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Assunta Spina al cinematografo

« A Nelly la Gigolette seguì Assunta Spina: protagonisti io e Gustavo Serena, registi io e Gustavo Serena, aiuto registi io e Gustavo Serena. »
Francesca Bertini
(Film, 10 settembre 1938)

Affermazioni false, auto-esaltazioni e iperboli sono materia prima della storia del cinema, come scrive Kevin Brownlow nel suo Hollywood  – L’era del muto a proposito di una dichiarazione di Thomas Alva Edison nel 1891, ma la leggenda intorno alla vita e le opere di Francesca Bertini occuperebbe uno dei primi posti nel caso di una classifica internazionale sui misteri mai risolti della storia del cinema. E più passano gli anni, e più il mistero s’infittisce. Le poche notizie attendibili vengono regolarmente sepolte sotto un nuovo strato di leggende. Come scrive Costanzo Costantini « addentrarsi nella vita di Francesca Bertini è come inoltrarsi in una nebulosa, in una “nebulosa stellare”, trattandosi d’una delle più grandi “stelle” del cinema: bisogna dipanare la bibliografia più confusa, contraddittoria e approssimativa con la quale l’intera storia del cinema muto italiano ci metta alle prese. »

Proviamo a entrare in questa nebulosa e prendiamo, per esempio, la storia della realizzazione di Assunta Spina, girato negli ultimi mesi del 1914.

Cominciamo dalle fonti cartacee dell’epoca. Quelle sopravvissute…

Francesca Bertini, che il 4 settembre 1914 aveva firmato un contratto con Gioacchino Mecheri, viene “prestata” per un mese alla Caesar Film di Giuseppe Barattolo, mentre Mecheri finisce di costruire il teatro di posa di una nuova casa di produzione che si chiamerà Bertini Film:

« Ci viene comunicato che una nuova ed importante Casa editrice sorgerà fra breve nella capitale sotto l’iniziativa del solerte e geniale avv. Mecheri, già direttore generale della Celio films. Tanto all’estero che in Italia sono conosciuti ed indiscussi il valore e l’attività dell’egregio avv. Mecheri; è tanto più che ci si assicura che Francesca Bertini la bellissima e bravissima attrice cinematografica Stella Italiana sia già stata scritturata dalla nuova Casa che inizierà prestissimo i suoi lavori e che della Bertini prenderà il nome. Dunque… auguri… auguri.. »
(Il Maggese Cinematografico, 30 ottobre 1914)

I primi due film di Francesca Bertini per la casa di Giuseppe Barattolo sono Nelly la Gigolette e Don Pietro Caruso dall’atto unico di Roberto Bracco, messa in scena di Emilio Ghione, direttore artistico della Caesar Film. Il primo sarà un grande successo di pubblico, il secondo sembra scomparso nel nulla.

Verso la metà di ottobre, mentre “i quadri del Don Pietro Caruso vanno a gonfie vele”, Francesca Bertini chiede e ottiene da Gioacchino Mecheri una proroga fino al 1° novembre 1914 per completare la lavorazione dei film “promessi” alla Caesar Film di Barattolo. Più o meno in contemporanea vengono pubblicate sulla stampa le prime notizie sulla trasposizione cinematografica di Assunta Spina:

« La Caesar Film ha acquistato il diritto di riprodurre Assunta Spina di Salvatore di Giacomo. »
(La Cinematografia Italiana ed Estera, 1-30 ottobre 1914)

Sembra che nel corso della lavorazione degli esterni a Napoli la troupe di Assunta Spina, o meglio la mini troupe composta da Francesca Bertini, Gustavo Serena e l’operatore Alberto Carta, abbia dovuto fare i conti prima con la popolazione locale — “Ci hanno buttato addosso persino dei pomodori, e siamo dovuti scappare” racconterà la Bertini in numerose occasioni ricordando le riprese — e poi con un tempo eccezionalmente cattivo che costrinse la troupe a rimanere inoperosa per due settimane. Tutto ciò obbligò alla Bertini a ritornare da Mecheri per chiedere un’ultima e definitiva proroga fino al 15 dicembre, fu concessa ma per quella data Francesca aveva già deciso di rompere il contratto con Mecheri e firmare con Barattolo. La “cosa” finirà nei tribunali e non sarà che l’inizio di un duello tra “due cavazioni, due botte dritte; tu mi prendi Ghione, io ti biffo la Bertini, da quel momento due volontà decise, cocciute, non si concederanno quartiere, mai più”, come ricorderà anni dopo Emilio Ghione nelle sue memorie.

