Viale del tramonto

Il cantante di Jazz film parlante al Vitaphone

Roma, novembre 1917. Siamo appena arrivati qui, dal Veneto, sospinti dall’onda portante di quella che il poeta E. A. Mario definirà, nella prossima stesura della sua canzone più celebre, « l’onta consumata a Caporetto ». Roma ci ha accolti con abbacchio, pane senza tessera e tutte le luci accese. Io frequento la quarta classe elementare in via degli incurabili, per tornare a casa, attraverso il Corso, da San Carlo a San Lorenzo in Lucina, dove il Cinema Corso ha aperto da poco la sua lussuosissima sala al pubblico.
L’arteria papale-umbertina del centro non ha perduto ancora il suo carattere di salotto buono della Capitale, l’omnibus a cavalli traballa da Piazza Venezia al Pincio, alle automobili si alternano botticelle e carrozze padronali, specie verso l’imbrunire, quando davanti ad Aragno e a Ronzi e Singer, gli ultimi “generoni”, i deputati, gli ufficiali addetti al Ministero e gli uomini di mondo assistono al passeggio sfogliando Il Giornale d’Italia. È a quell’ora che transito anch’io, occupandomi soprattutto delle vetrine e dei giornaletti appesi al chiosco sull’angolo di via San Silvestro. A un tratto (è quasi notte) la folla sui marciapiedi si fa attenta, i clienti d’Aragno s’alzano in piedi dietro ai tavoli su cui fumigano barbugliate e caffè-cuccuma: al trotto di due morelli, cocchiere e groom a casetta, passa un landau aperto, sui cuscini rosa, accanto a una vecchia gentildonna (il madro, in linguaggio dell’epoca) una fulgida visione, pelliccia d’ermellino, calottina coperta di fili d’uccello del paradiso, capelli biondi, labbro sdegnosetto sul pallore etereo delle gote. « La Borelli! Lyda Borelli! » mormora la folla, riverente ed ammirata, e solo quando il landau è scomparso oltre palazzo Chigi, civili e militari riprendono il loro posto ai tavoli di ghisa e marmo.
Massimo Alberini 

Le guerre mondiali hanno avuto una parte molto importante nella storia del cinema italiano. Fu durante la prima che si svilupparono i germi del divismo e degli altri mali che provocarono il crollo della nostra industria molto prima che terminasse il periodo del “muto”. Dobbiamo invece alla seconda guerra la fine precipitosa dei film “che parlano al vostro cuore”. In entrambi i casi la crisi fu fatale agli attori. Infatti alla ripresa dei lavori di dovette constatare la totale scomparsa di quelli che erano stati i beniamini del pubblico e la loro sostituzione con elementi assolutamente nuovi. Come maturò questo fenomeno e che conseguenze ebbe sulla vita delle vittime?

Ritorniamo al 1918, epoca d’oro per i “tragici del silenzio”. Una settantina di case di produzione allestiscono una media di 450 film immediatamente assorbiti dal mercato. Il divismo è alla portata di tutte le borse: basta seguire la ricetta-decalogo di Giuseppe Adani:

1) Crearsi dei precedenti fatali; possibilmente un suicidio sulla coscienza. 2) Fare un debito con le principali sartorie del regno e trovare l’avalante. 3) Amare un poeta indiano sconosciuto. (Non è necessario amare il poeta, bastano le sue opere). 4) Portare spesso sottobraccio Shakespeare in inglese o Tolstoi in russo. 5) Far spargere molte voci sul proprio conto e molti manifesti col proprio nome. 6) Fra tutte queste voci dar credito alla più grave e alla più stramba. 7) Interessarsi alla singolare vita intima degli insetti. 8) Soffrire d’insonnia e adorare la morfina. 9) Rinnegare i parenti poveri e procurarsi degli antenati di buona famiglia. 10) Parlare sempre d’arte senza capirne mai.

Con un vademecum di questo genere il numero delle “insuperabili artiste” aumenta paurosamente. Aziende bene avviate crollano e comincia la danza delle cambiali. Nessuno ha il tempo di occuparsi dell’industria americana che offre i suoi film sottocosto impegnandosi a pagare anche le spese di trasporto e di dogana. La crisi galoppa, ma qualche produttore cerca di mettersi al passo e, annunciando una “cinematografia d’eccezione”, promette: sottomarini, piroscafi, aeroplani, treni, castelli, giardini, salotti, montagne, ghiacciai, artiste bellissime e artisti magnifici, masse imponenti e situazioni drammaticissime, interesse continuo e crescente, comicità, sentimento, novità.

È la fine. Le divine sentono odore di bruciato: molte emigrano, altre si sposano divenendo, per lo più, contesse. Anche i divi vanno all’estero o passano alla regia. Li ritroviamo nei film importati dalla Francia, dalla Germania e dall’America. Intanto Pittaluga presenta al Supercinema il primo film sonoro e Luigi Pirandello esclama: « Orrore, orrore: hanno ucciso il silenzio ». Sarà poi lui a fornire il soggetto per il primo film parlato italiano. Ma gli spettatori cercano invano fra i protagonisti parlanti i nomi e i volti dei tragici del silenzio. Che cosa era successo?

Abbandonati gli sparati candidi, i vasetti di nerofumo e i serpenti di piume, ognuno di loro aveva dovuto seguire un destino.

(immagine e testo archivio in penombra, segue)

Pola

Pola Negri

30 Ottobre 1926

In questi giorni Pola Negri è stata costretta a ricevere a New York un gruppo di rappresentanti di tutti i giornali dell’Unione, i quali le hanno chiesto alcune informazioni sul dibattuto argomento del suo fidanzamento con il grande divo italiano scomparso: Rodolfo Valentino.
Ella che, apparve ai giornalisti assai avvilita e molto pallida, mentre grosse lagrime le rigavano copiose le gote, tenne soprattutto a dire che la sua vita è ora triste e che, dopo l’immatura e dolorosa morte del suo povero Rudy, verso il quale si sentiva attratta da un immenso e sconfinato affetto, non amerà mai più al mondo e che i suoi giorni trascorrono monotonamente uguali.
Quindi ai reporters fece prendere visione della seguente lettera inviatale dal Dr. Harold D. Meeker, uno dei dottori curanti di Valentino:
« La mattina di lunedì, alle quattro, cioè 8 ore prima di morire, Valentino, che era rimasto per qualche tempo assopito, apri gli occhi, mi prese una mano e disse:
“Io temo che non sia possibile andare insieme a pescare. Forse ci incontreremo. Chissà?”
Il suo pensiero era lucido e credo che, per la prima volta si rendeva purtroppo conto del male che gli toglieva inesorabilmente la sua preziosa vita. Dopo una quindicina di minuti tornò a prendermi la mano e a dirmi: “Se Pola non dovesse giungere in tempo usatemi la cortesia di dirle che io l’ho pensata sempre, specie in questi momenti”.
D’allora non pronunziò una sola parola in inglese. Entrò nel delirio e balbetto alcune mozze ed incomprensibili frasi in italiano ».
« Io ho mantenuto segreto tutto ciò ed ho atteso la vostra visita per compiere un dovere ». Così ha concluso Pola Negri prima che i giornalisti prendessero commiato da lei.

Palermo, 30 ottobre 1926

Pola Negri, se ha perduto Rudy, ci ha guadagnato in pubblicità quanto mai avrebbe osato sperare.
Per le romantiche girls, la polacca Pola, industrialmente americanizzata, resta l’inconsolabile fidanzata del bel Rodolfo, rapito innanzi tempo dall’Orco.
La tanto inconsolabile quasi-vedova, che si premurò di pararsi a lutto, si precipitò in aeroplano, acquistò i fiori più rari, pianse dietro la bara, svenne due o tre volte in pubblico, avendo ben cura di far noto a mezzo del suo “capo dell’Ufficio Stampa”, a chi voleva e a chi non voleva quanto, in migliaia di dollari sonanti, veniva a costare quel suo dolore.
Ora che il silenzio comincia a ombreggiare le cose, l’ex-danzatrice slava potrà pensare a non far languire in solitudine il suo passionale cuoricino. E poi, chissà forse che la bella occasione non possa ripetersi…
Ho sempre avuto l’impressione, considerando l’attrice, che la Negri abbia sbagliato carriera. Cominciò, se non ricordo male, da fanciulla, a fare la danzatrice.
E perché Pola barattò la danza per il cinema? Perché la ribalta luminosa per lo schermo buio? S’innamorò dell’arte muta? Ma è anche la danza un arte muta? Sarebbe diventata una virtuosa della punta, della spaccata, della piroetta, e noi forse avremmo perduto il bene di applaudirla sui nostri palcoscenici. Invece, la “diva” ci costringe, ora, a contemplare sullo schermo le esercitazioni da femmina perdutamente sensuale, che svolge per rendere qualunque sensazione e qualunque sentimento interiore davanti all’obiettivo da presa.
Pola è una donna sensuale: gli occhi, le narici, le labbra sono caratteristiche inequivocabili. Ma questa sensualità, se potrebbe far piacere a suo marito o al suo amante, urta il critico — e anche il pubblico — quando è sparsa, non dico a dovizia, ma con smisurata prodigalità e con ossessionante persistenza, in ogni espressione, in qualsiasi atteggiamento; sia che pianga o rida, che soffra o gioisca, che trionfi o muoia.
Questo fatto prova che l’attrice non sa controllarsi, oltre a non conoscere la misura; e non sa costringersi nel freno che lo studio intelligente potrebbe costituire.
La donna slava sensuale è, quando ama, un castigo di Dio. Ma l’attrice sensuale, che vuol esserla in tutte le parti, e in tutte le scene, è un castigo ben più grave.
G. Faraci

