Una sventatella – Itala Film 1918

Una sventatella
Pina Menichelli e Arnaldo Arnaldi (Una sventatella, Itala Film 1918)

La Sventatella è quel singolarissimo tipo d’artista italiana che risponde al nome di Pina Menichelli, alla quale, qualche volta, non abbiamo risparmiato i nostri appunti tutt’altro che benigni, che ella ha accolto col suo divino sorriso, e li ha anche approvati.. Poiché la Menichelli non è di quelle artiste che amino il profumo d’incenso; ama la lode — ed ha ragione — quando è approvazione di merito giustamente guadagnato, ma non ama l’adulazione stereotipata che molti le decretano soltanto in omaggio alla bellezza della donna, poco curandosi del suo valore artistico.

In Sventatella, la Menichelli è assai più umana e più vera. Leggera, disordinata, sventata nei primi atti, si trasforma con misura negli altri. La rovina del marito, che soggiace allo sleale giuoco di borsa architettatogli nell’ombra dal cugino, per vendicarsi di avergli tolta la bella e ricca cuginetta, la muta in moglie saggia e amorosa, che tutta si adopera per la salvezza del suo sposo. E quando vede che il sacrificio di tutti i suoi gioielli non basta alla bisogna, il suo amore per la sofferenza del marito, trova  ampie risorse nelle stravaganze del suo spirito, che formano base del suo carattere. Inganna il cugino, lo ammalia, lo trae lontano dalla Borsa ove dovrebbe recarsi per provocare il tracollo definitivo della fortuna del suo rivale, e con grande ardimento e trovate di un sapore drammatico, gli rende la dovuta pariglia.

Le vicende di questa seconda parte della film, svariate e incalzanti, sono giocate dalla Menichelli con una misura quale finora forse non ci aveva ancora dato. Nel suo dolore, nelle sue gioie, nel suoi dispetti, appare sempre la Sventatella.

Detto questo, la critica leva gli occhiali, li pulisce e brontola fra sé e sé: « Non c’è male, anzi molto bene, purché continui ». Rimessi gli occhiali, guarda il soggetto, che si inizia con una rimembranza di Dora o le spie, e che in seguito arieggia un po’ anch’esso sul tema di Prevaricatori. Forse fu ispirato da quello, ma l’autore, appunto come ne citavamo la forma per Malìa, ha saputo dargli un’impronta tutta personale e movimentarlo con azioni episodiche di bell’effetto e dandogli per di più un lieto fine simpaticissimo.

Così non c’è da parlar menomamente di plagio.

Degli interpreti notiamo il Rossi Pianelli, pieno di signorilità ed eleganza; un vero gran signore, sincerissimo nelle scene di movimento e spontaneo quanto mai. In quelle affettuose egli sarebbe perfettamente a posto, se si trovasse nei panni goldoniani dei Dispetti amorosi, che non dimenticherò tanto facilmente, e che egli pure non sa, forse, rassegnarsi a dimenticare. Perciò nei panni di quel banchiere riesce alquanto mellifluo, data l’età virile. Capisco che anche nella vita è un po’ critica la situazione d’un amoroso a quarant’anni, quantunque sia l’età del vero amore.

E veniamo all’Arnaldo Arnaldi, l’artista meccanico, che vorrebbe essere lui. Infatti, se noi lo giudichiamo dalla precisione dei suoi atti, dalla giusta misura della sua azione, dovremmo convenire che non ha torto. Ma via! in quella scena del telefono egli vi ha posto qualche cosa di più della meccanica; vi ha posto dell’anima, e se ancora si impunta, diremo che ha molto bene animato il suo meccanismo. E bravo.

Una parola di elogio al simpatico Moreau, e una di congratulazione con chi ha inscenato il lavoro, e per la bella fotografia.

Pier da Castello
(La Vita Cinematografica, gennaio 1918)

Napoléon d’Abel Gance vu par Jean Arroy

Saint-Just à la tribune (Abel Gance)
Napoléon vu par Abel Gance (1927), Saint-Just à la tribune (Abel Gance)

Paris, novembre 1927.

Napoléon a été présenté seulement devant quelques privilégiés — 20.000 spectateurs ont pu voir le film au cours des dix premières représentations à l’Opéra — et déjà il fait couler d’intarissables flots d’encre et remue sérieusement l’opinion. Aucun film n’a jamais suscité en si peu de temps autant de commentaires écrits ou parlés. C’est assez pour préjuger qu’il s’agit là d’une œuvre exceptionnelle. C’est la réaction violente dont la cinématographie française avait vraiment besoin pour sortir de l’apathie où elle stagne depuis longtemps. Mais alors que certains qui ont placé leurs plus grands espoirs en la volonté novatrice d’Abel Gance, affirment un enthousiasme pleinement justifié, d’autres, qui pour la plupart n’avaient jamais manifesté tant d’intérêt et de dévouement à la cause cinématographique, s’emparent de l’occasion et engagent un débat passionné, qu’ils  s’efforcent d’amener sur un terrain très éloigné de celui où se dresse le Temple de la Musique Lumineuse.

Ne trouvant pas de prise qui compromette la valeur cinématographique de l’œuvre, la seule qui compte, ils cherchent à faire dévier la discussion sur le terrain politique. Je n’insiste pas sur la perfidie du proc?dé imaginé par des professionnels que gêne terriblement la suprématie d’un tel créateur d’images, mais j’en signale l’adresse et aussi la facilité. Les vieux routiniers de la procédure juridique me comprendront. Il est à regretter que certains critiques intelligents, qui vantent par ailleurs les vertus cinégraphiques de l’œuvre, soient tombés dans ce piège.

Ainsi, ne trouvant pas de griefs valables contre le poète qui a animé cette grandiose symphonie d’images, s’en prennent-ils à Abel Gance en l’accusant d’impérialisme de tendance. On lui prête des intentions politiques qu’il n’a jamais eues, parce que de toutes ses préoccupations d’artiste la politique est sûrement la plus lointaine. Mais c’est éminemment français que de vouloir épingler la cocarde d’un parti sur toutes choses, et naturellement celle dont on affuble le film ne peut être taillée dans un drapeau rouge.

Je ne me crois pas qualifié pour répondre à ces accusations. Un tel film se défend par lui-même et n’a pas de meilleur juge que le public qui comprend mieux l’histoire que tels historiens et la complique moins. Mais si le film exprime indirectement une idée poltique, je vais m’efforcer de le définir ici, telle que j’ai cru la percevoir. Je ne suis ni assez bonapartiste, ni trop français pour qu’on m’accuse, je pense, des mêmes intentions.

Napoléon n’a jamais été pour Gance qu’un prétexte à inventer des images. Après J’Accuse, après La Roue, il lui fallait trouver un sujet de proportions telles qu’il lui permette d’exprimer simultanément et de fondre en un alliage très dense les tendances essentielles de ces deux créations antérieures, tout en les amplifiant, en les poussant plus avant. D’une part, sujet simple et grandiose, universel aussi, dans le ton des grandes légendes populaires et des chansons de geste.

Jean Arroy

Edizione Films d’Arte Bianca Guidetti Conti

"Cipria e sangue" Edizioni Bianca Guidetti Conti
“Cipria e sangue” Edizioni Bianca Guidetti Conti

Ottobre 1920

È sorta in Torino una nuova Casa Editrice di cui è speciale ornamento un’Eletta dell’Olimpo aristocratico Torinese: la Contessa Bianca Guidetti Conti, nota anche nel mondo cinematografico per le sue raffinate interpretazioni.

Il programma della nuova Casa è emanazione dello spirito della squisita artista: modernità d’intendimenti, concezioni spirituali, manifestazioni e elevato sentire; un programma insomma, d’arte sana, d’arte pura, che si differenzierà nettamente dai soliti banali esperimenti cinematografici.

Collaboratore dell’Eletta il chiaro scrittore Vittorio Emanuele Bravetta che ha già affidato alla nuova Editrice una sua originalissima composizione dal titolo Cipria e sangue.

« Vuol parlare di Cipria e sangue? »

Vittorio Emanuele Bravetta, bruscamente fermato e interpellato durante una delle sue meditabonde e solitarie peregrinazioni, ci ha fatto da prima il viso d’allarme ma poi ha amabilmente acconsentito a discorrere del suo nuovo poema inedito che egli ha tradotto in visione cinematografica per un’eletta gentildonna, la Contessa Bianca Guidetti Conti, la quale è anche un’ottima attrice.

« La signora, una dama di alto sentire, che vide la sua adolescenza protetta dalla paterna tutela di Giosuè Carducci, sta studiando con entusiasmo il lavoro. Le dirò che il mio poema, una veste nerobianca intessuta di amore e di dolore, si adatta mirabilmente al temperamento sensibile ed alla coltura squisita della gentilissima interprete.
Mi sono, infatti, ispirato ad una virtù distante dal nostro scetticismo quanto i poemi cavallereschi del medioevo dai romanzi voluttuosi di oggi; alludo alla fedeltà femminile.
Una donna strana, bizzarra, dall’apparenza leggera e capricciosa come la cipria che le impolvera il viso, porta nel sangue luminoso questa rarissima virtù alla quale anche il lepidissimo Boccaccio ha reso onore in una novella del Decamerone… »

« Allora — interrompiamo — una sorella di Giselda? »

« Non proprio tale. L’eroina del poema non è né una rassegnata, né una paziente; anzi, ella subisce e patisce il sottile male del secolo, la nostra modernità inquieta ed irrequieta, sempre avida di mutamenti e di peripezie che attinge la nostalgia dalla lontananza e la bontà dalla melanconia.
Da questa natura del poema deriva una grande varietà di scena. Arricchita da episodi potentemente drammatici, da avventure cavalleresche e passionali, esso spazia dalla Liguria al Brasile, dai nostri dolci laghi alle pampas selvagge e si conclude tragicamente e soavemente sotto il cielo nostro, nell’ombra violetta della sera, nell’esaltazione suprema della fedeltà, che illuminandosi sotto una vana maschera di cipria, cinge alla fronte della donna una corona di rubini, una rossa corona di martirio… Ed ella può comprendere — aggiunse l’autore — che ardua opera attenda il direttore scenico e l’operatore… » — e ci salutò sorridendo dopo avercene detto i nomi.

La troupe, che provvisoriamente lavora nel teatro di via Romani 10 (un nuovo teatro in costruzione), è così composta:

Protagonista: Contessa Bianca Guidetti Conti.
Direttore artistico: Sig. Vittorio Tettoni.
Operatore: Sig. Giuseppe Gaietto.
Regisseur: Ciusa.
Altri interpreti: Alda De Chiesa, Emy Eros, Raoul Cini, Nestore Aliberti, Pablo Da Sylva.