film restaurato dalla Fondazione Cineteca Italiana (Milano) e la Cineteca di Bologna. 3200 m. 116′ a 24 f/s.