Émile Reynaud dalla gabbia di specchi al film

La proiezione luminosa fu scoperta verso il 1779 da Jean-Paul Marat con l’aiuto di un microscopio e nel 1863 essa poté combinarsi con la fotografia, Émile Reynaud fu il primo ad adattare al Prassinoscopio i principi della proiezione luminosa e ciò lo pose praticamente sulla via del cinema facendolo passare dalla proiezione fissa alla proiezione animata di cui ebbe a perseguire, durante 12 anni, e con la massima tenacia, le possibilità di realizzazione.

Si proposero in Francia, in quell’epoca, parecchie soluzioni del problema. Si può anche rimanere sorpresi che Louis Daguerre, l’inventore della fotografia, non sia stato egualmente l’inventore della cinematografia. Il suo Diorama, perfezionamento del Panorama di Robert Barker, rammenta molto il cinema. Lo spettatore si trovava nell’oscurità sopra una piattaforma, mentre sopra uno schermo trasparente e dipinto si rappresentavano, con l’aiuto di proiettori dissimulati, le parti animate di un paesaggio come cadute d’acqua, tramonti ecc.

L’illusione era così completa che la luce sembrava venire dallo stesso schermo. Le scoperte intellettuali o tecniche non progrediscono in maniera costante ma piuttosto per scatti, esse si fermano spesso all’inizio e più tardi riprendono il loro cammino in una direzione diversa per fare un nuovo e notevole passo in avanti.

Charles-Émile Reynaud, nato a Montreuil l’8 dicembre 1844, debuttò come fotografo. Conobbe a Parigi le tecniche per creare strumenti di ottica e di fisica, e i principali elementi del disegno industriale presso la Maison Artige, rue de Grenelle, poi fu iniziato alla fotografia da Adam Salomon che conosceva tutti i procedimenti del ritocco fotografico e si era creato un’ottima clientela nei migliori ambienti della capitale. Si era nel 1864. Il padre del Reynaud era incisore ed orologiaio a Puy-en-Velay, mentre sua madre, ammiratrice di Jean-Jacques Rousseau, dipingeva acquerelli sul velluto, secondo l’insegnamento del suo maestro di pittura, Pierre-Joseph Redouté, soprannominato il Raffaello dei fiori. Circostanza che, per quanto sembri insignificante, ebbe un valore notevole nella vita di questo pioniere del cinema.

Nel 1870, Reynaud impiantò uno studio di fotografia in rue Poissonnière ma le ordinazioni gli mancavano al punto che dovette indirizzarsi verso la stereoscopia e la fotografia scientifica, eseguendo una serie di riproduzioni fotografiche delle più importanti famiglie di piante per il dizionario di Adolphe-Jean Focillon. Nacque in questo modo un vivo desiderio di conoscenza verso lo studio dei fenomeni legati alle scienze naturali. Per approfondire sempre più tali ricerche frequentò le conferenze dell’abate Moigno in cui si tenevano corsi su tutti i rami scientifici con l’aiuto di proiezioni luminose importate dall’Inghilterra. Tali corsi interessarono vivamente Reynaud al punto di frequentare tutte le altre conferenze libere e gratuite, che, seguendo il principio di istruire divertendo, si sforzavano di diffondere nella folla i principi scientifici. Ve ne erano in rue Cadet, organizzate dal Grande Oriente, in rue de la Paix dall’Accademia scientifica mondiale. Fra queste, quelle tenute dall’abate Moigno, principale fautore di questa propaganda volgarizzatrice della scienza, fondatore della rivista Cosmos, editore di Les Mondes – Revue Hebdomadaire des Sciences, collaboratore del Larousse e l’Enciclopedia Universale, erano caratteristiche per l’ampiezza del loro programma, per la loro serietà e per il loro carattere veramente enciclopedico.

Seguendo assiduamente queste conferenze Reynaud strinse una buona amicizia con l’abate Moigno che finì per assumerlo come suo collaboratore e operatore per le proiezioni luminose.

