L’arte di Charlot

Charles Chaplin Jean-Louis Barrault

di Jean-Louis Barrault

Charlot non fa un gesto che non sia un simbolo; un esempio fra mille: in un film, non mi rammento quale, Charlot finisce di confessarsi: esce purificato, con le mani giunte, gli occhi al cielo… viene avanti…, inciampa e cade! Ritorno alle leggi di gravità, conflitto fra la materia e lo spirito.

Un metafisico potrebbe dissertare a lungo sull’argomento; Charlot lo affronta e lo risolve nel modo più semplice e familiare del mondo.

Il gesto che fa esplodere il simbolo provoca il riso. Senza il valore simbolico del gesto, Charlot non sarebbe che un pagliaccio: invece è un genio.

Ma osservate come tutte le sue figurazioni rimangono vicine alla vita quotidiana: Charlot aspetta il tram nell’ora di punta del traffico. Tutte le persone si precipitano; lui resta solo sul marciapiede. Secondo tram: passa un vettura e gli impedisce di salire. Terzo tram: Charlot prende lo slancio; salta al di sopra delle teste, calpesta i crani, penetra nel primo carrozzone.  La folla lo segue. La macchina da presa indietreggia: si vede allora Charlot sospinto dall’ondata di passeggeri. Arriva all’altro capo del carrozzone, e si trova proiettato sul marciapiede. Morale: i primi saranno gli ultimi. Sembra una favola di La Fontaine; e come è semplice! Charlot non si stacca di un centimetro dal più umile territorio e serba sempre la sua profondità.

Ma quel che mi interessa di più non è tanto il creatore, il poeta moralista, quanto l’attore. Charlot ha trovato ciò che noi cercavamo invano: ha trovato il suo personaggio. Questa difficile ricerca è il dramma proprio dell’attore. Ai suoi esordi, egli cerca la propria personalità; né è preoccupato di continuo. « Questa parte non la sento. È contraria alla mia personalità ». Poi quando crede di esser riuscito a stabilirla, cerca il modo di servirsene, vale a dire le parti che corrispondono alla sua natura. Quello che gli ci vuole è un personaggio. Come Molière ha creato il Misantropo, l’Avaro, personaggi che possono adattarsi a un gran numero di situazioni, così Charlot ha creato un personaggio che può adattarsi a parti multiple pur restando sé stesso, un personaggio astratto e vivo nel medesimo tempo. Per noi attori questo è il colmo della riuscita.

La facoltà di adattamento di questo personaggio è inaudita e dipende dal fatto che la mimica di Charlot è basata su una tecnica straordinaria. La mimica di Charlot va dall’immobilità alla danza. Nel Dittatore, Charlot guarda bruciare la sua casa; è visto di schiena: non si muove affatto; e in quella schiena vi sono tutti gli elementi tragici di una lunga tirata. Chaplin raggiunge l’apice della mimica che è l’immobilità.

Ma sa raggiunge anche la voluttà corporea, così che il suo gioco partito da un certo realismo sbocca nella danza pura. Ricordate un’altra scena del Dittatore, quando Charlot riceve un colpo di padella sulla testa; egli compie lungo l’orlo del marciapiede una danza che sfido qualunque ballerino a eseguire.

Infine, senza volervi far penetrare nell’officina della mimica, vorrei farvi notare che tutti gli atteggiamenti di Charlot sono sintetizzati nel suo torso, che tutti i movimenti sono irradiati da questo centro verso tutte le altri parti del corpo contemporaneamente. Se Charlot fa l’ubriaco, non rappresenta un uomo con le gambe vacillanti, lui è ubriaco dalla testa ai piedi, è come un astro che gira.

E non strafà mai! In lui, il senso della brevità non viene mai a meno. Dove chiunque altro gesticola due minuti, Charlot si esprime in quindici secondi.

Per noi attori, egli è un esempio di economia. Ci invita di continuo a rimanere fedeli all’essenza medesima dell’arte drammatica che è interpretazione, e ricreazione della vita attraverso il suo principale strumento: l’essere umano.

