Tag: Maciste

Il Museo Nazionale del Cinema di Torino a Madrid


Dal canale di francorolenzana su YouTube.

Autunno movimentato per il patrimonio del Museo Nazionale del Cinema di Torino – Fondazione Maria Adiana Prolo.

Dopo il Festival Lumière (Grand Lyon Film Festival) e Le Giornate del Cinema Muto di Pordenone, arriva il turno della mostra Sombras Recobradas VIII edizione, che si celebrerà a Madrid dal 11 al 13 ottobre 2011, serata di chiusura il 14. Proiezioni della mostra in due sale, il Cine Doré della Filmoteca Española, ed il Cine Estudio del Círculo de Bellas Artes. Organizza l’associazione di amici della Filmoteca Española (AAFE).

I film in programma sono:

Cabiria (Itala 1914), versione restaurata 2006, presentazione di Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema, al pianoforte Stefano Maccagno.

Maciste (Itala 1915), Maciste Imperatore (Itala 1924), Tigre Reale (Itala 1916), La paura degli aeromobili nemici (Itala 1915), La guerra e il sogno di Momi (Itala 1915), Gli ultimi giorni di Pompei (Ambrosio 1913).

Insieme ai film del cinema muto piemontese, due produzioni della cinematografia iugoslava: Gresnica bez greha (1930) e Sa verom u boga (1932).

Per sapere di più, ecco il link al sito Sombras Recobradas.

Buon viaggio Cabiria & C., e buone visioni!

Paparazzo cinematografico 1907

Messa di Natale, Dudovich 1906
Messa di Natale, Dudovich 1906

Sto invecchiando, non vorrei confessarlo a me stessa, ma invecchio. Ho perso un paio di ore cercando di ricordare dove avevo messo, nell’immensa biblioteca dell’archivio in penombra, l’immagine per accompagnare questo post. Vi dovete conformare con l’illustrazione qui sopra, dovuta al pennello di Marcello Dudovich, uno dei grandi illustratori del ‘900 italiano. Vi assicuro che guadagnate nel cambio.

Tutti sanno che il grande Federico Fellini, discendente diretto, com’è stato ripetuto più volte, dei grandi registi del cinema muto italiano (il ricordo indelebile di Maciste all’inferno diretto da Guido Brignone, per citare soltanto un esempio), non ha “inventato” i paparazzi. L’interesse per la vita e i miracoli dei personaggi famosi è vecchio quasi come il mondo. Lo sviluppo della fotografia contribuì a soddisfare la curiosità di milioni di persone che, grazie alle fotografie pubblicate dalla stampa, potevano non soltanto leggere, ma “vedere” le ultime notizie. E fu allora che nacque la notizia impossibile, quella che non voleva (o non poteva) farsi vedere. Ecco nato il paparazzo.

Alcuni cineasti dei primi tempi, gente intelligente come Méliès, si dedicarono a ricostruire i fatti per soddisfare la curiosità degli spettatori, con notevoli risultati al botteghino, Ma il “paparazzo cinematografico”, questo grande e dimenticato personaggio della storia del cinema, è un completo sconosciuto, o quasi.

Con la solita autorevolezza che caratterizza i post di questo sito, molto apprezzata dai soliti 6 lettori fissi e da qualche sperduto navigatore del web, l’archivio in penombra cercherà di promuovere la ricerca sul “paparazzo cinematografico”. Come al solito, invito tutti quelli studiosi a caccia di nuove idee per tesi di laurea, rassegne, ed altri divertimenti che portano in giro per il mondo, a partecipare.

Per iniziare ho scelto una storia del 1907, una storia “facile” perché i particolari li potete trovare nel web. La protagonista è Luisa di Sassonia (Luisa d’Absburgo-Toscana):

Al tempi in cui stava per rimaritarsi e il suo nome correva sulla bocca di tutti, assieme con i particolari della sua nuova avventura, ci fu un operatore caparbio, vero cronista nato, che s’incaponì di volerla cinematografare. Egli attese inutilmente per parecchi giorni, poiché Luisa di Sassonia, quando s’accorgeva della sua presenza cercava con tutti i mezzi di celarsi e, in caso disperato, volgeva all’operatore le spalle.
Il povero reporter aveva promesso il negativo al suo direttore e i giorni passavano senza nulla conchiudere. Preso dalla disperazione, una mattina egli cacciò quasi dentro alla carrozza ove si trovava la contessa la macchina fotografica, e girò. Pazzo dalla gioia di esser finalmente riuscito nel suo fine, corse in camera oscura per sviluppare il negativo… Ahimè, sul sensibile nastro non appariva che un informe groviglio di pelo poiché la contessa si era salvata col manicotto.

Capite adesso il senso dell’immagine nel post? Non posso affermare che il manicotto indossato da Luisa di Sassonia fosse simile a quello raffigurato nel disegno di Dudovich, ma posso assicurare con assoluto rigore scientifico che si tratta di un disegno datato dicembre 1906. La coppia mi sembra molto elegante, abbastanza per indossare l’ultima moda autunno-inverno 1906-1907.

Chiedo scusa di nuovo ai fedeli lettori per il ritardo, le emozioni (e le soddisfazioni) della giornata scorsa sono state troppe. Vi voglio bene.

Addio a Bartolomeo Pagano, primo Maciste

Maciste copertina della rivista Films Pittaluga 1923
Maciste, Bartolomeo Pagano, copertina della rivista Films Pittaluga, novembre 1923

In Italia lo attendeva quella lunga ininterrotta serie di trionfi che si concluse con il suo ultimo film Giuditta e Oloferne del 1928. Poi si ritirò, non per l’avvento del sonoro, come molti erroneamente credono. Furono le sue condizioni di salute che gli impedirono di continuare.

E’ il figlio di Maciste che ora riprende la parola. Ci tiene subito a sottolineare che suo padre, dopo il trionfo di Cabiria, che senza tappe intermedie lo portò alla fama, non perdette per nulla le sue fondamentali buone qualità: la modestia, il cavalleresco sentimento di protezione dei deboli, la parsimonia. «Su questo punto desidero proprio si mettano le cose a posto una volta per tutte». E con animo accorato, mentre la signora Balduzzi, vedova Maciste, fa segni di caloroso consenso, si lamenta dell’ingiusto trattamento fatto alla memoria del padre da un settimanale che egli si trovò costretto a diffidare, obbligandolo ad una smentita. «Mio padre fu dipinto come un violento, un uomo che sperperava e che si dava ai bagordi. Nulla di più falso». E intanto si guarda attorno, come dire che la grande villa fatta costruire da Bertumè, con i risparmi accumulati durante la sua lunga carriera, e il vasto appezzamento del circostante terreno, che l’attore nelle pause tra l’uno e l’altro dei quaranta film girati si dilettava a coltivare ad orto e giardino, nonché gli stabili in Torino, stanno a dimostrare chiaramente che da buon genovese Maciste seppe accantonare e guardare al sodo. Neanche volendo, avrebbe potuto darsi a stravizi se non mettendo a inevitabile rischio la vita. Basti pensare che egli, sino alla fine, avvenuta per collasso cardiaco all’età di 68 anni, nel Giorno di San Giovanni del 1947, per ben un ventennio si portò appresso una grave forma di diabete, che lo obbligava a rigorosa dieta e gli causava disagi specie nel camminare.

E questa fu la vera ragione per cui dovette abbandonare prematuramente la sua attività artistica. Aveva anche sempre sofferto di sonnambulismo sin dalla gioventù. Portava infatti sul la testa, nascosta dalla capigliatura, una lunga cicatrice, frutto di un volo dal terrazzo della casa paterna. Per questo voleva dormire sempre da solo. Temeva di alzarsi incosciente e magari trovarsi a dar sfogo alla sua incontenibile forza sull’eventuale compagno di camera. Per tale disturbo alla leva militare fu anche riformato e non poté, con suo dolore, partecipare alla guerra del ’15.

A chiudere la spiacevole polemica e ad esaltare il mite carattere del Maciste interviene anche il vivente compagno di lavoro Aronne Giardini, quel già citato sette, che ci dichiarerà testualmente: « E’ stato un grave dispiacere per me e per i miei amici leggere quelle menzogne. Proprio non si può dire che sia stato il modo migliore di ricordare il gigante buono».

Era pur sempre un grande attore, avidamente ricercato da tutti. Stanno a dimostrarlo — tra le altre, che a mucchi continuavano a pervenirgli — le cospicue offerte avanzate dai produttori di Hollywood nel 1936, quando aveva già 57 anni. Aveva sempre condotto una vita regolare, e metodica. Durante la lavorazione dei film e nei periodi di riposo genovese, come norma, si alzava da letto un’ora e mezza prima dell’impegno fissato. Se ne stava un’ora intera nel bagno, perché era un maniaco della pulizia e dell’igiene, e anche un tantino vanitoso delle sue forme scultoree: non intendeva quindi essere giubilato da precoce vecchiaia. E. per questo, quotidianamente si dedicava — per trenta minuti esatti — a esercizi fisici, nella palestra ancor oggi in efficienza nella sua casa di Sant’Ilario o in quella che la Pittaluga gli aveva fatta appositamente approntare negli stabilimenti. Il suo sogno era di poter godere la pace delle natie colline con il bel mare sotto: non appena le condizioni economiche gli consentirono di tornarvi e di starsene appartato, lo fece senza rimpianto.
(testi: Giovanni Pandolfi, La Cinematografia Italiana ed Estera, La Rivista Cinematografica)