Non è certo un film che si possa vedere con piacere proprio ora che il caldo si fa sentire con una certa intensità: ha tutti i difetti delle produzioni germaniche, con ben pochi pregi. La vicenda si impernia su di uno spunto già altre volte sfruttato: la creduta morte in un naufragio di una donna, fuggita dal tetto coniugale, fa sì che il marito si risposi, e si trovi, qualche anno dopo, accusato di bigamia dalla prima moglie che ritorna: « Bigamia » è infatti il titolo originale del film, al quale è stato sostituito quello un po’ vago di « Naufraghi », che non si sa bene se debba essere accettato in senso morale o materiale.
Ci sono, sì, delle scene di naufragio, ma per la maggior parte sono state prese, così come sono, dal « Transatlantico » di Righelli; chiunque abbia visto questo film potrà sincerarsene personalmente.
Il lavoro è condotto con molta lentezza e con una logica « sui generis »: la fine soddisfa, nonostante la sua teatralità.
Generalmente buona la fotografia; direttore artistico: Jaap Speyer.
Maria Jacobini ha saputo eccellere in una parte ingrata: ballerina di locali di quart’ordine prima, misero rottame umano poi, è apparsa sempre sincera e commovente, sacrificando non poco della sua bellezza con vero spirito di artista.
La hanno efficacemente contornata Heinrich George, Anita Dorris, Ernest Verebes (sic. Ernö).
In conclusione questi ottimi attori avrebbero dovuto lavorare in qualche cosa di meglio e di più digeribile.
Alberto Albertazzi (Il Corriere Cinematografico, Torino 22 giugno 1929)
Premesso che il titolo originale, Bigamia, è assai più felice di quello italiano in quanto racchiude e sintetizza il perno del dramma, tanto più, poi, che i naufraghi (plurale; maschile o collettivo) della vicenda si riducono ad una naufraga (singolare; femminile), premesso, ripeto, tutto ciò, possiamo senz’altro affermare essere, questo, un film di medio calibro, particolarissimamente tedesco, e, conseguentemente, della mentalità di quanti lo concepirono ed inscenarono, abbastanza riuscito.
Gli americani, è noto, non guardan troppo per il sottile nella concezione dei loro lavori. Situazioni convenute, colpi di scena tirati con i denti. Ma, perbacco!, anche i tedeschi non scherzano. Provare per credere. E provare, nel caso nostro, equivale a vedere questo film.
Si assiste, in Naufraghi, ad alcuni colpi di scena fantastici per ingenuità e per inverosimiglianza. Ricordare, a questo proposito, la comparsa del fanciullo nell’aula del tribunale. Citiamo questo, non perché esso sia il solo, ma perché per primo presentatosi nella mente.
La storia vuol essere tragica, e lo è; vuol essere triste, e vi riesce. Ripetiamo: il film è la sestessenza della tedescheria.
Ne volete un’idea? Pensate a La morte civile al rovescio. Invertiti, cioè, i sessi ed esasperate le situazioni.
Si dirà: ma è assolutamente indispensabile al cinematografo, oggi, tal sorta di soggetti? Mah!…
Maria Jacobini, supremamente veritiera e toccante nelle ultime scene (le più consone, forse, al suo temperamento) è stata, nelle altre, falsa voluta artificiosa, come sempre. Non sempre a posto, il George; insignificante, la Dorris.
Perfetta, la cernita degli attori, fisicamente aderentissimi, tutti, ai rispettivi ruoli. La tecnica e la messinscena meritano il 5/10. Generalmente buona, la fotografia.
« Contessa Sara è rimasto nove mesi in cartellone in un cinema di Roma; ho visto una foto dove c’era la polizia a cavallo che arginava la folla all’ingresso. » Sergio Leone*
Roma, gennaio 1920. Singolare ventura! Mentre Londra immensa acclama in un delirio di entusiasmo la grande meravigliosa interprete del capolavoro di Giorgio Ohnet; mentre i giornali e le riviste inglesi più autorevoli la proclamano concordemente la bellissima fra gli astri più belli del teatro muto di Europa tutta, notando che Francesca Bertini è l’unica italiana che oramai impone la sua personalità artistica anche fuori dei confini del suo Paese, a Roma eterna la Contessa Sara ottiene un successo non facilmente dimenticabile: un successo enorme!
Chi ha veduto e vede il continuo turbinio di gente accalcarsi e prendere d’assalto — è la parola — ininterrottamente l’elegante Corso Cinema Teatro, tanto che un plotone dell’Arma benemerita riesce a stento a regolarne l’ingresso non può non pensare che l’arte di Francesca Bertini scuote e trascina ed è la più intesa dalle folle.
