La straordinaria avventura di Rina De Liguoro

Rina De Liguoro
Rina De Liguoro

Nata a Firenze nel 1892, Rina Catardi doveva fare la pianista. Studiò col maestro Luigi Finizio, e si diplomò al conservatorio di S. Pietro in Majella a Napoli. Aveva 25 anni quando debuttò al Sannazzaro in un concerto pubblico. Proprio quel giorno, alla fine del concerto, si vide arrivare in camerino una grande corbeille di rose e un biglietto del conte Wladimiro De Liguoro.

Wladimiro apparteneva ad una famiglia molto legata al mondo dello spettacolo. Suo padre, Giuseppe, aveva recitato nel teatro di prosa nella compagnia di Ermete Zacconi, poi era entrato nel cinema alla Milano Film; il fratello minore, Eugenio, dopo una corta esperienza nei palcoscenico in Italia e all’estero, debutta nel cinema come protagonista di alcune produzioni dell’Etna Film di Catania, diretta dal padre. Wladimiro, si laurea in filosofia, debutta come attore alla Milano Film, e segue il padre ed il fratello nelle breve avventura dell’Etna Film. Scoppia la guerra, bisogna rinunciare per qualche anno al cinema. Nel 1918, Wladimiro incontra Elena Caterina Catardi. Si sposano, e nel 1919 nasce la figlia Regana.

Perchè sono entrata in cinematografia? Non so. Quando ero piccola mi piaceva stare delle ore allo specchio a guardare la mia faccia e a osservare le espressioni che potevano nascere sul mio viso col socchiudere gli occhi, a gradi, e col tremar della bocca. Un giorno seppi che il Comm. Guazzoni non trovava una figura per la sua Messalina. Mi presentai: quasi mi risero in faccia. Pure mi vollero fare un provino, e allora divenni la protagonista del film. La prima sera che fu data Messalina a Roma, ero al cinema. Sapeste come è strano vedere per la prima volta la vita del proprio io riflessa sullo schermo! Ma lasciamo andare la filosofia. Mi sembrava, quella sera, che qualche cosa mancasse. Andai nel recinto dell’orchestra e mi posi al piano. Suonai da sola. Beethoven, credo. Applaudirono.

In realtà Elena Caterina, per il cinema Rina, aveva debuttato nel cinema due anni prima, un piccolo ruolo nella commedia di Lucio D’Ambra La principessa Bebè. Si lavora molto in famiglia: Wladimiro, senza abbandonare difinitivamente la professione di attore cinematografico, debutta come operatore nel film Il canto di Circe (1920) diretto dal padre. Il cinema italiano attraversa un periodo di crisi, nei teatri di posa italiani si teme il peggio.

La lavorazione durava mesi, i registi erano inflessibili, severissimi. Ma i produttori… la mania dei facili guadagni rovinò tutto.

Rina è molto fortunata, viene richiesta dal cinema francese per girare Casanova, regia di Wolkoff, protagonista Ivan Mousjoukine. Una produzione lussuosa, importante.

Il mio nome era molto visibile, era più lungo di quello di Ivan, il più lungo di tutti. E prima del nome, c’era scritto contessa.

Più che contessa. Elena Caterina Cataldi, diventerà Elena Caterina De Liguoro, principessa di Presicce, per essere esatti.

Nel 1929, Rina, Wladimiro, la figlia Regana, che aveva debuttato nel cinema insieme alla madre in Quello che non muore, e la madre di Rina, si imbarcano nel piroscafo Ile de France: destinazione gli Stati Uniti di America.

Tutto è pronto a Hollywood per ricevere The Queen of Italy, come la definisce un giornale di New York. Quattro anni prima i titolari avevano ricevuto con lo stesso entusiasmo la svedese Greta Garbo diventata, non senza difficoltà e incomprensioni, uno vero mito di risonanza internazionale. Il debutto a Hollywood di Rina è giusto in un film interpretato dalla Garbo: Romance, diretto da Clarence Brown. Sembra che le cose procedano bene. Cecil B. de Mille le offre un contratto di cinque anni con la MGM.