Ma la sua vera grandezza appare con evidenza a tutti: il più piccolo dei suoi gesti rivela interamente un cuore e un pensiero infinitamente fraterni.

(da una conversazione improvvisata di Jean-Louis Barrault al suo pubblico – archivio in penombra)

Le public de Mary Pickford

Les Vedettes de Cinéma: Mary Pickford

Paris, Décembre 1926

Ce ne sont pas les jeunes gens, comme on pourrait le croire, qui forment le public fidèle de la “fiancée du monde”.

Les jeunes gens n’ont pas encore assez de moustache pour être sentimentaux et s’attendrir aux malheurs de Mary.

Mary est l’héroïne des petites filles, des petits garçons et des messieurs qui aiment les histoires anglaises.

Quand vous entrez dans une salle où l’on donne un film de Mme Douglas Fairbanks, c’est un peu comme si vous pénétriez dans une bibliothèque où il n’y aurait que des livres de la Bibliothèque rose et des lecteurs passionnés à cette lecture.

Mary Pickford c’est l’expression moderne des sentiments de Mme de Ségur. Elle fait rire avec des gamineries. Elle fait pleurer avec des enfantillages. Et la fiancée du Petit Monde mêle si bien bonheurs et malheurs que ses fervents de la quinzième année croient que la vie, ainsi présentée, est très supportable.

Le public de Mary Pickford a une âme de Noël. Il met, si l’on peut dire, chaque soir qu’il va voir son héroïne, ses sabots dans la cheminée. La nuit de la salle est toute étoilée de ses espoirs. Et le film qui se déroule lui apporte les plus charmants cadeaux: des sourires, des larmes, de belles aventures et l’apothéose finale, qui met une clarté joyeuse dans les yeux de Mary et dans les cent yeux qui la regardent…

Et les messieurs qui aiment les histoires anglaises? direz-vous. Que deviennent-ils dans cette salle? ils se délectent à tant de puérilités. Ils retrouvent leur dixième année. Ils s’attendrissent à de vieux souvenirs. Et ils songent que les amoureux qui finissent par épouser Mary, ont leur âge et qu’ils ont bien de la chance de rencontrer une aussi douce petite fille…

Ce n’est pas eux qui font du bruit. Ce n’est pas eux qui applaudissent. Ils rêvent…

Mais pourquoi les jeunes gens qui aiment Douglas ne viennent-ils pas voir Mary? Douglas, l’aventureux, est, pourtant, le mari de cette tendre fille éternelle…

Oui… mais c’est au cinéma. Et le monde du cinéma est le reflet de l’écran, sans doute.

René Bizet
(Ciné-Miroir, 15 Décembre 1926)

Viale del tramonto

Il cantante di Jazz film parlante al Vitaphone

Roma, novembre 1917. Siamo appena arrivati qui, dal Veneto, sospinti dall’onda portante di quella che il poeta E. A. Mario definirà, nella prossima stesura della sua canzone più celebre, « l’onta consumata a Caporetto ». Roma ci ha accolti con abbacchio, pane senza tessera e tutte le luci accese. Io frequento la quarta classe elementare in via degli incurabili, per tornare a casa, attraverso il Corso, da San Carlo a San Lorenzo in Lucina, dove il Cinema Corso ha aperto da poco la sua lussuosissima sala al pubblico.
L’arteria papale-umbertina del centro non ha perduto ancora il suo carattere di salotto buono della Capitale, l’omnibus a cavalli traballa da Piazza Venezia al Pincio, alle automobili si alternano botticelle e carrozze padronali, specie verso l’imbrunire, quando davanti ad Aragno e a Ronzi e Singer, gli ultimi “generoni”, i deputati, gli ufficiali addetti al Ministero e gli uomini di mondo assistono al passeggio sfogliando Il Giornale d’Italia. È a quell’ora che transito anch’io, occupandomi soprattutto delle vetrine e dei giornaletti appesi al chiosco sull’angolo di via San Silvestro. A un tratto (è quasi notte) la folla sui marciapiedi si fa attenta, i clienti d’Aragno s’alzano in piedi dietro ai tavoli su cui fumigano barbugliate e caffè-cuccuma: al trotto di due morelli, cocchiere e groom a casetta, passa un landau aperto, sui cuscini rosa, accanto a una vecchia gentildonna (il madro, in linguaggio dell’epoca) una fulgida visione, pelliccia d’ermellino, calottina coperta di fili d’uccello del paradiso, capelli biondi, labbro sdegnosetto sul pallore etereo delle gote. « La Borelli! Lyda Borelli! » mormora la folla, riverente ed ammirata, e solo quando il landau è scomparso oltre palazzo Chigi, civili e militari riprendono il loro posto ai tavoli di ghisa e marmo.
Massimo Alberini 

