Little Mary among the fairies

Mary Pickford among the fairies
Mary Pickford among the fairies (Lillian Gish second ‘fairy’ from right to left)

David Belasco, in announcing that The Good Little Devil “is a fairy-tale for grown-ups,” disarms the critics who may now judge it neither as a play for children nor as legitimate drama for their own contemporaries. But as either, or as both, it is entertaining and weIl done. The play which Austin Strong has adapted with the prose of our tongue from the French of Mme. Rostand and her son Maurice, developed from the favorite fairy-tale which this mother wove for her son in the twilight nursery hour. It tells the story of Charles MacLance, a Scotch orphan boy, who might have been good had his ogre of an aunt, Mrs. MacMiche, not teased and mauled and starved and beaten him into being bad. But his badness wasn’t very bad badness–it was good badness that only meant mischief, not harm. There was love in his heart, and that is why everybody loved him, from Betsy the maid and Oliver the poet to Juliette, the little blind girl, and the fairies.

Such a plot affords Mr. Belasco all the opportunities he needs for the display of that theatrical art of which he is a master. There is every mood represented, from broad farce in the scenes between the ogre aunt and her confrères, the Old Nicks, to pure, sweet sentiment in the childish love scenes between Charles and his Juliette, and for these every degree of lighting is demanded. There is a starry night, when the fairies are floating from planet to satellite; twilight for lovers’ trysting and broad noonday sun for the frolics of schoolboys and garden friends.

If Mary Pickford, who plays the blind little girl, is a product of “the movies,” then commend us to the photo-play posing as a school for acting. Contrary to expectation, her facial expression was restrained rather than overemphatic and her diction was rarely fine. But both these qualities and her winsome prettiness are as nothing compared with the spirituality, the sweet childish simplicity with which she played her part. Had Ernest Lawford, who played the part of the poet, and Ernest Truex, the boy hero, shared her earnestness, her true feeling for the meaning of tile lines, they would have been more convincing. As it was, they both were in their parts, not of them; they had the semblance but not the soul of the people they represented. And if Ernest Lawford had the art to conceal his identity with his former parts he might also fare better. One who succeeds in doing this capitally is William Norris in whose crotchety, gnarled, maliciously hateful, deliciously comical Mrs. MacMiche one could never recognize the blithely singing hero of “Toyland.” A better old witch woman one couldn’t imagine in or outside of a story book.

Theatre Republic. “A Good Little Devil.” Fairy play in three acts by Rosemonde Gerard and Maurice Rostand, adapted by Austin Strong. Produced on January 8th.
(The Theatre, New York City February, 1913)

Adolph Zukor films a feature version of ‘A Good Little Devil’ for his new Famous Players Company. Mary reprises her role as Julia in her first feature-length film; Zukor shelves it for eleven months and releases it in March 1st 1914. (Mary Pickord Foundation)

David Belasco made his first screen appearance in the prologue of this production.

