Il discepolo – Corona Film 1917

Il discepolo 1917
Il discepolo 1917

Soggetto dall’omonimo romanzo (1889) di Paul Bourget. Messa in scena di Giuseppe Giusti.
Interpreti principali: Fabienne Fabrèges, Mario Roncoroni.
Produzione Corona Film, Torino 1917.

Il discepolo 1917
Il discepolo 1917

«Mai riduzione fu più ardita di questa: qui non si trattava di far conoscere al pubblico l’intreccio di un capolavoro della letteratura romanziera. Se così fosse stato, il compito sarebbe stato difficile, sì, ma non egualmente arduo. C’è una folata di temerarietà, di spavalderia e di ardire che piace, affascina, ammalia, in questa riduzione. Questo era il compito: portare sullo schermo un problema, un dilemma essenzialmente, eminentemente psicologico, intorno al quale la fantasia dell’autore d’oltralpe aveva fatto palpitare alcuni personaggi.

In una parola, è la filosofia portata sul cinematografo, perché è appunto un’insoluta questione di dottrina filosofica quella che suggerì a Paul Bourget il suo romanzo marmoreo.»
Vittorio Guerriero (La Vita Cinematografica, giugno 1917)

Il discepolo 1917
Il discepolo 1917

Film scomparso. Per leggere il romanzo di Paul Bourget (in lingua francese) questo link dell’Internet Archive.

Preludio in Penombra

Tomaso Monicelli, 1927
Tomaso Monicelli, 1927

Mio nonno vendeva sale e tabacchi in un grigio borgo della Padania. A me fanciulletto di pochi anni la bottega angusta, umida, ingombra di merce pareva un meraviglioso emporio di cui s’inorgogliva in cospetto dei cari compagni il mio cuore superbo. Tanto la prediligevo che ne feci il campo di giochi d’una torma di miei coetanei, con solenne fastidio degli avventori i quali male si persuadevano che mio nonno non festeggiasse sul mio giovane capo l’antica costumanza degli scapaccioni. Ma mio nonno era saggio e preferiva alla correzione grossolana 1’incitamento persuasivo onde sopportava le nostre scorribande tra banco, vetrine e scaffali, solo cercando di volgere la mia passione a più amabili giochi. Cosi avvenne che la mia protervia fosse premiata e io m’avessi dal nonno amorevole un dilettissimo dono. Ma anche avvenne che da quel giorno l’onesto commercio non fosse più turbato.

