Graziella di Lamartine versione 1925

Manifesto © Cinémathèque française-Le Giornate del Cinema Muto 2009
Manifesto © Cinémathèque française-Le Giornate del Cinema Muto 2009

I cespi di viola vi nascondono / un nome che nessuna eco ha mai ripetuto! / Eppur talvolta il passante, arrestandosi, / vi legge tra le erbe una data e un’età, /e sentendosi salire una lagrima agli occhi / dice: «Aveva sedici anni! Troppo presto per morire!»

Questi versi immortali di Lamartine sono la conclusione del più toccante degli idilli, e per molto tempo il mondo vibrerà ascoltando la storia di Graziella. Nel 1808, Alfonso di Lamartine ed il suo amico di Virieu, durante un viaggio in Italia, si erano fermati a Napoli. Potete immaginare la vita di due giovani in quel tempo, davanti al più bel paesaggio del mondo! Pensavano soltanto a vivere intensamente, sognare, ubriacarsi di luce; erano tutti e due in quell’ età piena di entusiasmo dove si tentano i progetti più pazzi; decisero tutti e due di condividere la vita rude dei pescatori napoletani, ed essi cercarono sul porto un padrone che consentisse di assumerli. Sulla spiaggia incontrarono un vecchio pescatore che, in compagnia di suo nipote, rammendava le sue reti, seduti sulla sua barca.

— Volete impegnarci come rematori? disse uno dei giovani.

Il pescatore considerò i due ragazzi dall’aria elegante, guardò le loro mani così fini ed ebbe un movimento di esitazione.

— Saremo dei marinai zelanti, attivi, insiste Lamartine. Il vecchio tentennò la testa.

— Sia! Venite domani. Chiederete del pescatore Andrea.

All’indomani, i giovani cominciavano il loro nuovo mestiere, remando senza stancarsi nel porto meraviglioso. Tuttavia, la stagione della pesca si concludeva, ed Andrea ritornava a Procida, dove rimaneva la sua famiglia, composta della sua donna e da sua nipote, Graziella, una bambina di sedici anni che, dalla morte dei suoi genitori, curava i suoi giovani fratelli con una tenerezza materna, I pescatori contavano di arrivare la sera stessa, ma un temporale di una violenza inaudita si abbatte sulla baia. Fu la tempesta, l’oscurità ostile solcata di lampi, il mare impazzito cercando di inghiottire le imbarcazioni. I rematori lottarono, mentre, nella casetta, Graziella e sua nonna, tutte tremanti, pregavano appassionatamente la Madonna. Infine, arrivò l’alba, pescatori e rematori arrivavano, ma la barca era in uno stato molto pietoso. Graziella corse davanti ai due giovani, e fu per Lamartine una visione indimenticabile: questa bella ragazza, ancora fremente delle angosce della notte, apparendo leggera, fine, il viso irradiato di gioia, nella dolcezza e la pace improvvisa dell’aurora. Nella casa del vecchio Andrea, i giovani furono accolti come gli amici. La vecchia nonna aveva dimostrato in principio un poco di ostilità, invece Graziella aveva preso la difesa degli stranieri.

— Mentre ringraziamo la Madonna, ho visto delle lacrime negli occhi dei più giovani! esclama lei, facendo allusione a Lamartine.

Alla sua insaputa l’amore aveva penetrato già nel suo cuore.

— Ci riposiamo oggi. Domani, ripareremo la barca, disse Andrea.

Ma l’indomani la barca non c’era più; si vedevano soltanto dei poveri relitti, tra i quali Beppo, il nipote del vecchio pescatore, aveva potuto ritrovare, non senza fatica, la tavola dove era tagliata grossolanamente l’immagine del santo che li aveva protetti.

Lamartine ed il suo amico di Virieu ebbero insieme lo stesso pensiero: andarono verso il villaggio più vicino ed acquistarono una barca nuova, che fecero condurre alla punta di Corricella, vicino alla barca distrutta.

— Questa barca è per voi, dissero ad Andrea.

Un’ammirazione appassionata, un’umile gratitudine cresceva nel cuore ardente di Graziella.

I due amici si erano installati dal pescatore, ed essi facevano parte della famiglia. Lamartine si abbandonava alle dolcezze del presente così luminoso, dove i giorni si succedevano, imbalsamati e pacifici. E poi, c’era Graziella, ed il loro amore, che non osavano confessare nessuno dei due, sbocciava lentamente come una bella rosa al sole. Ma la povera piccola era fidanzata già da molto tempo col suo cugino Cecco, un bravo ragazzo, che non amava più da quando aveva conosciuto Lamartine, ma che egli, Cecco, amava sempre.

