Progetti mancati: Augusto Genina (3)

Disegni di Camillo Innocenti per Cyrano di bergerac di Augusto Genina
Disegni di Camillo Innocenti per Cyrano di Bergerac di Augusto Genina

E’ un’arte, però, che il pubblico non apprezza, perché sfugge alla sua comprensione.

Il pubblico arriva a sentire la presenza di un’intelligenza, di una sensibilità, di una volontà che ha dominato, ha voluto, ma non è che una vaga sensazione ch’esso non spiega e che, spesso, attribuisce alle creature del sogno: gli interpreti del film. Quasi sempre, anzi sempre, il merito del film va a loro, poiché l’amore del pubblico si sviluppa di preferenza verso l’espressione dello spettacolo, non verso chi lo ha suscitato dalla propria fantasia, da chi lo ha studiato in ogni dettaglio.

In cinematografia c’è poi ancora un’altra ragione che va aggiunta a questa, per spiegare il polarizzarsi del successo sugli attori, interpreti del film, anziché sul direttore artistico, creatore del film. Gli anni passano, ma l’anima, la mentalità del pubblico, resta la stessa. Ancora oggi « il principe azzurro » e « la bella addormentata nel bosco », sono i protagonisti ideali del sogno che ogni essere umano, in una certa epoca della sua vita, finisce per vivere, con gli occhi spalancati e fissi, nella più grande delle illusioni che Iddio abbia creato per la gioia dei viventi: l’amore. Ebbene, in tutti i films è possibile trovare « un principe azzurro » e « una bella addormentata nel bosco ». Trovarli, vederli, quasi toccarli nella loro precisa realtà fotografica. Personaggi di appassionati romanzi d’amore, essi aiutano i sogni della giovinezza, e nel rimpianto di ciò che e perduto, concedono ancora qualche illusione a coloro ai quali non fu data mai la gioia di un bel viso da guardare, di una bella storia da vivere.

I pacchi di lettere, le richieste di fotografie, i messaggi d’amore che giornalmente ricevono, da tutte le parti del mondo, gli attori e le attrici del cinematografo, basterebbero da sole a provare questa identificazione del personaggio di un film, col personaggio di un sogno.

Io credo che se si facesse un’inchiesta per stabilire con esattezza il numero delle persone che portano nel cuore una nascosta e timida passione per un attore od un’attrice del cinematografo, si arriverebbe a risultati veramente impressionanti. Tanto per citare un esempio, nell’America del Nord le principali « dive » e i principali « divi» alla moda hanno ognuno un ufficio di corrispondenza con parecchi impiegati, per poter rispondere a tutte le lettere d’amore ch’essi ricevono ogni giorno.

In tondo ad ogni cuore c’è dunque una passioncella per qualche astro del film, biondo o bruno, maschio o femmina, ed è, questo amoruccio, il risultato del sognare.

Sognare prima al cinematografo il sogno racchiuso nel film, sognare dopo, a casa, quello nascente della propria fantasia. Purtroppo avviene spesso che da « sognatori », si voglia diventare « datori di sogni » e allora ecco spuntare tutte le infelici passioni per l’arte muta, e i pacchi di lettere degli aspiranti all’Olimpo cinematografico, e i pellegrinaggi devoti al santuario degli stabilimenti, mèta di tutte le speranze, di tutte le ambizioni.

Le donne sono in genere le più accese. Tanto è vivo in loro il desiderio dì essere attrici, che pur di diventarlo si sentono e sono capaci di tutto. Niente più esiste allora all’infuori di questa bruciante passione, fatta per tre quarti di vanità e per il resto d’interesse. Ho conosciuto delle signore capaci di abbandonare tutto, pur di essere attrici, e delle signorine che alle lusinghe di una comoda e sicura esistenza famigliare avrebbero mille volte preferito l’incognita di una difficile e incerta carriera cinematografica.

Curiosa la spiegazione che dì questo fenomeno mi dava sere la una delle nostre più intelligenti e colte attrici cinematografiche.

— La vita di oggi — mi diceva questa attrice — non offre che raramente, a noi donne, possibilità d’interesse e di varietà. Sempre la stessa cosa. Tutto è previsto, segnato: gioie e dolori. Si finisce per vedere i contini della nostra vita restringersi talmente che un giorno si ha quasi l’impressione di soffocare. Aria, spazio, si chiede ! Ma inutilmente. Aria non ce n’è, spazio neppure. Allora bisogna adagiarsi nel sogno e vivere con la fantasia, unico rifugio di chi non vuoi morire di meschinità. Ma come fissare il sogno entro forme meno sfuggenti e vaghe dei fumi della nostra fantasia? Col cinematografo. Vi dirò che col cinematografo è possibile, a me, vivere due vite: una — la mia — priva di emozioni, grigia, senza quasi interesse; l’altra — quella dello schermo — meravigliosa invece, fantasticamente interessante, variata, diversa, capace dei più inaspettati miracoli. Io sono una e centomila, ma c’è questo: che le altre mie centomila personalità, invece di essere nascoste e racchiuse entro il cuore e il cervello di chi mi vede e mi parla, sono lì, precise, reali, di fronte a me, sullo schermo, in quell’altra donna che mi assomiglia, che è me, e che non è me.

Cosi mi ha spiegato l’attrice squisitamente sensibile e intelligente, ma non tutte le «dive» del cinematografo ragionano in questo modo. Il sogno, per la maggior parte di esse, è rappresentato dal successo.

Progetti mancati: Augusto Genina (2)

Interno Teatro di Posa 1926
Interno Teatro di Posa 1926

Come si fa un film? Prima di tutto si pensa, cioè si immagina la storia che poi si tradurrà sullo schermo.

Non tutte le storie sono adatte; bisogna quindi scegliere fra i tanti intrecci che si presentano alla fantasia, quelli che più basano il loro effetto sull’azione o che, in ogni modo, hanno caratteri tali di movimento, di sfondo e di emotività da assicurare ogni risultato pratico di realizzazione, senza ricorrere al faticoso aiuto delle didascalie.

Trovato l’intreccio, si sceneggia. Questo è il lavoro più importante di quanti poi seguiranno. Quasi direi che è il film. Per fare un paragone, la sceneggiatura sta al copione cinematografico come il dialogo sta alla commedia. Spesso essa costa molta più fatica e più tempo che lo scrivere una commedia. Con la sceneggiatura è terminato il lavoro di tavolino e si passa in «cantiere», vale a dire nei teatri di posa.

I teatri di posa sono oggi, secondo la tecnica moderna, degli immensi spazi coperti, dove si crea tutto: dalla luce del sole, che viene sostituita con quella di mille potentissime lampade elettriche, alle onde del mare, fabbricate da colossali apposite macchine, capaci di spostare, in ondate formidabili, qualunque quantità d’ acqua raccolta in giganteschi bacini. E’ qui che maggiormente sembra di essere in un mondo fantastico sorgente dal sogno.

Nel buio di questi teatri, attraverso a mille fasci di luce abbagliante, passano le visioni più inaspettate e sorprendenti che si possano immaginare.

Lo spettacolo di mille vite, mischiate a quello dell’unica brulicante vita che le genera, da una tale impressione di miracoloso che spesso anche i più abituati a questa specie di Babele di tutte le epoche, di tutti i costumi, di tutti i drammi, finiscono per subire il fascino di quell’immenso e stranissimo caleidoscopio dove l’umanità, nella sua l’orma di ieri, di oggi, e di domani, passa attraverso alle sue più pittoresche e fantastiche combinazioni.

Questo meraviglioso spettacolo di lavoro, che si rinnova senza tregua ogni giorno, è frutto di ben dure fatiche.

L’arte di mille artisti concorre a formare questo regno del sogno e a far in modo che esso non muoia, ma possa rivivere nel miracolo della proiezione.

E’ un miracolo, questo, ben difficile a compiersi. La proiezione è sempre nemica: distrugge tutto. Basta una lampada mal collocata, il gesto troppo vivace o troppo lento di un attore, l’abito male scelto di un’ attrice, il lucido di un mobile fuori posto, la coda di un cane fuori campo, perché si debba ripetere ogni cosa da capo.

Spesso, per raggiungere un dato effetto di fotografia, di recitazione, di decorazione, si è costretti a fare e disfare venti volte, ciò che si era già fatto e disfatto trenta. E allora in proiezione si passano delle ore a scegliere, su mille metri di pellicola impressionata, i venti metri utili per il «montaggio».

Il film è tutto in questo lavoro di pazienza che gli occhi dominano. Pezzo per pezzo, immagine per immagine, centimetro per centimetro, il film viene montato, esaminato, discusso, riveduto, corretto, con una esattezza, una cura, un amore che possono solo trovarsi nella fabbricazione degli apparecchi di precisione.

Bisogna riuscire a far parlare le immagini. L’arte del cinematografo è tutta qui, e consiste nella grande misura di ogni effetto e nel preciso calcolo delle scene. Bisogna saper stabilire con esattezza anche i secondi della permanenza dei quadri nella luce dello schermo.

