Autobiografia di Ferdinand Guillaume alias Polidor

Polidor

Cinquecento ne ho girate; sì, dico, di comiche finali durante i dodici anni della mia carriera di comico cinematografico. Cinquecento, una più incoerente, scema, gustosa e ridicola dell’altra. Si sa, allora era d’obbligo asciugare le copiose lagrime del pubblico dopo i drammoni a base di svenimenti, omicidi, singhiozzi delle dive e dei divi: era d’obbligo fargli ritornare il sorriso sulle labbra, riconfermargli che non aveva poi speso troppo male il suo denaro e riconciliarlo, nel tempo stesso, con la vita. Bisognava assicurarlo che oltre alla tristissima, disperata vicenda a cui aveva assistito, riempiendo di generose lagrime e di rumorose soffiate di naso il suo fazzoletto, esisteva pure un altro genere di guai e di avventure entro cui Polidor cercava di divincolarsi per uscirne meglio che fosse possibile, ma senza cavarci gran risultato. Si trattava della suocera, del padrone di casa, del macellaio, del creditore, dell’agente delle tasse con cui Polidor doveva fare i conti a base di capitomboli collettivi, scodelle di panna montata lanciate in faccia, corse affannose lungo i marciapiedi, agguati a tutti i cantoni e finali sotto le sottane della nonna o fra le gambe del ferocissimo padre della fanciulla amata.

E il pubblico se la rideva; se la rideva a tutte ganasce, dimenticando tristezze e lagrime, faceva tremare la volta del cinema e scricchiolare quella delle poltrone, usciva dalla sala, insomma, divertito, soddisfatto e ben disposto verso l’avvenire.

— Ma allora — voi mi direte — tutto l’effetto drammatico e principale del film, il motivo insomma per cui i produttori avevano speso e rischiato, i soggettisti, sudato al loro tavolo durante le lunghe veglie notturne, e gli attori sofferto e vissuto dinanzi allo schermo, andava a farsi benedire! Certo era molto più divertente, allora, vedere il pubblico per tre buoni quarti d’ora fremere e partecipare perfino con grida soffocate all’indirizzo dei protagonisti a base di: « Assassino! Vigliacco!… No, no Clotilde non accettare!… Presto, presto!… È lui il colpevole!… Saverio!… » e nell’ultimo quarto d’ora della comica finale, rotolarsi e finire sotto le poltrone; che assistere, oggi, ad uno spettacolo cinematografico dove lo stesso pubblico non ha l’aria di commettere né l’uno né l’altro guaio!

L’unica comica però, la sola forse… che riuscì a divertire anche me, fu certo la mia prima uscita sulla pista del famoso circo equestre Guillaume di cui era stato creatore e proprietario mio nonno. Le nuove generazioni non possono ricordare i fasti del circo equestre di un tempo: le banderuole variopinte, la bizzarria del colori, il movimento delle masse, lo sfolgorio dei costumi, i cavalli, le fiere, gli elefanti ammaestrati, i domatori rutilanti d’oro e di scarlatto, le fruste sibilanti, le musiche, i ginnasti, le cavallerizze in maglia rosa e la segatura. Ebbene io sono nato tra tutto quel luccichio di vetri colorati, a bordo di un enorme carrozzone, il secondo, credo, della lunga fila, su cui era scritto a vistose lettere: « Grande Circo Equestre Guillaume ». Mio padre e mio nonno mi avevano insegnato il mestiere del ginnasta, ma il mio primo debutto fu di uscire, piccolo com’ero, da una delle capaci tasche del costume di mio padre, in piena arena, destando l’immediata e fragorosa ilarità del pubblico.

Ho seguitato, poi, per molto tempo nel circo equestre di mio nonno, il mio mestiere di acrobata comico (perché la comicità è stata sempre la mia passione), producendomi in ogni sorta di esercizi, salti mortali, voli sul trapezio; e il mio nome già cominciava a farsi luce: Ferdinand Guillaume, ginnasta. Lavoravo da solo e in compagnia ed ero diventato un numero di grande attrazione.

