Un nouveau film de Miss Loïe Fuller

Chimères Loïe Fuller 1925

Paris, 30 Janvier 1925

Dans son numéro du 2 janvier, Mon Film passait en revue, par spécialité, les films de l’année, accordant une attention particulière à ceux ou la recherche technique formant le point capital. Parmi ces derniers, il nous est impossible de passer sous silence les films de Miss Loïe Fuller.

Toute la sensibilité et le talent très particuliers de cette artiste se condensent dans son travail. Elle est à la fois idéaliste et réalisatrice. Pour vous en donner un exemple, à l’âge de douze ans, à Chicago, elle loua de sa propre autorité, une salle de conférences où elle parla de la lutte contre l’alcoolisme. Quelques années plus tard, seule dans sa chambre, elle voulut imiter les papillons qui folâtraient dans son jardin. Retirant aussitôt les draps de son lit, elle se mit devant une glace, et, se modelant sur eux, réussit de jolis effets. De là à associer à ces mouvements gracieux des projections lumineuses multicolores, il n’y avait qu’un pas, et ce pas fut le point de départ de sa merveilleuse carrière chorégraphique.

On conçoit qu’avec un tel passé elle puisse avoir des conceptions cinégraphiques vraiment originales. Elle a coutume de dire: « Avec de la couleur et de la lumière, on peut toujours faire quelque chose de très beau ». Si, à l’écran, la couleur lui manque encore, du moins y manie-t-elle la lumière avec un art consommé. Le scénario, toujours très simple, joue un rôle secondaire: il n’est qu’un motif pour développer des féeries dignes des Mille et une Nuits. Ceci est composé avec une conception si personnelle de l’art cinématographique, qu’il oblige ce dernier à utiliser la quintessence de ce qu’il peut donner jusqu’à l’extrême limite des derniers perfectionnements des appareils de prise de vues actuels.

Vous souvenez-vous du film intéressant: le Lys de la Vie? dont le scénario était de S. M. la Reine Marie de Roumanie. La mise en scène magistrale avait été réglée par Miss Loïe Fuller, qui est, entre parenthèses, une grande amie de la Reine. Nous aurons sous peu le plaisir de voir sa nouvelle production qui a pour titre Chimères, et dont le livret est dû à la plume de Maria Star. Trois personnages, et l’école de danse de Miss Loïe Fuller servent de thème aux merveilleux décors naturels de Cap Martin. Mlle Damia, la grande étoile de la chanson réaliste y a fait ses seconds débuts au ciné et y tient le premier rôle de main de maître. Elle a crée une figure inoubliable de vielle paysanne méridionale tout à fait réussi. Un véritable berger et un enfant évoluent à ses côtés très naturellement. Quant au corps de ballet, c’est lui surtout qui travaille le plus. Rondes, sauts, entrechats, jetés et battements, tout y passe.

L’emploi très abondant du négatif contretypé alternant, parfois par périodes rapides, avec le positif, y jette une note étrange. La danse des sorcières, notamment, transposition à l’écran du celebre ballet: Les Ombres Gigantesques, qui se donnait encore dernièrement à l’Empire, est certainement la partie la plus curieuse. En effet, à l’inverse de la réalisation théâtrale, le fond est noir et les ombres sont blanches, la bande étant en contre-type, enfin les scènes sont tournées à des cadences extrêmement différentes, passant sans transition, au milieu d’une scène, de ralenti à l’accéléré le plus rapide. Des difficultés sans nombre se présentèrent au cours de cette réalisation, mais elles furent habilement surmontées par le jeune et excellent opérateur L. Bogé.

Les extérieurs, tournés dans des sites grandioses, des sous-bois charmants, caractérisent la variété de formes due au génie artistique de Miss Loïe Fuller qui a trouvé dans le cinéma une occasion de plus d’utiliser son activité intelligente qu’un demi-siècle de théâtre à travers le monde n’avait pu amoindrir.

M. B. d’Hautefeuille

(testo e immagine archivio in penombra)

Diana Karenne

Diana Karenne

Intelligente come tutte le russe e interessante come le figlie della steppa selvaggia, Diana Karenne, elegante, vera signora, emana uno charme sottile e misterioso. Bella di una bellezza altera, ha negli occhi i suo più grande fascino: ora sono freddi ed ironici, ora dolci e quasi vellutati. La bocca ha generalmente una piega sprezzante e beffarda ma anche quella sa addolcirsi e sorridere di un sorriso aperto, franco e profondamente attraente.

Diana Karenne sa essere mordace e ai suoi avversari non risparmia una punta di veleno: ma è buona e affettuosa con le persone che le sono care. Conosce a fondo ben sette lingue tra cui l’italiana e la francese alla perfezione.

Nata nell’Ukraina, ha di quel paese tutta la fierezza, tutto l’incanto unito ad un’anima ardente e appassionata. Natura complessa e multiforme, la Karenne è geniale nella sua vita privata non meno che in quella dell’arte: con quattro tratti di penna sa buttar giù una caricatura di una brutale sincerità; grande maestra dei colori riduce in un attimo una stanza banale, un cantuccio qualunque, in un luogo simpatico ed originale. Tutti conoscono la sua arte, ma pochi ricordano che è stata lei una delle primissime a cercare di nobilitare il cinematografo col rendere sullo schermo quelle sottili analisi psicologiche e quei giochi della passione umana, che per lungo tempo si credettero solo possibili sul teatro di prosa, staccandosi in dalla tecnica americana che il più delle volte ignora o riproduce goffamente la preziosità dello spirito accontentandosi del gesto superficiale e del movimento clownesco.

Sarebbe istruttivo poter seguire Diana Karenne in tutto il lavorio interno e in tutto lo studio accurato che ha speso per raggiungere lo scopo che si era prefissa, che poi realizza con mezzi tecnici suoi. La ricordo in Casentino al castello di Stia, sotto il sole implacabile d’agosto, esposta al riverbero degli specchi, lavorare con Amleto Novelli nel film Dante nella vita dei tempi suoi, ebbene allora soltanto ho capito veramente con quanto slancio, con quanto amore interpreta i suoi film. Non lascia correre una cosa sbagliata, non lascia sfuggire un dettaglio; se l’effetto non è buono ricomincia sei, sette volte pur che il quadro riesca perfetto. Una delle cose che mi colpì era che lei agiva senza parlare, mentre Novelli recitava se fosse a teatro, il che faceva un effetto assai strano. Avendole chiesto perché lei non parlasse ad alta voce, mi rispose che lo faceva apposta per meglio concentrare il pensiero che doveva essere manifestato dalla fisionomia soltanto. Le domandai una volta quali erano i pregi e i difetti della produzione cinematografica mondiale. Mi rispose:

« Gli americani hanno certamente la supremazia, con i loro denari possono fare cose grandiose per messa in scena e costumi, inoltre perché ognuno dei loro attori fa un genere differente dall’altro. Non si copiano: gli americani hanno una sola Mary Pickford come hanno un unico Charlie Chaplin. Il grosso difetto dei tedeschi è di essere terribilmente metodici, ma siccome hanno una grande forza di volontà e studiano le cose a fondo così riescono ad avere buoni risultati. Gli italiano sono troppo caldi e entusiasti e credono molto nel loro “ego”. Questo popolo che ha una storia piena dei più diversi avvenimenti, che ha le città antiche con ricordi dei tempi lontani, è forse il più adatto per fare quelle magnifiche ricostruzioni storiche che hanno successo anche all’estero. La produzione francese è certamente la più fine e, se vogliamo, la più elegante che esista: piena di brio, di vivacità, di delicate sfumature. Basta aver visto Atlantide e Yocelyn con degli attori come Jean Angelo e Armand Tallier per capire che cosa può essere un film francese ».

Avendole anche chiesto quali sono i suoi metteurs en scène preferiti e quali gli attori che maggiormente ammira mi rispondeva così:

« Lillian Gish è la più fine e la più squisita delle attrici e Rodolfo Valentino ha il gran pregio di non posare pur sapendo di essere uno degli uomini più belli dello schermo, non ché il beniamino di tutte le ragazze. È spontaneo, sincero e lavora con talento. Douglas Fairbanks è un simpatico attore. Raquel Meller dà al pubblico ottimi lavori come Violette Imperiali  e Gli Oppressi. Abel Gance e Griffith sono certamente i migliori metteurs-an-scène. Griffith è superiore a tutti, e il mio più grande desiderio è di lavorare con lui ».

