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La verità nuda – Rinascimento Film 1921

Livio Pavanelli e Pina Menichelli, La verità nuda (Rinascimento Film 1921)
Livio Pavanelli e Pina Menichelli, La verità nuda (Rinascimento Film 1921)

Roma, Corso Cinema Teatro, dal 24 aprile 1921.

È un film di cui si può fare il più alto elogio: è un trionfo d’armonia.

L’argomento è presto narrato. Una scultrice (Pina Menichelli), e un pittore (Livio Pavanelli) s’innamorano l’uno dell’altra e si sposano.

Prima del matrimonio il pittore ha avuto una relazione con la contessa Brazinska (Elena Makowska), e dopo alcuni mesi del matrimonio la relazione, favorita dal caso e dalla volontà inflessibile della contessa rivive.

In una gita a Villa Adriana, Ada, la scultrice, vede il marito baciare la contessa. Ha un gesto di smarrimento, e cade dall’alto d’un muro romano. La caduta le toglie la vista.

Ora la povera donna, ridotta una larva, vaga per l’ampia casa immersa nella sua eterna tenebra. Il marito è completamente preso dalla contessa e finisce per acconsentire al desiderio di lei: finirle il ritratto.

Ada pensa a morire, ma mentre il suo dito sta per premere sul grilletto della rivoltella, l’assale il desiderio di baciare il marito un’ultima volta. Essa va: ma sente la contessa parlare: i due adulteri stanno nello studio; la contessa cerca di convincere il pittore a disfarsi dell’inutile moglie.

E la cieca che voleva morire gli scarica contro la sua arma, ciecamente. Il pittore cade ferito a morte, la contessa fugge, — e la cieca riacquista la vista.

È un film d’armonia. Salvo un solo quadro, quello d’una serra che c’è sembrato un po’ — solo un po’ — brutto, tutto il complesso della pellicola è magistralmente equilibrato e proporzionato: dal magnifico sfruttamento di Villa Adriana e di Villa Barberini, alla scelta accurata dei personaggi, dai protagonisti all’ultimo cachet. Il tutto è integrato da una fotografia luminosissima, che assurge ad apparenze stereoscopiche in molti punti.

Pina Menichelli è non nella sua migliore interpretazione, ma nella “sua” interpretazione. Essa non ha nessuno di quei nervosi movimenti per cui le movemmo delle censure nella Storia d’una donna. Essa s’è ormai convinta che è bella sempre: da dovunque si veda, e ne fanno prova due magnifiche fotografie di profilo che fanno bella mostra di loro nelle sale del Cinema Corso.

Ma non è dei mezzi plastici della Menichelli di cui vogliamo parlare, ma della sua arte. Due scene in tutto il film bastano a consacrarle una fama che è ormai più solida di tutte le critiche: la scena in cui perde la vista e quella in cui rivede.

Tutti i fotogrammi della grande scena finale rilevano il talento di questa attrice.

Essa spara sugli adulteri mirando « con l’orecchio » guidando l’arma omicida con le voci che ode. Spara: un corpo piomba a terra… Essa ha un primo spasimo: Chi? Chi ha ucciso? Colei che odia o colui che ama?

Si precipita sul corpo che giace e ne urta i piedi.

Essa indietreggia sopraffatta dall’orrore, ma subito l’ansia di sapere vince l’orrore medesimo. E la cieca si slancia ancora, si getta sul corpo, lo tocca. Ah gioia! L’assassina amante sorride di gioia terribile: le sue mani sentono un panno, una veste. Il corpo è quello di lei… E le mani vanno avanti su per il tappeto in cui Pavanelli s’è avvolto nel supremo momento e che la cieca crede una gonna. Presto le sue mani tremanti arrivano al volto. I capelli! dove sono i capelli?

E nel tremendo colpo la cieca perde il suo sorriso di infernale contento. Ha ucciso lui? Lo shock nervoso è formidabile, essa vacilla man mano che la terribile luce si fa nel suo spirito, ed insieme a quella un’altra luce si fa in lei, nei suoi occhi: essa vede! Vedo! Vedo! Vedo! Ada grida delirando di gioia. Ma subito la sua gioia diventa terribile dolore, ed essa si domanda perché vede, se la prima cosa che i suoi occhi scorgono è il marito a terra, morto.

È una interpretazione veramente superba.

Accanto a Pina Menichelli ha ottimamente figurato Elena Makowska. La grazia felina di questa bellissima donna è così profondamente suggestiva che sembra in certi momenti di vedere una persona vivente, tentatrice, tanto più… peccaminosa quanto più è coperta da abiti la cui aderenza è ossessionante. Essa ha reso magistralmente la sua parte, con dei semplici gesti, con delle movenze, degli atteggiamenti senza artificio. È una vera attrice cinematografica.

Livio Pavanelli anche è stato felicissimo, corretto in tutti i momenti della sua difficile parte. È un attore che ha il senso della proporzione: non fa mai niente più e niente meno di quanto deve fare.

Il vero trionfatore è però Carlo Amato, l’infaticato semplificatore che riesce con la sua diplomazia e il suo finissimo tatto a fare le cose più inverosimili: ottenere l’ingresso in luoghi dove non entra mai nessuno, regolare tutta l’ossatura amministrativa dei suoi lavori in modo che sembrano ci siano profusi tesori, accordarne fra loro due dive, quando è risaputo che nemmeno madre a figlia sanno andare d’accordo.

Mah! Gutta cavat lapidem… e Amato andrà lontano…

Una sventatella – Itala Film 1918

Una sventatella
Pina Menichelli e Arnaldo Arnaldi (Una sventatella, Itala Film 1918)

La Sventatella è quel singolarissimo tipo d’artista italiana che risponde al nome di Pina Menichelli, alla quale, qualche volta, non abbiamo risparmiato i nostri appunti tutt’altro che benigni, che ella ha accolto col suo divino sorriso, e li ha anche approvati.. Poiché la Menichelli non è di quelle artiste che amino il profumo d’incenso; ama la lode — ed ha ragione — quando è approvazione di merito giustamente guadagnato, ma non ama l’adulazione stereotipata che molti le decretano soltanto in omaggio alla bellezza della donna, poco curandosi del suo valore artistico.

In Sventatella, la Menichelli è assai più umana e più vera. Leggera, disordinata, sventata nei primi atti, si trasforma con misura negli altri. La rovina del marito, che soggiace allo sleale giuoco di borsa architettatogli nell’ombra dal cugino, per vendicarsi di avergli tolta la bella e ricca cuginetta, la muta in moglie saggia e amorosa, che tutta si adopera per la salvezza del suo sposo. E quando vede che il sacrificio di tutti i suoi gioielli non basta alla bisogna, il suo amore per la sofferenza del marito, trova  ampie risorse nelle stravaganze del suo spirito, che formano base del suo carattere. Inganna il cugino, lo ammalia, lo trae lontano dalla Borsa ove dovrebbe recarsi per provocare il tracollo definitivo della fortuna del suo rivale, e con grande ardimento e trovate di un sapore drammatico, gli rende la dovuta pariglia.

Le vicende di questa seconda parte della film, svariate e incalzanti, sono giocate dalla Menichelli con una misura quale finora forse non ci aveva ancora dato. Nel suo dolore, nelle sue gioie, nel suoi dispetti, appare sempre la Sventatella.

Detto questo, la critica leva gli occhiali, li pulisce e brontola fra sé e sé: « Non c’è male, anzi molto bene, purché continui ». Rimessi gli occhiali, guarda il soggetto, che si inizia con una rimembranza di Dora o le spie, e che in seguito arieggia un po’ anch’esso sul tema di Prevaricatori. Forse fu ispirato da quello, ma l’autore, appunto come ne citavamo la forma per Malìa, ha saputo dargli un’impronta tutta personale e movimentarlo con azioni episodiche di bell’effetto e dandogli per di più un lieto fine simpaticissimo.

Così non c’è da parlar menomamente di plagio.

Degli interpreti notiamo il Rossi Pianelli, pieno di signorilità ed eleganza; un vero gran signore, sincerissimo nelle scene di movimento e spontaneo quanto mai. In quelle affettuose egli sarebbe perfettamente a posto, se si trovasse nei panni goldoniani dei Dispetti amorosi, che non dimenticherò tanto facilmente, e che egli pure non sa, forse, rassegnarsi a dimenticare. Perciò nei panni di quel banchiere riesce alquanto mellifluo, data l’età virile. Capisco che anche nella vita è un po’ critica la situazione d’un amoroso a quarant’anni, quantunque sia l’età del vero amore.

E veniamo all’Arnaldo Arnaldi, l’artista meccanico, che vorrebbe essere lui. Infatti, se noi lo giudichiamo dalla precisione dei suoi atti, dalla giusta misura della sua azione, dovremmo convenire che non ha torto. Ma via! in quella scena del telefono egli vi ha posto qualche cosa di più della meccanica; vi ha posto dell’anima, e se ancora si impunta, diremo che ha molto bene animato il suo meccanismo. E bravo.

Una parola di elogio al simpatico Moreau, e una di congratulazione con chi ha inscenato il lavoro, e per la bella fotografia.

Pier da Castello
(La Vita Cinematografica, gennaio 1918)