La réalisation de Napoléon

Napoléon d'Abel Gance
Bonaparte fut immédiatement nommé chef du 2° régiment d’artillerie…

Avril 1926.

Après six mois d’interruption, l’œuvre gigantesque d’Abel Gance a enfin été remise sur pied. On sait que la faillite d’un des principaux participants avait suspendu complètement la prise de vues depuis juin dernier. Beaucoup étaient indécis et même inquiets sur la reprise de cette affaire, mais Abel Gance avait foi en son étoile et les événements lui ont donné raison. Une nouvelle Société s’est offerte pour commanditer le film Napoléon. Avec des  capitaux français cette fois, Gance va pouvoir créer ses images puissantes.

Depuis plusieurs mois déjà le studio de Billancourt est en pleine activité, et Napoléon poursuit sa réalisation.

Je ne ferai ici que citer quelques noms des principaux artistes que tournent actuellement:

D’abord Albert Dieudonné redevenu Bonaparte, un Bonaparte encore ignoré, un «ventre-creux», pauvre, maigre, figure impénétrable mais dont les yeux reflètent, sous la froideur du regard, l’éclair du génie et la volonté dominatrice.

Puis Philippe Hériat qui dans le rôle de Salicetti poursuit de sa haine jalouse le petit capitaine d’artillerie Bonaparte. Hériat est trop sympathique pour jouer les traîtres, mais il faut avouer qu’à l’écran il rend des figures avec un souci minutieux de la méchanceté humaine.

Un autre haine non moins farouche, et peut-être plus implacable, puisqu’elle suivra plusieurs générations, est celle de Pozzo di Borgo qu’incarne avec un tempérament digne du personnage M. Chakatouny. Cet artiste russe qui vient de terminer Michel Strogoff avec Tourjansky, met dans la création de ses rôles une vérité de sentiments qu’il serait difficile de surpasser. A la ville c’est l’homme le plus charmant qui soit.

Encore un traître… sympathique. C’est Daniel Mendaille dans le rôle de Fréron, cet infâme conventionnel qui ne reculait  pas devant les pires exactions par esprit de cruauté.

Puis Maxudian, un imposant Barras.

Armand Bernard, l’éternel comique, le Planchet des Trois Mousquetaires, silhouette une sentinelle cocasse à laquelle il apporte toute la sobriété de son talent.

Enfin le célèbre Koline qui est devenu Tristan Fleuri, le héros de la partie romanesque du film, celui qui fera rire et pleurer avec une égale émotion, dans un rôle de Violine est la fille de Tristan Fleuri et sœur de Marcellin, un petit bout d’homme de huit ans, un gavroche avant la lettre, comme dit Gance. Ce bambin (Serge Freddykarll) joue de façon remarquable et contribuera pour une bonne part au succès du film par sa grâce adorable et son minois charmant.

M. Gance ne néglige rien pour donner à ses interprètes l’ambiance de leurs rôles: musique, tambour, coups de feu, cris, rien n’y manque; tout est joué dans le mouvement voulu, et c’est vraiment émouvant d’assister à ces prises de vues d’une époque si tourmentée et si riche en belles images.

Au début du mois d’avril la troupe d’Abel Gance s’est rendue à Toulon pour la reconstitution du siège célèbre qui est la première grande victoire de Bonaparte, son premier pas dans la postérité.

Le film s’achèvera ensuite au studio dans la fièvre du bruit et la lumière aveuglante des lampes. Puis, vers la fin de l’automne, ce sera la sortie du film et… le succès, n’en doutons pas.

Stéphane Vernes

Torino all’avanguardia

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Aprile 1924.

Come noi prevedevamo, l’elezione a Deputato del Comm. Giuseppe Barattolo ha avuto come immediata e naturale conseguenza le sue dimissioni da Amministratore Delegato dell’Unione Cinematografica Italiana. Queste divisioni, a loro volta, hanno provocato necessariamente il rimpasto di tutto il Consiglio di Amministrazione della stessa Unione. Mentre noi scriviamo, non sappiamo da chi il nuovo Consiglio è composto, né chi sarà chiamato a presiederlo, né chi sarà designato a reggere le sorti della U.C.I. Per conto nostro, al punto in cui sono le cose, riteniamo che la soluzione migliore sarebbe quella di sciogliere il mastodontico trust, i cui risultati sono stati purtroppo negativi; e non solamente negativi. Liquidare, insomma, e definitivamente, un doloroso passato; restituire gli stabilimenti alla primitiva indipendenza, alla libera concorrenza, di modo che si riaccendano benefiche e fruttifere gare di emulazione: quelle gare di attività, le quali, pur tra lotte intestine e discordie e rivalità personali di industriali, avevano creato lo splendore della cinematografia italiana. Gli stabilimenti, ritornati liberi e indipendenti, non tarderebbero a riprendere la loro attività. Uomini capaci, rimasti per forza di cose assenti e inoperosi, non mancano e attendono l’ora propizia; uomini nuovi sorgeranno con nuovi criteri; gli uni e gli altri, ammaestrati dagli errori precedenti, non curerebbero se non l’interesse dell’industria. Il suo rifiorire la riacquisterebbe la fiducia perduta; e con la fiducia ritornerebbe anche il capitale indispensabile.