La Morgana Films

Logo della Morgana Films
Logo della Morgana Films

La Fata Morgana ha oggi dato il suo nome alla nuova Società che si è costituita a Roma sotto la valida direzione artistica di Nino Martoglio (il valoroso drammaturgo del teatro siciliano). A Roma già esiste la Film d’Arte, la quale corrisponde alle esigenze del momento. La Morgana Film compresa la necessità di estendere sempre più nel nostro campo il senso puramente artistico ed intellettuale dà inizio al suo lavoro con incrollabili appoggi. Non solo Nino Martoglio ha dedicato tutta la sua intelligenza ed attività per l’attuazione del vero ideale, di quell’ideale santo che si chiama arte, per il quale noi abbiamo sempre combattuto e lottato. I films a lungo metraggio per lo più sconclusionati, senza una vera impronta psichica razionale, è oramai tempo che finiscano; l’esigenza dell’oggi, l’onda infrenabile della cinematografia, ha bisogno di menti già provate, di intelligenze che hanno lavorato e sudato pro del nostro teatro — che si sono emancipate dalla cerchia dei lavoratori del pensiero. A Nino Martoglio, si sono uniti Roberto Bracco, l’autore del Diritto di vivere, di Piccola Fonte e di Sperduti nel buio, e Salvatore di Giacomo, il delicato poeta napoletano, al quale non solo Partenope ma Italia tutta è riverente — I nostri due commediografi, da come risulta dal Giornale d’Italia, han ceduto alla Morgana Film uno dei loro capolavori. Roberto Bracco gli Sperduti nel buio e Salvatore di Giacomo Assunta Spina. Quale esordio migliore potrebbe avere uno Stabilimento di posa, quando si pensi che Roberto Bracco, alieno a qualsiasi riduzione cinematografica dei suoi lavori, oggi ha ceduto il suo celebre dramma alla Morgana Film? Esecutori principali ne saranno Giovanni Grasso, il grande attore siciliano del quale si può affermare che il gesto è parola vivente, ed Adelina Magnetti. Queste due forze espressive riunite in una sola trama, mosse ad espandere tutta la loro passione nella grande opera del nostro autore, daranno tanta verità alla riproduzione del dramma da poter svelare allo spettatore la vera sintesi del lavoro, che il pubblico ha dimostrato non capire. Per questo Roberto Bracco si è deciso ad interrompere le trattative che aveva con alcune case estere ed affidare alla Morgana Film l’insceneggiatura di Sperduti nel buio, — e non ci pare fuori proposito riportare un piccolo brano di una intervista che il Giornale d’Italia gli ha fatto:

— Il mondo artistico italiano, ormai, non è che una gara industriale. Del resto, la Casa a cui ho ceduto Sperduti nel buio mi rassicura per i suoi intendimenti d’arte. S’intende che la visione cinematografica avrà una finalità diversa da quella della visione scenica, ma il mio dramma non subirà offese. E, anzi, il pubblico, che così spesso si lamenta della sintesi eccessiva delle mie opere drammatiche, avrà finalmente il piacere di conoscere tutto ciò che, negli Sperduti nel buio io ho preteso affidare al suo intuito e alla sua transazione.

Salvatore di Giacomo ha seguito le orme del suo concittadino ed infatti lo stesso giornale così riporta le sue parole:

— Si è piegato a consentire che un suo nobile suggestivo lavoro sia cinematografato un insigne scrittore di grande sensibilità ed onestà artistica: Roberto Bracco. Ha convenuto forse egli, come convengo io, che l’azione di Sperduti nel buio debba nel cinematografo essere più diffusa e variata e che un necessario ordito più peculiare debba esprimere tanti movimenti di quella dolorosa concezione che il drammaturgo ha in origine separata dalla sua esposizione così complessa, rapida e serrata com’è. La sua fantasia si eserciterà a comporre questo nuovo materiale quasi sussidiario, e l’esperienza di un nostro collega valoroso, Nino Martoglio, il quale già si è più avvicinato alla conoscenza tecnica di questa nuova forma di spettacolo, aiuterà il mio caro amico e concittadino. Il suo esempio m’incoraggia perché mi viene da un artista col quale ho vissuto i primi anni di giovinezza, e che mi è stato di esempio ancora nell’amore per l’arte e nel rispetto per l’arte.

Sotto questi auspici si inizia la Casa romana, sotto questa aureola di luce e di forza suggestive, e noi abbiamo piena convinzione che con il valido ausilio di Nino Martoglio e del signor Clemente Levi, (direttore amministrativo), ella occuperà ben presto il posto che si merita non solamente nell’Italia nostra, ma anche oltralpe.

Mario Woller Buzzi
(Il Maggese Cinematografico, 10 febbraio 1914)

Nota: La Morgana Films – Edizioni d’Arte è costituita come società di fatto nel gennaio 1914 a Roma.  Nino Martoglio, che lavorava come metteur-en-scène per la Cines, si era dimesso volontariamente dall’incarico verso la fine dell’estate del 1913, come risulta da una lettera inviatagli dal barone Alberto Fassini, direttore della Cines.