La fresca e limpida fonte dell’arte di Francesca Bertini, dopo qualche recente inquinazione determinata da un palese errore di prospettiva, è tornata ieri sera a fluire con la gorgogliante e cristallina purità d’una fontana sorgiva inesplorata.
Già i corvi della critica più o meno accademica si accingevano a gracchiare il loro stereotipato ritornello; già i necrofori dell’arte cinematografica si accingevano a recitare, con aria compunta, il loro assurdo e ridicolo miserere. Ma i corvi e i necrofori, senza dubbio, avranno avuto ieri sera la saggia prudenza di ripiegare cautamente gli arnesi del loro poco allegro mestiere per risfoderarli in qualche diversa occasione.
Il successo riportato ieri sera da Francesca Bertini ne La Contessa Sara, proiettato per la prima volta al Corso Cinema è stato veramente quello che il più intellettuale pubblico di Roma si attendeva dalla grande artista: un successo pieno, clamoroso, definitivo; un successo di rivincita d’alta e profonda significazione. L’arte di Francesca Bertini, che nelle sue prime interpretazioni aveva saputo delinearsi nettamente con una personalità di atteggiamenti e di espressioni assolutamente inimitabili, è apparsa ne La Contessa Sara come la sintesi armoniosa e perfetta di tutti i più nobili requisiti di sincerità interpretativa, di equilibro animatore, di bellezza, di fascino, di eleganza. In questa interpretazione, insomma, l’arte di Francesca Bertini sembra avere raggiunto una luminosa maturità pur conservando tutta la sua istintiva freschezza, tutta la sua innata sincerità.
D’altra parte, il complesso lavoro di Ohnet, non poteva essere affrontato che da un’artista delle risorse di così complessa psicologia senza il fervore di fede e di studio, senza il fascino e la bellezza di una protagonista ideale. E tale è decisamente apparsa Francesca Bertini cui il pubblico ha consacrato gli onori di un successo trionfale.
Con Francesca Bertini è stato apprezzatissimo il comm. Ugo Piperno. La messa in scena del film, per sontuosità ed accuratezza è apparsa superiore ad ogni elogio. Splendida specialmente per la profusità di effetti tecnici sorprendenti, la fotografia. (Giaurro, Il Giornale d’Italia)
Prime visioni: La contessa Sara
Non è uno dei migliori romanzi di Giorgio Ohnet, e la riduzione per lo schermo ne è difficile perché l’azione è troppo slegata e frammentaria.
Roberto Roberti, in questa ricostruzione, ha fatto opera onesta e decorosa, che rivela, sì, la ricerca a volte anche ansiosa, ma che in molti punti aggiunge all’opera piuttosto scialba e stanca del popolare romanzo francese.
L’inscenatore ha avuto la mano felice specialmente nella scelta degli esterni. L’altra sera, mentre seguivo attentamente la proiezione, sentii mormorare da uno spettatore, mentre si vedeva Napoli: “Sembra una cartolina illustrata!”.
Quello spettatore aveva torto. Egli non capiva una cosa che Roberti ha dimostrato d’aver capito: l’importanza principalissima che ha il paesaggio nelle films italiane. L’Italia è un paese panoramico, ricco di bellezze naturali e storiche che sono una delle maggiori risorse nostre. E a una ignobile film edita dalla Pathé pochi mesi fa in cui il buffone di Linder ci presenta un’Italia inverosimile e calunniosa per noi, egli ha risposto con degli stupendi sfondi napoletani e accurati quadri romani di cui, io italiano, lo ringrazio.
L’inscenatore ha voluto introdurre — sarà stato proprio lui a volere? — una novità americana: abolire il più possibile i passaggi, concludendo i quadri episodici con una chiusura a diaframma. Cosa che riesce grata le prime due o tre volte, ma che infastidisce in seguito perché è ripetuta troppo oppressivamente.
Il romanzo ha dovuto subire dei tagli e delle varianti per la necessità di ridurlo al metraggio conveniente.
Ci sono alcune scene molto efficaci, come per esempio quelle in cui la contessa Sara ha troppo caldo e il vecchio marito… si raffredda.
Il quadro del matrimonio è fatto con lodevole brevità, e i primi piani, per quanto abbondanti, non sono eccessivi.
Francesca Bertini — se è vero che col tempo ci si rinnova e ci si migliora — dà l’idea di aver interpretato questo film molti anni or sono. Non c’è apparsa la grande attrice che in pellicole di minor rendimento drammatico ha fatto molto di più.