Una grande lanterna magica mi trasse in un angolo appartato e buio della bottega con la torma silenziosa dei cari compagni, trasecolando gli avventori e della sopravvenuta pace e del novel gioco che li stimolava ad ammirare. Sullo schermo bianco d’un tovagliolo disteso passavano graziose olandesine con alti zoccoli e grandissime cuffie trascinando barchette sopra un mare violaceo. Poi veniva un corteggio di cani ingualdrappati che recavano su un trono dorato un imperatore scimmione. E bambinelle dalle trecce sciolte che giravano a tondo, tenendo con una mano lo strascico delle vesti gemmate. E un grande orso triste con la grossa moglie occhialuta e i figliuoli orsacchiotti dì primo pelo, che se n’andavano a passeggio agghindati a festa con enormi ombrelli aperti al sole. E, dolce nella memoria, un cerchio di maialini rosei intorno a una tavola imbandita, coi tovagliolini appesi al collo e la forchettina in una zampa. Ogni quadretto ci strappava sussulti di sorpresa e grida di giubilo che l’eccitata fantasia puerile tremava ed esultava alla vista di quel favoloso mondo sorgente dal piccolo bianco quadrato di luce, nell’angolo appartato e buio dell’umile bottega. Era di sera, era d’inverno: i venti del nord passavano sulla interminabile pianura a grandi folate : abbrividivamo di freddo e di mistero. Finito il gioco la piccola compagnia si scioglieva, godendosi ognuno nel suo cuore la sua piccola paura. Prendevamo sonno col capo sotto le coperte, sognavamo portentose storie di bimbi e di bestie proiettate sullo schermo del mondo da una lanterna magica che toccava il cielo. E tutte le vane apparenze della vita reale erano abolite, tutto veramente appariva incantesimo e magia. Ora con gli anni seri sono venute le parole serie, le terribili parole determinate e precise, e lo sconfinato mondo della fanciullezza s’ è ristretto dentro i confini della conoscenza. Di quanto il mondo degli adulti è più piccolo del mondo dei fanciulli! Le nostre gioie e le nostre pene di bimbi facevano parte dell’epos selvaggio di una umanità giovane e barbara che popolava l’aria e la terra di geni favorevoli e di orribili mostri, che si spandeva per le strade erbose degli altipiani primitivi seguendo il corso delle stelle nel silenzio estatico delle origini, quando le stirpi fiorivano con le stagioni sulle rive dei sacri fiumi e il mondo ancora indistinto in un’ infinita misteriosa vaghezza esprimeva dalla cosa caduca il mito eterno. Che altro faceva sullo schermo del tovagliolo disteso nella bottega di mio nonno la mia fantasia bambina, se non ricreare di continuo le figure proiettate dalla lanterna magica nel mondo della mia poesia ? Dileguavano come vane ombre le cose visibili e sensibili, e mi sorgeva dall’oscuro fermento delle fiabe e dei sogni l’alba d’un chiaro e fresco mondo ove splendeva il lume del miracolo. Inesausta creatrice di fantasmi la lanterna magica compose la mia infanzia m un incanto felice. E mi piace oggi evocare il povero giocattolo rudimentale, lo strumento empirico della proiezione non animata, il primo goffo passo verso la meccanica perfezione del cinematografo. Il suo nome sta bene in testa a queste pagine.
Tomaso Monicelli (rivista Penombra, novembre 1917)

Per Mario Monicelli, grande sostenitore del cinema muto: «Sono convinto che l’essenza del cinematografo sia raccontare una storia per sole immagini» (da La commedia umana – Conversazioni con Mario Monicelli, di Sebastiano Mondadori, Il saggiatore 2005)

L’ultima impresa – Tiber 1917

l'ultima impresa
L’ultima impresa (1917)

Secondo Vittorio Martinelli e Denis Lotti, autori dei volumi dedicati a Emilio Ghione, poche – nessuna – notizia su questo film. Ecco la trama, una critica… (la ricerca è di qualche anno fa). Siamo pronti per ritrovare il film e renderlo disponibile (come sempre) per tutti?

L’azione si svolge a Parigi. Nelle tranquille ore del mattino quando il via vai della gente nel mercato annuncia l’inizio della giornata lavorativa, la stiratrice Luisette, aiutata da Za la Mort, apre il suo negozio, e subito dopo entrano le dipendenti per riprendere il loro lavoro quotidiano.

Separato dai suoi compagni, completamente dimenticato della sua vita passata, Za la Mort consegna al lavoro il rimedio dei suoi errori e si accontenta di una vita semplice lavorando nel mercato, e ogni giorno, aiuta Luisette nella sua stireria, rifiutando di ricevere qualsiasi compenso.

Nell’anima del vecchio apache germina una passione, e la voce potente dell’amore non può annegare nel duro lavoro quotidiano, ma Za, nasconde in segreto il suo amore per la bella stiratrice.

Un giorno, chiudendo le vetrine del negozio di Luisette, Za la Mort si è fatto un piccolo taglio con un pezzo di vetro e guarda come un tesoro la benda che lei gli ha messo nella ferita in ricordo del suo amore segreto.

Questo spirito rude, che era stato invaso da tutta la violenza e tutte le passioni e non conosce la paura nei maggiori pericoli, trema come un bambino quando Luisette lo ringrazia mentre porta un sacco di carbone o fa qualsiasi piccolo servizio che egli considera come un omaggio alla donna che ama.

