Seconda proposta di restauro dell’archivio in penombra.
Qualche giorno fa cercavo di spiegare ad un amico le difficoltà per portare avanti qualsiasi progetto di restauro in questo paese. Lui mi aveva portato alcuni “rari e vetusti” esemplari di pellicola, almeno questo è quello che credeva lui, e pensava che il gioco era fatto dal momento che si trattava di esemplari “rari e vetusti”. Per convincerlo delle difficoltà gli ho fatto vedere cosa è successo, cioè cosa non è successo, con il film dell’Ambrosio.
Bene, riproviamoci ancora una volta.
Anche questo dovrebbe essere un film molto interessante, visto l’interesse, addirittura internazionale, nella vita e nell’opera di Emilio Ghione. La sua prima prova di regia-sceneggiatura: Idolo infranto, produzione Celio Film 1913, interpreti: Francesca Bertini, Alberto Collo, Giacinto Gallina. Bellissima fotografia, interni ed esterni (Roma, Tivoli), di Giorgio Ricci. Da noi, la copia italiana (incompleta), all’estero copia alla cineteca dell’UNAM (Messico), altra al Netherlands Filmmuseum. Copia della copia messicana alla Cineteca di Bologna.
Siamo qui. Il nitrato è in buonissime condizioni, per il momento.
Il suo nome è così noto, che ogni panegirico diventa inutile.
Basterà ripetere qui quanto di lui ebbe a dire, mesi or sono, uno dei più noti e dei più vecchi régisseurs della cinematografia francese, che ebbe agio di vedere l’Oxilia dirigere una importantissima film a Parigi:
Io non ho mai visto niente di più strano e di più indecifrabile della comunicativa e del fascino che questo celebre direttore italiano esercita sugli attori e sulle comparse. Voi conoscete la nostra figurazione: essa è quanto di più difficile a condursi e a dominarsi che si possa trovare. Il signor Oxilia è riuscito a imporsi fin dal primo giorno. Io lo guardavo a dirigere con una meraviglia e un’ammirazione sempre crescenti. La sua spiegazione è netta, precisa, incisiva. Se egli ripete la scena per insegnarla ad uno dei suoi attori, il suo viso ha espressioni e atteggiamenti mirabili. Il quadro che egli compone è sempre nervoso, pieno di aria e di movimento. Niente gli sfugge, né in primo piano, né in fondo. I suoi occhi vedono tutto.
Ho visto all’opera tutti i più grandi direttori francesi, da Zecca a Feuillade: egli non ha da invidiare niente a nessuno. Le sue qualità sono di prim’ordine. Il suo metodo è senza pari.
Vedendolo dirigere, ho pensato a un direttore d’orchestra: egli trae armonia da tutto; il particolare e l’insieme. E non dimenticherò quel suo modo di spiegare a mezza voce, senza gesti, le mani nelle tasche della giacca, la testa un poco china in avanti.
La descrizione che Jean Laure fa dell’Oxilia è fedelissima: bisognerebbe solo aggiungere la sigaretta fra i denti. Perché Nino Oxilia ama le sigarette quanto detesta la réclame. E senza dubbio sarà molto stupito di trovare riprodotta qui accanto la sua effigie. Perché avevamo chiesto all’Oxilia un suo ritratto, per questo nostro numero speciale, ed egli se ne è gentilmente schermito, fingendo di dimenticarsi. Ma Nino Oxilia non rifletteva, facendo ciò, all’avidità giornalistica: abbiamo avuto lo stesso il suo ritratto dal cortese avv. Rossi di Padova — che ringraziarne qui pubblicamente — riparando in tal modo all’abile… dimenticanza del ritrattato.
A tout seigneur tout honneur... Quando si è visto Nino Oxilia mettere in scena, non lo si può lasciare da parte, anche se egli lo desidererebbe. Colorito, impulsivo, ardente, egli si trasforma — dirigendo — in un altro uomo. La sua parola è chiara, concisa, comunicativa; la sua voce ha delle intonazioni di un’intensità drammatica, che gli invidierebbero attori di cartello; il suo impeto trascina anche le masse, che lo amano per la sua energia che non ammette repliche, ma che è sempre cortese, quasi fraterna.
Tutte le sue films hanno una personalità ben definita: soggetto e messa in scena sono una cosa sola, fusa, intensa.
È un metteur en scène dell’avanguardia : forse il più noto. Noto era anche prima di entrare nelle nostre schiere. Giornalista valente e impetuoso, drammaturgo dalla visione larga e profonda, dal dialogo intenso e vivo, si è fatto strada imponendosi alla folla e alla critica. Venne a noi silenziosamente, senza strepito, entrando a far parte della Casa « Pasquali », dove fu presso al Del Colle, apprendendo da lui — sono parole dell’Oxilia — le prime nozioni del mestiere. Passò quindi alla Casa « Ambrosio », dove vide mettere in scena il Caserini e il Maggi: di qui passò alla « Savoia-Film », e in questo periodo comincia l’ascesa meravigliosa che lo ha condotto ad occupare uno dei posti più in vista della cinematografia italiana.
E noi abbiamo voluto rendergli omaggio qui, malgrado la sua modestia, non per vana lode, ma come segno della nostra viva ammirazione.
Veritas (La vita cinematografica, Torino dicembre 1913)
Messa in scena di Baldassarre Negroni; soggetto di Augusto Genina.
Interpreti principali: Hesperia, Leda Gys, Ignazio Lupi, Pina Menichelli, Augusto Mastripietri, Bruto Castellani.
Produzione: Cines 1913; m. 800.
Argomento: Zuma, la mora del Sudan, fa parte della carovana dello zingaro Lucas ed essendo essa di animo mite, viene continuamente maltrattata dai suoi compagni. Nel paesello di Colfiorito, ameno luogo di villeggiatura, gli zingari sostano, e Zuma incaricata della distribuzione dei manifesti per lo spettacolo del baraccone, ha modo di conoscere i conti Fossi che l’accolgono con qualche benevolenza. I maltrattamenti nei suoi confronti continuano, e allora Zuma decide di fuggire e si rifugia nella villa dei conti Fossi. Lucas, lo zingaro, la ricerca per punirla della fuga, ma dietro compenso di molto danaro cede Zuma al conte Fossi, che è stato pregato di far ciò dalla moglie Claudia.
Se volete sapere come va a finire la storia, una copia di ’40 minuti, 35mmm, è depositata alla Cineteca Nazionale di Roma. Questa copia fu presentata alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone nel 1989.