Fine della prima parte…

Abel Gance 25 ottobre 1889

j'accuse
dal film J'accuse (1919)

Il Cinema è la musica della luce e nulla può essere paragonato a lui. Se fosse esistito ai tempi di Eschilo, Shakespeare, Dante o Wagner, essi se ne sarebbero serviti, obbedendo al famoso precetto di Orazio: Ciò che è esposto alla vista suggestiona molto di più di quello che si comprende dalla parola, oppure a quello di Oscar Wilde: L’arte è la trasformazione di una idea in una immagine.

Il cinematografo è nato, ma gli artisti di valore esitano ancora e gli schermi attendono; gli schermi, questi grandi specchi bianchi sempre pronti a riflettere sulle folle attente il Grande Volto silenzioso dell’Arte dal sorriso mediterraneo.

Ma diggià qualche Cristoforo Colombo della luce si è fatto avanti e la bella battaglia dei neri e dei bianchi incomincia su tutti gli schermi del mondo, le porte della novella arte sono aperte, le immagini innumerevoli prendono forma e si offrono molteplici alle nostre possibilità. Tutto è o diviene possibile: Una goccia d’acqua, una pioggia di stelle. Il Vangelo del domani, l’architettura sociale, l’epopea scientifica, la vertiginosa visione della quarta dimensione dell’esistenza con l’acceleratore ed il rallentatore.

Il Cinematografo sta diventando un’arte d’alchimista, dalla quale noi possiamo attendere la trasformazione di tutte le altre se noi sappiamo toccare il cuore : il cuore che è il metronomo del cinematografo!

Cinematografo: telepatia del silenzio, luminoso vangelo del domani.

Come il riflesso del fuoco in uno specchio è più bello che il fuoco stesso, come l’immagine di una montagna è più bella riflessa da un ghiacciaio, così l’immagine della vita è più bella sullo schermo che la vita stessa. Il cinematografo, questa prodigiosa arte in cui si dirige un’orchestra di luce, racchiude una forza occulta e insospettata che dipende molto più da quello che essa suggerisce che da quello che essa dimostra. Io posso dire che il cinematografo è la traduzione del mondo invisibile per mezzo del mondo visibile e che è questa la possibilità che pone il cinematografo al primo posto tra le lingue internazionali del domani.

C’è qualche cosa di miracoloso, e io ne ringrazio la tecnica moderna per averci offerto un’arte così sobria di una tale mobilità, di un tale dinamismo e di una tale onnipossenza.

Se della povera gente entrando nei cinematografi è piena di tristezza, le figure evocate dai nostri films la farà sortire con un pò di luce negli occhi e con un pò di coraggio per i giorni che seguiranno.

La mia opinione sul cinematografo è che esso racchiude una tale forza di evocazione da renderlo utilizzabile per portare agli uomini stanchi, affaticati dal lavoro quotidiano, un conforto ed un’ora di riposo e di gioia.

La luce e la musica si incontrano bruscamente, dopo aver camminato per secoli, senza accorgersi che camminavano a fianco a fianco.

— Tu mi darai la tua voce, disse la luce.

— Tu mi presterai i tuoi occhi, disse la musica.

E nacque la settima arte.

Osservate: Beethoven non è più solo; Egli è più potente di Rembrandt e più forte di Shakespeare. La loro ardente trinità lavora nello stesso tempo perché i ciechi e i sordi siano confusi.

Io potrei scrivere dieci pagine sulla tragedia di un sorriso di donna sullo schermo, secondo la profondità dei piani, l’armonia della luce, le significazioni dell’immagine che precedono e di quelle che seguono, la deformazione ottica volontariamente cercata, e secondo l’imprecisione della bocca o dei capelli, e mille altre cose ancora che le magìe di Aladino conoscevano bene;

Ma io verrei meno al mio compito.

Il Cinematografo deve fare da se stesso la sua prova.