Chi prese la decisione di portare sullo schermo Assunta Spina? Secondo Vico d’Incerti, che nel 1952 si mise in contatto con Francesca Bertini e Gustavo Serena:

« Fu lui (Salvatore Di Giacomo n.d.c.), infine, a suggerire il film nel 1914 — come risulta dalla lettera che inviò a Francesca Bertini in quel tempo — anche se poi non collaborò che in minima parte, limitandosi a scrivere, dopo ripetute insistenze, la didascalia iniziale (che giunse per altro quando il film era ormai montato, e non poté quindi essere inserita).
(…)
Cos’è rimasto del dramma da cui è derivato, nel film che la Caesar realizzò a Roma negli ultimi mesi del 1914, quando era ancor viva l’eco del successo teatrale? Non molto, purtroppo, oltre al fatto. (…) Quanto nel film è stato aggiunto rispetto al lavoro teatrale, cioè il lungo antefatto, è linearmente raccontato: serve allo scopo senza, naturalmente, apportare pregi artistici. La sceneggiatura di questo preambolo è stata suggerita dalla stessa Bertini: era lei che del dramma sapeva tutto, perché la compagnia napoletana con la quale, giovinetta, aveva recitato prima di passare al cinema, l’aveva in repertorio; lei stessa vi aveva preso parte nelle vesti di una delle stiratrici, e all’autore era legata da affettuosa amicizia. Di Giacomo preferì non mettervi mano, perché — scrisse alla Bertini — non aveva alcuna pratica in questa nuova e per lui ancora misteriosa tecnica del cinema. Gustavo Serena poi, che del film fu non solo interprete, ma anche metteur en scène, si lasciò di buon grado suggerire dalla Bertini nel tracciare la sceneggiatura, per la ragione non trascurabile che contraddire quel demonio di ragazza era già allora impresa pressoché impossibile non solo per lui, misurato e cortese signore, ma anche per chi avesse avuto animo più battagliero del suo. »
Vico D’Incerti
(ferrania, giugno 1952)

Qualche anno dopo la versione offerta da Francesca Bertini nella sua autobiografia è diversa:

« Per consiglio di Barattolo, scrissi subito a Salvatore Di Giacomo pregandolo di concedere alla Caesar Film i diritti cinematografici dell’Assunta Spina. Gli dissi anche la mia grande felicità di poter finalmente interpretare la sua commedia che tanto amavo. Il grande poeta non si fece pregare: mi rispose immediatamente concedendo a Barattolo i diritti di riduzione cinematografica del suo dramma. Nella lettera, che purtroppo è andata distrutta con le altre cose che avevo e con tanti ricordi del passato, egli, tra l’altro, scriveva:
“Io non ho idea di cosa sia la sceneggiatura di un film. Affido a te la mia opera. Desidero, comunque, che l’adattamento cinematografico sia fatto da te, da te sola. come tu lo vedi e come tu lo senti, cinematograficamente parlando.” Io sapevo a memoria la commedia e fu per me estremamente facile la sua trasposizione cinematografica. Vi aggiunsi il prologo e la scena davanti allo specchio in cui Assunta si guarda, dopo essere entrata, ferita in un basso napoletano in preda all’ansia e la disperazione. Questa scena entusiasmò il pubblico e piacque molto anche a Salvatore Di Giacomo. Cooperò alla regia Gustavo Serena, che fu pure interprete valoroso del personaggio di Michele. »
Francesca Bertini
(Il resto non conta, Giardini 1969)

Le versioni non concordano, ma sopratutto non è molto credibile il disinteresse di Salvatore Di Giacomo nella trasposizione cinematografica della sua “creatura”. In mancanza di documenti d’epoca (lettera, cessione di diritti, ecc.), proviamo a consultare le fonti d’epoca.