Le guerre mondiali hanno avuto una parte molto importante nella storia del cinema italiano. Fu durante la prima che si svilupparono i germi del divismo e degli altri mali che provocarono il crollo della nostra industria molto prima che terminasse il periodo del “muto”. Dobbiamo invece alla seconda guerra la fine precipitosa dei film “che parlano al vostro cuore”. In entrambi i casi la crisi fu fatale agli attori. Infatti alla ripresa dei lavori di dovette constatare la totale scomparsa di quelli che erano stati i beniamini del pubblico e la loro sostituzione con elementi assolutamente nuovi. Come maturò questo fenomeno e che conseguenze ebbe sulla vita delle vittime?

Ritorniamo al 1918, epoca d’oro per i “tragici del silenzio”. Una settantina di case di produzione allestiscono una media di 450 film immediatamente assorbiti dal mercato. Il divismo è alla portata di tutte le borse: basta seguire la ricetta-decalogo di Giuseppe Adani:

1) Crearsi dei precedenti fatali; possibilmente un suicidio sulla coscienza. 2) Fare un debito con le principali sartorie del regno e trovare l’avalante. 3) Amare un poeta indiano sconosciuto. (Non è necessario amare il poeta, bastano le sue opere). 4) Portare spesso sottobraccio Shakespeare in inglese o Tolstoi in russo. 5) Far spargere molte voci sul proprio conto e molti manifesti col proprio nome. 6) Fra tutte queste voci dar credito alla più grave e alla più stramba. 7) Interessarsi alla singolare vita intima degli insetti. 8) Soffrire d’insonnia e adorare la morfina. 9) Rinnegare i parenti poveri e procurarsi degli antenati di buona famiglia. 10) Parlare sempre d’arte senza capirne mai.

Con un vademecum di questo genere il numero delle “insuperabili artiste” aumenta paurosamente. Aziende bene avviate crollano e comincia la danza delle cambiali. Nessuno ha il tempo di occuparsi dell’industria americana che offre i suoi film sottocosto impegnandosi a pagare anche le spese di trasporto e di dogana. La crisi galoppa, ma qualche produttore cerca di mettersi al passo e, annunciando una “cinematografia d’eccezione”, promette: sottomarini, piroscafi, aeroplani, treni, castelli, giardini, salotti, montagne, ghiacciai, artiste bellissime e artisti magnifici, masse imponenti e situazioni drammaticissime, interesse continuo e crescente, comicità, sentimento, novità.

È la fine. Le divine sentono odore di bruciato: molte emigrano, altre si sposano divenendo, per lo più, contesse. Anche i divi vanno all’estero o passano alla regia. Li ritroviamo nei film importati dalla Francia, dalla Germania e dall’America. Intanto Pittaluga presenta al Supercinema il primo film sonoro e Luigi Pirandello esclama: « Orrore, orrore: hanno ucciso il silenzio ». Sarà poi lui a fornire il soggetto per il primo film parlato italiano. Ma gli spettatori cercano invano fra i protagonisti parlanti i nomi e i volti dei tragici del silenzio. Che cosa era successo?

Abbandonati gli sparati candidi, i vasetti di nerofumo e i serpenti di piume, ognuno di loro aveva dovuto seguire un destino.

(immagine e testo archivio in penombra, segue)