L’ultima impresa – Tiber 1917

l'ultima impresa
L’ultima impresa (1917)

Secondo Vittorio Martinelli e Denis Lotti, autori dei volumi dedicati a Emilio Ghione, poche – nessuna – notizia su questo film. Ecco la trama, una critica… (la ricerca è di qualche anno fa). Siamo pronti per ritrovare il film e renderlo disponibile (come sempre) per tutti?

L’azione si svolge a Parigi. Nelle tranquille ore del mattino quando il via vai della gente nel mercato annuncia l’inizio della giornata lavorativa, la stiratrice Luisette, aiutata da Za la Mort, apre il suo negozio, e subito dopo entrano le dipendenti per riprendere il loro lavoro quotidiano.

Separato dai suoi compagni, completamente dimenticato della sua vita passata, Za la Mort consegna al lavoro il rimedio dei suoi errori e si accontenta di una vita semplice lavorando nel mercato, e ogni giorno, aiuta Luisette nella sua stireria, rifiutando di ricevere qualsiasi compenso.

Nell’anima del vecchio apache germina una passione, e la voce potente dell’amore non può annegare nel duro lavoro quotidiano, ma Za, nasconde in segreto il suo amore per la bella stiratrice.

Un giorno, chiudendo le vetrine del negozio di Luisette, Za la Mort si è fatto un piccolo taglio con un pezzo di vetro e guarda come un tesoro la benda che lei gli ha messo nella ferita in ricordo del suo amore segreto.

Questo spirito rude, che era stato invaso da tutta la violenza e tutte le passioni e non conosce la paura nei maggiori pericoli, trema come un bambino quando Luisette lo ringrazia mentre porta un sacco di carbone o fa qualsiasi piccolo servizio che egli considera come un omaggio alla donna che ama.

Ma Luisette, ha scelto già l’uomo al quale offrire una vita di duro lavoro e onestà … è innamorata di André, un giornalaio che ha visto nel lavoro della sua fidanzata, i mezzi di godere di un certo benessere, e non sente una passione degna del grande entusiasmo con cui Luisette attende il giorno in cui consacrare la loro felicità …

A questo punto un personaggio appare sulla scena, è Brin d’Amour, una vecchia amica di Za la Mort, che desidera riprendere i vecchi rapporti, ma Za si oppone, disposto a non ricadere mai più negli antichi errori …

Nel corso di un ballo al quale partecipano anche Luisette e André, Brin d’Amour si rende conto del sentimento che Za prova per la stiratrice e, cercando di vendicarsi, lo fa notare ad André.

Za, insultato davanti a tutti, non vuole reagire, e viene liquidato come un codardo. Lui, il vecchio apache, abile a maneggiare le armi, soltanto per la felicità di Luisette, accetta finalmente la sfida, ma senza intenzione di difendersi, disposto a farsi uccidere per non far perdere a Luisette l’uomo che ama.

Suona l’ora della sfida nella torre dell’orologio vicino, Za e André sono nel vicolo scelto per lottare ..

Za sorride mentre André si prepara a combattere, e per evitare che in un momento in cui l’autoconservazione potrebbe più su di lui nella sua decisione di sacrificare se stesso, rompe la punta del coltello contro il muro e così, inerme, si consegna alla morte, pensando che il sacrificio della sua vita non è inutile …

Le sue ultime parole sono per André, al quale fa promettere nel ricordo di sua madre che nel caso di uscire con vita dalla sfida sposerà Luisette e la farà felice … Qualche istante dopo, il coltello di André affonda nel petto generoso di Za la Mort che, traballante, ricorda ad André il suo giuramento.

Za, contenendo a malapena con la mano la sanguinante ferita, riesce a ritornare a casa sua dove, prendendo la benda con la quale Luisette aveva tamponato la piccola ferita fatta dal vetro della finestra, la preme contro il petto, nelle ultime convulsioni di agonia. Triste agonia di Za la Mort, che muore da solo in un angolo del suo cubicolo miserabile, mentre sulla strada suonano le chitarre celebrando che André è uscito indenne da una sfida con Za la Mort il terribile tiratore di coltello … e Luisette passa al braccio di André giusto sotto la finestra della stanza dove l’apache, redento dal lavoro e dalla sofferenza dal suo amore cessa di esistere.

Dell’Ultima impresa, creata e interpretata da Emilio Ghione, e rappresentata in questi giorni all’Ambrosio, ho riportato una impressione quanto mai favorevole.

Dire di Emilio Ghione parmi davvero superfluo; Emilio Ghione è un grande, un magnifico artista, dalle innumeri e svariate risorse, cui non fan difetto né la scuola né l’indole, e che sa condurre a buon porto, pur tra venti e procelle, il suo robusto naviglio.

E L’ultima impresa non è in realtà, come creazione scenica e drammatica, troppo di che; l’azione è scarsa, rapida, breve; v’è se pur v’è, un vago accenno di trama; ma tutto ciò è pallido, scarno, esangue, confuso in una sola patina grigia, che ne tronca gradatamente il respiro e ne riduce considerevolmente l’effetto.

Scarso intreccio, fiacca drammaticità, povera uniformità di colori psichici; questi — inutile è il negarlo — sono i difetti visibilissimi della creazione.

Pur tuttavia, L’ultima impresa convince e commuove.

Di chi dunque il merito?

Il grande, il solo, il reale merito è dell’interprete; l’onore va tutto a Emilio Ghione.

Strano, complesso e forse unico nel suo genere questo principe della scena muta!

Quale profonda, quale suggestiva maschera la sua! E quale e quanta dovizia di mezzi scenici ed emotivi nella sua arte mirabile!

Emilio Ghione è, come Capozzi, un dominatore, un vero re della scena; in Ghione la parte incarnata perde inavvertitamente ogni velo di finzione illusoria, e l’anima, l’anima pura ed intima della vita vissuta ci si palesa dinanzi, in tutta la sua chiara luminosità, con le sue luci e le sue ombre, le sue sintesi e i suoi dettagli; abbiamo innanzi a noi non una muta e pallida « ricostruzione » ma una « rappresentazione », o, per vero dire, una « visione » viva e completa di quella quotidiana esistenza, ove l’atomo misterioso della poesia delle cose, quasi sempre obliato dagli uomini inconsci, pare tremi e rifulga, con la voluttà silenziosa degli enigmi eterni. Rappresentazione, dunque, non fotografica o pedissequamente servile; ma «pittura», pittura animatrice e feconda degli ambienti e degli uomini, degli spiriti e delle cose, condotta con magistrale pennello su la tela immensa della vita mortale.

Questo ci da Emilio Ghione. Il suo volto, misteriosamente enigmatico, si presta, a meraviglia ad incarnare e a riflettere i moti più profondi e più fuggevoli della nostra anima, e, così nell’odio come nell’amore, così nell’amarezza come nel gaudio, questa sua maschera, più volte cupa e pensosa come un’erma tragica, come lo specchio meditabondo del dolore umano, rare volte lieta e serena, come un simulacro di felicità passeggera, si riveste di mille tinte speciali, di mille tragici aspetti e parla ai cuori nostri con quella stessa paurosa solennità con cui parla agli animi l’eterna favola allucinante della Vita e del Sogno.

Come infatti avrò agio di dimostrare in un mio prossimo scritto, il Cinematografo è una delle poche vie ove l’animo umano può pensosamente procedere, con i suoi dubbi e le sue malinconie, verso un regno di verità e di silenzio, di poesia e di mistero; ove forse una nuova forma di pensiero e di sogno sta per concretarsi e apparire, libera da ogni dogma e da ogni canone filosofico, nella luce eterna della Parola inespressa, nell’armonia silenziosa del’.e cose umane, in quell’atmosfera estatica di raccoglimento in cui lo spirito torna inconsapevolmente alle fonti prime dell’Essere, alle prime scaturigini dell’Idea.

Tale la via su cui la novissima Arte dovrebbe incamminarsi e procedere.

Sarebbe invero gran vanto, in un’epoca come la nostra, di gretto positivismo scientifico e misero scetticismo idealistico, ricondurre lo spirito al!a considerazione dei problemi eterni, mediante la virtù comunicativa di un’arte, di cui gli indotti e i profani tentano, nella lor miseria intellettuale e morale, minar per sempre le basi.
Purifichiamo, dunque, spiritualizziamo il Cinematografo!

Certo, il sogno è troppo bello e troppo alto per poter avere una subita attuazione pratica; ma, appunto perciò, la meta, lentamente e faticosamente conquistata, ci sarà prodiga di soddisfazioni maggiori.