Nell’autunno 1913 viene fondata a Roma la Morgana Films, edizioni d’arte, direttori amministrativi marchese Alfredo Capece Minutolo di Bugnano ed il comm. Levi, direttore artistico Nino Martoglio. Uno dei progetti che vengono annunciati è la versione cinematografica di Assunta Spina della quale parla in questa intervista Salvatore Di Giacomo:

« Roma, 5 febbraio 1914. (…) Salvatore Di Giacomo si trova a Roma per la convocazione della Commissione per l’Arte Drammatica, di cui egli è stato chiamato a far parte in sostituzione dell’on. Romussi. L’ho trovato ieri mentre rispondeva non so a quante lettere, e davanti a lui c’era una farraggine di carte, che erano come il documento della sua meravigliosa e formidabile attività. Perché Salvatore Di Giacomo è un lavoratore straordinario. Direttore della magnifica Lucchesiana di Napoli, da lui creata, ordinata e portata a grande lustro, egli trova il tempo di dirigere delle collezioni di volumi di erudizione e di arte, far delle ricerche storiche, scriver libri, riordinare la sua antica produzione, scrivere quelle delicate e maravigliose canzoni napoletane che han fatto la fortuna del Polyphon, e poi articoli per riviste giornali, ed ora anche lavorar per il cinematografo. L’autore di Assunta Spina era raggiante di gioia perché aveva scovato non so dove un codice del secolo XVIII manoscritto, rilegato in pergamena e contenente versi sotto il titolo alquanto idilliaco di Divertimenti estivi.

(…)

Scoprii le mie batterie e domandai cosa preparasse, se fosse vero di una riduzione di Assunta Spina e di altri suoi lavori per il cinematografo, quali intendimenti portasse nella Commissione per l’Arte Drammatica.

Cercò di schermirsi, inutilmente, poi si confessò vinto:

— Vi devo dire, prima di tutto, che io amerei piuttosto di far bene, scambio di far sapere. Senonché le forme della investigazione giornalistica moderna sono tali che non si riesce facilmente a sottrarsi agl’interrogatorii, cui non possono sfuggire nemmeno i solitarii. Credo, caro amico, di essere imputato in questo momento, davanti a voi, di due cose: di prender parte, in sostituzione di Romussi, alla Commissione governativa per l’Arte Drammatica, e di aver ceduto il diritto ad una grande società romana, di cavarne una film della Assunta Spina.

— Poiché dunque accettate la parte di imputato, discolpatevi allora davanti quel grande giudice che è S. M. il pubblico. Io sarò lieto di farvi da cancelliere verbalizzante.

— Per la prima parte che devo dirvi? Farò il mio dovere di artista e galantuomo, e impiegherò quel poco di talento che ho per sostenere tutto quel che è bello, utile e decoroso in quelle discussioni.

— E per la film Assunta Spina?

— La film? Ecco: io ho molto volentieri acconsentito alle idee della nuova società. Volere o volare, il cinematografo è in troppa voga perché lo si possa discutere dal lato della invasione e dell’interessamento vivissimo che suscita. Si può discuterlo, e assai spesso, del suo lato artistico, estetico e direi anche logico. Infatti è la ragione, è la logica più comune che spesso mancano a queste rappresentazioni. Ai personaggi dei drammi e delle commedie la cinematografia toglie qualche cosa che, assieme con la materiale agitazione scenica, è l’arma magnifica dello scrittore: la parola. Non hanno più la medesima forza di prima il riso, il pianto, l’apostrofe, la preghiera, non più un grido vi fa davvero gelare, un singhiozzo far versare lacrime. Ora a questa mancanza si è creduto che bastasse sostituire apparati sorprendenti, paesaggi, marine, chiari di luna e splendori di sole ed esposizioni di spettacoli naturali fin qua ignoti a noi e che non avremmo mai veduti e non vedremmo. Non basta. Un fatto che non si colleghi con bell’ordine d’immaginazione a queste esposizioni esula naturalmente dall’interessamento generale dello spettatore. La tela malamente intessuta si rimpicciolisce, e il particolare uccide l’idea. Il pubblico si è già accorto della insipienza e della banalità di molti di questi spettacoli. Egli chiede bensì di commuoversi e d’interessarsi, ma non vuole interrotta o sviata la sua emozione e la stupidaggine lo disgusta. Occorre che degli artisti, dei veri artisti sorveglino da vicino la composizione degli spettacoli ed anche ne apprestino di più umani, di più logici, di più artistici, in una linea che soddisfi l’occhio e la mente nel tempo istesso.