Reynaud tenne nella Salle du Progrès, costruita nel 1872 da un ricco amico dell’abate Moigno, la sua prima conferenza pubblica sulla fotografia dell’avvenire. Quando la Salle du Progrès chiuse nello stesso anno per mancanza di pubblico, egli tornò a Puy-en-Velay dove, con l’aiuto delle autorità locali, diede una serie di conferenze, dal titolo « Attraverso la visione », nelle scuole industriali.

Diventato insegnante, più di 500 persone seguivano regolarmente i suoi corsi, durante i quali egli illustrava, con l’aiuto di proiezioni luminose, i progressi della fisica, della chimica, della tecnica, dell’industria e delle arti. Poté descrivere in tal modo fenomeni come l’attrazione molecolare, i principi della telegrafia, l’ascensione d’un pallone sferico e via dicendo. Per migliorare sempre più le sue dimostrazioni scientifiche si diede a lavorare per le prime sue invenzioni, tutte dirette verso i principi teorici della proiezione animata.

Il primo passo fu compiuto con la scoperta della “gabbia di specchi”: il Prassinoscopio (Praxinoscope).

Il secondo passo in avanti condusse Reynaud a rendere il Prassinoscopio atto alle proiezioni luminose visibili per un gran numero di spettatori. In certo senso il problema delle proiezioni luminose animate era già risolto, nel 1878, quando l’Esposizione universale attirava a Parigi tutta la Francia. Come per tutte le idee e le invenzioni analoghe, come anche per la macchina a vapore e per la dinamo, l’invenzione di Reynaud pareva solo un gioco, un divertimento privo di importanza.

La decisione di recarsi a Parigi, per entrare in trattative commerciali, incontrò tali difficoltà che dovette rinunciare anche al posto sicuro che aveva, ma preferì sacrificare tutto alla sua idea. Presentò così il Prassinoscopio come un nuovo tipo di giocattolo ai visitatori dell’Esposizione universale, dopo averne commissionato la fabbricazione in serie ad un operaio di Nogent-sur-Marne.

Tutti ammirarono il giocoliere, la fanciulla che soffia delle bolle di sapone, il cane che salta attraverso un cerchio. Ma, al tempo stesso, mentre la folla si divertiva, Reynaud ebbe la certezza che sin da quel momento aveva risolto il problema della proiezione animata e a colori, per quanto quella serie di 12 pose non potesse considerarsi se non come un felice debutto.

I suoi apparecchi ebbero rapidi successi nei Grands Magasins du Louvre, in quelli di Le Bon Marchè ed in provincia, in modo che Reynaud poté continuare a lavorare con la sicurezza di una indipendenza finanziaria sia pure relativa. Nei dieci anni seguenti, col suo lavoro e col progressivo sviluppo delle sue idee, egli inventò e perfezionò il Teatro ottico (Théâtre optique) che fece brevettare a Parigi il 1° dicembre 1889, dopo 17 anni di studi e di continue ricerche sull’ottica e sui principi della proiezione.

Il Teatro ottico raggiunse alla sua soluzione definitiva grazie alla preparazione di una striscia di celluloide flessibile e perforata. Per accrescerne la chiarezza e la luminosità, le immagini erano proiettate sullo schermo attraverso un sistema di specchi e le perforazioni servivano a mantenere fissa la striscia di celluloide e ad impedirle di scivolare.

Ottenuto un primo brevetto, Reynaud mostrò nel 1889 tutti i suoi modelli, nel loro sviluppo progressivo, dal Prassinoscopio al Teatro ottico, alla Esposizione delle arti libere del Champ-de-Mars. I primi film a disegni per il Teatro ottico furono Un Bon Bock, serie di scene umoristiche della durata di circa 15 minuti, Clown et ses chiens, 6 a 8 minuti, e Pauvre Pierrot!, 10 a 12 minuti. Nel 1892 entrò in trattative con Gabriel Thomas, amministratore del Musée Grévin, che mostrò il più vivo interesse per l’invenzione del Reynaud. Il Musée Grévin, fondato nel 1882 dal giornalista Meyer sulle orme di quello di Madame Thussauds a Londra esiste ancora oggi ed appartiene, come la Tour Eiffel, Le Moulin-Rouge ed il parco di Buttes-Chaumont al Parigi della fine del XIX secolo. Il primo programma del teatro ottico di Reynaud al Musée Grevin comprendeva le tre brevi pellicole già indicate, per le quali il compositore Gaston Paulin preparò il commento musicale.