Piperno non poteva andar meglio, e anche Salvini, benché apparisse talvolta un po’ preoccupato, si è brillantemente distinto. Raoul Maillard, sebbene avesse una particina, s’è dimostrato un corretto e fine attore, di una comicità di buona lega, e di una spontaneità mai sforzata.
Questo artista farà molto cammino.
Grandissima parte del film è girata a luce artificiale. E non sarebbe inopportuno evitare, nel mettere insieme i pezzi, che a certi quadri a luce artificiale troppo viva, seguano quadri a luce naturale. È una stonatura perché sembra che un paesaggio di mare, in pieno giorno, sia meno illuminato d’un ambiente chiuso.
Il film, nel complesso è buono, ma non è un gran che, e principalmente non è il capolavoro — come soggetto, messa in scena e interpretazione — che dall’Unione Cinematografica Italiana si sarebbe aspettato specie quando si pensi che sono la marca favorita e la più popolare artista di cui dispone l’Unione che escono all’avanguardia di una produzione di cui è lecito supporre La Contessa Sara sia una delle cose migliori.
La Contessa Sara, fatta da una piccola casa, priva di mezzi e delle possibilità dell’Unione Cinematografica Italiana sarebbe una ottima cosa. Per l’U. C. I. segna un passo indietro.
La fotografia è buona: la stampa non sempre.
Il film ha avuto buon successo. (Kines, gennaio 1920)
La Contessa Sara è stata restaurata in occasione della retrospettiva dedicata a Francesca Bertini per l’edizione del 2003 del Cinema Ritrovato. Dobbiamo aspettare all’edizione del Cinema Ritrovato 2020 per (ri)vederla?
*intervista a Sergio Leone (“Tutti i film di Sergio Leone” di Oreste De Formari, ubulibri 1984).
Faceva un gran freddo in quell’inizio di primavera del 1921, quando le due stelle del cinema muto Mary Johnson (nella parte di Elsalill) e Richard Lund (in quella di Sir Archie), assieme agli altri protagonisti, furono inviati da Stiller a Furusund, alla periferia di Stoccolma.
Dopo una lunga attesa il regista era riuscito ad ottenere che la magnifica goletta che formava il suggestivo sfondo del film fosse bloccata dai ghiacci di Blidö. Quivi il grande e strano scafo giaceva in un grigio turbinare di neve, poiché Stiller aveva anche trovato condizioni climatiche ideali, il che, nella fattispecie, equivaleva ad una rigida e violenta bufera di neve. C’è ancora gente nelle isole vicine che ricorda il giorno in cui fu girata la scena della processione funebre. Era stato diramato un appello urgente per avere molte comparse, ed all’alba vecchi e giovani vennero incerti sul ghiaccio; alcuni rimorchiavano delle barche per attraversare i canali d’acqua fra le lastre di ghiaccio.
Ci volle molta pazienza prima che ognuno fosse in possesso del proprio costume: un vestito a lutto con un uncino. Mentre veniva formato il corteo ed erano consegnate le torce accese, le mani degli operatori si facevano fredde e rigide, mentre Stiller diventava sempre più impaziente nel suo lungo e liso cappotto di pelliccia. Finalmente Mary Johnson fu messa nella bara col suo leggero vestito grigio con bavero bianco, e, prima che Stiller si dichiarasse soddisfatto delle scene, l’attrice fu portata avanti ed indietro per ore, sotto la tormenta di neve che infuriava. Un sacrificio coraggioso da parte della giovane attrice, che era sorretta ed incitata da un grande regista.
Stiller era esigentissimo; una specie di demone con un carattere estremamente eccitabile ed una volontà d’acciaio. Egli otteneva sempre tutto dai suoi attori. Coloro che lavoravano con lui, tuttavia, non badavano ai suoi modi tirannici, perché sapevano che, se egli urlava, non era per cattiveria, ma per lo stimolo ed il desiderio di creare un’opera d’arte. E opera d’arte fu appunto Herr Arnes Penningar, un film che dette fama mondiale sia a Stiller sia alla cinematografia svedese.
La parte più suggestiva dell’opera è quella costituita dalle scene finali, a cominciare dalla processione funebre con quelle file di figure nere e grigie che recano sulle spalle la pesante bara e che si stagliano contro il bianco della neve. Stiller compose i suoi film col gusto di un pittore, e i mercati, i pranzi, e i gruppi di marinai, pescatori e soldati da lui ritratti, furono vere e proprie composizioni ad effetto. La dignità e la serietà che egli impresse sui volti del sacerdote, del comandante della nave, della moglie del pescatore e della folla che partecipava alla processione, furono cose davvero stupende.