— Ed è a questa nobilitazione della film dunque che voi intendete contribuire?

— E perchè no? Si è piegato a consentire che un suo nobile suggestivo lavoro sia cinematografico un insigne scrittore di grande sensibilità ed onestà artistica: Roberto Bracco. Ha convenuto forse egli, come convengo io, che l’azione di Sperduti nel buio debba nel cinematografo essere più diffusa e variata e che un necessario ordito più peculiare debba esprimere tanti momenti di quella dolorosa concezione che il drammaturgo ha in origine separata dalla sua esposizione più completa, rapida e serrata com’è. La sua fantasia si eserciterà a comporre questo nuovo materiale quasi sussidiario, e l’esperienza di un nostro collega valoroso, Nino Martoglio, il quale si è più avvicinato alla conoscenza tecnica di questa nuova forma di spettacolo, aiuteranno il mio caro amico e concittadino. Il suo esempio m’incoraggia perché mi viene da un artista col quale ho vissuto i primi anni di giovinezza, e che m’è stato di esempio ancora nell’amore per l’arte e pel rispetto per l’arte.

— Spero però che non abbandonerete completamente il teatro per il cinematografo!

— Questo no, ma che volete? La Francia e tutti gli altri paesi offrono proventi ben più larghi a chi fa il teatro e per avventura ne ottenne successo. E l’Italia non troppo. Nel caso mio, visto che io non scrivo che per il teatro dialettale, i proventi sono irrisorii quando si pensa che una sola Compagnia dà le cose mie, La Magnetti intanto ha sciolta la sua (ma spero che lei tornerà alle scene) ed ecco mancanti di colpo i proventi. Più eque e più generose invece le società cinematografiche rimunerano ben più largamente gli autori. Il dunque tiratelo voi…

— Per il momento però il cinematografo non avrà dunque da voi che Assunta Spina?

— Sì, io ho ceduto il diritto, ed essa sarà interpretata da quei due suggestivi artisti che sono Giovanni Grasso ed Adelina Magnetti — come vedete una bella unione di forze espressive. Non è detto però che io non farò delle cinematografie originali, che anzi qualcuna ne ho già disegnata nella fantasia. Penso che v’è da mescolare ai soggetti drammatici i buoni soggetti idilliaci, sentimentali che mandino il pubblico contento a casa e che facciano benedire la cinematografia. Ed io credo che mi metterò precisamente su questa via.

— E l’Assunta Spina cinematografica seguirà fedelmente il dramma originale?

— No completamente, perché bisogna adattarlo alle esigenze tecniche e sceniche della cinematografia, ma il dramma sarà sempre quello.

E Salvatore di Giacomo, con parola colorita e con quel suo gesto largo e sobrio ad un tempo mi spiega le grandi linee della riduzione cinematografica di Assunta Spina.

— Ridurrete altri vostri lavori per il cinematografo, oltre ai lavori originali?

— No. Gli altri miei lavori teatrali non si prestano a siffatte riduzioni per la prevalenza di elementi scenici che non si possono costringere ad ammutolire sullo schermo cinematografico e sopprimendo i quali l’azione perde i suoi caratteri peculiari.