Virieu aveva deciso di ritornare a Parigi, e aveva invano supplicato il suo amico di accompagnarlo.

— Non ancora, aveva detto Lamartine, resto ancora un poco. Di a mia madre che penso a lei e che non tarderò.

Ed egli era rimasto a Napoli, scrivendo e sognando, incapace di ritornare, incapace soprattutto di allontanarsi da Graziella.

Cadde malato; fu la ragazza che lo curò e lo guarì. Questa convalescenza creò dei legami nuovi ed affascinanti tra i due giovani. L’amore che soffia dove vuole aveva incatenato questi due giovani cuori. Ahimè! i fidanzamenti ufficiali di Graziella si avvicinavano; il giorno fu fissato. Pallida e triste, Graziella fu una fidanzata rassegnata; ma, l’indomani, troppo sofferente, incapace di mentire, fuggì, lasciando questa semplice parola,: “Ho promesso troppo…. scusatemi, preferisco diventare religiosa. Consolate Cecco ed il signore…” Il signore, era Lamartine, e, quando costui ritrovò Graziella a Procida, lasciò parlare il suo cuore, confessò il suo amore. Alcune settimane benedette passarono troppo rapidamente, I due innamorati non si lasciavano più e passavano insieme delle ore nelle deliziose fantasticherie. La felicità è cosa fragile. La madre di Lamartine, molto malata, chiamava suo figlio e lui dovette partire, chiedendo a Graziella di aspettarlo. Dei mesi passarono. La malattia di sua madre, poi gli amici, il mondo riprese il poeta. Graziella l’aspettava sempre. Le notizie del poeta diventavano sempre più rare, l’innamorata che non aveva dimenticato, languì come un uccello delle isole privo di sole. Poco tempo dopo, il poeta riceveva questa lettera toccante:

Caro amato,
Il dottore dice che morrò fra tre giorni..  Se tu fossi qui vivrei!… Ama la mia anima, sarà sempre tua…
GRAZIELLA.

Molto più tardi, Lamartine, invecchiato, doveva far rivivere Graziella nelle pagine immortali, è il genio del poeta che fece amare per il mondo intero il nome di Graziella, l’umile figlia di un povero pescatore napoletano. (testo dalla brochure del 1927, il titolo del film in Italia è La canzone del mare)

Graziella, diretto da Marcel Vandal, Film d’Art Vandal e Delac, Francia 1925, proiettato lunedì 5 ottobre alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, sezione Riscoperte Bois d’Arcy 40. Pianoforte Antonio Coppola. Fotografia bellissima e sontuosa (esterni a Napoli, Capri, Procida), Antonin Artaud indimenticabile… consigliato. Grazie Bois d’Arcy!

Pordenone’s Chronicle due

La poule aux oeufs d'or, Gaston Velle 1905. Credit foto National Film and Sound Archive, Canberra
La poule aux oeufs d'or, Gaston Velle 1905. Credit foto National Film and Sound Archive, Canberra

Teatro Verdi, ore 9,00. Il primo appuntamento di domenica 4 ottobre era con il cinema delle origini della Corrick Collection, terza rassegna di film di questa collezione proposti alle Giornate. I Corrick Family Entertainers erano una troupe musicale di vaudeville neozelandese. Una parte delle sue esibizioni, dal 1901 al 1914, era dedicato alla proiezione di film francesi, inglesi e americani. Ad un certo punto, i Corrick diventarono anche loro pionieri della macchina da presa. Per sapere di più, vi rimando a questo bel pdf del Journal of the National Film and Sound Archive, Australia, presentazione di Leslie Ann Lewis.

La collezione è riuscita a sopravvivere tutti questi anni ed ha un bellissimo aspetto grazie alle cure dell’archivio australiano. Nel corso della presentazione, tradotta da Paolo Cherchi Usai, la curatrice dell’archivio (chiedo scusa ma non ricordo il nome) raccontò come i film venivano proiettati in condizioni non proprio ideali, e per un certo periodo anche all’interno di un garage, tetto metallico e temperature altissime. Un vero miracolo.

Seduta nella prima galleria del teatro Verdi, il pubblico di giovani che avevo intorno ha seguito con molto interesse tutti questi film. In alcuni casi, come in La poule aux oeufs d’or (1905), alle esclamazioni di meraviglia per i trucchi cinematografici di cento anni fa, seguivano veri e propri commenti di partecipazione. La mia vicina di poltrona, arrivati alla scena dove il protagonista uccide la poule si è lasciata sfuggire un: Oh no! Al pianoforte: Philip Carli.