Gabriella Amati

(Immagine e testo archivio in penombra)

Le necessità del momento

Cine Mondo Torino, 5 Febbraio 1928

Torino, 5 febbraio 1928

La Cinematografia italiana è ad una svolta pericolosa del suo cammino. Bisogna, di questo fatto, rendersi conto finalmente. Chi non vede o è cieco, o è in perfettissima malafede. Le concorrenze straniere premono con le loro formidabili organizzazioni — vere e proprie macchine guerresche d’assalto — sulla Industria nazionale.

La lotta che noi dobbiamo sostenere è difficile e aspra.

È lotta di montagna: eroica più d’ogni battaglia combattuta a viso a viso. Ma in questa lotta — il pubblico è un fedele alleato. Egli si riavvicina, con evidente simpatia, alla produzione italiana: anche se questa non è qualitativamente ancora all’altezza della situazione delicatissima nella quale il nostro mercato cinematografico si trova. In questo riavvicinamento spontaneo e cordiale si denota da parte della folla una ricerca assidua di originalità. Essa domanda dai films di nostra produzione, qualcosa che con essi definitivamente la riconcilii: nuovi motivi d’arte, nuove espressioni tecniche, valentìa di interpreti e di inscenatori. Vuole, in una parola, che la cinematografia del suo paese, rinascente, riconquisti il tempo perduto, rimettendosi al passo con le altre grandi Industrie straniere alle quali tutto insegnò e dalle quali, purtroppo, per una infinita quantità di ragioni, si lasciò superare.

Noi ci sentiamo spesso domandare se la nostra Cinematografia, superato il periodo attuale della sua crisi, potrà riprendere le posizioni perdute. La nostra convinzione è che sì. Vediamo, per mille segni inconfondibili, che essa è già sulla buona strada: se pure ai primi passi. Dobbiamo, perciò, aiutarla, sorreggerla, appoggiarla; darle uomini di fede provata, industriali saggi, i quali abbiano una profonda comprensione delle particolari e peculiari esigenze commerciali, non disgiunta da una sensibilità d’arte tale quale è richiesta dall’ora che volge.

È necessario che i nostri cinematografisti e intendiamo riferirci a quelli degni per competenza ed intelligenza, di tale qualifica — ricordino che noi fummo all’avanguardia della Cinematografia di tutto il mondo e che le più belle opere silenziose nacquero ideate dalla fantasia di scrittori italiani, realizzate da direttori italiani, interpretate da artisti italiani, con il riflesso del nostro sole, con gli scenari incantevoli e insorpassabili della nostra divina Terra. Memori di questo passato, non tanto lontano, debbono i nostri industriali cercare la collaborazione di elementi giovani e avveduti e preparati per il giorno in cui la Cinematografia italiana dovrà iniziare una lavorazione intensa e muovere, in pieno assetto di guerra, alla riconquista del mercato interno e di quel-
li esteri.

Abbiamo noi elementi degni di essere valorizzati?

Certamente. Tutto sta a saperli trovare. Ma bisogna che sia relegata definitivamente nel dimenticatoio quella idropica e bottegaia mentalità che sbarrò alle giovinezze più promettenti e fattive le porte dei teatri di posa e che negò ad esse, con una caparbietà delittuosa della quale le dolorose conseguenze tutt’oggi soffriamo, ogni possibilità di lavoro.

I nostri cinematografisti hanno da fare un severo esame di coscienza. E poi mettersi all’opera con rinnovato spirito di collaborazione. Perchè, al di sopra dei loro interessi personali, è l’Industria nazionale: un’Industria che fu felice e prosperosa e che all’antico e non dimenticato splendore noi vogliamo assolutamente riportare.

Giuseppe Lega
(testo e immagine archivio in penombra)