Come fu poi che da ginnasta, passai nel 1908 alla Cines con l’agile e intelligente nome di Tontolini è facile ricordarlo. Allora, il genere comico, in cinematografia, esigeva dei provetti ginnasti, i cosiddetti « cascatori », attori che, oltre a possedere la dote di saper far ridere, conoscessero a perfezione anche quella di saper saltare generalmente dalle finestre, per quei motivi indiscutibili a causa delle buone maniere di moda vent’anni fa a cui si attenevano le suocere, i ferocissimi padri e i creditori ostinati e terribili. Evidentemente fui notato dai dirigenti della celebre casa romana venuti ad assistere a uno spettacolo del nostro circo equestre e immediatamente scritturato a condizioni che allora si dicevano vantaggiosissime e che per la storia è bene ricordare che erano… di mille lire al mese.

Con il nome di Tontolini, nome depositato e di cui era proprietaria la Cines, girai le prime scene comiche che ebbero subito un grande successo in quei tempi. Di quei film a corto metraggio come di tutte le mie scene comiche non so se oggi sia rimasta ancora qualche copia. Le poche che possedevo personalmente e le numerose fotografie le perdetti tutte, anni or sono, nel famoso incendio dei Magazzini Gondrand, a Milano, dove avevo depositato tutto il mio bagaglio. Bagaglio che rimpiango profondamente e che avrebbe servito a qualche interessante riesumazione di come, allora, si girava e s’intendeva un film comico. Indubbiamente, oggi il genere è completamente mutato, anche e soprattutto perché il pubblico più esperto e smaliziato ha perduto l’ingenuo e semplicistico interesse con cui seguiva lo spettacolo comico. L’umorismo dei tempi moderni si serve di formule più complicate, certo più intelligenti, dove l’attore è soltanto ed eminentemente attore comico e al cui successo intervengono fattori e formule prese in prestito e sottilmente satirizzate dalla vita di ogni giorno. Macchiette e situazioni sono gli elementi principali di cui si serve l’attore comico moderno, a differenza di una volta in cui solo effetti plateali e qualche volta grossolani costituivano il suo maggior campo di azione.

Non intendo con ciò ripudiare tutti gli anni della mia carriera cinematografica: ogni tempo il suo costume. Ed io ho servito quel costume e quelle regole che allora andavano di moda, non diversamente da molti altri miei colleghi come Robinet e Vaser e altri celebri, quali Cretinetti in Francia, Ridolini in America, benché sorto molto tempo dopo di me, e soprattutto il celebre e indimenticabile amico Max Linder, il comico più interessante dopo Charlot. Abbiamo divertito una generazione di spettatori con i nostri salti, e le nostre smorfie. E ancora oggi ci si ricorda di tutti noi con simpatia e con un leggero sorriso, velato forse di melanconia, poiché gli anni passano per Polidor e per tutti, disgraziatamente, e le risate che si facevano una volta, quelle belle risate a singhiozzo, paonazze e pericolosissime per i cagionevoli di cuore, oggi, non si fanno più.

Tant’è: dalla Cines passai nel 1910 alla Pasquali di Torino, ma non più con il nome di Tontolini, rimasto di proprietà della Cines; ma con il nome, poi diventato celebre, di Polidor.

Da dove io abbia preso questo nome, è una domanda che molti mi hanno fatto.

Niente di trascendentale! Mi ricordavo, chissà perché, di una vecchia commedia francese dove c’era un cameriere duro di orecchi, di nome precisamente Polidor. Me lo infilai dunque come un abito già confezionato: e infine, convenimmo, io e i miei produttori, che Polidor si pronunciava bene e in egual modo in tutte le lingue, indispensabile elemento, allora, in cui il cinema italiano comandava ed era alla testa del mercato mondiale.

Lavorai cinque anni a Torino, fino al 1915, epoca in cui mi trasferii di nuovo a Roma scritturato dalla Tiber e dopo un anno dalla Caesar. Furono gli anni del mio maggior lavoro e insieme del mio più grande successo. Oltre a innumerevoli scene comiche girai anche dei film normali, a lungo metraggio quali Pinocchio, di cui feci una creazione personale, e che mi valse un consenso di pubblico e di critica eccezionali per quei tempi (Cines 1911); Astrea, la donna Maciste e Polidor, il re delle banane, ecc.
(fine parte prima)

Ferdinand Guillaume

La Cine-plastica di Armando Papò

Marconi Film Serie Lilliput Film 1921

Roma, gennaio 1921. Buona parte dell’attuale cinematografia, alquanto degenere nella sua produzione, non invita ad essere incoraggiata in nessun modo, perché gli scopi principali del cinematografo sono ben diversi da molti di quelli ad oggi conseguiti.

Enumerarli non è possibile. Evidente però è il problema principale, che nel cinematografo non è stato purtroppo ancora raggiunto. È noto che quanto più sono profonde le conquiste del pensiero tanto maggiore diviene la necessità di propagarle rapidamente alla grande folla. Il cinematografo sarebbe stato di una efficacia superiore ad ogni aspettativa nella sua funzione di civiltà se, in luogo delle più nefaste e nefande produzioni letterarie o teatrali, fosse stato rivolto alla sintesi ed alla propaganda delle migliori forme di arte superiore ed alle più interessanti conquiste della scienza.

Solo in questo caso può la produzione animata rivendicare il suo diritto di funzione civile eminentemente etica.

Raggiungere la perfezione sia dal punto di vista ideologico sia da quello tecnico dovrebbe essere la nuova direttiva delle innumerevoli case cinematografiche. Ma… qui si presenta un terribile « ma ». La commerciabilità di un film dipende dal suo contenuto il quale deve fatalmente seguire il gusto del pubblico. E poiché questo gusto è ormai soverchiamente alterato, così non è facile presentarsi sullo schermo con delle innovazioni ardite, se queste si mantengono nel campo normale dell’attuale cinematografia.

È necessario affrontare un genere del tutto nuovo, con una tecnica speciale come speciali sono le finalità che si vogliono raggiungere.

E questo il genere ideato da Armando Papò con la sua Cine-plastica.

Egli si rivolge ai ragazzi, a coloro che domani saranno uomini e la cui intelligenza deve fin da oggi essere alimentata con visioni ardite, con figurazioni fantastiche ma con base scientifica e con vibrazioni di sentimento forti e sane.

Sopratutto sane.

Ecco il grande segreto della cinematografia  che Armando Papò ha ideata. Bandita da essa qualunque forma morbosa degli uomini, del sentimento e della natura, i piloni sui quali poggia la concezione del Papò son tre:

Ideologia e sentimenti puri.

Fantasia sbrigliata ma disciplinata il più possibile da un rigorismo di carattere scientifico.

Tecnica perfetta.

Da tutto ciò ne consegue un complesso nuovo che, quantunque rivolto ai ragazzi, può facilmente rivestire i caratteri dell’arte pura, dell’umorismo sano ed eletto, ed anche commerciale dignitoso ed onesto.

Il Papò nel suo primo film ci fa assistere ad un viaggio interplanetario eseguito in sogno da un piccolo eroe, personaggio nato in un mondo fantastico di giocattoli e colpito da un piccolo dramma d’amore che lo spinge a compiere l’ardimentoso viaggio.

Per la prima volta il Boy-Scout di legno, staccandosi dal suo piccolo mondo, assiste meravigliato alle bellezze della natura. Scintillio di stelle entro profondità azzurre solcate a volte dal rapido passaggio di lontani pianeti di fuoco che rotolano per l’etere infinito. Saturno, le nebulose di Andromeda e di Orione, le costellazioni tutte passano sullo schermo in una stupenda teoria. Appare poi nel suo soffuso pallore la celeste Paolotta, e, a mano che essa si avvicina, appariscono in una visione netta e realistica i vulcani e le immense valli di ghiaccio, suggestive con le loro lunghe ombre dense di mistero.

A partire da questo punto le avventure si svolgono sul pianeta lunare, attraverso valli misteriose e laghi di fuoco con un succedersi di emozioni profondamente suggestive.

E gli attori?

Armando Papò non ha attori, o meglio, data la speciale interpretazione e la continua presenza di mortali pericoli, egli ha creduto bene di fabbricarseli.

E nel film agisce tutto un mondo speciale di piccoli attori di legno, che hanno movenze umane, che parlano e si addolorano, trasmettendo all’attonito spettatore il pathos dei loro sentimenti.

In questa sublime e difficile opera di creazione il Papò ha avuti, quali collaboratori un nucleo di forti artisti, i quali hanno lavorato accanto a lui con volontà ferrea e con una fede religiosa.

Il pittore prof. Gino Federico Lucchini, il forte colorista e pensatore, assumendo la direzione artistica delle plastiche e delle scene, ha messo tutta l’anima sua nella realizzazione del primo soggetto indovinando la importanza e il valore che questo nuovo genere di arte può avere.

Inscenatore ed animatore dei personaggi, Gino Zaccaria, maestro nell’arte della messa in scena con attori normali, ha fatto dei miracoli.

Ottimo per quanto delicato e paziente, il lavoro di scenografia è stato condotto con perizia non comune dal professore Carlo Pasciuti, paziente ricostruttore di tutto il fantastico mondo in miniatura, coadiuvato dal sig. Sem Bongetti.

Non ultimo e non meno importante di tutti, l’operatore fotografo Sergio Papandrea. In questo nuovo genere di cinematografia la fotografia assume un ruolo importantissimo, e il Papandrea ha saputo essere alla sua altezza, coadiuvato degnamente dal secondo operatore Renzo Prandi.

Tutto questo complesso di artisti affiatato e perfettamente educato ai rigorismi della nuova arte creata da Armando Papò, dopo aver superata ottimamente una prima importante prova, si prepara a nuovi e più ardui cimenti.

Un coraggioso e forte industriale, l’ing. Raul Marconi, che già altre importanti iniziative  ha appoggiato nel campo cinematografico, non soltanto con l’apporto finanziario, che è la base essenziale di ogni industria, ma col concorso della sua attività e col suo spirito di organizzazione, ha creato una importante società editrice che sotto il nome di Marconi Film assumerà il compito di realizzare vaste ed importanti iniziative nel campo cinematografico.

Primo frutto di questa società: la Lilliput-Film. Verranno edite films secondo il sistema Papò. Ultimato il film Viaggio nella luna, si allestiranno soggetti di interesse altamente scientifico ed educativo, alternanti con soggetti di indole finemente comica, tutti s’intende, improntati a un senso rigoroso d’arte e aventi elementi di una forte e sana spinta intellettuale.

La crisi, la banca, le masse, e il Re della Cinematografia

Il figlio di Madame Sans-Gêne, Tiber Film 1921, messa in scena di Baldassarre Negroni
Il figlio di Madame Sans-Gêne, Tiber Film 1921, messa in scena di Baldassarre Negroni, al Cinema Modernissimo e al Teatro Quattro Fontane, dicembre 1921

Dicembre 1921

L’agitazione dei cinematografisti.

Domenica 4 corr. ebbe luogo al Teatro Trianon il secondo comizio di tutti gli aderenti alle varie organizzazioni cinematografiste romane.
Il comizio riuscì imponentissimo per il numero degli intervenuti e per la discussione ordinata ed elevatissima che si svolse a tutela dei vitalissimi interessi generali di tutte le classi dei Lavoratori del Cinematografo.
Infine venne votato all’unanimità e con entusiastiche acclamazioni il seguente ordine del giorno:
« L’Assemblea di tutti i lavoratori intellettuali e manuali del film;
Constatando con il più vivo compiacimento l’affermazione raggiunta presso l’opinione pubblica e il Governo attraverso la solenne dignitosa manifestazione del 26 novembre c. a.;
Constatando con soddisfazione come l’accettazione da parte del Governo e del Consiglio Superiore delle Industrie Cinematografiche della discussione di un ordine del giorno presentato dalla F. A. C. I. e dalle organizzazioni implica un riconoscimento di fatto delle organizzazioni stesse, riconoscimento consacrato, del resto, nel 1. articolo del medesimo ordine del giorno;
Deplorando peraltro la interruzione delle riunioni del Consiglio Superiore delle Industrie Cinematografiche avvenuta subito dopo le prime deliberazioni concrete, interruzione inopportuna nella tragica crisi di disoccupazione;
Ritenendo che ogni formale promessa non potrà avere la sua concreta attuazione se non sotto la pressione delle organizzazioni maggiormente interessate alla soluzione della crisi;
Delibera di continuare e intensificare la propria azione indipendente, dovunque e comunque sarà necessaria, perché al più presto si raggiungano le vittorie materiali, e ne dà mandato al Comitato di agitazione;
Decide di demandare al Comitato stesso la nomina di un Direttorio Segreto di Azione cui l’Assemblea dà ampio mandato di poteri, impegnandosi all’assoluta e rigorosa disciplina per l’impiego di tutti i mezzi legali e federali ».

La Banca Italiana di Sconto chiude i suoi sportelli. Grande panico nell’ambiente cinematografico.