E siamo arrivati alle 10,30. C’era da scegliere tra Sherlock e gli altri prima puntata, sempre al Verdi, e Abel Gance The Charm of Dynamite, ridotto del Verdi. Ho scelto Gance. Chissà quando riuscirò a vedere di nuovo questo documentario di cinquanta minuti girato nel lontano 1968 da Kevin Brownlow, che il canale americano Turner Classic Movies offre come evento speciale di questo mese di ottobre. Ma non sono negli USA e le possibilità di vederlo nel piccolo schermo italiano mi sembrano molto scarse. Posso sempre sbagliare e magari, là fuori qualcuno ci ha pensato. Incrociamo le dita. Non mi domandate cosa penso del documentario, la risposta è più che ovvia: splendido. Grazie Kevin, sei sempre il mio eroe!

Dopo Gance, ho mancato altre proiezioni per dedicarmi a girare alcuni mega del mio documentario sul Pordenone Film Festival in corso di realizzazione dall’anno scorso. Racconterò altro più avanti.

Ce cochon de Morin, primo a sinistra Nicolas Rimsky. Credit foto Cinémathèque Française
Ce cochon de Morin, primo a sinistra Nicolas Rimsky. Credit foto Cinémathèque Française

… e sono arrivata in ritardo per Ce cochon de Morin, Albatros 1924, che tradotto in italiano sarebbe: Quel porco di Morin, argomento da un racconto del 1882 firmato Guy de Maupassant. Ai tempi della presentazione del film in Italia, qualcuno ha provveduto a scambiare il “porco” del titolo per “canaglia”, si vede che suonava meglio, tanto per fare un dispetto, la novella, nelle diverse edizioni italiane ha mantenuto il “porco” al posto giusto. Questo film dell’Albatros, diretto da Tourjansky, interprete principale nel ruolo di Morin Nicolas Rimsky, è una divertente commedia, molto ben girata e meglio interpretata, per non parlare dell’abituale cura di scenografia e vestuario che è una delle caratteristiche, quasi un marchio di fabbrica dei film Albatros. Nicolas Rimsky è stato uno degli interpreti più applauditi in questa edizione delle Giornate. Pianoforte Stephen Horne.

Mi dispiace aver rinunciato ai due ritratti, produzione 2009, proposti al ridotto del Verdi: Charlie Goes to School, Peter Wyeth, e Note su Sherlock Jr. di Buster Keaton, degli italiani Francesco Ballo e Paolo Darra, immagino (spero) di avere altra opportunità trattandosi di film, pardon documentari “nuovi”. Buster è uno dei miei comici favoriti, con permesso di Mr. Chaplin.

Alle 17,30, appuntamento con Buster Keaton in The Playhouse (1921), e venti minuti dopo con Charles Chaplin in A Night in the Show. Accompagnamento musicale per il primo a carico dell’Orchestra delle Scuola Media Centro Storico di Pordenone, e per il secondo dell’Orchestra della Scuola Media Leonardo da Vinci di Cordenons. Giovani e molto bravi.

Non ho visto i Two-Color Kodachrome Test Shots, ho mancato Rudy Valentino in The Eagle, musica preregistrata di Carl Davis, Daddy (1923), e siamo arrivati in ritardo per Harmonies de Paris (1928), pianoforte Touve R. Ratovondrahety, voce Patrick Carloni. Sceneggiatura e regia della giornalista Lucie Derain. Amica e complice di Henri Langlois.

Prima sessione di chiacchiere con due amici fino alla due del mattino. Punto centrale della discussione la situazione (situazioni) degli archivi cinematografici in Italia, problematiche e pettegolezzi. Un grazie al personale del nostro albergo (il Santin), che impassibile e gentilmente ci ha sopportato fino alle due.

Pordenone’s Chronicle uno

Mae Murray in La vedova allegra
Mae Murray in La vedova allegra

La prima cosa da raccontare è che la crisi 2009 si sentiva eccome. Molti assidui frequentatori sono rimasti a casa per mancanza di fondi. Meno male, perché altrimenti non so come avremmo fatto per entrare tutti nel Teatro Verdi. Come ho scritto nell’ articolo di introduzione, alle ore di punta non c’era un posto libero.

Per il resto, tutto bene. Perfetti e disponibili il comitato direttivo, capitanato dal dinamico direttore David Robinson e l’ufficio stampa-accoglienza. Da parte sua, la città di Pordenone ha fatto, come al solito, del suo meglio per accontentare tutti gli ospiti.

