Addio a Bartolomeo Pagano, primo Maciste

Maciste copertina della rivista Films Pittaluga 1923
Maciste, Bartolomeo Pagano, copertina della rivista Films Pittaluga, novembre 1923

In Italia lo attendeva quella lunga ininterrotta serie di trionfi che si concluse con il suo ultimo film Giuditta e Oloferne del 1928. Poi si ritirò, non per l’avvento del sonoro, come molti erroneamente credono. Furono le sue condizioni di salute che gli impedirono di continuare.

È il figlio di Maciste che ora riprende la parola. Ci tiene subito a sottolineare che suo padre, dopo il trionfo di Cabiria, che senza tappe intermedie lo portò alla fama, non perdette per nulla le sue fondamentali buone qualità: la modestia, il cavalleresco sentimento di protezione dei deboli, la parsimonia. «Su questo punto desidero proprio si mettano le cose a posto una volta per tutte». E con animo accorato, mentre la signora Balduzzi, vedova Maciste, fa segni di caloroso consenso, si lamenta dell’ingiusto trattamento fatto alla memoria del padre da un settimanale che egli si trovò costretto a diffidare, obbligandolo ad una smentita. «Mio padre fu dipinto come un violento, un uomo che sperperava e che si dava ai bagordi. Nulla di più falso». E intanto si guarda attorno, come dire che la grande villa fatta costruire da Bertumè, con i risparmi accumulati durante la sua lunga carriera, e il vasto appezzamento del circostante terreno, che l’attore nelle pause tra l’uno e l’altro dei quaranta film girati si dilettava a coltivare ad orto e giardino, nonché gli stabili in Torino, stanno a dimostrare chiaramente che da buon genovese Maciste seppe accantonare e guardare al sodo. Neanche volendo, avrebbe potuto darsi a stravizi se non mettendo a inevitabile rischio la vita. Basti pensare che egli, sino alla fine, avvenuta per collasso cardiaco all’età di 68 anni, nel Giorno di San Giovanni del 1947, per ben un ventennio si portò appresso una grave forma di diabete, che lo obbligava a rigorosa dieta e gli causava disagi specie nel camminare.

E questa fu la vera ragione per cui dovette abbandonare prematuramente la sua attività artistica. Aveva anche sempre sofferto di sonnambulismo sin dalla gioventù. Portava infatti sul la testa, nascosta dalla capigliatura, una lunga cicatrice, frutto di un volo dal terrazzo della casa paterna. Per questo voleva dormire sempre da solo. Temeva di alzarsi incosciente e magari trovarsi a dar sfogo alla sua incontenibile forza sull’eventuale compagno di camera. Per tale disturbo alla leva militare fu anche riformato e non poté, con suo dolore, partecipare alla guerra del ’15.

A chiudere la spiacevole polemica e ad esaltare il mite carattere del Maciste interviene anche il vivente compagno di lavoro Aronne Giardini, quel già citato sette, che ci dichiarerà testualmente: « È stato un grave dispiacere per me e per i miei amici leggere quelle menzogne. Proprio non si può dire che sia stato il modo migliore di ricordare il gigante buono».

Era pur sempre un grande attore, avidamente ricercato da tutti. Stanno a dimostrarlo — tra le altre, che a mucchi continuavano a pervenirgli — le cospicue offerte avanzate dai produttori di Hollywood nel 1936, quando aveva già 57 anni. Aveva sempre condotto una vita regolare, e metodica. Durante la lavorazione dei film e nei periodi di riposo genovese, come norma, si alzava da letto un’ora e mezza prima dell’impegno fissato. Se ne stava un’ora intera nel bagno, perché era un maniaco della pulizia e dell’igiene, e anche un tantino vanitoso delle sue forme scultoree: non intendeva quindi essere giubilato da precoce vecchiaia. E. per questo, quotidianamente si dedicava — per trenta minuti esatti — a esercizi fisici, nella palestra ancor oggi in efficienza nella sua casa di Sant’Ilario o in quella che la Pittaluga gli aveva fatta appositamente approntare negli stabilimenti. Il suo sogno era di poter godere la pace delle natie colline con il bel mare sotto: non appena le condizioni economiche gli consentirono di tornarvi e di starsene appartato, lo fece senza rimpianto.
(testi: Giovanni Pandolfi, La Cinematografia Italiana ed Estera, La Rivista Cinematografica)