Milano, 30 ottobre 1926

Danzatrice spagnuola al Cinema Reale. Che prodigi, compie il cinematografo! Ecco, la Pola: una donnina carina, nervosetta, che tira a la Spagna, come io rassomiglio a Turandot.
Eppure, in pochi attimi, le hanno circondato il viso di punti interrogativi, le hanno dato un pettine spagnolo, una veste molto ampia, le nacchere in mano e… « olà! viva la grazia!… ».
E me la vorrebbero far diventare una sivigliana… oh, povera me: ma neppure una… granata: (io suppongo, che si dica così: comunque intendetemi: volevo dire nata a Granata) che Pola chiude in sé, tanto selz, e non è punto solluchero come quella detestabile bevanda.
Il film mi è piaciuto. E non per l’interprete principale. Mi sembra che questa attrice, abbisogni per il suo temperamento, per la sua regalità, d’un altro ambiente: più sfarzoso.
Ma v’era Robert Frazer: un ottimo artista. E bello. Bello sul serio. Pensate: al mio fianco avevo molte garçonnes: ebbene, tutte erano convinte che Frazer l’altra sera, in quel film, per bellezza maschia superasse tutti gli altri divi: e anche per intelligenza. E mi pare che avessero ragione. Vivo e agile, bello e audace, scaltro, innamorato e appassionato. Mi sembra di metterci un po’ di ardore… Ohimè, che questo bell’attore, stia per diventare il mio Melisendo?…
Myosotis

(immagine e testi archivio in penombra)

Nos metteurs en scène: Germaine Dulac

Germaine Dulac

Si nous avons de nombreuses et talentueuses interprètes plus photogéniques les unes que les autres, si quelques femmes de lettres et non des moindres, telles que Mmmes Lucie Delarue-Mardrus, Colette, etc., ont écrit de très intéressants scénarios, jusqu’à ce jour peu de femmes se sont lancées dans la difficile et ingrate carrière de metteur en scène.
En Europe, en France, nous avons l’excellente cinégraphiste Mme Germaine Dulac, dont on vient d’apprécier la technique évocatrice dans la Souriante Mme Beudet, sujet un peu abstrait qui ne fera pas oublier ses précédents films, tels que: Géo le Mystérieux, avec la délicieuse Marken; Dans l’Ouragan de la Vie, avec Stacia Napierkowska, dont le subtil talent est si personnel.
Critique dramatique appréciée, Mme Germaine Dulac s’intéressa, dès 1913, au cinéma, dont elle se mit à étudier la technique. De là à écrire pour l’écran, il n’y avait qu’un pas: et elle le franchit en présentant chez Pathé son premier scénario, les Sœurs ennemies, qui fut immédiatement reçu.
— Mais pourquoi ne le mettriez-vous pas en scène vous-même? dit le directeur artistique de chez Pathé à Mme Germaine Dulac.
La proposition était tentante, elle accepta, et elle eut raison, car, timide e modeste, ce début fut des plus heureux.
Après la vision de ce film, que l’on reverrait avec plaisir — n’est-il pas interprété par Mme Suzanne Desprès?… — je voulus connaître Mme Germaine Dulac, qui daigna me faire un accueil des plus aimables.
Je dois avouer que je pansais me trouver en présence d’un amateur ayant eu le caprice de vouloir tourner un film et la précaution de s’être fait aider par un habile praticien, et je fus agréablement surpris d’être en présence d’une artiste, d’une technicienne accomplie et rompue à toutes les difficultés de l’art complexe du compositeur de films.
Toujours attiré par les questions de mise en scène, Mme Germaine Dulac avait déjà fait à ce sujet de nombreuses conférences et écrit de remarquables études critiques qui méritent de ne pas être oubliées. Quoique aimant passionnément le théâtre, les immatérielles féeries de l’Art Muet l’attirèrent; et elle se consacra toute à cet art nouveau, trop jeune encore pour connaître l’ampleur de toutes ses possibilités, et qui offre à chacun un merveilleux domaine où l’avenir dominera le passé, et ou l’on peut — si l’on en a la force, les capacités et le feu sacre!… — créer des formules nouvelles, sans risquer de se heurter, comme au théâtre ou en littérature, à de trop géniales traditions pour pouvoir les dépasser.
Très sévère pour ses œuvres, Mme Germaine Dulac ne veut pas encore les considérer comme des réalisations d’art lui ayant donné toutes les satisfactions esthétiques qu’elle recherche et qu’elle espère atteindre.
Au travail, Mme Germaine Dulac va, vient et se dépense avec une infatigable ardeur. La plantation des décors, la disposition des meubles, des tapis, des tentures, des velours et les soies qu’elle affectionne tout particulièrement pour la réalisation des jeux de lumière, la délimitation du champ et même la mise au point de l’appareil de prise de vues, elle dirige tout par elle-même et ne veut laisser à personne la responsabilité du moindre détail, et lorsqu’après une éreintante journée elle rentre chez elle, fatiguée, mais non lasse, c’est pour travailler encore.
Après avoir tourné Ames de fous, sérial en six épisodes, Mme Germaine Dulac réalisa pour le Film d’Art la Cigarette, comédie sentimentale où M. