Il focolare spento – Film Genina 1925

Il focolare spento Film Genina 1925
Lido Manetti e Rina De Liguoro nel Focolare spento (1925)

Al Supercinema di Roma, marzo 1925. Il sublime amore materno che tutto dà e nulla chiede, alla cui felicità basta il sapere felice il figlio; l’eterno distacco dei figli dal focolare, al cui calore son diventati grandi e forti, per correre le strade del mondo e della vita, e ritornare, infine, stanchi e delusi, a riaccendere la buona fama familiare, a continuare la necessaria vita, a risoffrire il dramma dei genitori: ecco il tema che il Genina svolge in questo suo film Il focolare spento, che egli ha dedicato a sua Madre.

Tema certamente non nuovo, come non sono nuove le eterne passioni degli uomini; ed il cui contenuto, essenzialmente psicologico, offriva delle grandi difficoltà ad uno svolgimento cinematografico; difficoltà che il Genina ha superato con grande senso di arte e un’estrema sobrietà di mezzi.

Non si può raccontare brevemente la tenue trama del film, senza sciuparla, senza disperdere il valore di commozione ch’è dato dai significativi episodi e dall’intelligente taglio dei quadri: basti l’accenno fatto nella enunciazione del tema.

Una lode incondizionata va data agli interpreti: Jeanne Brindeau, che ha espresso il commovente amore materno; Rina de Liguoro, un’ammaliante sirena del palcoscenico; Ketty Boni, la custode del fuoco domestico, che domum manti, lana fecit; il Tedeschi, che ha creato un perfetto tipo di affettuoso vecchio amico di famiglia; il Cocchi, molto a posto ne “il padrone”. Lido Manetti, “il figlio”, avrebbe dovuto accentuare il distacco del suo spirito dall’affettuoso richiamo familiare; ma il Genina, pago forse di sviluppare il suo personaggio di “primi piano”: la Madre, non ha altrettanto curata la parte assegnata al figlio, la cui azione appare discontinua e non chiarissima.

Un commosso palpito di poesia pervade tutta la vicenda umana realizzata dal nostro valoroso Genina, che rivela, in questo film, la sua qualità di sicuro e profondo conoscitore dei cuori umani.

Mario Magic
(Il Corriere Cinematografico)

Nouvelles mars 1926

Raquel Meller (Carmen) et Louis Lerch (Don José)
Raquel Meller (Carmen) et Louis Lerch (Don José)

La Reine du cinéma français. Le Comité des fêtes de la Ville de Paris a procédé à l’élection  de la reine de Paris pour 1926 et des reines des différentes corporations.
C’est Mlle Musidora qui fut désignée comme reine du cinéma français. Au premier tour de scrutin, les voix s’étaient également réparties entre Mlle Suzanne Bianchetti et Mlle Musidora; mais, dans un geste d’abnégation dont on ne saurait trop la féliciter, Mlle Suzanne Bianchetti déclara s’effacer devant sa gracieuse rivale.
Mlle Musidora fut donc proclamée reine du cinéma français, et Mlle Suzanne Bianchetti et Gina Relly demoiselles d’honneur.
Comme nous demandions ses impressions à la nouvelle souveraine, elle nous répondit:
— Mes impressions? Je suis bien contente, voilà tout!

L’œuvre de Zola Nana vient d’être portée à l’écran par M. Renoir auquel nous devions déjà La Fille de l’eau.
M. Renoir a découpé et mis en scène, avec la collaboration de M. Pierre Lestringuez pour le scénario et de M. Claude Autant-Lara pour les décors et les costumes.

Un cabaret espagnol. Carmen (Raquel Meller) aguiche  Don José d’un sourire enchanteur et lui dit des mots d’amour dans ce délicieux langage franco-espagnol qui est le sien hors de la scène; Don José (Louis Lerch) lui répond en autrichien des choses ancore plus tendres. La conversation ne manque pas de pittoresque, mais personne n’a l’air de s’en apercevoir: M. Feyder et tous ses collaborateurs y sont habitués. Autour des deux personnages principaux s’agitent de vagues humanités certainement espagnoles, d’intention sinon de fait: nous sommes au cabaret de Lilas Pastia (M. Barrois), et le décor du fameux rendez-vous des contrebandiers est tout à fait couleur locale.