Le avventure di Bartolomeo Pagano alias Maciste

Bartolome Pagano in Maciste Alpino, Itala Film 1916
Bartolome Pagano in Maciste Alpino, Itala Film 1916

«Per nove anni, dal 1913 al 1921 — racconta il figlio di Maciste — mio padre fu letteralmente sfruttato. Finito che ebbe di girare Cabiria, non ci fu verso di trattenerlo a Torino. Se ne tornò alla sua Genova, al porto, fra i vecchi compagni di lavoro. Ci volle parecchio prima di riuscire a riportarlo sulle scene. Poi non mantennero le promesse fatte. Si limitarono a passargli ancora e solo la paga corrispondente a quella di portuale. Come vede, mio padre era proprio un ingenuo. Ma allora, cosa vuole, molti erano quelli che lavoravano solo per l’arte ». Apprendiamo un episodio davvero significativo, perché è forse la unica volta, che, al di fuori del porto e della scena, il sig. Bartolomeo Pagano abbia fatto sfoggio della sua erculea forza. Lasciamo la parola alla signora Camilla Balduzzi, in quel tempo sua fidanzata. «Maciste — eravamo ancora nel 1914 — dovette recarsi a Torino per uno degli ormai crescenti impegni cinematografici. Prese alloggio nel solito albergo e un bel mattino, rientrando dal bagno nella camera da letto, s’accorse che dal comodino era sparito l’orologio d’oro, un caro ricordo di famiglia. Non si infuriò, si mise in ordine, scese le scale fischiettando, s’accostò al direttore dell’albergo e gli disse deciso: “Attenzione, signore, quell’orologio ha da venir fuori a ogni costo”. L’interpellato sbalordì e, quando infine riuscì a comprendere, fece le sue rimostranze, perché nessuno del personale — protestò — aveva mai dato luogo al minimo rilievo. “E va bene — osservò Maciste. — Ditemi un po’ allora chi ha lasciato l’albergo di quelli che erano qui ieri. Cercherò di sistemare la faccenda senza disturbare nessuno”. Il direttore si grattò la testa poi incominciò a sfogliare un grosso registro. “Ecco trovato — concluse — Se n’è andato all’alba. Si tratta di quel pezzo d’uomo, che consumava i pasti proprio con lei”. Come un fulmine Maciste si diede a girare per via Roma e piazza Madama cacciando gli occhi, ora infuriati, addosso a tutti i passanti di statura superiore alla media. Ed ecco che all’angolo di via Garibaldi s’imbattè proprio faccia a faccia con il suo commensale. Bertumè fece del suo meglio per ritornare calmo e con belle maniere chiese che gli fosse restituito l’orologio. L’altro fece finta di cadere dalle nuvole e anzi si mostrò gravemente offeso, gonfiando intanto quanto più poteva il voluminoso torace. “Non sono un ladro io, ha capito?” continuava a sbraitare. Ancora calmo Maciste riprese: “E va bene. Lei è una persona onesta: nessuno lo mette in dubbio. Io la invito soltanto ancora una volta a farmi trovare all’albergo, entro questa sera, il mio orologio. D’accordo? Grazie”. Credendo di avere a che fare con un timido, anche se dotato di aspetto erculeo, il signore cominciò a fare il gradasso, agitò i e mani e riversò sul gigante una fiumana di insulti. Il buon Maciste non ci vide più. Agguantò il disgraziato, come era abituato a fare coi sacchi di grano e lo paravento contro la vetrina di una farmacia, buttando all’aria cartelloni e boccette e destando nell’interno del negozio e sotto i portici un indicibile putiferio. Il povero speziale si vide davanti, sanguinante e gemente, quel proiettile umano, non sapendosi rendere ragione da dove diavolo fosse piovuto. Mentre tentava di portargli soccorso in qualche modo, un altro gigante ben più grosso del primo gli piombò in bottega. Era Maciste. Chiese a quanto ammontasse lo importo dei danni, pagò senza batter ciglio e pregò di continuare a curare per bene quell’individuo. Si sedette poi paziente e quando vide che riprendeva i sensi, ancora gli disse cortese: “E così ora siamo d’accordo, nevvero? Lei mi farà recapitare l’orologio”. «Il che — conclude la signora Balduzzi — accadde puntualmente a mezzogiorno». Dell’episodio si impadronì la cronaca e costituì un prezioso argomento di pubblicità per Bartolomeo Pagano.