E tutta una nuova era di lavoro e di fortuna si preparerebbe per l’industria cinematografica italiana!

Intanto una ripresa di attività si profila all’orizzonte.

Mentre Augusto Genina, incoraggiato dal notevolissimo successo ottenuto all’estero con Il Corsaro, si accinge a metter in scena un altro soggetto; mentre è pronto un nuovo lavoro di Carmine e Soava Gallone; mentre l’Alba Film, vittoriosa sui mercati internazionali con più di un lavoro; mente Febo Mari, alla Pasquali ha iniziato la lavorazione di un grandioso soggetto in serie; mentre, insomma, un certo fervore d’opere e di iniziative si manifesta e lascia bene sperare, da qualche mese la Fert ha iniziato lo svolgimento di un vasto e organico programma di lavoro.

Che la grande marca torinese dovesse riprendere la propria attività, era una cosa risaputa da un pezzo. Lo aveva promesso in modo formale il Cav. Stefano Pittaluga in una importante adunanza indetta dal Sindacato Nazionale Cinematografico, alla quale intervennero molti industriali e i rappresentanti di ogni categoria dei lavoratori del film. E la promessa non tardò a diventare un fatto compiuto. È certo che l’organizzazione di uno stabilimento di produzione, la preparazione del programma di lavoro, in armonia con le esigenze dell’industria e dei mercati internazionali, senza di cui la nostra industria — e non solo la nostra, ma qualsiasi altra non può vivere — non si compiono in un tempo limitato.

Tuttavia, la Fert ha già pronti e collocati in quasi tutto il mondo tre soggetti: Maciste e il nipote d’America; Saetta impara a vivere e Dall’Italia all’Equatore; soggetti che rappresentano una considerevole somma di iniziativa e di fatiche, che non sono rimasto senza frutto per la classe lavoratrice.

Superate pertanto le difficoltà e colmate le manchevolezze che si verificano a ogni inizio di qualsiasi impresa, oggi nel teatro della Fert lavorano quattro numerose troupes e tutto un programma di lavoro è alla vigilia di essere attuato.

Pare di essere ritornati ai bei tempi della nostra cinematografia; ai tempi che precedettero la guerra, quando sotto i grandi capannoni di vetro ferveva e si moltiplicava l’opera degli artefici e delle troupes, e la produzione si susseguiva con la massima alacrità e con lodevole continuità.

Pertanto sono già in considerevole numero gli artisti e le persone che hanno trovato occupazione regolare e continua, e molti coloro che ne usufruiscono per la loro opera o prestazione, anche se intermittente. Col tempo il loro numero si accrescerà sicuramente. Non vogliamo dire che sia la soluzione della crisi, ma è già un indizio più che ottimo; indizio che comporta e ribadisce più di una speranza. È un passo notevolissimo che ci stacca nettamente dal lungo periodo d’inerzia e d’improduttività.

La Fert è certamente, al momento attuale, in condizioni privilegiate, in quanto si appoggia alla Società Anonima Pittaluga e si vale della sua potente organizzazione per il collocamento dei propri films, sia in Italia, sia all’estero, dove la Pittaluga ha stretto solide relazioni di affari e gode grande reputazione; e, per queste condizioni di privilegio, è l’unica Casa che possa portare un effettivo contributo alla soluzione della crisi; perché la Casa si è riaperta non per ragioni di semplice opportunità contingente e transeunte, ma per rispondere a tutto un piano di organizzazione industriale e commerciale.

E qui crediamo opportuno osservare che l’importazione della produzione estera diventa pericolosa per coloro stessi che la attuano, quando non possano dimostrare una eguale o proporzionata forza di esportazione da contrapporre; mentre diventa una necessità in questo caso. In altri termini, si tratta di subirla passivamente e di trattare da da pari a pari imponendo volta a volta le proprie ragioni. E nel primo caso è evidente la posizione d’inferiorità; nel secondo, la produzione diventa una necessità affinché le posizioni si equivalgano e la trattazione commerciale giovi a entrambi.

Quella delle due parti ch’è ridotta a fare esclusivamente da importatore, se priva di merce da contrapporre, o tardi o tosto sarà soffocata dal suo stesso fornitore.