Ma Luisette, ha scelto già l’uomo al quale offrire una vita di duro lavoro e onestà … è innamorata di André, un giornalaio che ha visto nel lavoro della sua fidanzata, i mezzi di godere di un certo benessere, e non sente una passione degna del grande entusiasmo con cui Luisette attende il giorno in cui consacrare la loro felicità …

A questo punto un personaggio appare sulla scena, è Brin d’Amour, una vecchia amica di Za la Mort, che desidera riprendere i vecchi rapporti, ma Za si oppone, disposto a non ricadere mai più negli antichi errori …

Nel corso di un ballo al quale partecipano anche Luisette e André, Brin d’Amour si rende conto del sentimento che Za prova per la stiratrice e, cercando di vendicarsi, lo fa notare ad André.

Za, insultato davanti a tutti, non vuole reagire, e viene liquidato come un codardo. Lui, il vecchio apache, abile a maneggiare le armi, soltanto per la felicità di Luisette, accetta finalmente la sfida, ma senza intenzione di difendersi, disposto a farsi uccidere per non far perdere a Luisette l’uomo che ama.

Suona l’ora della sfida nella torre dell’orologio vicino, Za e André sono nel vicolo scelto per lottare ..

Za sorride mentre André si prepara a combattere, e per evitare che in un momento in cui l’autoconservazione potrebbe più su di lui nella sua decisione di sacrificare se stesso, rompe la punta del coltello contro il muro e così, inerme, si consegna alla morte, pensando che il sacrificio della sua vita non è inutile …

Le sue ultime parole sono per André, al quale fa promettere nel ricordo di sua madre che nel caso di uscire con vita dalla sfida sposerà Luisette e la farà felice … Qualche istante dopo, il coltello di André affonda nel petto generoso di Za la Mort che, traballante, ricorda ad André il suo giuramento.

Za, contenendo a malapena con la mano la sanguinante ferita, riesce a ritornare a casa sua dove, prendendo la benda con la quale Luisette aveva tamponato la piccola ferita fatta dal vetro della finestra, la preme contro il petto, nelle ultime convulsioni di agonia. Triste agonia di Za la Mort, che muore da solo in un angolo del suo cubicolo miserabile, mentre sulla strada suonano le chitarre celebrando che André è uscito indenne da una sfida con Za la Mort il terribile tiratore di coltello … e Luisette passa al braccio di André giusto sotto la finestra della stanza dove l’apache, redento dal lavoro e dalla sofferenza dal suo amore cessa di esistere.

Dell’Ultima impresa, creata e interpretata da Emilio Ghione, e rappresentata in questi giorni all’Ambrosio, ho riportato una impressione quanto mai favorevole.

Dire di Emilio Ghione parmi davvero superfluo; Emilio Ghione è un grande, un magnifico artista, dalle innumeri e svariate risorse, cui non fan difetto né la scuola né l’indole, e che sa condurre a buon porto, pur tra venti e procelle, il suo robusto naviglio.

E L’ultima impresa non è in realtà, come creazione scenica e drammatica, troppo di che; l’azione è scarsa, rapida, breve; v’è se pur v’è, un vago accenno di trama; ma tutto ciò è pallido, scarno, esangue, confuso in una sola patina grigia, che ne tronca gradatamente il respiro e ne riduce considerevolmente l’effetto.

Scarso intreccio, fiacca drammaticità, povera uniformità di colori psichici; questi — inutile è il negarlo — sono i difetti visibilissimi della creazione.

Pur tuttavia, L’ultima impresa convince e commuove.

Di chi dunque il merito?

Il grande, il solo, il reale merito è dell’interprete; l’onore va tutto a Emilio Ghione.

Strano, complesso e forse unico nel suo genere questo principe della scena muta!

Quale profonda, quale suggestiva maschera la sua! E quale e quanta dovizia di mezzi scenici ed emotivi nella sua arte mirabile!

