Trincea sul Piave, dal settimanale Domenica del Corriere 1918
Ricorrenze.
Giugno 1930. Riconosce il marito in un documento di guerra.
A Brescia, giorni fa, durante la proiezione del film Battaglia dall’Astico al Piave, un gruppo di tranvieri riconobbero in un sergente maggiore che stava in piedi presso una trincea, mentre si accingeva ad accendere una sigaretta, il loro compagno di lavoro Giacometti Eugenio, della classe ’92, nativo di Pescantina (Verona). I tranvieri avvertirono di ciò alla moglie del Giacometti la quale accorse a vedere la proiezione.
Appena veduta la figura del sergente maggiore proiettata sullo schermo, presa da grande commozione gridò: « Mio marito! ». Ma poi, quando vide la granata nemica abbattersi sul gruppo dei soldati, mandò un urlo e cadde svenuta. Fra la generale commozione venne subito rifatta la luce e tutti accorsero presso la infelice la quale poi narrò che suo marito, ferito da una scheggia di granata e poi disperso, era tornato a casa a guerra finita, ma che il 4 aprile dell’anno scorso era morto in conseguenza delle ferite riportate.
Anche la figlia dodicenne volle assistere ad una proiezione, ma quando vide la scena tragica scoppiò in diritto pianto. (dalla rivista Kinema)
Il documentario Battaglia dall’Astico al Piave, è una produzione del Servizio Cinematografico dell’Esercito, anno 1918, m. 1225.
articoli della stampa italiana sulla scomparsa di Lyda Borelli, 3 giugno 1959
Roma, 2 giugno 1959. Lyda Borelli, nata a Rivarolo Ligure nel 1888, è morta stamane alle 8,30. Il decesso è avvenuto in un appartamento del Grand Hotel, ove la signora, gravemente ammalata, da un male che non concedeva speranze e che si è aggravato in questi ultimi mesi, è spirata serenamente, assistita dal consorte conte Vittorio Cini e dalle tre figlie, Jana principessa Alliata, Ilda marchesa Guglielmi e Mina sposata all’avv. Ferrero. Prima del trapasso, l’inferma ha ricevuto i conforti religiosi che le sono stati impartiti da don Mario Longo, vecchio amico della famiglia Cini.
La salma, vegliata dai familiari è stata composta tra i fiori in una camera ardente allestita al piano terreno nell’albergo. Nel pomeriggio di domani, in forma strettamente privata, verrà trasportata a Ferrara, ove posdomani avverranno i funerali.
Il conte Cini e le figlie non hanno voluto ricevere che pochi intimi, che si sono affrettati a porgere loro, fin da stamane, espressioni di cordoglio. All’ingresso dell’albergo sul registro ove sono raccolte le firme dei visitatori, fra i primi nomi figura quello di Francesca Bertini, oltre a quelli, numerosissimi, di personalità dell’aristocrazia romana.
La prima volta che mise piede in un palcoscenico fu in tempo di vacanza, quando era ancora in collegio. Doveva dire una battuta, una sola, intendiamoci, ma vestita da signora, una battuta nel Passaggio di Venere di Gerolamo Mariani. Dietro le quinte non faceva che ripeterla, quando venne il momento di entrare in scena. Un’artista, vista la sua titubanza, le tirò una spintettina. Non era più possibile tirarsi indietro. Fece due, tre passi avanti, poi, a un tratto… cadde tutta distesa nel mezzo del palcoscenico con le parole ancora in bocca e la lingua fra i denti! Era la prima volta che si metteva una sottana lunga!
Quando Chino Pasta, che aveva compagnia con Virginia Reiter, ebbe bisogno di una bambina per la parte di Totò nella Zazà di Berton, gli fu proposta Lyda Borelli, uscita allora di collegio. Il Pasta la scritturò senza vederla. Tutto andava a vele gonfie, quando il vento cambiò appena l’ebbe vista. «Di te, vedi, le disse, non si può far conto; sei troppo donna per fare la bambina e troppo bambina per far la donna…». E non potè farla recitare. Era infatti molto alta e asciutta come un asparagio. (Giulio Bucciolini)
Attrice romantica, in pieno verismo e psicologismo, aggiungeva alle figure la luce della sua beltà, la seduzione della sua voce e la distinzione delle sue movenze, dei suoi improvvisi languori, delle sue subitanee riprese di dignità e di nobiltà e degli atteggiamenti quasi da mima.
Per trent’anni è rimasta fedele alla scena. Vi ha profuso i doni che la natura le aveva dato e l’intelligenza ch’ella coltivò a contatto con le opere degli scrittori e vi ha lasciato una traccia profonda come se vi avesse trascorso tutta la vita. Da D’Annunzio a Benelli, a Bataille, a Weber, a Wolf, a Wildenon v’è stato grado di dramma che ella non avesse affrontato. (Eligio Possenti)
Con Lyda Borelli scompare l’attrice più affascinante e famosa che abbia avuto il cinema italiano quando aveva per mercato il mondo intero e i suoi studi maggiori sorgevano a Torino. Era l’epoca in cui imperavano il dannunzianesimo e il sembenellismo, e Lyda Borelli estrinsecava con suggestiva raffinatezza l’una e l’altra voga. Per le nuove generazioni, il suo è poco più di un nome appena, una immagine sbiadita, ma per chi in quell’inizio del secolo era già adulto, il ricordo di Lyda Borelli richiama alla mente tutt’un mondo scomparso.
Nell’autunno del 1916, l’attrice conobbe a Bologna un giovane ufficiale di cavalleria, Vittorio Cini, aitante e immensamente ricco, se ne innamorò, e la sua vita divenne tutt’altra. Dimenticò il teatro, il cinema, le passò l’amore per l’arte e il forte gusto del successo, e quando uno sera l’ufficiale ferrarese di cavalleria la chiese in moglie, Lyda Borelli cadde in ginocchio singhiozzando per il turbamento.
All’annuncio del prossimo matrimonio, enormi furono la sorpresa e l’irritazione in Italia e all’estero. Il mondo si domandò: che vestale dell’arte è mai costei se si permette di avere passioni private, fuori della scena, al pari di qualsiasi donna? L’industriale comasco Franco Villa una sera in segno di protesta si tirò un colpo di pistola al cervello. L’irritazione crebbe quando si apprese che l’interprete di La donna nuda e di Ma l’amor mio non muore aveva deciso di rinunciare per sempre al teatro e al cinema. E non fu tutto: Vittorio Cini, il marito, comprò e tolse dalla circolazione tutti i film interpretati dalla moglie.
Quando Lyda Borelli concluse nel 1917 la prima parte della sua esistenza, quella di attrice, aveva 29 anni. Da allora è vissuta nell’ombra del marito e nell’affetto dei figli. Per il rango occupato dal conte Vittorio Cini, uno dei più facoltosi industriali italiani e senatore del regno e ministro, colei che era stata Lyda Borelli avrebbe potuto brigare di vivissima luce in qualsiasi ambiente dell’aristocrazia e persino a corte. Preferì invece raccogliersi in un’esistenza tranquilla e ordinata. Ma non era nei disegni della sua sorte. Periodi drammatici e vere tragedie vennero spesso a scuoterla nei suoi rifugi dorati, nei suoi desideri diventati modesti.
Ne ricordiamo qualcuno. Quando il fascismo cadde, Vittorio Cini fu afferrato dai tedeschi e deportato in un campo di sterminio, a Dachau. Il figlio Giorgio, che aveva allora 25 anni ed era molto intelligente, tutto coraggio e forza fisica, decise di sottrarre il padre, che per giunta era malato, da quel luogo d’inferno. Andò dalla madre, che si trovava nascosta a Roma nella casa del senatore Gaggia, e si fece dare molti gioielli bellissimi; col denaro comperò altri gioielli. Quando ebbe una valigia colma di gioielli, cominciò ad attuare il suo piano, che tutti giudicavano assurdo, infantile. I tempi erano quelli che erano, e Giorgio Cini si aggirava per lo più vestito da frate; a Roma dormiva in un convento, nel Nord stava con i partigiani. Nella partita contro i tedeschi per strappar loro la vita del padre, Giorgio dimostrò la saggezza di un vecchio e la pazienza di un certosino; e non commise mai il più piccolo sbaglio nel valutare gli uomini con cui doveva misurarsi o di cui intendeva servirsi. Dal feroce Dollmann, il nazista di fronte al quale tutta Roma tremava, il giovane Cini riuscì a farsi dare un lasciapassare per Dachau. Dopo mille peripezie arrivò al campo tedesco, ebbe il permesso di parlare col padre e si rese conto che sarebbe stato impossibile farlo evadere e condurlo in Italia: fra l’altro, il senatore Cini in quel periodo non poteva muovere un braccio per anchilosi e camminava a stento.
Il ragazzo però non si arrese. Distribuendo manciate di gioielli agli “incorruttibili” ufficiali delle SS ottene infine che il padre fosse trasferito in un campo di prigionia in Italia. Qui, durante un trasferimento da un campo a un’ infermeria, Giorgio Cini giocò il colpo più grosso: distribuì tutti i gioielli che gli restavano alla pattuglia tedesca di scorta, e riparò in territorio svizzero con il padre, gli automezzi e i militari tedeschi.
Nel settembre di dieci anni fa, l’anziana, signora Lyda Borelli era ammalata, e stava tornando in treno a Venezia da Taormina. A Bologna le venne consegnato un telegramma in cui il marito la pregava di proseguire immediatamente, in macchina, per Venezia. Cosi fece, ma con l’animo turbato da un tragico presentimento. Tante volte aveva raccomandato a suo figlio di non volare, e Giorgio che aveva una specie di venerazione per la madre, l’aveva sempre pietosamente ingannata: diceva di partire col treno o con l’automobile, andava invece a dormire fuori di casa e poi, al mattino, correva all’aeroporto, saliva su un veloce apparecchio e si allontanava nel cielo. L’ultimo giorno di agosto di dieci anni fa Giorgio Cini salì sul suo aeroplanino nel campo di Cannes, volò via, ma una volta al largo ebbe un improvviso pentimento, volle ancora una volta vedere la sua fidanzata, l’ attrice Merle Oberon che stava ancora salutandolo con un fazzoletto. Tornò indietro con una picchiata. Quel che successe a bordo non s’è mai accertato bene, ma l’apparecchio precipitò, Giorgio Cini morì carbonizzato. (Nicola Adelfi)
Amava le belle commedie, i bei vestiti, i bei cappelli; amava l’ammirazione che le folle le tributavano; amava l’arte, perchè amava la vita: come dell’una ha perseguito gli allori dell’altra ha colto le consolazioni più intime di moglie e di madre. Ha patito anche un grande dolore. Né ha mai dimenticato il teatro, e neppure i compagni d’arte tanto che la Casa di Riposo di Bologna l’ebbe generosa oblatrice. Amava i fiori che negli anni lontani le riempivano il camerino ed ha continuato ad amarli anche dopo, nella sua casa veneziana sul Canal Grande e, in questi ultimi tempi, nel suo solatio giardino a Taormina dove si ritirava a chiedere tregua al suo male. Anche ora avrà un grande omaggio di fiori. Ma non ne potrà godere. (Eligio Possenti)
Le citazioni sono dal Corriere della Sera, La Stampa, La Nazione Italiana. Grazie di nuovo a Luciano Michetti Ricci per il suo contributo.
Lyda Borelli è una delle più quotate (per vedere i suoi film) fra le attrici italiane del periodo muto, speriamo che questa sia l volta buona… siamo al 124° anniversario della sua nascita.
Il cinematografo è uno strumento potentissimo di diffusione della cultura e di educazione, sia per l’eccezionale buon mercato de’ suoi spettacoli, sia per la maggiore impressione che producono la rapidità dell’azione e l’espressione mimica: la figura vale molto più che non le parole; ed è accertato, infatti, che il fanciullo impara a conoscere una pianta od un fiore od un animale meglio se li veda, sia pure una sola volta, che se il maestro s’indugi a descrivere più volte e con molte parole i caratteri e le proprietà.
Ha poi un grande valore documentario il cinematografo. Se questa macchina fosse esistita già parecchi secoli addietro, oggi sarebbero inutili discussioni e ricerche, le quali spesso allontanano dalla verità piuttosto che avvicinare; ed avrebbe impedito che i fatti subissero deformazioni per opera degli storici, il cui giudizio dipende strettamente dal proprio temperamento e dalle proprie passioni e deve basarsi sempre su documenti o leggende o testimonianze che subiscono interpretazioni diverse e maggiori alterazioni.
Ma, ciò che non ha dato a noi darà alle nuove generazioni: a queste darà il documento esatto dei nostri costumi, della nostra civiltà, della nostra storia.
Ed a proposito, anzi, mi piace riferirvi ciò che io volevo proporre, or è molto tempo, al Ministero dell’Ip (Istruzione Pubblica) e che con la vostra autorità potreste validamente propugnare: che, cioè, nelle maggiori biblioteche nazionali istituiscano delle collezioni di films storiche, nelle quali vengano ritratti gli avvenimenti più importanti, politici e sociali, della nostra vita nazionale e che si ottengano sia a mezzo di personale speciale che requisendo le migliori del genere offerte dalle case produttrici.
Si faciliterebbe, senza dubbio, agli storici venturi il loro compito: e quel che più importa, si eviterebbe che la nostra storia venisse malamente conosciuta, come è avvenuto per quella delle epoche anteriori alla nostra.
intervista a Giuseppe Pagliara, direttore della rivista teatrale Maschera(Lux, giugno 1909)