Perciò, chiudendo questa parentesi o digressione che abbiamo fatta, appigliandoci a una dibattuta questione, affermiamo che il pericolo dell’invasione di films straniere, e la loro concorrenza, sarà risolto solamente dalla produzione nostra, in quanto darà forza e importanza al nostro paese come mercato, cioè come terreno di libera trattazione, non come terreno di spadroneggiamento e di imperio. E quanto più la produzione sarà buona, tanto più il pericolo della concorrenza sarà diminuito.

Comunque, noi possiamo essere paghi dell’opera nostra spesa per la rinascita della nostra industria.

Noi abbiamo sempre asserito che la cinematografia italiana doveva risorgere da questa nostra Torino, che ne fu la culla. Il tempo ci ha dato ragione.

Vediamo con orgoglio manifestarsi qui in Torino i prodromi d’una vera e seria ripresa di attività industriale, che non tarderà a dare buoni frutti!

La Vita Cinematografica

Dollari e fraks – Itala Film 1919

 

Al Cinema Modernissimo (Roma), dal 6 gennaio 1920.

Questa mastodontica pellicola è terminata domenica sera. È un lavoro in quattro serie (La X di un delitto, La mano guantata, Le quaranta lame e La sedia elettrica) che sarebbe certamente un bel lavoro di avventure senza la megalomania di Emilio Ghione. In tutti i modi è una pellicola molto commerciale e di rendimento certo.

Noi non possiamo essere nemici di un genere particolare, né amici di un altro. Guardiamo la pellicola dal punto di vista industriale, e siccome la cinematografia ha un pubblico vasto che gusta il genere d’avventura, passionale, poliziesco, storico, comico ecc., noi chiediamo solo che una pellicola d’avventura sia una bella pellicola di avventura, che un film storico sia un film storico ben fatto e così via. Non possiamo e non vogliamo giudicare in base ai nostri gusti personali di cui il pubblico è libero di infischiarsi.

E diciamo subito che l’ultima fatica di Emilio Ghione sarebbe stata una bellissima cosa di genere Ghione, se il popolare attore non avesse commesso l’imperdonabile errore di parlar troppo dei fatti suoi.

Difatti La X di un delitto, interpretata dalla Sambucini e da Ghione è un’avventura che capita a… Ghione e alla Sambucini, e l’azione — almeno nel primo episodio — si svolge alla Itala Film. Abbiamo perciò agio di ammirare il buen retiro di Emilio Ghione e di Kally Sambucini, la loro intimità e tante altre cose che non ci premono, prima perché non si tratta, in fin dei conti, dei casi di un presidente di repubblica, e poi perché il fatto ci viene raccontato dall’eroe, e niente urta di più quanto il sentir parlare l’eroe delle proprie avventure.

A tutto ciò si aggiunge l’inconveniente che è inseparabile ai racconti in prima persona singolare: la megalomania in cui facilmente e involontariamente si cade. E i megalomani, anche involontari, sono le persone più noiose della terra.

Se il protagonista e la protagonista non si chiamassero Emilio Ghione e Kally Sambucini, ma fossero due qualsiasi attori cinematografici la cui parte fosse sostenuta appunto dai due valorosi artisti, la pellicola sarebbe interessantissima, perché è ben congegnata, ben tagliata, ben sceneggiata, ben condotta.

Quegli otto imbecilli che fanno gli spasimanti sono forse un po’ dambriani, ma lo stesso gustosissimi, di una comicità intima che veramente diverte. La loro congiura e gli effetti che sorte, le bastonate dirette a Ghione e ricevute da un altro, il commento sobrio e nello stesso tempo comicissimo che Ghione fa all’equivoco, costringono al sorriso anche chi s’è stufato di vedere Ghione come prende il caffè, la Sambucini come prende il bagno, e tutti e due come vanno d’accordo.

Immaginate Kean, interpretato dal povero Ferruccio Garavaglia, in cui Ferruccio, invece di chiamarsi Kean avesse voluto chiamarsi col suo nome e cognome e far suoi i casi del grande attore inglese. Avrebbe provocato un uragano di fischi, con tutto che il dramma regge, ancora adesso, magnificamente bene.

Se Emilio Ghione volesse prendere coraggiosamente le forbici in mano, cambiare tutte le scritte in cui si parla di lui, e far capitare l’avventura ad un attore qualunque, avrà fatta una bella film d’avventura che, almeno nel primo episodio, il solo che abbiamo veduto, potrà reggere il confronto con le migliori pellicole del genere.

Dei quattro episodi che compongono il “serial” Dollari e fraks, per il momento, è stato ritrovato soltanto il frammento che potete vedere sopra, si tratta del finale del quarto e ultimo episodio. Link alla: Scheda del restauro Nederlands Filmmuseum di Amsterdam (EYE Film Institute Netherlands).