L’apparizione di un viso, un paesaggio, un cielo, la visione lussuosa di un ballo, differentemente intrecciate, allungate, accorciate, possono avere sul pubblico risultati assolutamente opposti.

Più che le ricostruzioni grandiose, le magnifiche riproduzioni fotografiche, i trucchi sorprendenti, decide perciò del successo di un film il «montaggio» del film stesso, l’arte cioè di ben dosare sullo schermo.

Questa è la sola, la vera arte creativa del cinematografo, arte capace di chiudere, nel breve spazio del nastro di una pellicola cinematografica, la passione dell’artista che l’ha creato. (2, segue)

Progetti mancati: Augusto Genina

Augusto Genina a Venezia
Augusto Genina a Venezia

Siamo ormai a metà del 2009 e nemmeno questa volta sono riuscita a mettere in cantiere il progetto Augusto Genina. Si trattava di una collaborazione fra gli archivi spagnoli e italiani, e la “scusa” di partenza era l’anniversario del film L’Assedio dell’Alcazar, girato tra la Spagna e l’Italia nel periodo 1939-1940. C’era di più. Augusto Genina aveva fatto il suo debutto come regista a Barcellona nel 1913 con il film La moglie di sua eccellenza. In entrambi i casi, nuovi materiali e documenti giustificavano il tentativo. Ma niente da fare, ci riproverò nel 2013…

Non voglio rinunciare del tutto ad un piccolo omaggio a Genina. Si tratta di un articolo-saggio sul cinema pubblicato in Francia e Italia nel 1926 (magari anche in Germania), in contemporanea alla presentazione del Cyrano De Bergerac, unico film di Genina del periodo muto, disponibile in DVD.

Il cinematografo è il regno del sogno. Qualcuno, maligno, potrà osservarmi : «del sonno, non del sogno».

Proprio ieri un mio amico si lagnava con me di aver speso dieci lire per andare a dormire al cinematografo. Questo non ha importanza: c’è gente che dormirebbe anche in piedi in mezzo all’inferno di un jazz-band americano. E poi è molto snob dire: «Sono stato al cinematografo…, Dio che noia !…»

E’ una questione di eleganza linguistica. La parola «cinematografo» è brutta, disarmonica, lunga, grossolana. Suona male, guasta, è onesto giustificarne l’ impiego con un dispregiativo. Anch’io più volte mi son trovato imbarazzato di fronte ad essa.

— Lei è il signore che fa del cinematografo?

Che barbaro modo di esprimersi! Ma non ce n’è un altro, e allora bisogna subire e rispondere alle mille domande e lasciarsi guardare come fenomeni da baraccone.

— Ma parlano veramente gli attori quando recitano ?

— E che cosa dicono ?

— E si danno i baci sul serio, nelle scene d’amore?

— Quanto mi piacerebbe fare l’attrice! — commenta sospirando una signorina maliziosa, mentre la madre la polverizza da lontano, con un’occhiata terribile.

— Chi sa come si divertirà, lei! — dice timido un imberbe giovinetto — Che bel mestiere, voglio farlo anch’io!

— Ci mancherebbe altro! — prorompe la solita mamma nell’angolo. Povero regno del sogno, come ti riducono a un basso mondo di facili e non edificanti realtà! Mi si consenta dunque di spiegare che cosa esso sia, nella sua vera e onesta espressione.

Il cinematografo è innanzi tutto un mondo di artisti, quindi di sognatori. Ma di artisti che lavorano e di sognatori che sognano ad occhi aperti. Il loro sogno e fantasia, ed essi sanno fissarlo, materializzarlo, quasi direi, in quella precisa realtà che e il film. Chiuso in duemila metri di pellicola impressionata, esso parte così per il mondo, dove nel mistero di mille e mille sale di proiezione rivivrà la sua breve e illusoria vita di due ore di spettacolo.

Ma quante fatiche costa la fabbricazione di questo sogno, a migliaia e migliaia di persone! Quanti cervelli al lavoro! Quante braccia! Quanti interessi! Quanto denaro!… Il pubblico non saprà mai e non potrà mai sapere, sebbene il visibile progresso dei films, che di anno in anno raggiungono, a vista d’occhio, perfezioni sempre più evidenti e importanti, possano in qualche modo farlo intravedere. L’arte di fare un film, di fissare cioè, nei confini del bianco schermo di una sala di proiezione tutto un mondo di fantasia, dando alle cose e alle persone il palpito della vita, è così complessa e difficile che non si può avere la pretesa di spiegarla in un breve articolo.
Bisognerà quindi contentarsi e seguirmi pazienti in quelle che possono stare in questi limiti. (1, segue)