Renato La Valle
(Il Giornale d’Italia) 

Sembra più che evidente l’interesse di Don Salvatore per il cinematografo, e dall’intervista non si direbbe che fosse proprio del tutto nuova per lui la “misteriosa tecnica del cinema”. La versione cinematografica di Assunta Spina con Adelina Magnetti, prima interprete del dramma sulle scene di prosa, e Giovanni Grasso rimase un progetto per motivi che qui sarebbe molto lungo da spiegare. Dall’intervista si capisce abbastanza chiaramente che Don Salvatore aveva pronto un soggetto, forse un abbozzo di soggetto. Com’era la prima versione cinematografica di Assunta Spina scritta da Salvatore Di Giacomo? Assomigliava alla versione Bertini-Serena? Era la stessa?

Per finire, ritornando alle “leggende” intorno a Francesca Bertini (vedere gli extra nel DVD  pubblicato pochi giorni fa dalla Cineteca di Bologna – Fondazione Cineteca Italiana), Vittorio Martinelli era un grande storico del cinema e una persona molto divertente… La storia di Michele Di Giacomo (Miquel), fratello “degenere” di Salvatore Di Giacomo con “una capoccia così” l’ho sentita più volte e non soltanto da lui. Purtroppo, secondo l’anagrafe, Salvatore Di Giacomo, figlio primogenito di Francesco Saverio e Patrizia Buongiorno, aveva soltanto due fratelli: Gustavo (che diventò giornalista professionista), ed Eugenia. Inoltre, che l’autoritaria (e amatissima) mamma Patrizia abbia convinto Salvatore a vendere i diritti di Assunta Spina a Giuseppe Barattolo nel 1914 risulta molto improbabile, per non dire impossibile: Patrizia Buongiorno morì a Napoli il 21 luglio 1909. Tutto questo “io dissi” a Vittorio nel lontano 2003, lui non si arrabbiò affatto, anzi mi disse: “Vuoi fare il prossimo libro su Francesca Bertini con me?”. Un caro saluto Vittorio, là dove tu sia!

Assunta Spina e la critica del 1915

Brochure originale del film
Copertina della brochure originale del film

Aprile 1915. Questo magnifico lavoro, spoglio del grande ausilio della parola, in alcuni punti riuscirebbe piuttosto prolisso e forse noioso, senza la forte interpretazione che ne danno gli artisti; primissima la Bertini; non secondo il Serena. Il pubblico l’accoglie con grande simpatia, malgrado la lunghezza e l’uniformità delle situazioni, appunto per l’eccezionale interpretazione. Le scene di gelosia si seguono da capo a fondo del dramma, e spesso si assomigliano, ma sono rese interessanti dallo spiegamento completo di tutte le risorse di cui dispongono gli attori tutti.

Il sistema invalso delle nostre Case — e premo sulla parola « nostre », perché il sistema dei « frammenti » di quadri non è seguito affatto da quelle straniere — fa sì che si abbozzano appena le scene, impedendo agli attori qualsiasi manifestazione artistica. Abbiamo chiesto tante volte se per avventura i nostri artisti fossero così cani da dover chiedere tutto alla situazione, al fatto, e nulla alla peculiare loro virtuosità; e noi che per dovere professionale dobbiamo frequentare tutti i santi giorni i cinematografi, possiamo dire che il pubblico apprezza e gusta non solo il fatto, ma anche l’arte dell’interpretazione, quante volte può leggere nella sua azione sincera lo stato del suo animo.

È falso che la simpatia del pubblico sia data soltanto dalla silhouette dell’artista poiché allora la Bertini, l’Hesperia, la Carmi non potrebbero vantare quel primato che in cinematografia godono. Infatti esse non sono grandi artiste per la loro bellezza, ma per la loro virtuosità. Ora com’è possibile spiegare della virtuosità in quadri appena delineati, di dieci o dodici metri?

La penultima scena che precede l’uccisione del Cancelliere in questa film non è occupata che da due ottimi artisti: la Bertini ed il Serena; e d’interessante non v’è che il valore della loro interpretazione. Tolto questo, infatti che resterebbe?: la situazione. Il ritorno inaspettato di Michele, mentre Assunta Spina attende il nuovo amante; attesa ch’è rivelata dalla tavola apparecchiata. Due situazioni che coi nuovi sistemi si risolverebbero in una ventina di metri al massimo; spazio sufficiente perché gli attori vi potessero eseguire quattro mosse combinate, automatiche, a tempo fisso.

Per il critico, invece, non ostante la sua lunghezza, questa scena è una delle più belle del dramma; se pur non è assolutamente la migliore.

Devo nominare ancora un altro magnifico artista, ed encomiare una speciale « mise en scène », L’artista è l’usciere del Tribunale; la scena è quella dell’ambulatorio. In questa scena la maggioranza dei metteurs en scène si sarebbe limitato a fare dei passaggi; la Caesar Film ne ha fatto un quadro magnifico, divertente, movimentato; nel quale quattro protagonisti del dramma non diventano che accessori; il protagonista vero, reale e magnifico, è l’Usciere. Quanta sincerità! La sala è piena di gente di ogni classe; v’è persino un prete; e voi quasi comprendete che nel mentre quell’usciere è intento a scrivere forse delle citazioni, ad un Tizio indica un ufficio; ad un altro l’ora di udienza; ad un terzo dà schiarimenti su una causa o spiega una procedura; ed all’ultimo ripete per l’ennesima volta i deliberati di una sentenza o le disposizioni di qualche articolo di codice. E tutta la sua azione ha atteggiamenti diversi a seconda degli individui, del genere delle richieste, dell’importanza delle medesime. E seguita a fare il suo lavoro, a cercare carte per il tale avvocato e riceverne da un collega; insomma un usciere nel pieno esercizio delle sue funzioni. Magnifico poi nella chiusa finale quando il cancelliere lo saluta ammiccando perché ha ottenuto quanto desiderava da Assunta Spina. Il pubblico che l’ha seguito fino allora, segnando con leggeri mormorii d’approvazione le varie manifestazioni della sua arte sincera, prorompe in una risata.

La mise en scène, è precisamente quella di quest’ambiente di tribunale: e non solo degna d’encomio, ma da citare a modello. In questo quadro, che si ripete due o tre volte, se togli i protagonisti e l’attrice madre, che vi fanno delle vere apparizioni, non vi è un personaggio che interessi al dramma. Non vi si svolgono che due azioni o tre per quadro: il rimprovero della madre di Michele ad Assunta, e la scena della seduzione di Assunta, col cancelliere, fatta in due riprese. Il resto — come ho detto — non sono che passeggi; ma quanto lavorio di sfondo! forse un po’ troppo, non come verità, ma come arte. Ora in questo sfondo si svolge tutta una vita reale in una serie svariatissima di particolari puramente decorativi. L’importante è questo: che tutto ciò è formato da artisti, non da comparse; oppure convien dire che la Caesar ha delle comparse che valgono degli artisti.

Pier Da Castello (Pietro Berton)
(La vita cinematografica, Torino 19 maggio 1915)

Assunta Spina 1915

Scena finale di Assunta Spina (Caesar Film 1915), al centro Francesca Bertini, penultimo a destra Alberto Collo.
Scena finale di Assunta Spina (Caesar Film 1915), al centro Francesca Bertini, penultimo a destra Alberto Collo.

Questo post è dedicato a laulilla, una signora torinese, interessata al cinema, alla cultura, ai libri.

Assunta Spina, questo nome di una donna del popolo è stato posto pochi anni fa dal più acclamato dei commediografi dialettali napoletani in fronte a un suo breve e impressionante dramma, che ha fatto il giro d’Italia tra successi incontrastati e sinceri.

L’azione cinematografica accresce il dramma del di Giacomo con un antefatto che gli può attagliare senza che si pensi a una delle solite appiccicature le quali deformano, nel mondo cinematografico, la composizione originale. È necessario che da un antefatto acconcio, il pubblico comprenda così chi sia la donna inquieta e sensibile che gli vien presentata nei suoi primi atti, come quel destino al quale ella va incontro e l’ambiente in cui esso si compie.

È uno scorcio di donna che si presenta e intrattiene rapidamente gli spettatori.

Assunta Spina è tutto istinto. La stranezza, l’inquietante irrazionalità dei suoi atti è spiegata dell’intensità del suo istinto, intensità misteriosa e difficile a sopportare. Oscura ed eccessiva — ecco il segreto — è la vitalità di Assunta Spina: in modo che ella agisce crucciosamente, quasi rivoltandosi con violenza e con rabbia a qualche ignota forza interiore che la costringe. È in questa figura un concentrato ed altero dolore, e si rivela dalla disperata asprezza dei suoi modi: ella è una di quelle creature di troppo e troppo chiusa passione, che pare abbia una eterna querela in pendenza con chi l’ha creata. Dovunque ella si presenta fa del vuoto attorno a sé, e impone delle sospensioni tragiche.

Va per la vita come un’anima perduta. È una zingara. È sempre lontana, distante, sfuggente, estranea a tutti. Riceve chi l’accosta con trascuratezza. Nei momenti più fieri stende le sue mani a respingere, si isola per straziarsi ancora meglio, con una certa voluttà. Non può gustare il dolce della fraternità e dell’amicizia, e non ha che una solo possibilità: l’amore.

L’amore è la sua risoluzione naturale e necessaria, è la sua nobiltà, la sua dignità, la sua ragion d’essere. Ella è una grande amoureuse, perché non può essere altro.

Ma per questa vorace consumatrice di passione non c’è avvenire. Ella si concede e non domanda nulla. Ma può dimenticare d’essersi donata.

Ma il male che fa non lo sa: ella non ha il senso del male. Ella non vede nulla: è cieca, e segue il suo istinto. E questa inconsapevolezza assoluta del male che porta con sé, questa sua fondamentale incoscienza spiega il sacrificio — degno di una creatura di Dostoevskij — col quale ella, infine, è portata a rivolgere contro sé sola le conseguenze materiali dei suoi atti.

Sfregiata da un colpo di rasoio dall’amante geloso, Assunta Spina va in tribunale a dire che non è stato lui. Ha un’altro amante, ma non sa sopportarlo. Ha dei capricci, ma non sono durevoli. Pare che trascini, ed è trascinata invece lei stessa.

E quando viene, finalmente, il momento del sacrificio Assunta Spina non ha bisogno di mutare anima. È sempre lei. Ed ha ancora necessità di perdersi tutta, e di perdersi in un atto estremo.

Chi è stato che ha ucciso? È stata lei? E, in fondo, la responsabile è lei. Ma non per questo, non per andare incontro all’espiazione ragionatamente — il che sarebbe falso, o sarebbe vanità dell’espiazione — ella si accusa. La giustizia si compie nei suoi atti rimanendo celata alla sua coscienza. Ella non ha che da seguitare a vivere. Viene il giorno in cui quel medesimo istinto che le ha tanto rosa e divorata l’anima, la trasporta d’un colpo alla sublimità. Il male è assolto, il bene porta lo stesso spirito del male; ma ora tutto è compiuto e scordato.

La vita deve amare le sue riserve di santità in queste creature di perdizione.

La Caesar Film ha affidato ad un’attrice la cui bellezza fisica non è scompagnata dal raro pregio della suggestiva e impressionante nobiltà d’una fisionomia espressiva, la parte principale di questo rapido dramma d’un’anima lacerata. Francesca Bertini lo incarna principalmente: la sua figura, ora dolorosa, ora pensosa, or crudele, or tenera, vi passa lasciandovi le stimmate della sua tragicità. E questa figura di popolana napolitana s’agita nei caratteristici ambienti della più passionale e più folta città del mezzogiorno d’Italia, la città dei canti e dell’amore, della violenza e della bontà — cornice naturale e suggestiva — con le sue piazze e le sue stradicciuole, con la sua folla palpitante, col suo costume, col suo sole abbagliante, o con la poetica tristezza delle sue giornate senza sole, a un quadro che esprime, di qualcuno che vi trascina la sua vita palpitante, le speranze, l’amore, il dolore e il sacrificio…

(testo anonimo pubblicato nella brochure originale del film)