Bianco e Nero 1937-2002 in versione digitale

I due DVD
Bianco e Nero (1937-2002)

Nell’ambito del Progetto Biblioteca digitale “Luigi Chiarini” è stata realizzata la digitalizzazione e l’indicizzazione di Bianco e Nero, storica rivista del Centro Sperimentale di Cinematografica nata sotto la direzione ufficiale di Luigi Freddi, Direttore generale per la cinematografia presso il Ministero della Cultura Popolare.La rivista ha posto con rigore le basi per un ragionamento teorico sul linguaggio del film, ed è tuttora punto di riferimento per la formazione e l’aggiornamento di intere generazioni di studiosi e cineasti, rivolgendo una particolare attenzione agli aspetti teorici-estetici del cinema. Bianco e Nero, dalla data d’uscita del primo numero (31 gennaio 1937) fino ad oggi, è stata edita quasi ininterrottamente. La prima serie si conclude nel giugno 1943 e, dopo la guerra, riprende la pubblicazione con la nuova serie a ottobre del 1947. La rivista ha modificato nel tempo l’impostazione culturale, la veste grafica e la periodicità, pur mantenendo lo spirito originario enunciato da Luigi Freddi: “servire il cinematografo”.

Il database permette di effettuare ricerche in modo semplice e rapido grazie al software di navigazione incluso nel DVD. È possibile individuare l’articolo in tre modalità: per fascicolo, per titolo o per autore; inoltre è possibile eseguire ricerche incrociate. L’articolo è consultabile full text in formato PDF ed è stampabile. Nessun problema per gli utenti Mac (so che non c’era bisogno di dirlo, trattandosi di un PDF, ma lo dico lo stesso).

La collezione è divisa in due DVD: Bianco e Nero (1937-1974) e Bianco e Nero (1975-2002) al costo di 5 Euro l’uno, ed è in vendita nel Bookshop del Centro Sperimentale di Cinematografia.

Una risorsa ricca di contenuti sulla storia del cinema a livello mondiale, che comprende gli ormai mitici e quasi introvabili volumi del Cinema muto italiano curati da Aldo Bernardini e Vittorio Martinelli.

Grande lavoro, complimenti al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Inizia con questo post una sezione dedicata a risorse digitali e cinema muto. Alla prossima!

Notizie luglio 1927

Pubblicità della Fox
Pubblicità della Fox

Aurora di F. W. Murnau

Attualmente in Hollywood, il geniale regista tedesco F. W. Murnau ha finito di girare un film che costituisce una meraviglia anche per quella città abituata a tutte le meraviglie cinematografiche.

Questo film è tratto da una novella di Sudermann dal titolo Viaggio a Tilsit. Il produttore William Fox, affidando la regia a Murnau, ha dichiarato che non avrebbe imposto nessun limite al finanziamento del lavoro. Qualunque fosse stata la somma necessaria, tale somma egli l’avrebbe avuta senza discussione. Il lavoro avrebbe dovuto essere costruito in un’atmosfera di completa indipendenza e libertà d’azione.

Aurora (Sunrise) infatti è considerato a Hollywood come un film eccezionale. Sotto la direzione di Rochus Gliese, direttore tecnico del film, è stata costruita una intera città per l’esecuzione delle scene principali, e tale costruzione, cinta da un alto muro e nascosta agli occhi del pubblico, ha talmente incuriosito i tecnici delle case concorrenti che in ogni modo hanno tentato, anche facendosi passare per comparse, di varcare il confine oltre il muro, ma sempre invano, data la grande sorveglianza.

Questa città del film Aurora è chiamata a Hollywood col nome fantastico di Città di Nessun Paese. Nei giorni delle riprese, mentre il film era in lavorazione, era popolata da migliaia e migliaia di comparse. A lavoro ultimato, essa sorgeva come il fantasma maestoso di qualche città abbandonata da un popolo disperso, dopo chissà quale guerra o catastrofe.

Vicino alla città vi è un Luna Park completo con tutte le attrazioni e più moderni divertimenti, come quelli che possono visitarsi attualemente in molte città americane.

Murnau spiega che Aurora è “il film dell’armonia”, anzi “la sinfonia di due cuori”.

Cattive abitudini

Al Cinema Corso di Milano si è rappresentato con grande successo, molto significativo dopo una serie di passaggi di films senza gloria e senza eco di particolari trionfi, Vita da cani, film First National interpretato da Charlie Chaplin. Non è per rilevare quanto valente sia stata l’opera dell’artista nel realizzare il film che stendiamo questa nota; il suo valore, del resto, è sufficientemente messo in rilievo dal fatto che i sei anni di vita non si avvertono punto, mentre conosciamo altri lavori già vecchi prima ancora di nascere. Ma è per mettere in evidenza un’usanza poco lodevole di alcuni cinematografisti italiani.

Il film in parola è stato formato nell’edizione italiana con l’unione di due distinti lavori di Chaplin: Shoulder arms e A dog’s life. Possiamo anche dire che una certa discrezione è stata usata dal riduttore, per cui le due parti solo da un tenue filo sono collegate, evitando tale tenuità dannose interferenze nell’opera d’arte; ma questa attenuazione non è però sufficente a cancellare la cattiva impressione che si riporta nel constatare l’eccessiva libertà che nei confronti di opere straniere si prendono i concessionari o i riduttori italiani.

Il lancio del film, poi, è stato effettuato con grandi richiami alla: Grande Parata di Charlie Chaplin. Questa pubblicità, insistente sul successo di un altro eccezionale film, è, per lo meno, di dubbio buon gusto.

*Una donna di Parigi al Cinema Nazionale di Torino

A parte i tagli non sempre intelligenti, questo film di Charlie Chaplin è un capolavoro. La maestria del realizzatore e il suo acuto spirito d’osservazione, sempre vigile, anche nella sintesi, si revela appieno. Enumerare tutte le finezze del lavoro sarebbe troppo lungo e forse stancherebbe il lettore. Valga per tutto quello che si potrebbe dire, questa amara constatazione: il pubblico torinese non è ancora all’altezza dello spettacolo cinematografico d’arte e forse hanno ragione — commercialmente parlando — coloro che continuano a propinargli i soliti zibaldoni. Sino a quando?

Un’altra finezza del film è il procedimento tutto nuovo usato dal Chaplin per sottolineare e dare ad una determinata scena il significato voluto.

A lui non basta creare una situazione, ma vuole anche commentarla; e per commentarla si vale di uno specchio, la maschera facciale d’una figurazione, che nella scena è spettatrice, mostrando l’impressione che sull’animo suo la stessa scena produce. E quale maestria dimostra anche in questo espediente, il Chaplin! Anziché dettare alla figurazione — una masseuse svedese biondastra, angolosa, inespressiva — atteggiamenti artificiosi, ce la presenta impassibile. E il volto di quella proletaria, a contatto d’un mondo che le dà il pane e che forse odia, mentre guarda ora l’una ora l’altra delle due interlocutrici, è forse più espressivo, nella sua inespressività che quattro pagine di romanzo.

Charlie Chaplin, Adolphe Menjou e Edna Purviance sono tre nomi che dicono, per sè stessi, più di qualsiasi elogio; Carlo Miller, nella parte di Paolo Millet, ha saputo mantenersi all’altezza che la situazione gli imponeva. Non v’è, in tutto il film, un gesto inutile, una sola volgarità. Tutto è mirabilmente tenuto in bilico su quel filo di spada sul quale cammina l’Arte, per non cadere nell’istrionismo.

La messa in scena non è lussuosa: non è neppure elegante. È appena adeguata. Un direttore che sia veramente artista, non si lascia prendere la mano dall’achitetto.

La fotografia è nitida.

*In tutte le fonti d’epoca il titolo italiano del film di Chaplin è Una donna di Parigi.

 

Industria del cinema in Italia nel 1915

Maestranze dell'Etna Film di Catania (1915), prima della chiusura dello stabilimento.
Maestranze dell’Etna Film di Catania (1915), prima della chiusura dello stabilimento.

Si calcola che, in Italia, vi siano poco più di 1500 cinematografi. Il primato corrisponde a Torino che ne ha 68. Segue immediatamente Roma con 49, indi vengono: Milano con 40, Napoli con 31, Genova con 29, Bologna con 22, Firenze con 21, Venezia con 19, Palermo con 18, Catania con 17, Bari e Livorno con 12, Pisa con 10, Brescia e Sampierdarena con 9, Benevento, Padova, Perugia, Taranto e Treviso con 7, Alessandria, Bergamo, Mantova, Messina, Modena, Rivarolo Ligure, Savona, Spezia, Varese, Verona e Vicenza con 6, Ancona, Avellano, Ferrara, Lecce, Macerata, Parma, Pavia, Torre del Greco e Trapani con 5.
 Seguono centri minori, con una popolazione che non supera i 30 mila abitanti, in ciascuno dei quali si contano meno di cinque cinematografi.

I nomi più comuni sono: Edison, Moderno — comunissimi questi due — Massimo, Excelsior, Pathé, Lumière, Radium, Splendor, Iride e Ideale. Non mancano in alcuni paesi e piccole città di provincia, cinematografi privi di nome: si chiamano, semplicemente, “Il Cinematografo” e non è possibile confonderli con gli altri, chè, là, dove si trovano, di cinematografi c’è uno solo.

Le case di produzione sono 78. Soltanto Roma ne ha 24, Torino ne ha 22, Milano 11, Napoli 8 e Genova 7. Numericamente porta il primato la capitale, ciò non toglie che Torino debba sempre considerarsi come il principale centro cinematografico d’Italia, dato che le sue 22 case producono almeno per il doppio, in confronto a quelle di Roma.

I noleggiatori regionali sono ben 454 — quelli generali non superano la quarantina — 82 dei quali si trovano a Milano, 77 a Torino, 74 a Napoli, 65 a Roma e 37 a Genova.

Si contano infine, 19 pubblicazioni professionali, tra riviste e giornali, 10 associazioni diverse e 9 scuole cinematografiche.

Non ho trovato nessuna statistica sul numero dei lavoratori: artisti, tecnici, maestranze, ecc, ma non c’è dubbio, viste le altre cifre, che dovrebbe essere abbastanza consistente.

Tutto questo prima del fatidico 24 maggio 1915 che segnerà l’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale.