Passione Tsigana Pasquali Film 1916

Grandioso romanzo cinematografico moderno in cinque parti – Interpretazione di Diana Karren.

È un dramma di anime, lo studio di una figura di zingara, una di quelle strane creature dagli amori impetuosi, dalle malìe avvincenti, dagli odii improvvisi, dalle malinconie profondi.

L’odissea di Azara, la misteriosa fanciulla vissuta tra le asperità della vita nomade, insidiata dal selvaggio desiderio di Aleko che vuol contenderla alla muta adorazione di Zaro, vinta finalmente dalla pura ed infelice passione per il barone Freiman, è svolta su uno sfondo suggestivamente pittoresco. Mai forse come in questa film l’ambiente è stato ritratto con tanta cura e dovizia di particolari. Pianure sterminate, immense foreste illuminate dai tramonti di fuoco. Caverne che servono alle punizioni e alle vendette, giardini dai quali salgono profumi di magiche seduzioni… ecco lo scenario fastoso e fantastico.

E un altro lato di grande interesse presenta il dramma: quello di un’interpretazione piena di rilievo. Diana Karren, la bellissima attrice polacca, vi ha profuse tutte le risorse del suo squisito temperamento di artista. Ella compone il complesso personaggio della protagonista con una intensità di effetti ed una aristocratica verità di atteggiamento, da offrire intera la misura del proprio valore. Il suo è un disegno mirabile per sobrietà ed espressione: i rapidi abbandoni, le subite ritrosie, le inconsapevoli civetterie, gli scatti di ira torbida, fanno realmente pensare ai tesori del prodigioso fascino slavo. Passione Tsigana non è dunque una delle solite cinematografie, delle quali non si sa se più deplorare la volgarità del gusto o l’assenza di ogni verosimiglianza. Essa evocando una vicenda essenzialmente umana, vuol essere ed è un’opera ispirata ai più seri criteri d’arte. E come tale non le mancheranno, siamo certi, l’approvazione del pubblico.

PARTE PRIMA.

La Carovana degli zingari ha lasciato il villaggio ed ha ripreso la via aspra ed eterna. In un angolo del carrozzone, nella cuccetta di cenci, Azara dagli occhi vivacissimi, dai capelli neri e disciolti, si guarda nello specchio. Si trova bella… Per quella bellezza cresciuta come una pianta selvatica agli ardori dei meriggi e alle ombre dei boschi, si tortura Aleko e soffre in silenzio Zaro. La zingara sa di essere desiderata… ed è felice. L’amore non è ancora fiorito nel suo cuore, e con l’amore degli uomini può trastullarsi.

Nel giuoco smarrirà, dovrà un giorno abbandonare brandelli della propria anima. Che importa? Oggi la fiamma divina non l’ha ancora sfiorata ed ella può ignorare le tempeste implacabili che essa suscita.

Aleko stesso ne è la causa involontaria. La carovana si è accampata in una radura. Egli raggiunge di nascosto Azara che si è divisa dai compagni per recarsi alla fonte vicina. L’afferra, vuole strapparle un bacio, sta per vincere la sua resistenza…

Le fronde della foresta si aprono inattesamente, un uomo si precipita fra i due, difende la fanciulla e ne allontana recisamente Aleko. Azara, riavutasi dal turbamento, vede davanti a sè un giovane elegantissimo: è il barone Freiman, che dimora in una villetta poco distante. Un lampo di riconoscenza brilla negli occhi della fanciulla. Ella strappa da un cespuglio una rosa e l’offre con ingenua semplicità al suo salvatore.

PARTE SECONDA.

Vendetta di Zingara. — Il destino di Azara è scritto. Ella ama il barone Freiman….. e nell’animo di questi la bellezza della zingara ha lasciato un ricordo incancellabile. Il barone è fidanzato con ia contessina Elda Selving e il contratto di nozze dovrà essere firmato a pochi giorni. Dalla futura sposa egli riceve il dono nuziale, un anello di straordinario valore. Per festeggiare il prossimo evento, una battuta di caccia si organizza nella foresta. Il barone apposta un cervo che sta per cadere preda del suo fucile: uno stormir di rami, un fruscio di passi… Azara appare d’improvviso e, con una mossa fulminea, gli strappa di mano l’arma, la imbraccia e fa partire il colpo… Alla detonazione risponde il lamento del cervo che piega a terra ucciso.

Azara fugge, torna subito a nascondersi nei meandri della foresta, nel suo regno sconfinato, e lì, presso la carovana, la raggiunge di notte Freiman. All’incantesimo della strana creatura, egli non ha potuto sottrarsi. Sotto il manto di stelle passano due giovani, avvinti dalla carezza plenilunare. Nel sogno dolcissimo ogni memoria si sfalda e si disperde… E ad Azara in un momento di oblio, Freiman dona l’anello della fidanzata. Quando l’indomani tutta la comitiva di Villa Selving si reca all’accampamento degli zingari per conoscere la misteriosa fanciulla e Azara deve danzare, l’anello che ella porta in dito è visto dalla contessina Elda.

Alla domanda della fidanzata, Freiman, confuso risponde di non sapere come esso abbia potuto finire in mano della zingara.

Azara comprende… Un’impeto di sdegno le sale al volto, si toglie l’anello e lo lancia al suolo con disprezzo.

Come vendicarsi della rivale e punire l’uomo che, con la prima speranza di amore, già le ha dato il tormento della delusione?

È il giorno della festa di Villa Selving. Azara penetra furtiva nel salone dove si affollano gli invitati per la cerimonia del fidanzamento.

Ella danza, come rapita, disegnando una delle sue più languide figurazioni. Quando è davanti a Freiman, si scuote. Si avviticchia al giovane e preme lungamente le proprie labbra su quelle di lui: — Non è la prima volta che bacio il tuo fidanzato, grida alla contessina.

Lo scandalo scoppia clamorosamente. Il matrimonio va in fumo e Freiman viene scacciato.

PARTE TERZA.

Il nuovo amore. — Il miraggio del palcoscenico ha conquiso Azara. « Ho avuto occasione di ammirare l’arte vostra, vi offro un avvenire di trionfi », le scrive un noto impresario teatrale.

La legge degli zingari le impedisce severamente di lasciare la carovana, ma il suo sogno di luce è più forte del dovere. Una notte abbandona il carrozzone che le sembra ormai troppo povero ed angusto, e raggiunge la vicina città. Pochi mesi bastano a compiere la trasformazione. La zingara di un tempo; la monella irrequieta e ansiosa, diviene la elegantissima danzatrice dell’Apollo. Quando Freiman la rivede, da un palchetto del teatro, quasi stenta a riconoscerla. La sera stessa i due giovani sono nuovamente vicino, seduti al tavolo di un lussuoso ristorante ove egli l’ha invitata a cena.

— Vi amo sempre, Azara, mormora Freiman.

La danzatrice ritira prontamente la mano che egli vorrebbe prendere e baciare… Ma, quando rimane sola, si china a raccogliere la gardenia che è caduta da un occhiello di lui… e la porta alle labbra appassionatamente.

PARTE QUARTA.

La foresta ardente. — L’amore sorride ora a Freiman e ad Azara. Nella casa ove i due giovani vivono uniti, tutto respira gaiezza e felicità. Ma la famiglia tsigana non ha perdonato alla figlia ribelle. Alejo ha scoperto il rifugio di Azara e le fa pervenire un biglietto: « Se non ritorni subito, trema per l’uomo che ami ». Ella conosce la inflessibilità delle leggi tsigane e comprende quanto la minaccia sia terribile.

La vita di Freiman è in pericolo. Non esita… comprime l’angoscia che il sacrificio le costa e torna alla carovana.

Ma nel cuore di Aleko, la fosca passione non si è domata. Nella caverna dove Azara è stata rinchiusa prigioniera, dopo aver tentato invano di convincerla con la fame, egli scrive: « Se ti ostini a resistere, il tuo amante non vedrà l’alba di domani ».

Una cieca disperazione assale Azara. Finge di concedersi al suo abbraccio, ma una lama le brilla nel pugno e si immerge nel dorso dello zingaro.

Azara fugge, fugge follemente, attraverso i sentieri sinuosi della foresta, inseguita dalla turba degli Tsigani che hanno scoperto l’uccisione di Aleko. Essi battono il bosco sulle loro robuste e veloci cavalcature. La donna sta per venire scoperta e raggiunta, quando un pensiero le balena alla mente. Appicca il fuoco ai cespugli, Le fiamme si propagano hai vecchi tronchi e una barriera incandescente s’innalza davanti agli inseguitori, che sono costretti ad indietreggiare.

Azara arriva in salvo alla Villa di Freiman. Crede di trovare il giovane lieto per il suo ritorno, ma il volto di lui si chiude in espressione di dura severità. Egli dubita della sua fedeltà. Azara non si difende. Il sospetto solo di quell’uomo che ama, la oltraggia irreparabilmente.

Al commissariato di pubblica sicurezza, poco dopo, una donna si presenta dichiarando sordamente: — Ho ucciso Aleko, lo zingaro, arrestatemi.

PARTE QUINTA.

Azara non pronuncia una parola per discolparsi dall’accusa di assassinio. Passiva, attonita, quasi astratta ella siede nella gabbia degli assassini. Il barone Freiman stesso, col proprio atto testimoniale, aggrava la sua posizione. Ma un uomo vigila per rivendicare il suo onore. È Zaro, il giovane innamorato. Egli ha trovato le prove delle minacce di Aleko pronunciate contro Azara. Costei ha dovuto uccidere per difendersi, per sottrarsi alle torture che le infliggeva. Non fu la sua amante, ma la sua vittima. È dunque innocente! Queste parole risuonano nell’aula della giustizia come una rivelazione. I giurati pronunciano un verdetto pienamente assolutorio. L’onore della zingara è salvo… Freiman vorrebbe ricondurre nella propria casa Azara, alla quale ridona la sua fiducia e il suo amore. Troppo tardi… uno sconforto amaro, un bisogno infinito di riposo sono scesi nell’animo della zingara.

Ella ha portato le labbra al liquido contenuto nel castone di un anello… il potente veleno non tarda a produrre il suo effetto. Azara vacilla, convulsa, sfogliando il mazzo di rose che il barone le ha recato… e si spegne lentamente tra i fiori.

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La prima interpretazione di Diana Karènne al Modernissimo

Roma, marzo 1916

Dopo una lunga impaziente attesa il pubblico di Roma ha potuto vedere una interpretazione di Diana Karènne. Premetto che si era fatto intorno a questo nome una così abile e misteriosa réclame che l’attesa era vivissima.

Diana Karènne conta innumerevoli amici nel mondo intellettuale romano, e questo aveva dato alla sua prima « rappresentazione », il carattere di un avvenimento d’arte; per questo il salone del Modernissimo raccoglieva tutti i nomi più in vista dell’arte e della nostra società.

IL SUCCESSO.

Sì dice che Diana Karènne abbia essa stessa scritto il soggetto di « Passione Tsigana ». E questo vale forse a spiegare la magnifica fusione di tutti gli elementi che compongono il dramma.

Il pubblico, afferrato sino dalle prime scene della vicenda del dramma, seguì ogni parte del lavoro con una commozione estetica vivissima, prorompendo alla fine in un fragoroso applauso. Ogni parte dell’opera fu sottolineata da mormorii di ammirazione, ogni scena, ogni quadro fu oggetto di particolare curiosità. La vita degli zingari, la grande sala delle mode, la rappresentazione di gala, l’incendio della foresta e le scene del tribunale affascinarono gli spettatori.

La Casa Pasquali ha superato con magnifica signorilità e con gusto squisito ogni difficoltà tecnica e teatrale, mostrando come sappia — sempre che voglia — dimostrarsi primissima fra le grandi Case italiane.

L’INTERPRETAZIONE

Ma il successo maggiore, il trionfo fu per Diana Karènne. Questa attrice che ieri nessuno conosceva, è oggi popolare fra noi, come e più delle grandi stelle del cinematografo.

Diana Karènne si è rivelata d’un colpo come una grande attrice e come una donna affascinante. La sua arte, fatta di aristocrazia e di pensiero, ha trascinato il pubblico ad una commozione nuova; ha dato la misura di ciò che possa fare di bello e di elevato l’arte del silenzio.

I commenti animati del pubblico concordano in questo: che mai si è avuta in cinematografia una attrice più nobile e più profonda di questa che la Casa Pasquali con tanta arte ha lanciato.

Diana Karènne esce dal suo primo lavoro con una celebrità che sarà presto mondiale perchè nulla le manca: né la deliziosa bellezza, né l’eleganza più squisita, e perché ha trovato un ambiente di lavoro nel quale le sue qualità sono messe in evidenza nel migliore dei modi.

Siamo ben lieti di questo trionfo della Casa PasquaLi. Noi, che sapevamo con quali intendimenti e con quali mezzi il Cav. Uff. Ernesto M. Pasquali si era accinto al lavoro nel suo nuovo meraviglioso stabilimento, già prevedevamo questi risultati. Congratulazioni vivissime ed auguri.

Contro un preconcetto

Torino 10 Giugno 1923

Specifichiamo subito: il preconcetto è la fobia contro il film straniero. Un malinteso senso di opportunismo nazionalistico, ad una gran parte di coloro che, in buona fede, desidererebbero di portare la loro piccola pietruzza alla ricostruzione cinematografica italiana, suggerisce di gridare al boicottaggio contro le pellicole estere, invocando per esse il più rigido ostracismo.

La questione fu da noi già trattata e risolta; ma, poichè l’equivoco persiste, non possiamo esimerci dal tornare sull’argomento, sia per lumeggiare efficacemente la situazione industriale e commerciale nei confronti con l’estero, sia per chiarire di fronte a tutti il nostro pensiero, che s’ispira alla visione esatta del problema, considerato da un lato positivo. Premettiamo che dobbiamo, prima di iniziare la discussione, corazzarci contro a certi attacchi di quanti, dotati di scarso spirito di discernimento, potrebbero equivocare sul nostro pensiero e tacciarlo di poco omaggio verso l’industria nazionale.

Ma tutta la nostra opera triennale, ininterrottamente ispirata ad un sano criterio di valutazione delle cose, ci garantisce contro ogni accusa e ci premunisce contro tutte le insinuazioni, per dimostrare luminosamente che noi cercammo sempre, e soltanto, di cooperare al bene della patria industria cinematografica. Serivono dunque gli oppositori ad ogni costo, che il mezzo efficace per la risoluzione della crisi cinematografica italiana consiste nel bandire dalle sale di proiezione i films stranieri; per cui da parte di tutti coloro che alla questione guardano superficialmente, che d’una loro personalissima opinione, non suffragata da verun fatto, fanno un assioma, muove un coro quasi unanime: « Escludiamo la produzione estera! Si disertino i locali, ove si rappresentano i lavori stranieri! ». Essi, ergendosi fieramente nel loro atteggiamento d’irriducibili negatori, sono convinti di rendere un grande servizio all’industria nazionale e di infliggere una meritata lezione a quanti si rendono responsabili di leso patriottismo. Premettiamo che non abbiamo mai compreso in quale modo il boicottaggio alla produzione straniera possa contribuire al risanamento dell’industria italiana. Se il pubblico frequenta le sale ove si rappresentano lavori esteri, gl’introiti sono ricevuti dalle cassette italiane, e, anzi, di questi introiti una buona parte passa direttamente nelle casse dello Stato. Piuttosto resta ad esaminare a quale condizione tali films ci sono provenuti dall’estero, ed è questo punto che considereremo noi.

Ma, tornando alla questione del film straniero in se stesso, vediamo quali fatti essenziali non bisogna dimenticare. Allineare un certo numero di parole in un articolo, o pronunciare frasi roventi in un discorso, siano pure articolo e discorso ispirati dalla nobile intenzione di contribuire ad un beneficio per l’organismo nazionale, è presto fatto, e come espressione d’un intento può essere lasciato indisturbato; ma quando dal verbalismo si deve passare alla concretezza dei fatti, quando alla critica avventata deve subentrare l’esame serio ed obiettivo, allora si riscontra che assai diversamente consiglia l’esperienza e che la realtà è ben altra cosa dalle ideologie. Si è più volte constatato e dimostrato che la sola vendita in Italia non basta a coprire le spese di fabbricazione: se anche si riuscisse a collocare un film in tutti i locali della penisola, non sarebbe ancora sufficiente per realizzare il necessario guadagno in confronto alle spese di produzione e di proiezione. Di qui, la necessità di aprire ai nostri lavori degli sbocchi sui mercati stranieri, procurando di avere fuori dei nostri confini, quell’aumento di collocazione, che può rappresentare un vantaggio morale e finanziario, se non sempre immediato, almeno di efficace riflesso. Ora, è possibile supporre di tentare per conto nostro la penetrazione dei mercati stranieri, chiudendo all’estero le porte di casa nostra? L’ipotesi è puerile ed assurda: l’espansione non è un fatto unilaterale; ma si basa sopra un movimento di libero scambio. Il commercio ha sempre avuto, come elemento essenziale, la formula: do ut des; per cui è perfettamente inutile inibire l’accesso agli altri, se vogliamo, attraverso a quelle stesse frontiere, aprirei noi il varco. Ci si obietterà che in questo caso l’accoglienza dei films stranieri viene a neutralizzare l’introduzione della nostra merce all’estero; ma resta sempre a vedere in quale misura la produzione nazionale si sarebbe collocata in Italia, ed in quale misura può venire smaltita all’estero. Ma a queste, che sono ragioni puramente finanziarie e che possono essere risolte a nostro favore semplicemente dall’abilità e dall’oculatezza dei commercianti preposti alla delicata funzione di presiedere agli scambi internazionali, sovrastano altre d’ordine superiore e più generale: quello artistico e morale. Che cosa vorrebbero i banditori dei lavori stranieri? Chiudersi entro una Muraglia Cinese? Ciò sarebbe veramente deplorevole per l’arte italiana che, forte del suo valore ed orgogliosa della sua potenza universale, deve sentire il bisogno di superare i confini, di andar più oltre e d’imporsi all’ammirazione del mondo. Per conseguire tale fine è necessario aprirci quante più vie è possibile, procacciarci quanti più mezzi si può per far emergere il valore della nostra produzione; può darsi che ciò imponga dei sacrifici; ma a questi è doveroso sottostare in vista della nobiltà e dell’utilità del fine che, in un avvenire non lontano, sarà certamente realizzato. Il trionfo di domani dev’essere un incitamento ad affrontare ed a sostenere gli eventuali sacrifici presenti. I quali sono poi assai ipotetici; mentre sarebbe certo il fallimento, qualora si adottasse la politica delle barriere impenetrabili, proposta da alcuni irresponsabili, i quali vorrebbero, trattandosi di un organismo malato, per curarlo, lasciarlo morire. Credano pure tutti i Crociati contro la produzione estera, — ai quali noi riconosciamo la bontà delle intenzioni — la politica negativa non ha mai risolto nulla, perché non ha nessuna capacità pratica, ed il grido di guerra contro lo straniero, in questo caso, si risolve in un vano clangore di trombe, più o meno squillanti, il quale può avere, al massimo, il potere d’irritare coloro cui è diretto, senza affatto deprimerli, e senza recare il minimo contributo alla causa che si sostiene. Anche nel secolo d’oro vi fu un Pontefice che si esaltava al grido di: « Fuori i barbari! », ma la sua politica stessa, era poi una condanna del motto di battaglia. Ai tempi nostri poi, lo scambio universale è l’unica forza incontrastabile, e la più efficace valvola di sicurezza del commercio e dell’industria nazionale.

Inoltre, limitandoci al campo artistico, non dobbiamo disconoscere che ogni Nazione possa avere alcunché da imparare dalle altre, e questo è un fatto che non è affatto debolezza ammettere. L’arte è un continuo divenire, e come tale si vale del concorso di tutti. Di conseguenza, per quanto in fatto d’arte il nostro Paese possa veramente vantarsi della sua situazione privilegiata, non è affatto degno di noi, contestare (come fanno alcuni cinematografici commentatori) alla produzione estera qualsiasi elemento artistico.È un metodo troppo infantile, che fa torto a chi se ne serve, quello di denigrare sempre e di proposito la produzione altrui per magnificare la propria. L’affermare, ad esempio, che l’America non riesce a darci altro che un iperbolico genere avventuroso e che la Germania non possiede lavori artistici, è un voler dimostrare che non si sa guarire della malattia di generalizzare. Poichè, se così non fosse, si dovrebbe riconoscere che, se per l’America si possono deplorare eccessi e per la Germania lamentare difetti, tanto l’una quanto l’altra, possiede però dei capolavori e degli artisti, che sono onore e vanto della cinematografia mondiale. E ciò ci sentiamo di poter doverosamente affermare noi, che fummo i primi ad insorgere, da queste colonne, contro coloro che, in altri momenti, per puro opportunismo, provarono dei veri capogiri per la produzione americana o germanica, al punto da vituperare inconsideratamente quella nazionale.

Quindi, concludendo, diciamo che sono perfettamente sterili: e le rodomontate di chi vuol mettere sempre tutto a ferro e fuoco, e le critiche aspre di giudici inaciditi, pronunciate, le une e le altre, per chiedere l’esclusione dei films stranieri, fatto impossibile per ragioni materiali ed ideali. Ciò ch’è necessario è il miglioramento della produzione, e la valorizzazione piena e completa di essa all’estero, mediante saggi contratti, mediante la tutela assoluta di tutto quanto è nostro e mediante un’opera di ottima e solida divulgazione dell’arte cinematografica italiana fra i paesi di tutta la terra.

Questi sono i fatti indispensabili al risanamento; tutto il resto è vaniloquio, è retorica fuor di luogo!

La Rivista Cinematografica.

La fine del film comico?

Torino, maggio 1923

Ne abbiamo pochine in Italia: Il nostro paese che — agli inizi — è stato il primo in tutte le varietà della produzione cinematografica, sembra che, ora più che mai, si lasci andare al suo temperamento drammatico.

Da noi ora si va al cinematografo sempre un po’ colla paura di uscirne male. Per quel che si vede: artisti drammatici, veri manichini che lasciano freddi quando l’autore, con qualche spunto macabro, non si incarica di dare il raccapriccio, oppure… Oppure niente.

La cinematografia nazionale d’oggigiorno è tutta lì.

Ma prima non era così. Prima l’artista obbediva al lavoro, a qualsiasi lavoro. Ora il lavoro si fà per i begli occhi dell’artista: che, per essere veramente belli, vanno, si sa, o lampeggianti di passione o madidi di pianto. E vien proprio voglia di gridare: un po’ di serietà; via, fra tanta tristezza e tristizia!…

La vita, anzitutto, non è e non deve essere tutta eccezione, tutta passione. E il cinematografo deve — più che altro, ed è forse il suo unico scopo — rappresentarci la vita in quei particolari aspetti esteriori cui l’arte, unilaterale, non giunge. Si vuol fare invece dell’arte pura e si fanno delle pure assurdità, corruttrici del gusto del pubblico, quando non sono addirittura stomachevoli. Che sarebbe il meglio, perché il pubblico farebbe presto giustizia.

Ma giustizia la fa, sin d’ora, disertando la produzione nazionale e preferendo il film — che so io — tedesco o americano. Lasciamo stare il film tedesco, film puramente decorativo e artificioso. Vediamo il film americano. È molto lontano dal nostro gusto, ma, nonostante, riesce a insinuarvisi. Ora vi si è già installato.

E si capisce. Non parliamo dei film acrobatici di avventure, terribili e bonarie, che, in ogni caso, spianteranno il latino film poliziesco e brutale. Parliamo del film americano caratteristico; caratteristico perché a somiglianza della mentalità anglosassone, concepisce la vita solo attraverso l’humour: umoristicamente, cioè come va concepita. Queste films ruberanno tutto il pubblico alle nostre. E la colpa sarà tutta nostra.

Perché di film piacevoli l’Italia né produsse molte. Il burlesco è anche nel nostro carattere, il comico è pure nel nostro istinto. Ma non vogliamo consigliare il facile riso che destano le maschere e i pagliacci. È la vita che di per se stessa è — se non lieta. — certo comica e sentimentale in un punto.

Comico-sentimentale. Con. questa denominazione impropria ma efficace, corsero l’Italia parecchie bei film, un tempo. Ed avevano in sè tutti gli elementi dell’umorismo. Questo è latente nell’anima di tutti. E divertivano il pubblico. La prima Casa torinese di film ne editò parecchi e non erano inferiori a quelli americani che vennero di poi.

Anche la Francia ebbe una produzione semi-umoristica col concorso di buoni comici provenienti dal teatro e ritornati poi a questo. Le ultime pochades che sotto il nome di una vecchia Ditta francese si proiettarono, riuscirono di esecuzione pietosamente commerciale. Altre, che si fecero in Italia, le superavano di gran lunga.

Infine, gli ultimi generi non precisamente atroci di film italiana, furono quelli tracciati da un noto scrittore romano. E piacquero perchè erano scaltramente confezionati: con quel tanto di decorativo, di comico e di passionale, in dose giusta, che occorre a tutti i pubblici. Ma trovata la ricetta, i lavori si susseguirono stereotipati. Al primo il pubblico si divertì, al secondo tollerò, al terzo sbadigliò. Ed anche questi film sono destinati a scomparire se mon si muta la ricetta.

Gironzola ancora qua e là qualche: film pagliaccesco e acrobatico. Non basta per far ridere; basta per far ridere della cinematografia italiana, che si ripete ora, uniformemente unilaterale, stupidamente tragica.

Si dirà che è il pubblico a preferire la passionalità cieca e irruente al sottile umorismo. Ma l’umorismo — l’abbiam detto — è latente; così che non abbiamo che a esibirlo per farlo ricordare e amare.

Artisti, non ne parliamo, se ne troverebbero a iosa e uno o due di quelli che già recitano dimostrano per l’humour una disposizione speciale.

Dunque: una difesa e una riconquista commerciale da compiere. Un equilibrio e un risanamento nel gusto del pubblico. Il pianto non può far del bene che come sfogo personale. Ma il pianto commerciale, il pianto per commissione, non può far che del male. Piangere non serve a nessuno. Il ridere ci rende migliori.

E se il film di buonumore o, meglio, il film umoristico, ricomparirà nella cinematografia italiana, sia pure imperfetto e grossolano da principio, noi saremo i primi a congratularcene.

Fantomas