Ripeto, la cosa è ardita, e, sotto molti punti di vista, quasi direi, impossibile; ma, dopo tutto, se non si raggiungerà proprio l’alto scopo prefisso, sarà tuttavia non poca gioia l’aver, magari infruttuosamente, tentato un grande e puro ideale.

Nitimur in vetitum sernper cupimusque negata

Il mònito ovidiano non potrebbe esser più adatto.

So bene, per altro, che i gusti e le aspirazioni della quasi totalità del pubblico non son certo in una perfetta euritmia con quanto ho sopra espresso; e potrebbe anche darsi che l’elevazione del Cinematografo, attraverso le vie del Pensiero, non fosse che un sogno, e, come tutti i sogni, « inutilmente sublime ».

Non sarà tuttavia inutile o indecoroso aver tentato la strada.

Gli elementi invero non mancano.

Emilio Ghione, ad esempio, tralasciando talune sue speciali interpretazioni di dubbio buon gusto, potrebbe in poco tempo, con !a sua anima e !a sua arte, dettare ia parola nuova e rivelatrice nei teatro dell’Ombra.

Se n’avvantaggerebbe !a sua fama, pur già cosi luminosa; e, sopratutto, la bellezza e la poesia della scena muta.

Speriamo, dunque; e attendiamo la prova. »
R. C. La Spezia, 10 maggio 1917

Un dramma ignorato – Tiber Film 1917

un dramma ignorato
Emilio Ghione, Diana D’Amore, Ida Carloni Talli in una scena del film

Qualche anno fa, Emilio Ghione è stato oggetto di un vero e proprio “revival” fra gli addetti ai lavori (una mostra e due libri in meno di due anni), ma nessuno ha pensato che magari, in contemporanea, era ora di mettere a disposizione i suoi film per il grande pubblico. Siamo alle solite…

Per tutti i fan dell’invisibile Emilio Ghione, vi propongo Un dramma ignorato, produzione Tiber Film 1917, conservato nell’archivio di mummie congelate della Cineteca Nazionale di Roma.

In questa, come in molte altre occasioni, Don Emilio è l’autore del soggetto, della riduzione cinematografica, il regista e l’interprete. Insieme a lui: Diana D’Amore , Ignazio Lupi, Ida Carloni Talli, operatore Cesare Cavagna.

Ecco la storia:

Diana e l’ingegnere Emilio Alonso, direttore delle miniere Pasos Perdidos, sono fidanzati da qualche tempo. Emilio dedica il tempo libero allo studio di una formula per migliorare la tecnica dei moderni esplosivi e finalmente, dopo molte notti insonne riesce a trovarla. Informata la Compagnia, lo invitano a raggiungere la centrale di Boston. Emilio accetta l’invito e prima di partire raggiunge Diana e sua madre: al suo ritorno, grazie ai profitti della sua formula, potrà sposare Diana.

Arrivato a Boston, Emilio è ricevuto con molto entusiasmo dai consiglieri della Compagnia che lo pregano di restare qualche giorno nella capitale per assistere ai festeggiamenti in suo onore.

Il banchiere Enriquez, concorrente della Compagnia per la quale lavora Emilio, vede nel successo della formula l’inizio della propria rovina.

Una notte Emilio trova una giovane svenuta per terra e credendola vittima di un incidente, si offre ad accompagnarla a casa senza sospettare che si tratta della ballerina Tonkita, una complice del banchiere Enriquez. Dopo questo primo incontro, Emilio ritorna diverse volte a casa di Tonkita. In una di queste visite, un complice del banchiere riesce a sottrarre e fotografare la formula per gli esplosivi che Emilio porta in tasca.

Qualche giorno dopo, il presidente della Compagnia di Emilio legge sui giornali che il banchiere Enriquez è in possesso della formula. Emilio, che nel frattempo è ritornato nelle miniere Pasos Perdidos, riceve la visita dello sceriffo: è stato denunciato dalla sua stessa Compagnia per vendere la formula al banchiere Enriquez….