Roma, 7 dicembre 1921. Col concordato di questi giorni, la Banca Italiana di Sconto, intesa come organizzazione libera e indipendente, è passata a miglior vita.
Per le mani degli stessi necrofori per cui è passato il cadavere bancario, passeranno tutte le imprese che dalla Sconto traevano vita. Con l’Ansaldo e con gli altri figli incestuosi dei superuomini di Piazza in Lucina, passeranno la gran parte delle imprese cinematografiche italiane.
È soltanto adesso che incomincia, per la cinematografia nostra, la crisi: la vera, e non quella creata ad arte dagli industriali in fregola di nuovi aumenti di capitale.
La crisi — vera — in cui entra oggi la cinematografia d’Italia, può esser paragonata a quella che si verifica in un’osteria quando si cambia il proprietario.
Il nuovo venuto vuol vedere tutto e rendersi conto di tutto, e per intanto ferma tutto affiggendo sulle porte un telone provvisorio con la scritta: “Prossima apertura”.

L’avv. Barattolo bastonato da un operatore cinematografico.

Roma, 10 dicembre 1921. Oggi, verso le 13,30, l’avv. Giuseppe Barattolo, consigliere delegato dell’Unione Cinematografica Italiana, uscendo dagli uffici di piazza dell’Esedra, è stato fermato da un individuo dimessamente vestito che lo ha apostrofato intimandogli di trovargli lavoro. L’avv. Barattolo gli ha risposto che per il momento, trovandosi l’industria cinematografica in crisi, non aveva lavoro per nessuno. Lo sconosciuto allora si è slanciato contro il Barattolo, percuotendolo al viso con pugni e bastonate.
Mentre alcuni passanti soccorrevano l’aggredito, alcune guardie regie arrestavano l’aggressore accompagnandolo all’ufficio di P. S. del Viminale, dove il vice commissario Pasarini lo ha identificato per l’operatore cinematografico Giovanni Del Gaudio, di anni 20, da Napoli, abitante in via Raffaele Cadorna 13. L’avv. Barattolo è stato dichiarato guaribile in 15 giorni.

L’azione violenta del Del Gaudio va unanimemente deplorata. Essa però purtroppo è l’esponente dello stato di animo delle masse, che se hanno delle colpe, non devono essere illuse, né aizzate… E preferiamo non aggiungere altro, augurando al comm. Barattolo — che da notizie dirette sappiamo già quasi guarito — una completa prontissima guarigione.

Il Re della Cinematografia.

Pasquale Parisi, carissimo amico nostro e scrittore di grande talento, volle un giorno farci l’onore d’inviarci un suo articolo, intitolato appunto Il Re della Cinematografia. Parisi enunciava tutte le cause del fallimento che presto avrebbe dovuto colpirci e che in effetti ci colpì: le donne erano le padrone, gli uomini perdevano la testa per un paio di mutandine ecc. ecc., e dava la colpa di tutto questo erotico ruzzare al Re della Cinematografia che proponeva di detronizzare. E concludeva: Chi sia il Re della Cinematografia lo dirò un’altra volta.
Non ha più scritto, ma i lettori compresero bene e ricordano ancora. Il Re della Cinematografia è quell’affare che spinge l’uomo a coricarsi con la donna e rende forte la donna che vuole sfruttare l’uomo. È Priapo, dio formidabile a cui i Greci ebbero il buon gusto di elevare dei monumenti.
Orbene che cosa mai combinano alcuni quotidiani fra i quali anche qualcuno molto amico di Barattolo? Lo gratificano del titolo di Re della Cinematografia credendo di fargli un complimento, e non dubitiamo nemmeno che gli fanno atroce ingiuria.
Un po’ di colpa però va anche all’avvocato che troppo spesso si fa portare agli onori della cronaca.
(A proposito. Quando leggemmo che il Del Gaudio era stato tenuto al fonte battesimale dal buon papà del commendatore, sospettavamo che ci doveva essere un trucco. L’avvocato s’è fatto dare quattro sganassoni per fare la vittima della F. A. C. I.; così pensammo. Invece, appurando appurando, abbiamo saputo una storia meravigliosa che comincia da una cava di tufo, che prima era dei Del Gaudio, che continua con la medesima cava che fu imbarattolata da un altro proprietario, e di tante altre cose spassose a sentirsi e che finiscono con le ficozze dell’altro giorno).
E francamente c’è dispiaciuto di sapere un Re della Cinematografia così malmenato, tanto più che si sa che i Re della Cinematografia, presi con dolcezza, finiscono con l’ammosciarsi mentre invece i colpi, le spinte ecc. li fanno diventar più ritti che mai…