Cecyl Tryan
Cecil Tryan

Si divertiva, quando tornava da Torino, a prendere il figlioletto sulle ginocchia e a raccontargli le più disparate imprese, di cui era stato interprete, e anche i rabbuffi, per esempio, fra la Maria Jacobini e la Elena Sangro, e tutte le bizzarrie di quel mondo di finzione, nel quale non riuscì mai ad ambientarsi del tutto. Anima solitaria, non aveva veri e propri amici. A una sola attrice, si sentiva legato da affinità di carattere, a Cecyl Tryan. Appena finito di girare, lui se la squagliava nel quieto eremo di Sant’Ilario e lei si rifugiava in quel di Caserta. Maciste non poteva sopportare le pose di irresistibili conquistatori che certi suoi colleghi, forse per abitudine professionale, assumevano anche fuori della finzione scenica. Per questo un uomo soltanto gli fu particolarmente caro e ancora lo ricordava con simpatia negli ultimi anni di sua vita: era l’attore francese Alex Bernard. Uno dei pochi che sapesse rimanere normale ed equilibrato in quell’ambiente di esaltati. Solo i tedeschi riuscirono a far uscire Maciste dall’Italia e a ingaggiarlo con un vantaggioso contratto per la lavorazione di alcuni film. Accadde nel periodo che va dal novembre 1921 al gennaio 1923. Il suo nome e la sua possente immagine invasero subito tutti i muri delle città germaniche e i suoi film, girati con la Jacob Karol Film di Berlino, furono definiti dalla pubblicità e dalla critica “opere monumentali”. Sua compagna d’arte fu Elena Makowska, una italiana di origine russa. Per mesi e mesi Sansone e Dalila, Il cameriere di Sua Maestà e Annibale suscitarono l’entusiasmo delle platee gremite. Maciste, definito «il più forte uomo del mondo», era però, prima di tutto, un gran sentimentale. Ogni giorno ripeteva a chi gli chiedeva le sue impressioni su Berlino: «Sì, sì, tutto quel che volete, però l’Italia e poi più». Anche se la casa torinese Pittaluga, che gli fece vantaggiose offerte, non lo avesse voluto per sé a ogni costo, sarebbe tornato fra i portuali piuttosto che rimanere lontano dalla sua Liguria. Il cinema era muto, così non aveva neppure il fastidio d’imparare una parola di tedesco. Erano tutti molto buoni e generosi con lui, produttori e registi, ma quella non era la sua Patria e così se ne venne via. nonostante lo volessero coprire d’oro. All’estero non ci andò mai più: ogni volta che vedeva, sulle buste, ammucchiate sopra il suo tavolo a Sant’Ilario. dei francobolli stranieri le accantonava tutte e quante senza nemmeno leggerle. Chiusa in fretta la parentesi tedesca, ricominciò il suo dominio incontrastato nei teatri di posa della Pittaluga-Fert, che succedette alla Itala Film, e che in Italia gestiva oltre trecento sale cinematografiche. Quando stava per lasciare Berlino, il titolare della Jacob Karol Film volle organizzare in suo onore uno spettacolo cinematografico di gala. Prima che. nella grande sala affollata si proiettasse il più recente capolavoro tedesco del grande attore italiano: Maciste contro Maciste, il sig. Jacob, in redingote, si fece al proscenio a braccetto con lui. Le dimostrazioni di entusiasmo delle migliaia di spettatori raggiunsero l’intensità di un’ovazione. Come fu possibile ottenere un po’ di silenzio, il sig. Karol spiegò in tedesco che la sua Casa, in segno di riconoscenza per la collaborazione data dall’attore, che ora voleva assolutamente tornarsene in Italia, aveva fatto coniare una grande medaglia d’oro. E qui il grasso ometto sig. Karol si drizzò sulla punta dei piedi. Maciste sì chinò verso di lui. finché fu possibile appuntare sul vasto petto del gigante l’aureo ricordo. Maciste, che era molto sensibile a queste manifestazioni di spontaneo riconoscimento della sua arte, si commosse, tese la mano al produttore e gliela strinse con tutto il calore possibile. Un urlo di dolore lo richiamò alla realtà. Come se l’avesse messa sul fuoco: il tedesco, appena liberata la mano da quella generosa stretta, cominciò a sventolarla, facendo salti di dolore. Maciste ci rimase male. La folla in piedi, divertita e commossa a un tempo, applaudiva freneticamente, mentre il gigante italiano, come a chiedere scusa, sollevava fra le braccia. come fosse un bambino, il sig. Jacob Karol e lo presentava al pubblico in delirio. Sembrava un buon padre di famiglia, preoccupato di dimostrare a tutti i vicini che il suo pupetto stava bene e che era sano e indenne. (segue) Una curiosità: Bartolomeo Pagano posò come modello per il Monumento a Garibaldi al Quarto dei Mille, opera dello scultore Eugenio Baroni, inaugurato a Genova il 5 maggio 1915 alla presenza di Gabriele D’Annunzio.

L’invenzione di Maciste l’uomo forte

Massinissa e Maciste in Cabiria
Massinissa (Vitale De Stefano), e Maciste (Bartolomeo Pagano), in una scena di Cabiria

«Cabiria non è scappata fuori dal cappello a cilindro dell’illusionista Pastrone insieme alle colombelle ed alle altre bandiere, come dimostrano di credere i faciloni che all’origine dell’altrui fortuna pongono la fatalità; né è nata, come un fiore miracoloso, da una notte di ispirata meditazione. (…) Il complesso meccanismo dell’organizzazione entra in funzione un anno prima che s’inizi la lavorazione. Centomila sono gli ingranaggi che debbono combaciare affinché la macchina cammini; e molti di essi, per la loro singolarità stupiscono ancora oggi. (…) Tutto è esattamente previsto in Cabiria. La sua lavorazione costò un milione di lire; ma si può affermare che non un soldo di quel milione andò sprecato in tardivi sperimenti. (…) La cernita degli interpreti è compiuta con notevole anticipo sull’inizio del film. La Manzini, Mozzato, Cassiano, Minolli, Vitaliano ed altri cento attori sono “in forza” fin dal gennaio 1913 ed ignorano fino all’ultimo il compito preciso che dovranno assolvere. (…) Occorre un gigante dall’aspetto cordiale e simpatico, non terrificante come tutti i giganti della tradizione. Pastrone si fa spedire, allora, dal suo rappresentante parigino, le fotografie degli atleti che hanno partecipato al torneo di lotta alle Olimpiadi. Non vanno: hanno un aspetto troppo importante; dimostrano, con le facce truci, una convinzione eccessiva delle proprie disponibilità muscolari; sono troppo “accademici”.

Preoccupato, il produttore orienta diversamente le sue ricerche, sguinzaglia degli esploratori. Giungono le prime segnalazioni, accompagnate da testimonianze fotografiche. Un pompiere di Milano dà buon affidamento per la fisionomia aperta, ma è un filodrammatico; e Pastrone esige un primitivo. Un facchino di Trieste rappresenterebbe l’ideale se non bevesse: non si può contare a lungo sulle sue prestazioni. Bocciato.»

Finalmente…

«Gli incaricati dell’Itala Film si diedero ad indagare accuratamente sulle banchine e sui moli del porto di Genova, invero poco persuasi, perché — pensavano — la forza bruta è un conto e la sua adattabilità alla macchina da presa è un altro. Senonché, appena si avvicinarono ai grandi edifici dei «Magazzeni generali». la figura di Bertumè subito li colpi. Non ebbero neppure il tempo di fare la rituale domanda «sapreste indicarci il più buono dei vostri compagni?» che ad una sola voce tutte le squadre risposero: «Pagano». Anche l’antagonista Belletti disse: «Prendete lui. Io sarò forte sì, ma ho una faccia da schiaffi. Lui invece è il più bello fra noi e ha un cuor d’oro».

Gl’inviati torinesi osservavano scrupolosamente ogni movimento di Pagano. Il regista Pastrone come colpito da una piacevole visione, sorrideva felice. Quel gigante aveva davvero un corpo possente, i muscoli erano evidentemente educati dal lungo esercizio e non appesantiti nemmeno da un’ombra di grasso superfluo. La sua figura aveva qualcosa di scultoreo che soggiogava l’osservatore. Gli esperti, dunque, si avvicinarono, lo guardarono negli occhi, lo squadrarono per ogni verso, un poco anche indiscreti, tanto che Bertumè tagliò corto e chiese:
«Spedizionieri? C’è qualche bastimento in arrivo o in partenza? Io sono il caporale della squadra. Se credete che possiamo farcela, affidateci il lavoro».

Ma i componenti della singolare commissione, ingiunsero: «Venite con noi. Dove abitate?». Questa volta sul bel volto di Bartolomeo Pagano, si dipinse una certa inquietudine. Che volevano quei bellimbusti? Forse erano dei questurini e c’era di mezzo qualche pasticcio?

Un paio d’ore dopo, Bertumè, nella casetta nascosta fra le serre luciccanti di Sant’Ilario alto, si vide attorniato da quei signori, decisi e persino un poco arroganti. Gli stesero davanti un mucchio di carte e cominciarono a parlare di cinematografo. Ebbe un sospiro di sollievo, finalmente sicuro che la sua onestà di lavoratore non correva rischi d’essere messa in discussione, ma nel tempo stesso dal suo vasto petto uscì una lunga, sonora risata. E questa fu la risposta: «Lasciatemi in pace. Io non ne so un’acca di tutti questi imbrogli e non ho mai visto un film. Ho ben altro da fare».

A nulla servirono parole, lusinghe e promesse. I cinematografari dovettero tornare parecchie volte a Genova. Finalmente, quando il Pagano fu certo — e glielo misero per iscritto davanti a un notaio — che avrebbe comunque assicurata la paga giornaliera di portuale, e che tornando, a film finito, avrebbe ritrovato il suo posto, cedette alle pressioni. Erano stati proprio i suoi compagni di fatica a insistere di più. Gli dicevano, inorgogliti: «Prova Bertumè, prova. Verremo anche noi, a vedere. Capisci o no che è un onore per i Caravana e per tutti?».
Fu così che finalmente, tolto dalla cintura di cuoio il gancio — lo strumento tradizionale del lavoratore del porto — si decise a presentarsi a Torino, dove, diceva lui, «si fabbricano gli uomini e si inventano tutte le storie più bugiarde».

Il suo amico Giardini ancor oggi ha le lacrime agli occhi, quando rievoca la partenza di Bertumè. «Uscimmo tutti dal porto, sospendendo il lavoro. Eravamo migliaia. Lui davanti che sembrava un pezzo grosso. Lo era infatti». In piazza Caricamento poco mancò che il monumento a Rubattino, il grande armatore ligure che fu il fondatore della flotta commerciale italiana, non fosse schiantato dalla marea travolgente degli scaricatori in delirio. «Non so quante fette di ‘focaccia’ gli fecero mangiare e quanti gotti di bianco dovette bere. Gli avevano fatto molti regali». Si decise a un bel momento — crepi l’avarizia! — a comprarsi in Sottoripa una valigia di autentico cuoio da due lire. E finalmente riuscì ad infilarsi in uno scompartimento del treno per Torino, sbigottendo i quattro viaggiatori, che cercarono di farsi ancor più piccoli perché potesse star dentro tutto.

Quel modesto lavoratore portuale non solo riuscì a soddisfare gli esigenti registi e critici. ma, Èrcole buono ed imbattibile, mise in ombra, con la sua forza colossale ma soprattutto con la sua arte sincera e umana, i pur grandi nomi di Almirante Manzini, di Mozzato e di Quaranta. Fu lui che dominò il film «Cabiria» dal principio alla fine. Quando la pellicola passò alle sale di proiezione, una figura sola conquistò il cuore di milioni di spettatori: quella di Maciste.»
(segue)