Ed ecco perché io mi sforzo di prendere il senso della scrittura ed il senso della parola, per essere uno dei primi a servirmi del silenzio.

Abel Gance

Edna Purviance attrice in penombra

a dog's life
Edna Purviance, dog & Charlie Chaplin

Madrigale per Edna Purviance, nata il 21 ottobre 1895, l’anno del cinematografo…

I film invecchiano presto: come i giornali, più dei giornali. La loro esistenza breve è però straordinariamente intensa; così come le stelle e gli astri di questo incandescente e movimentato firmamento del celluloide hanno, nel più cospicuo numero di casi, una notorietà la cui risonanza è senza dubbio amplissima ma, tuttavia, inversamente proporzionata alla durata. Oh, come è bizzarro e variamente mutevole il gusto della folla che popola le buie platee! Film che sette, sei, cinque anni addietro furono popolari, e suscitarono l’entusiasmo di milioni di spettatori, oggi sono appena vagamente impressi nella memoria di quegli stessi pubblici allora osannanti; e pure un’ombra fitta d’oblio è scesa, col trascorrere veloce degli anni, a cancellare il ricordo di quegli interpreti, allora così amati e cari.

Ma non tutti i vecchi film escono senza scampo battuti dall’inevitabile lotta contro il procedere del tempo, contro i perfezionamenti tecnici, contro il variabile gusto delle folle; non tutti riescono a trasformarsi, nello spazio di qualche lustro, da lacrimosi drammi in esilaranti comiche gustabili con una certa compiacenza un poco perfida ed altrettanto irriverente e maligna. Alcuni resistono vittoriosamente: infantili nella tecnica, invecchiati nella fotografia, essi riescono tuttavia a dirci cose gentili.

E c’è sempre, in questi film, la stessa figura di donna: di tutti ella è puntuale eroina. Stella ormai da tempo offuscata, ella è di quelle che han visto il proprio nome dimenticato dal pubblico distratto e immemore. Ma sono noti, ancora e sempre, il suo volto, il suo gesto; la sua mite figura è ricordata e subito riconosciuta dagli umili e attenti spettatori che fissano le pupille sui brevi schermi dei cinema periferici, dove appunto queste vecchie pellicole ancora scorrono quotidianamente quali rapide e traballanti comiche finali, accompagnate dalla musichetta, più ronzante che melodiosa, del frettoloso e approssimativo accompagnamento grammofonico.

La calma bellezza di quel volto caro e gentile aureolato dai capelli biondi — e lunghi… —; il dolce sguardo di quei grandi e ben disegnati occhi; l’armoniosa grazia della sua persona, quantunque assai frustata dalle aberrazioni d’una moda oggi inconcepibile e ridicola, esercitano ancora su di ognuno una sicura attrattiva. Le prodezze insuperabili del protagonista di quelle vicende — Charlie Chaplin — non vietano che gli spettatori possano badare altresì alla mite eroina delle avventure stesse; a colei per la quale il mimo di genio compie gesta memorande in nome di Sua Altezza l’Amore. Perché è proprio di lei che parliamo; della più fedele compagna dì Charlot: di Edna Purviance. Ma oggi questo nome — Edna Purviance — chi lo conosce? Eppure esso fu assai divulgato un giorno, stampato accanto a quello dell’insigne Maestro in testa a decine e decine di film. Erano, allora, i tempi assai lontani e altrettanto duri nei quali il grande Chaplin ancor non aveva toccato il vertice di quella piramide sulla cui sommità sta scritto a caratteri indelebili un titolo che nessuno ignora e nessuno può dimenticare: La febbre dell’oro. Erano gli anni in cui l’attore ancora non era famoso come oggi e non potendo perciò, come oggi, concedersi il lusso di un paio d’anni di vacanza, dopo averne impiegati tre a fare un film in cui rimastica le trovate d’allora, era costretto a lavorare fulmineamente mandando fuori un soggetto al mese. Erano gli anni in cui dilaganti risate scuotevano il pubblico di due emisferi per la prima volta entusiasta alle gesta ineffabili di Charlot conte o avventuriero, emigrante o poliziotto, dentista o boxeur, usuraio o leone: brevi metraggi usciti dalla fantasia d’un talento cinematografico che, nella sua vena a quel tempo inesauribile, doveva di li a poco trovare i più raffinati e ponderati intrecci del Pellegrino e di Vita da cani: altre tappe d’un cammino ascensionale che culminò e s’arrestò con La febbre dell’oro. Erano gli anni in cui Charlot, non ancora divenuto il riccone sfondato, capitalista degli «United Artists», era anche lui un semplice scritturato di modeste case ormai scomparse, quali la Mutual e la Essanay.