Secondo Vittorio Martinelli (Il Cinema Muto Italiano 1917), Diana riesce a scagionare Emilio “sacrificando la sua purezza”, poi, ritenendosi non più degna del fidanzato, si suicida. Ma questo finale alla censura non piacque:

Eliminare l’episodio immorale e disgustoso svolto nella parte 4ª in cui la protagonista, posta nel bivio, o di lasciare condannare il fidanzato innocente, o di ottenere le prove per salvarlo col solo mezzo di cedere alle turpi richieste di chi tali prove possiede, sceglie quest’ultima via e quindi si toglie la vita in modo impressionante. (indice 1916-1921)

Nella versione spagnola il finale è questo:

Senz’altro scopo che salvare il suo fidanzato, la giovane visita Enriquez e questo accede a facilitarle le prove d’innocenza in cambio del suo onore, ma Diana uccide Enriquez e consegna le prove all’avvocato: Enriquez aveva pagato duemila dollari alla ballerina Tonkita per rubare la formula di Emilio.

Qualche giorno dopo, Emilio esce dal carcere libero da ogni sospetto. Diana, in sella al suo cavallo favorito, lo aspetta fuori.

E la copia della Cineteca Nazionale come finisce?

Il Fauno – Ambrosio 1917

il fauno
Il Fauno, disegno di Carlo Nicco

Il Fauno, produzione Ambrosio 1917, è una pietra miliare del cinema simbolista italiano. Febo Mari, regista-soggettista-sceneggiatore-interprete, utilizzando contemporaneamente risorse teatrali e cinematografiche, compone un racconto fantastico dove dimostra totale padronanza del mezzo e della messa in scena.

La fotografia di Giuseppe Vitrotti e la scelta delle inquadrature, fanno il resto. Alcune scene dello studio dell’artista, alla luce del camino, sono di una bellezza mozzafiato nell’uso del chiaroscuro, altrettanto le scene dell’idillio campestre.

Il film si apre e si chiude con il regista che recita un verso per presentare la sua storia (in cui appare anche come il Fauno), e lo stesso alla fine, tenendo un inchino finale.

La storia del Fauno è una variante della leggenda Pigmalione.

Una sera, lo scultore Arte (Vasco Creti) lascia Fede (Nietta Mordeglia), la sua modella, da sola nel suo studio con una statua in marmo di un fauno, simbolo di amore.

L’amore primo è il Mito della favola, / ha dalla faccia a l’anca, forme umane, / ha infisso sulla fronte un segno, un rudere / dell’arma dell’offesa. Ha nome il Fauno. / Poggia il peso del tronco sugli stinchi / del capro e sugli zoccoli forcuti. / Fu generato dall’amor di Fede / e formato dal pollice de l’Arte. / Ha l’anima di pietra e non ha torto.(1)

Lei si addormenta e sogna che la statua si anima. Fede ed il Fauno (Febo Mari) s’innamorano.

Il Fauno
Scena del film

Femmina (Elena Makowska), una ricca principessa, acquista la statua, Fede segue il carro di trasporto in campagna. La statua cade giù dal carro, si rompe, e prende vita. Il Fauno e Fede fuggono in campagna.

Così uniti, in un angolo di mondo / Che è come il paradiso della terra, / la Purezza e l’Amore – Fauno e Fede – / vivono i giorni della vita prima.(1)

L’idillio arcaico si svolge in una serie di bellissime località che si affacciano sul mare.

Una reggia non vale una capanna, / e le acque delle fonti e le radici / della terra, sapore hanno più buono / del sangue e della carne palpitante / che sanno di violenza e di delitto. / E quivi il sole luce al giorno oproso / e la pronuba tenebra protegge / il sonno di una notte di quiete. (1)

il fauno
Scena del film

Ma un cacciatore si accanisce su di loro, combatte con il Fauno, e gli spara. L’incantesimo è rotto, e il Fauno torna alla sua forma di marmo. Fede va dallo scultore e intercede per la statua, ma inutilmente. Esaurita da tanto sforzo, si addormenta.
Il Fauno di marmo piange. Fede, svegliandosi dal suo sogno, si rende conto che è passata soltanto un’ora (la durata approssimativa del film), e guarda con meraviglia la statua.

Il Fauno restaurato è stato presentato al Festival di Cinema Ritrovato durante il Congresso FIAF a Bologna nel maggio 1994. Non dico altro, un bellissimo film… Quando lo vediamo tutti?

I versi di Febo Mari contrassegnati (1) appartengono alla brochure di presentazione del film, con tavole disegnate da Carlo Nicco (prima immagine in alto).