Emilio Ghione è, come Capozzi, un dominatore, un vero re della scena; in Ghione la parte incarnata perde inavvertitamente ogni velo di finzione illusoria, e l’anima, l’anima pura ed intima della vita vissuta ci si palesa dinanzi, in tutta la sua chiara luminosità, con le sue luci e le sue ombre, le sue sintesi e i suoi dettagli; abbiamo innanzi a noi non una muta e pallida « ricostruzione » ma una « rappresentazione », o, per vero dire, una « visione » viva e completa di quella quotidiana esistenza, ove l’atomo misterioso della poesia delle cose, quasi sempre obliato dagli uomini inconsci, pare tremi e rifulga, con la voluttà silenziosa degli enigmi eterni. Rappresentazione, dunque, non fotografica o pedissequamente servile; ma «pittura», pittura animatrice e feconda degli ambienti e degli uomini, degli spiriti e delle cose, condotta con magistrale pennello su la tela immensa della vita mortale.

Questo ci da Emilio Ghione. Il suo volto, misteriosamente enigmatico, si presta, a meraviglia ad incarnare e a riflettere i moti più profondi e più fuggevoli della nostra anima, e, così nell’odio come nell’amore, così nell’amarezza come nel gaudio, questa sua maschera, più volte cupa e pensosa come un’erma tragica, come lo specchio meditabondo del dolore umano, rare volte lieta e serena, come un simulacro di felicità passeggera, si riveste di mille tinte speciali, di mille tragici aspetti e parla ai cuori nostri con quella stessa paurosa solennità con cui parla agli animi l’eterna favola allucinante della Vita e del Sogno.

Come infatti avrò agio di dimostrare in un mio prossimo scritto, il Cinematografo è una delle poche vie ove l’animo umano può pensosamente procedere, con i suoi dubbi e le sue malinconie, verso un regno di verità e di silenzio, di poesia e di mistero; ove forse una nuova forma di pensiero e di sogno sta per concretarsi e apparire, libera da ogni dogma e da ogni canone filosofico, nella luce eterna della Parola inespressa, nell’armonia silenziosa del’.e cose umane, in quell’atmosfera estatica di raccoglimento in cui lo spirito torna inconsapevolmente alle fonti prime dell’Essere, alle prime scaturigini dell’Idea.

Tale la via su cui la novissima Arte dovrebbe incamminarsi e procedere.

Sarebbe invero gran vanto, in un’epoca come la nostra, di gretto positivismo scientifico e misero scetticismo idealistico, ricondurre lo spirito al!a considerazione dei problemi eterni, mediante la virtù comunicativa di un’arte, di cui gli indotti e i profani tentano, nella lor miseria intellettuale e morale, minar per sempre le basi.
Purifichiamo, dunque, spiritualizziamo il Cinematografo!

Certo, il sogno è troppo bello e troppo alto per poter avere una subita attuazione pratica; ma, appunto perciò, la meta, lentamente e faticosamente conquistata, ci sarà prodiga di soddisfazioni maggiori.

Ripeto, la cosa è ardita, e, sotto molti punti di vista, quasi direi, impossibile; ma, dopo tutto, se non si raggiungerà proprio l’alto scopo prefisso, sarà tuttavia non poca gioia l’aver, magari infruttuosamente, tentato un grande e puro ideale.

Nitimur in vetitum sernper cupimusque negata

Il mònito ovidiano non potrebbe esser più adatto.

So bene, per altro, che i gusti e le aspirazioni della quasi totalità del pubblico non son certo in una perfetta euritmia con quanto ho sopra espresso; e potrebbe anche darsi che l’elevazione del Cinematografo, attraverso le vie del Pensiero, non fosse che un sogno, e, come tutti i sogni, « inutilmente sublime ».

Non sarà tuttavia inutile o indecoroso aver tentato la strada.

Gli elementi invero non mancano.

Emilio Ghione, ad esempio, tralasciando talune sue speciali interpretazioni di dubbio buon gusto, potrebbe in poco tempo, con !a sua anima e !a sua arte, dettare ia parola nuova e rivelatrice nei teatro dell’Ombra.

Se n’avvantaggerebbe !a sua fama, pur già cosi luminosa; e, sopratutto, la bellezza e la poesia della scena muta.

Speriamo, dunque; e attendiamo la prova. »
R. C. La Spezia, 10 maggio 1917