Ebbene Edna Purviance fu la sua indivisibile compagna d’arte di quegli anni spesso cosi difficili e così prodighi di amarezze: compagna indivisibile, appassionata e modesta, fedele e buona come nessuna delle successive seppe esserlo mai. Nessuna di queste, non la Georgia Hale di Febbre dell’oro, non la Merna Kennedy de Il circo, non la Virginia Cherrill di Luci della città, non la Paulette Goddard di Tempi moderni, seppe cosi degnamente e cosi giustamente stare accanto a Charlot come Edna Purviance, attrice della penombra, appena sfiorata dal riverbero d’una grande stella abbagliante, accanto alla quale — e non era cosa facile — ella seppe tuttavia far brillare e notare il raggio della propria luce.

Semplice ed umana, accanto alla semplicità umanissima, deformata dalla impagabile vena caricaturale, del Maestro fu Edna Purviance in tutti i ruoli nei quali la vedemmo e ancor oggi con tanto piacere la rivediamo. Come dimenticare fra questi la piccola profuga abbandonata e sperduta di Charlot emigrante, la consolatrice trepida e innamorata del manigoldo di buon cuore protagonista de Il pellegrino, o la dolente figuretta della cantante in Vita da cani? E come non ricordare la sua magistrale e toccante interpretazione in quel film — Una donna di Parigi ove il suo insigne maestro volle lasciare, finalmente, che lei sola brillasse di propria luce ed egli si ritirò nell’ombra: regista e soggettista soltanto (ma quale regista e quale soggettista!) d’un « classico dello schermo » che fra le cose chapliniane è certo fra le più memorande?

Eppure, chissà perché, la gentile Edna dopo questa commovente interpretazione drammatica volle pressoché abbandonare il suo pubblico che allora l’amava e oggi l’ha quasi dimenticata. Da Hollywood si trasferì in Francia ove girò un film, L’educazione di un Principe, del quale ella era l’unica perla. E mentre Charlot per ogni film si prodigava in ansiose ricerche di attrici che si piegassero docilmente alle talvolta bizzarre volontà del suo nevrastenico temperamento di regista sommo ma incontentabile, Edna Purviance, che mai lo contraddisse e sempre pacatamente ne sopportò le sfuriate, anche se eccessive ed ingiuste, si dissolveva nell’ombra. Un giorno si riparlò di lei per una malattia che parve dovesse metterne in pericolo la vita, poi attorno al suo nome ripiombarono il silenzio e l’oblio.

E se oggi, per molti, per troppi, questo suo nome è quello di una ignota, per noi invece sarà sempre quello di una attrice che ci è infinitamente cara e alla quale dolce e gentile va talvolta il nostro ricordo di spettatori memori e riconoscenti. Perché è attraverso i primi film interpretati da Charlot e da lei che imparammo a conoscere e ad amare il cinematografo. Per questo oggi la ricordiamo, per questo possiamo dire, parafrasando il leopardiano canto per Aspasia :

« Torna dianzi al mio pensier talora il tuo sembiante, Edna… »

Achille Valdata

Buon compleanno!

Tutto quello che volete sapere su Edna Purviance Nevada’s Silent Movie Star, nel sito di Linda Wada, in inglese, e nella versione francese, tradotto da Dominique Dugros.