L’art de Conrad Veidt

Das Cabinet des Dr. Caligari
Le Cabinet du Docteur Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari)

Alors que déjà le vieux monde se disloquait et que les Berlinoises, affolées, ne trouvaient plus dans les boutiques ni pain, ni rouge pour aviver leurs lèvres, alors que piteusement sombraient tous les vieux concepts de l’art, de la morale, de l’intelligence, de l’Etat, quelques mois seulement après l’armistice, l’on vit passer sur tous les écrans du monde, mystérieusement une ombre au regard horrifique et sensuel, aux gestes lents et terribles, à la démarche quelque peu satanique. Toutes les vielles légendes, qui depuis cent ans se terraient dans les obscurs recoins, dans les plus sombres forêts, toutes les superstitions, tous les mythes, soudain, se sentirent en liberté et reprirent leurs jeux, qu’avait interrompus l’avènement de la vapeur, du gaz, des constitutions libérales. Il y eut une dictature de l’étrange. Hoffmann, Brentano et Tienk n’eussent jamais pu imaginer une floraison si abondante d’aventures, un si dense enchevêtrement d’énigmes, une folle si générale, des vertiges si aigus. Caligari enthousiasma et envoûta tous les Allemands sans distinction de culture, ni d’âge, ni de sexe, vieux généraux battus et petites lycéennes, agitateurs révolutionnaires, poètes, filles de joie. Caligari battit tous les records de notoriété, de succès, de recettes. Caligari empoisonna maintes cervelles, détourna du réel maints jeunes gens, fit des terrifiants ravages dans les cœurs, culbuta une poésie et un art périmés, laissa enfin l’Imagination prendre une juste et belle revanche sur le “ vrai ”, sur le fade.

Or, Caligari doit à Veidt tout son succès.

Conrad Veidt n’est pas un acteur réaliste. Il synthétise, suggère, ne cisèle pas et jamais n’agace l’œil avec des détails inutiles. Il n’interprète pas des personnages de la légende ou de l’histoire, mais joue depuis dix ans un seul rôle: celui de Veidt.
A proprement parler, il n’est point un acteur de cinéma, mais plutôt un personnage de la nouvelle mythologie, le Prince du Mal, l’Amant des Ténèbres. Regardez-le s’avancer, félin et souple, horrible, hallucinant. Une électricité inconnue charge ses gestes. Il est un paquet de nerfs, les cinq sens en houle. Il flaire le sang, mais se dompte, ses yeux seuls se gonflent. Si art il y a, l’art de Veidt vient des limites de l’inconnu, de l’inconscient, du terrible. Si art il y a. l’art de Veidt s’apparente à celui d’un Sade, à celui d’un Landru. Regardez-le périr, défaillir. Débordement d’énergie, radioactivité excessive, frétillement fou des nerfs, la bouche soudain s’ouvre, une mèche, couperet de guillotine, tombe sur le front, la tête bout, les yeux flambent, les ongles s’enfoncent dans un cadavre, dans un tapis, n’importe où; quelques instants d’immobilité, de combat surhumain, tous ses os craquent; le voilà qui rit, rit, rit, rit à faire fuir la lumière, à ternir toutes les glaces: la Raison le met à son banc. Vous voyez toutes les lignes se crisper, osciller, s’étirer. Vous êtes brisé, vous avez mal aux reins, mal à la tête.

…L’art de Veidt est à l’image d’un monde déréglé. Stupéfiant et vertige. Poison pour les nerfs, pour les yeux. Il est logique, il est naturel qu’un Veidt n’ait pu, en 1920, manifester son génie singulier et qu’en 1928 déjà nous assistions à son déclin, à une déchéance fatale de celui qui, naguère, nous ouvrit les portes de mille royaumes verts et noirs, où nénuphars et touffes de vapeur blonde, stridents gazouillis et arbres magiques, rochers semblables aux chapeaux pointus de magiciens et étoiles aussi, étoiles en forme de poignards, astres, tridents, tout concours au mystère. Conrad Veidt reste le plus terrible mythe de notre jeunesse.

Michel Goreloff
(Cinéma, 15 Février 1928)