Le rappresentazioni ebbero notevole successo e la critica consacrò loro degli articoli sensazionali sui giornali. Ciò nonostante, dopo alcune settimane di rappresentazioni Reynaud si avvide che le pellicole non resistevano allo sforzo al quale erano sottoposte. Ne confezionò delle nuove consolidate da rinforzi metallici. Ben presto l’amministrazione del Museo pretese delle nuove scene; mancava però il tempo per prepararle perché Reynaud era non soltanto l’inventore, il direttore di scena, il disegnatore e il montatore dei suoi film, ma doveva anche fare, giornalmente, l’operatore per molte ore consecutive, anche alla domenica. Il suo compenso era di 500 franchi al mese. Inoltre, per poter preparare delle nuove pellicole egli doveva pagare col suo denaro un aiuto operatore.

Sino al 1895 non aveva raccolto che dei successi ma non avvenne lo stesso negli anni successivi. Nel primo anno di vita del suo teatro, molti amici si domandavano perché non utilizzasse immagini fotografiche nelle sue pellicole. Egli stesso aveva da principio tentato di proiettare un film fotografato ma la fotografia non gli sembrava abbastanza artistica per il suo teatro. Nel 1896, quando la concorrenza di Edison e dei fratelli Lumière divenne pericolosa per l’opera di tutta la sua vita, per ottenere delle visioni più vicine alla natura, unico miglioramento che egli credette poter apportare alle sue proiezioni, preparò nello studio del fotografo Liebert e con l’aiuto dei clowns Footit e Chocolat un film fotografico dal titolo Guillaume Tell.

In questa pellicola egli mantenne il principio tipico del film a disegno, volle riportare a mano, sulla striscia di pellicola destinata all’apparecchio da proiezione, tutte le pose fotografiche.

Quando i fratelli Lumière installarono il loro primo cinema nel sottosuolo del Salon Indien du Grand Café del boulevard des Capucines egli avrebbe potuto far valere delle pretese ed opporre i suoi brevetti sulla pellicola perforata, ma non fece nulla, sia perché aveva un vero timore di ricorrere alla giustizia, sia perché i suoi avversari possedevano ingenti capitali mentre egli non aveva nulla.

Da quel giorno condusse una campagna disperata contro la pellicola fotografica, utilizzò la crono-fotografia di Demeny, confezionò, assieme a tre clowns dell’Alhambra e all’attore Gallipot delle nuove pantomime, costruì nuovi apparecchi, ma le sue concezioni troppo unilaterali esaurivano le sue forze. Nel 1900, mentre il cinema progrediva, Reynaud dovette rinunciare alle sue rappresentazioni. Il Teatro ottico chiuse quindi le sue porte dopo 12.800 rappresentazioni alle quali avevano assistito circa 500.000 spettatori e fu sostituito dal teatro di marionette di John Hiwelt. Il XX° secolo non poteva riservare un posto a questo romantico della tecnica che dopo aver venduto, per sopravvivere, tutti i suoi apparecchi, divenne operaio negli stabilimenti Gaumont, poi meccanico in una ditta che commerciava apparecchi cinematografici, e, da ultimo, segretario di un architetto.

Quando Léon Gaumont gli propose di riscattare le pellicole del Teatro ottico per conservarle come documento sullo sviluppo della cinematografia al Museo delle Arti e Mestieri, era troppo tardi. Reynaud le aveva distrutte (quasi tutte) in un momento di malinconia. Morì, il 9 gennaio 1918, sprovvisto anche del necessario, nell’ospedale di Ivry-sur-Seine, mentre i suoi due figli erano in guerra.

Vi consiglio di visitare il sito dell’associazione Les Amis d’Émile Reynaud (in francese e inglese) se volete approfondire la vita e le opere di un grande e… romantico pioniere del cinema.

Bianco e Nero 1937-2002 in versione digitale

I due DVD
Bianco e Nero (1937-2002)

Nell’ambito del Progetto Biblioteca digitale “Luigi Chiarini” è stata realizzata la digitalizzazione e l’indicizzazione di Bianco e Nero, storica rivista del Centro Sperimentale di Cinematografica nata sotto la direzione ufficiale di Luigi Freddi, Direttore generale per la cinematografia presso il Ministero della Cultura Popolare.La rivista ha posto con rigore le basi per un ragionamento teorico sul linguaggio del film, ed è tuttora punto di riferimento per la formazione e l’aggiornamento di intere generazioni di studiosi e cineasti, rivolgendo una particolare attenzione agli aspetti teorici-estetici del cinema. Bianco e Nero, dalla data d’uscita del primo numero (31 gennaio 1937) fino ad oggi, è stata edita quasi ininterrottamente. La prima serie si conclude nel giugno 1943 e, dopo la guerra, riprende la pubblicazione con la nuova serie a ottobre del 1947. La rivista ha modificato nel tempo l’impostazione culturale, la veste grafica e la periodicità, pur mantenendo lo spirito originario enunciato da Luigi Freddi: “servire il cinematografo”.

Il database permette di effettuare ricerche in modo semplice e rapido grazie al software di navigazione incluso nel DVD. È possibile individuare l’articolo in tre modalità: per fascicolo, per titolo o per autore; inoltre è possibile eseguire ricerche incrociate. L’articolo è consultabile full text in formato PDF ed è stampabile. Nessun problema per gli utenti Mac (so che non c’era bisogno di dirlo, trattandosi di un PDF, ma lo dico lo stesso).

La collezione è divisa in due DVD: Bianco e Nero (1937-1974) e Bianco e Nero (1975-2002) al costo di 5 Euro l’uno, ed è in vendita nel Bookshop del Centro Sperimentale di Cinematografia.

Una risorsa ricca di contenuti sulla storia del cinema a livello mondiale, che comprende gli ormai mitici e quasi introvabili volumi del Cinema muto italiano curati da Aldo Bernardini e Vittorio Martinelli.

Grande lavoro, complimenti al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Inizia con questo post una sezione dedicata a risorse digitali e cinema muto. Alla prossima!

Notizie luglio 1927

Pubblicità della Fox
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Aurora di F. W. Murnau

Attualmente in Hollywood, il geniale regista tedesco F. W. Murnau ha finito di girare un film che costituisce una meraviglia anche per quella città abituata a tutte le meraviglie cinematografiche.

Questo film è tratto da una novella di Sudermann dal titolo Viaggio a Tilsit. Il produttore William Fox, affidando la regia a Murnau, ha dichiarato che non avrebbe imposto nessun limite al finanziamento del lavoro. Qualunque fosse stata la somma necessaria, tale somma egli l’avrebbe avuta senza discussione. Il lavoro avrebbe dovuto essere costruito in un’atmosfera di completa indipendenza e libertà d’azione.

Aurora (Sunrise) infatti è considerato a Hollywood come un film eccezionale. Sotto la direzione di Rochus Gliese, direttore tecnico del film, è stata costruita una intera città per l’esecuzione delle scene principali, e tale costruzione, cinta da un alto muro e nascosta agli occhi del pubblico, ha talmente incuriosito i tecnici delle case concorrenti che in ogni modo hanno tentato, anche facendosi passare per comparse, di varcare il confine oltre il muro, ma sempre invano, data la grande sorveglianza.

Questa città del film Aurora è chiamata a Hollywood col nome fantastico di Città di Nessun Paese. Nei giorni delle riprese, mentre il film era in lavorazione, era popolata da migliaia e migliaia di comparse. A lavoro ultimato, essa sorgeva come il fantasma maestoso di qualche città abbandonata da un popolo disperso, dopo chissà quale guerra o catastrofe.

Vicino alla città vi è un Luna Park completo con tutte le attrazioni e più moderni divertimenti, come quelli che possono visitarsi attualemente in molte città americane.

Murnau spiega che Aurora è “il film dell’armonia”, anzi “la sinfonia di due cuori”.

Cattive abitudini

Al Cinema Corso di Milano si è rappresentato con grande successo, molto significativo dopo una serie di passaggi di films senza gloria e senza eco di particolari trionfi, Vita da cani, film First National interpretato da Charlie Chaplin. Non è per rilevare quanto valente sia stata l’opera dell’artista nel realizzare il film che stendiamo questa nota; il suo valore, del resto, è sufficientemente messo in rilievo dal fatto che i sei anni di vita non si avvertono punto, mentre conosciamo altri lavori già vecchi prima ancora di nascere. Ma è per mettere in evidenza un’usanza poco lodevole di alcuni cinematografisti italiani.

Il film in parola è stato formato nell’edizione italiana con l’unione di due distinti lavori di Chaplin: Shoulder arms e A dog’s life. Possiamo anche dire che una certa discrezione è stata usata dal riduttore, per cui le due parti solo da un tenue filo sono collegate, evitando tale tenuità dannose interferenze nell’opera d’arte; ma questa attenuazione non è però sufficente a cancellare la cattiva impressione che si riporta nel constatare l’eccessiva libertà che nei confronti di opere straniere si prendono i concessionari o i riduttori italiani.

Il lancio del film, poi, è stato effettuato con grandi richiami alla: Grande Parata di Charlie Chaplin. Questa pubblicità, insistente sul successo di un altro eccezionale film, è, per lo meno, di dubbio buon gusto.

*Una donna di Parigi al Cinema Nazionale di Torino

A parte i tagli non sempre intelligenti, questo film di Charlie Chaplin è un capolavoro. La maestria del realizzatore e il suo acuto spirito d’osservazione, sempre vigile, anche nella sintesi, si revela appieno. Enumerare tutte le finezze del lavoro sarebbe troppo lungo e forse stancherebbe il lettore. Valga per tutto quello che si potrebbe dire, questa amara constatazione: il pubblico torinese non è ancora all’altezza dello spettacolo cinematografico d’arte e forse hanno ragione — commercialmente parlando — coloro che continuano a propinargli i soliti zibaldoni. Sino a quando?

Un’altra finezza del film è il procedimento tutto nuovo usato dal Chaplin per sottolineare e dare ad una determinata scena il significato voluto.

A lui non basta creare una situazione, ma vuole anche commentarla; e per commentarla si vale di uno specchio, la maschera facciale d’una figurazione, che nella scena è spettatrice, mostrando l’impressione che sull’animo suo la stessa scena produce. E quale maestria dimostra anche in questo espediente, il Chaplin! Anziché dettare alla figurazione — una masseuse svedese biondastra, angolosa, inespressiva — atteggiamenti artificiosi, ce la presenta impassibile. E il volto di quella proletaria, a contatto d’un mondo che le dà il pane e che forse odia, mentre guarda ora l’una ora l’altra delle due interlocutrici, è forse più espressivo, nella sua inespressività che quattro pagine di romanzo.

Charlie Chaplin, Adolphe Menjou e Edna Purviance sono tre nomi che dicono, per sè stessi, più di qualsiasi elogio; Carlo Miller, nella parte di Paolo Millet, ha saputo mantenersi all’altezza che la situazione gli imponeva. Non v’è, in tutto il film, un gesto inutile, una sola volgarità. Tutto è mirabilmente tenuto in bilico su quel filo di spada sul quale cammina l’Arte, per non cadere nell’istrionismo.

La messa in scena non è lussuosa: non è neppure elegante. È appena adeguata. Un direttore che sia veramente artista, non si lascia prendere la mano dall’achitetto.

La fotografia è nitida.

*In tutte le fonti d’epoca il titolo italiano del film di Chaplin è Una donna di Parigi.