A Joinville, à mon grand émoi, je tombe sur une maison de bois en flammes, à une fenêtre de laquelle se débat  l’infortunée Alice Tissot, en pyjama rose; elle crie, hurle en appelant du secours. Au lieu de se précipiter, M. Henri Desfontaines la prie froidement de recommencer, tandis que les opérateurs tournent impassiblement, et que Gabriel Gabrio, les mains dans ses poches, regarde sa malheureuse camarade entourée de flammes sans faire un mouvement pour la tirer de là. Il s’agit, rassurons-nous, d’une scène du Capitaine Rascasse.

Geneviève Cargèse boude près d’une charmante petite table, tandis que Georges Melchior, le Marchand de Bonheur, se met du rouge aux lèvres devant une glace: il est pourtant la cause involontaire de cet accès de mauvaise humeur qui aura pour lui de tristes conséquences dans una scène  suivante. M. Guarino met en scène, ce qui consiste, comme on ne le sait peut-être pas assez, è demander une cinquantaine de fois de suite: « Vous y êtes? On tourne? », question invariablement suivie d’une protestation de l’opérateur qui n’est pas prêt, ou d’un électricien dont une lampe saute, ou de l’artiste qui ne “sent” pas sa scène; si bien que  lorsqu’on tourne enfin réellement, il n’y a plus de charbon dans les lampes, et l’artiste exaspéré par vingt répétitions successives finit par faire n’importe quoi, pour être délivré du cauchemar des projecteurs dans les jeux.

 

I martiri d’Italia e la singolare costanza d’un errore

Martiri d'Italia 1927

Tempo fa la Società cinematografica Sphinx costruì un film, Garibaldi, riuscito, sotto la direzione di Aldo De Benedetti, una notevole opera d’arte. Per puro errore, a quanto si disse, l’ancor giovane e dinamico Silvio Laurenti Rosa, si mise a fabbricare un film, Garibaldi ed i suoi tempi, che, finito pochi giorni prima del Garibaldi della Sphinx, fu proiettato poco tempo prima, e riuscì nello scopo di danneggiare il film di De Benedetti che dovette perfino cambiar nome, e, da Garibaldi, diventar Anita.

Interpellato, Silvio Laurenti Rosa disse che l’equivoco spiacevole era sorto lui nolente: che non sapeva come qualmente la Sphinx avesse la stessa sua idea eccetera. Uno sbaglio può esser commesso da chiunque in buona fede.

Senonché accade questo: la Società Pittaluga decide di fabbricare un film I martiri d’Italia, e commette la fatale imprudenza di annunziarlo sui giornali corporativi. Silvio Laurenti Rosa, guarda combinazione, ricade nello stesso fatale errore, e mette su, anche lui, un Martiri d’Italia, naturalmente girato… alla Silvio Laurenti Rosa, è cioè con pochissime lire, molta disinvoltura, e profonda conoscenza del mestieraccio. Più che mai naturalmente si troverà un cinematografello uso a passar questo genere di roba — per Garibaldi e i suoi tempi si prestò gentilmente il Moderno di Roma — e I martiri d’Italia n. 2 saranno presentati al colto ed all’inclita.

Vogliamo ammettere che Rosa sia caduto in un secondo caso di distrazione — quant’è distratto questo direttore! — ma ciò non toglie che chi fabbrica con coscienza, dignità d’arte, ingenti spese, sia poco tutelato di fronte a certe manifestazioni che, se non sono effetto di sbagli, errori distrazioni et similia, possono ottimamente rivestire il carattere della pirateria industriale e commerciale.

E chiediamo: La Società degli Autori, per il cinematografo, esiste solo per imporre balzelli e sanzioni? uso Palestrina: o ha qualche obbligo di difendere « il diritto d’autore » che, nel caso cinematografico, è anche quello del fabbricante? Se si imita un coperchio di scatola di cromatina succede un putiferio, e se si salta alla gola d’un Impresa Cinematografica nessuno se ne cura? Roba dell’altro mondo!

Roma, marzo 1927