Questa volta, come l’anno scorso, ho sacrificato alcune sessioni. Mi pento, ma non troppo. In cambio mi sono dedicata allo sport favorito di molti ospiti delle Giornate: la chiacchiera. In qualche caso, sormontando incredibili difficoltà per farsi capire, data l’internazionalità degli ospiti. Non mi domandate come ho fatto a conversare per circa venti minuti in italo-inglese-olandese, o in italo-inglese-coreano. Meno male che al ritorno puoi affidarti al traduttore automatico prima di rispondere alle mail.

Come sapete, in questo sito il tema di base è il cinema muto italiano e i film italiani proposti alle Giornate sono una piccola parte. Ma non per questo dovrei rinunciare alla cronaca. Vediamo come.

Sabato 3 ottobre ore 14,30, con La nuit du 11 septembre, film di produzione Ermolieff 1919, si aprivano le porte del Teatro Verdi. Per altri particolari su Ermolieff potete leggere questo articolo sul nostro fratello internazionale kinetografo. La rassegna dei film Ermolieff-Albatros era, dal mio punto di vista, una delle grandi curiosità di questa edizione. Questa Nuit du 11 septembre arriva in Italia come La notte dell’undici settembre due anni prima della prima visione francese (secondo il catalogo delle Giornate la versione francese è del 1922, mentre il visto di censura italiano è del 21 agosto 1919, metri 1355), incontrando subito alcuni problemi, infatti il film venne approvato “con riserva” dopo alcuni tagli:

1.) Nella parte 1ª accennare fugacemente le scene riproducenti battaglie; ed eliminare tutti i particolari in cui si vede il vampiro Jvab Gouline che si aggira per il campo derubando i morti. 2.) Nella parte 2ª eliminare i particolari truci e impressionanti dello strozzamento di Sofia e del conseguente incendio della casa. 3.) Nella parte 3ª attenuare sensibilmente le scene della lotta brutale fra Brucourt e Jobin, come pure nella parte 4ª dove la lotta si ripete nuovamente fra i due avversari. 4.) Nella parte 7ª ridurre a fugace visione la lotta ripugnante e brutale fra Belleden ubriaco, e Renata, e l’incendio che poi divampa mentre il paralitico Brucomt, immobilizzato, assiste con terrore all’avvicinarsi delle fiamme.

Dalla descrizione di questi tagli si capisce che il film ha un argomento nel migliore stile horror truculento. La copia proiettata a Pordenone è un restauro del 1994 da una copia di distribuzione dell’epoca e misura 957 metri. Manca qualche metro, ma scorre abbastanza bene.

Se il visto di censura non vi ha convinto posso aggiungere che protagonista del film è la ballerina Vera Karalli. Come ricorda il catalogo delle Giornate, fu sempre sospettata di far parte dei congiurati e di aver assistito all’omicidio di Rasputin nel dicembre 1916.

Edvard Radzinskij, autore di una monumentale biografia molto ben documentata su Rasputin (Le Scie, Mondadori 2000) racconta come trovò senza difficoltà il nome di Vera Karalli tra gli atti del Dipartimento di polizia a Mosca: “Ci sono diversi rapporti dedicati per intero a Vera Karalli, sospettata dalla polizia di aver preso parte alla notte di Jusupov “.

Le proiezioni riprendevano alle ore 16,00, lasciando abbastanza spazio per le riunioni nei vari ritrovi intorno al Verdi. Four Just Men, in italiano I quattro giusti, diretto da George Ridgwell nel 1921, da un romanzo di Edgar Wallace è un bel film molto divertente, ma non poteva essere altrimenti trattandosi di un romanzo firmato Edgar Wallace. E qui vi rimando di nuovo al nostro fratello kinetografo.

Finita la proiezione, tre ore e mezza circa di pausa prima dell’evento di apertura: La vedova allegra (1925), diretta da Erich von Stroheim.

Come avevo immaginato, un grande successo e pubblico così entusiasta che alla fine si alzò in piedi per applaudire il magnifico commento musicale e l’orchestra diretta da Maud Nelissen, autrice della partitura con motivi di Franz Lehar. Tutti bravissimi, serata indimenticabile.

Qualche spettatore rimase un po’ sorpreso nel vedere che alcuni di noi ci siamo alzati dalle nostre poltrone gridando Bravi! nel migliore stile teatro d’opera.

Nota: il film lo conosco a memoria, ma non per questo avrei rinunciato a vederlo nelle condizioni proposte dalla Giornate, vedere a casa il DVD non è proprio la stessa cosa… ma il DVD quando? (Mi raccomando la colonna sonora firmata Nelissen!)