La Compagnia dei Matti – Sasp 1928

la compagnia dei matti
La Compagnia dei Matti (1928)

Momi Tamberlan (Vasco Creti), Bortolo Cioci (Carlo Tedeschi), Piero Scavezza (Alex Bernard), sono i tre ultimi vecchi superstiti di un Club fondato al tempo della loro vita di studenti dal loro compagno Giuseppe Bardonazzi, un ricco quanto ameno caposcarico.

Il regolamento del Club stabiliva fra altro : « Non può essere socio del Club chi non ha fama di gaudente, ghiotto, ubriacone, spregiudicato e violento. Chi non può dimostrare di essersi ubriacato, di aver partecipato a tutte le feste, di essere incorso in una multa per schiamazzi notturni, di aver avuto clamorosi incidenti con pacifici cittadini almeno una volta ogni mese, non può far parte del Club».

Il fondatore e finanziatore Bardonazzi era morto da molti anni, e il Club fregiato dalla divisa : « Se non son matti non li vogliamo », era ormai rappresentato dai tre vecchietti che vivevano della rendita di alcuni beni lasciati dall’amato fondatore: nel palazzo nobiliare già sede del Club si era installato Piero con un fido domestico, Sioria (Giuseppe Brignone) : Bortolo viveva in un modesto appartamentino con una domestica tiranna che gli incuteva una maledetta paura: Momi, trovandosi vedono con la figlia Ginetta (Liliana Migliori), affettuosa e semplice, era passato a seconde, nozze con Irma (Elena Lunda), donna giovane e capricciosa, a cui risaliva la causa dei molti guai che angustiavano la vita declinante del poveretto.

I tre « Matti » erano diventati ormai savi, se non altro per la buona ragione dell’età e dei relativi acciacchi. Occorre ora notare che in base al testamento Bardonazzi, se l’usufrutto dei beni andava ai tre superstiti, il diritto di proprietà era devoluto alla Congregazione di Carità del luogo che naturalmente aveva il massimo interesse a far decampare i tre vecchi.
Un bel giorno a Presidente della Congregazione viene nominato il giovane avvocato Giostra (Celio Bucchi), spirito innovatore ed energico: il quale, esaminati il testamento Bardonazzi e lo statuto del Club, non tardò a constatare che i tre vecchi, non essendo più matti, avevano ormai perduto ogni diritto di appartenenza al Club, con il che erano venuti a decadere automaticamente dalle rendite dei beni lasciati loro in usufrutto nella qualità di soci. In sostanza questo impeccabile ragionamento dell’avvocato Giostra significa per i tre vecchi una cosa sola: la fame.

Occorre quindi ad ogni costo fare i matti per conservare i diritti minacciati, ed allora comincia per i tre la più pietosa delle farse.

Eccoli andare in giro di notte, e intonare con voce catarrosa le canzoni giovanili, eccoli strappare come una volta i campanelli a corda delle vecchie case e darsi poi alla fuga colle gambe tremolanti, eccoli andare sulle giostre di carnevale con grande stupore dei paesani che ridono divertiti dalle stramberie dei tre infelici che trascinano nel lacrimevole gioco il dolore dei loro cuori stanchi: eppure bisogna bene… guadagnarsi il pane: e i tre vecchi entrano nel Caffè schiamazzando, si ribellano alle guardie, ne fanno di tutti i colori, finchè, una sera, inseguiti, scalando un muro, Piero si spezza una gamba: i due amici lo portano a braccia in farmacia, ma quivi incontrano l’Avv. Giostra e allora si fingono ubriachi, e Piero, soffocando i dolori atroci, canta e ride con gli altri.

Ma la «Compagnia dei matti» è destinata a scomparire. Piero muore serenamente rileggendo le ultime lettere di suo figlio caduto sul campo dell’onore: muore mentre i suoi amici, credendolo meno gravemente malato, fanno i preparativi per recarsi al veglione, complemento necessario alle loro gesta di matti per forza.

Frattanto in casa di Momi si prepara la tragedia che deve schiantare il cuore del poveretto, il cui amore per la moglie gli benda gli occhi sulla condotta di costei: Irma infatti lo tradisce con il Prof. Rosolillo (Vittorio De Sica) che Momi, inconscio della tresca, volentieri accoglie in casa intravvedendo un buon matrimonio per sua figlia.

Irma e Rosolillo hanno deciso di andare al veglione mascherato, conducendo con loro Ginetta per salvare le apparenze: ma la fanciulla che ha intuito la verità e che soffre profondamente per il contegno della matrigna, rifiuta l’invito e rimane a casa. Verso la mezzanotte quando Momi, vestito da Pierrot è in procinto di recarsi al teatro, ecco che si trova di fronte a Ginetta: ella non vuol dire al padre quale sia la vera ragione della sua presenza in casa, e scoppia in un pianto dirotto. Momi intuisce e vuol vedere una carta che la figlia ha frettolosamente nascosto al suo apparire: si tratta di una domanda per ottenere un impiego in una lontana città.

Allora tutta l’atroce situazione si presenta chiara allo spirito di Momi: la miseria, i debiti, l’abbandono della figlia, la moglie che…no, questo no, sarebbe terribile!
Come pazzo Momi corre al veglione ove sgomenta e quasi presaga Ginetta lo segue. La festa ferve in tutta la sua follia, e l’orgia a cui Momi assiste colpisce fortemente il suo spirito: ma egli non si ferma e cerca febbrilmente nei saloni, nei corridoi, nei palchi, passando come lo spettro dell’ansia in mezzo al tripudio del carnevale: ed infine, ahimè, scopre in un palchetto sua moglie fra le braccia del professore. Le mani convulse di Momi afferrano la colpevole alla gola, ma le forze gli vengono meno ed egli rompe in un riso colvulso cadendo nelle braccia di sua figlia e di Bortolo che erano sopraggiunti.

I due colpevoli fuggono, ma ben presto il loro insano amore svanisce nel nulla, mentre Momi delira, inchiodato in letto da una violenta crisi che lo lascia in preda ad una dolce, triste pazzia.

L’Avv. Giostra, colpito dalla tragedia da lui stesso inconsciamente causata, si sente quasi colpevole e cerca di riparare almeno in parte all’uragano che ha scatenato: così si occupa di far ricoverare Momi in un sanatorio perchè vi riceva le cure più affettuose, e intanto prodiga tutto il possibile conforto a Ginetta dalla cui grazia gentile poco a poco si sente conquiso.
Così quando la ragione di Momi ritorna sana una grande gioia le si prepara: il buon vecchietto entrerà presto in una nuova casa ove fiorirà intorno a lui l’idillio di due giovani cuori.

Edizione Pittaluga 1928

Direzione artistica di Mario Almirante; Operatore: Massimo Terzano; Scenografia su disegni del Prof. Giulio Boetto.
Soggetto dalla commedia di Gino Rocca Se no i xe mati no li volemo (1926), riduzione di Camillo Bruto Bonzi.
Film restaurato dalla Fondazione Cineteca Italiana (Milano) e la Cineteca di Bologna. 3200 m. 116′ a 24 f/s.

Tolstoi 1911

Tolstoi e Makowitzki a Jasnaya Poliana, 1910
Tolstoi e Makowitzki a Jasnaya Poliana, 1910

Grande è stata l’influenza di Leone Tolstoi in tutto il mondo – grandissima in Russia. L’apostolato tosltoiano elevò e concorse a formare la coscienza delle classi inferiori e mitigò le durezze tradizionali delle caste dominatrici, nobiltà e militarismo, delle quali egli stesso era uscito.

Un film storico che rimarrà come la più fedele testimonianza della vita privata e dell’opera letteraria del grande scrittore.

Descrizione dei quadri:

1. Visita di Leone Tolstoi a Mosca.
2. Leone Tolstoi preferisce Mosca alla tenuta del signore Czerkoff.
3. La contessa Sofia Tolstoi.
4. Leone Tolstoi, Czertkoff e la famiglia Tolstoi.
5. L’arrivo a Mosca.
6. La stazione di Briansk.
7. Arrivo di Tolstoi alla sua casa di Chamowiki che sarà trasformata in museo.
9. La partenza di Tolstoi per Jasnaja Poliana.
10. Il popolo attende l’arrivo di Tolstoi alla stazione di Kursk.
11. Vita intima di Tolstoi a Jasnaja Poliana.
12. La famiglia Tolstoi.
13. Elemosine di Leone Tolstoi ai contadini.
14. Tolstoi fa la sua solita passeggiata alle cinque del mattino.
15. Tolstoi ed il suo medico, Makowitzki, passeggiata a cavallo.
16. Tolstoi e la moglie, la contessa Sofia.
17. Tatiana Tolstoi, suo marito ed alcuni amici.
18. I piccoli nipoti di Tolstoi.
19. Leone Tolstoi mentre scrive la sua biografia, tre settimane prima della morte.
20. Tolstoi al lavoro.

(film distribuito in Italia dalla Cines, marzo 1911)

Elisabeth Aubrey Le Blond

Elisabeth Aubrey Le Blond
Elisabeth Aubrey Le Blond

Figlia unica di un baronetto inglese non avrebbe avuto bisogno di lavorare, ma il suo carattere energico ed il suo vivo interesse per ogni manifestazione di vita, non le potevano permettere di menare una vita quasi oziosa di una buona proprietaria di tenute ed amministratrice, poi che alla morte del padre, che avvenne molto presto, si trovò ad essere il capo di casa.

Unitasi in prime nozze col colonnello Fred Burnaby, il nome del quale fu noto in tutta l’Asia centrale quando la Russia chiuse quel tratto di paese agli inglesi, si trovò tosto impigliata in avventure assai gravi. Dopo la morte di lui, che cadde nella battaglia di Abu Klea (Sudan), si pose a viaggiare per conto proprio, e cominciò le ascensioni che poi la resero famosa.

Quando le si richiede che cosa le fa prediligere questo genere di sport, risponde:

“L’entusiasmo della lotta che è ciò che rende la vita degna di esser vissuta; e in nessun luogo come in montagna ci si trova subito nel più fitto della mischia, dove, mente e corpo insieme debbono esplicare le loro migliori energie per vincere le opposizioni della natura.”

Da giovane era delicata di salute ed i medici le avevano consigliato di passare l’inverno in luoghi caldi. Ma al contrario di ciò che tutti si aspettavano andava peggiorando. Allora, un inverno, volle far di sua testa e andò in Svizzera.

Naturalmente, come allora la moda non era ancor sorta di passare l’inverno in luoghi freddi, specie per chi, come lei aveva la tendenza all’etisia, tutti considerarono la sua un vera follia. Ma a Chamonix, dove si era recata, ben presto fu in grado di lasciare il letto, seguirono poi scarrozzate sempre più lunghe, poi passeggiate a piedi, poi una escursione, e una settimana di poi l’ascensione sul Monte Bianco. Questa prima escursione invernale fortificò tanto la sua salute che decise di restare tra le Alpi tutto l’inverno, durante il quale continuò le sue ascensioni anche su montagne dove nessuno si era mai inerpicato a quella stagione. Ma lei non aveva pensato di diventare alpinista.

E tosto che cominciò le sue ascensioni, nacque e crebbe in lei la passione per la fotografia, ma benchè le sue specialità siano le fotografie di paesaggi alpini, ha diretto l’obbiettivo della sua macchina su altri paesaggi. Ben riuscite sono ad esempio le sue “impressioni italiane”, ed anche altri paesaggi dal clima meno rigido come la Spagna.

Come Mrs. Le Blond è padrona della sua penna altretanto che della sua macchina, così scrive moltissimo, per riviste inglesi ed americane, dei suoi viaggi e delle sue escursioni, e i suoi articoli sono sempre illustrati e completati dalle fotografie che fa a posta per essi. Oltre ad articoli, ha già dato alle stampe varie opere, tutte di grande interesse, e tiene conferenze sui paesi visitati che illustra con proiezioni, una delle più note è quella sulla Lapponia, dove ha soggiornato per parecchi estati in compagnia del secondo marito, il sig. Aubrey Le Blond, dedicandosi alla pesca ed all’alpinismo. Un’altra è quella sui giardini italiani, che fu pregata di tenere durente l’ultima esposizione di Parigi.

Attualmente questa donna, di rara tempra e di mente rara, è presidente del club alpino femminile che ha per presidente onoraria la regina Margherita.

Quando chiesi a Mrs. Le Blond che pensasse della questione femminile, che si sta dibattendo ora, ella mi rispose: “Donne? Credo che debbano avere gli stessi diritti degli uomini, certo, odio tutte le dimostrazioni rumorose”.

Helen Zimmern, gennaio 1911

Elisabeth Aubrey Le Blond (Elisabeth Alice Frances Hawkins-Whitshed), pioniera del cinema, girò prima del 1900 una serie di film che mostrano gli sport invernali a St. Moritz.

Tabogan a Saint - Moritz
Tabogan a Saint – Moritz, di Elisabeth Aubrey Le Blond
Il pittore Giovanni Segantini
Il pittore Giovanni Segantini in un tabogan canadese al lago di Silo, di Elisabeth Aubrey Le Blond