Ducos du Hauron (Gallica- Bibliothèque nationale de France)
Un Précurseur du Cinéma
1921. Louis Ducos du Hauron qui fut l’inventeur de la photographie en couleurs et qui mourut l’an dernier dans la misère la plus noire, fut également un précurseur du Cinéma. Il y a une quarantaine d’années, il fabriqua un appareil photographique dont nous avons retrouvé le brevet. Cet appareil était destinée à « enregistrer automatiquement les dégradations subies par les objets ou leur développement ». Ducos du Hauron l’installait devant des feuillages, par exemple, et prenait des vues différentes, à intervalles irréguliers mais fixés d’avance. Il tirait ensuite des épreuves et les collait les unes à côte des autres, obtenant ainsi une sorte de film. Il semple même, d’après les travaux laissés par Ducos du Hauron, que ce savant ait eu l’idée de mettre en mouvement la bande obtenue de la sorte, pour reconstituer la vie des végétaux. Mais il ne parvint jamais à réaliser cette idée. D’autres que lui, plus fortunés, devaient poursuivre et faire aboutir ses recherches. C’est la vie. (Cinémagazine)
Direttore artistico e interpreti del film “Gli eredi della beffa” secondo film prodotto dall’Università Italiana del Cinematografo – Arte Paesaggio Industria – Italianissima Film, 1926. Da sinistra a destra: Luigi Fabbroni, Mario d’Alba, Celso River, Mario Catalano, Mario Volpe, Ada Pacifici, Guido di Reana, Ermenegildo Taddei, Vincenzo De Robertis
Firenze, luglio 1926. Questa terra meravigliosa per bellezze naturali, così famosa per il numero grande di uomini illustri che non solo ebbe ospiti, ma pur ancora cui diede i natali; questa terra d’incanto dove il paesaggio serba al viandante, passo per passo, la sorpresa di scenari inattesi, dove il verde e l’azzurro si fondono in gamme armoniche di colore indorate quasi sempre dal più bel cielo d’Italia; questa terra ch’è sempre stata all’avanguardia delle più belle opere e delle più audaci innovazioni artistiche, quasi un posto avanzato verso la più perfetta civiltà; questa terra meravigliosa doveva essere la culla anche della rinascita della produzione cinematografica italiana.
Già da qualche tempo i vecchi ateliers avevano riaperto i loro battenti; dei nuovi stanno ora per aprirsi, e in mezzo a questa febbre silenziosa di lavoro si è inaugurata proprio in questi giorni anche una scuola.
lo vorrei scrivere la parola scuola con tutte le lettere maiuscole, per far rilevare nel significato intimo di questa parola non il solito senso didascalico comune, ma bensì il significato primo di scuola: quel significato di ereditarietà, per il quale il nome dell’allievo rimane legato indissolubilmente a quello del maestro in un tutto unico di fede nella riuscita, di sicurezza del successo. di riconosciuto indiscusso valore della sua opera.
E questa scuola è nata, oserei dire, nel miracolo!
Quando si pensi che nel giro di quattro giorni l’idea astratta è divenuta una reale espressione, una realtà « lanciata » cui già pervenivano una media di trenta lettere giornaliere di optanti, la cosa non può avere che del miracoloso, e bisogna ammirare gli organizzatori ed i fondatori che da soli han saputo tener testa al convulso lavorio dei primi giorni con tale abilità e precisione, da poter offrire otto giorni dopo agli allievi ed agli insegnanti, nel giorno della sua inaugurazione, un organismo già abituato ad un ritmo di operosità, già assuefatto al ritmo che dovrà avere nell’avvenire e che sembra abbia acquisito come per una lunga esperienza e che è tuttavia soltanto lo sforzo di due volontà che mirano ad una finalità da raggiungere assolutamente, improrogabilmente.
Giovanni Montalbano e Mario Volpe sono nomi che nel campo cinematografico non han bisogno di presentazione. Le due esperienze (e sommato insieme formano quasi il mezzo secolo di convivenza con gli ateliers), le due competenze (il cui valore non ha mai mancato di rivelarsi neppure nelle nelle loro piccole attività) e le due coscienze sopratutto, sono a l’avallo sicuro della nuova scuola.
I fini artistici, i più aristocraticamente artistici e concepibili, sono lo scopo di questa istituzione, che non ha in verità il minimo carattere di speculazione industriale (e chiamo a testimoni i nostri trentasei allievi) e l’amore che ciascun insegnante, dopo aver aderito con sincero entusiasmo all’iniziativa, dedica ora al suo insegnamento giornaliero, ci fanno sperare che realmente, se la materia corrisponderà all’intenzione ed all’opera dell’artefice, noi potremo avere sulla « piazza » una produzione nazionale di prima scelta degna di figurare superbamente sui mercati del mondo.
Anche i locali della scuola meritano una speciale menzione, per il lusso con cui sono stati mobigliati, specialmente le salette di aspetto e le sale; e per la loro posizione centrale e la loro esposizione ed arieggiatura sono realmente quanto di meglio si poteva non solo sperare ma anche esigere.
Le lezioni (tre ore giornaliere) vengono distribuite in due tempi ed in ora in cui gli allievi possono comodamente usufruirne e dopo il lavoro; l’affluenza metodica e regolare, controllata dai vari fogli di presenza, ci attesta che anche gli orari sono stati indovinati in quanto che questa frequenza si può dire che fino ad oggi è generale ed esatta.
In una parola ora l’« A.P.I. »…c’è!
E noi formuliamo l’augurio che realmente la nuova Università della quale torneremo a parlare, sia l’apice di tutte le scuole, sia realmente l’Università cinematografica italiana degna di raggiungere presto quel posto eccellente nel campo cinematografico che veramente merita e che sicuramente raggiungerà.
Ed anche gli allievi, e tutti coloro che aspirano ad esserlo, pensino che questa Università non si presterà al facile gioco delle ambizioni personali: per la sua serietà, per i suoi fini, sopratutto per le mire elevate ed alte che si è ripromessa, nel voler lanciare nel mondo l’« Italianissima Film »; ed anche gli allievi stessi dovranno essere consci del compito che accettano iscrivendosi e che li chiama a cooperatori e più sovente artefici diretti di un’opera grande e nazionale che vuole piazzare ancora una a volta nel suo giusto posto di privilegio in mezzo al mondo il nome della nostra Patria: l’Italia.
Giulio Busone
Articolo e immagini da un dossier nel nostro archivio.
Enna Saredo e Lea Giunchi in una scena di “Polizia moderna” 1912
Roma, 2 novembre 1912. Ferve, su qualche giornale cittadino, da una settimana, una curiosa polemichetta sugli spettacoli cinematografici accusati dall’illustre magistrato Giambattista Avellone, di immoralità, di pornografia, di incitamento a delinquere e via discorrendo.
I polemizzanti sono parecchi e, naturalmente, pochi di loro van d’accordo: sì che è facilissimo prevedere che a polemica finita, ognuno serberà gelosamente le proprie convinzioni e il pubblico continuerà a frequentare di preferenza quelle sale cinematografiche dove si rappresentano truci fatti di sangue o dove le pellicole svolgano vicende di adulterio, di truffa, di lenocinio, di concussione e chi ne ha più ne metta ché non correrà mai — così affermano l’avv. Avellone ed i suoi compagni recriminanti — il pericolo di esagerare.
Costoro, dunque, affermano che i cinematografi moderni non altro formano, che una immensa scuola di corruzione che nessun onesto padre di famiglia può condurre la propria prole al cinematografo, che certe pellicole a lungo metraggio stillano nel probo cittadino il desiderio di mettere le budella del prossimo nelle mani dello stesso, ai commessi di negozio di truffare il principale, alle innocenti donzelle la fregola di anticipar la conquista di quelle gioie intime e profonde le quali diventano legittime solo quando un maschio od una femmina si sono recati — col relativo necessario e ridicolo accompagnamento de’ due o de’ quattro testimoni — dinanzi al Sindaco.
Un vero castigo di Dio, insomma: l’incitamento quotidiano a far sì che vadano in scompiglio, naufraghino miseramente « nella palude torbida del vizio » tutti quei dolci e soavi sentimenti di onestà, di pudore, di rettitudine; dei quali — se le cose continuano così — la povera umanità sofferente non potrà più, come oggi fa, anche quando dovrebbe… tacere menar vanto ed andare orgogliosa.
Ora, io, che non sono stato chiamato nella polemica, ma voglio esercitare il libero diritto di « dire la mia », credo che in tutto questo ci sia molta esagerazione e che insussistente sia quel pericolo di perdizione universale, di naufragio cumulativo, nel nome e nella paura de’ quali, scrivono i loro articoletti i difensori della pubblica moralità conculcata a mezzo del cinematografo.
Ch’io mi sappia, da quando il Cinematografo ha avuto una diffusione così vasta, non sono aumentati nelle risultanze delle statistiche giudiziarie, né i delitti di sangue, né i reati contro la proprietà, né quelli contro il pudore.
Né la folla delle donnine allegre, le quali gremiscono, nelle ore lecite (ché nelle altre esse hanno paura del pattuglione, e ad altri mezzi ricorrono per esercitare la loro professione) è in aumento, da quando le pellicole cinematografiche vanno svolgendo le vicende melanconiche o turpi di questa o quella fanciulla, la quale, preferisce la vita allegra alla vita casalinga e mostra al colto ed all’inclita, sui ritmi improvvisati di un pianoforte, spesso scordato, come si fa ad abbandonare la via dritta per la storta. Il mondo, per quello che riguarda ogni manifestazione di delinquenza o di impudicizia, va avanti oggi, come ieri: — abbondano, oggi, come per lo passato le donne maritate che mancano alla fede giurata e firmata, i teppisti che ingiuriano il prossimo per la strada, i cassieri che scappano in Svizzera od in America con la cassaforte, i seduttori di professione che insidiano le donzelle e rapiscono loro l’onore, i borsaioli che, sulla piattaforma di un tramway tagliano la giacca ad un imbecille che si lascia derubare del portafoglio, i lestofanti che vendono per mille lire la solita patacca, ecc., ecc.,
Questa, amici miei, la verità nuda e cruda, quale raramente la vediamo uscire dal pozzo famoso. Concesso che ciò fosse, io credo che non ci sia tanto da gridare contro le terribili pellicole dei Cinematografi, che il pubblico gremisce, sapendo dove va e su per giù che cosa vedrà.
Le donzelle — afferma uno de’ polemizzanti — non possono più andare ad un Cinematografo senza arrossire.
E perché… ci vanno?
Restino fra le domestiche pareti, a fare onestamente la calzetta.
Arrossiscono?
Ho i mie dubbi, e li esterno.
Al Cinematografo, intanto… c’è scuro… chi può giurare sul… colore delle loro guance?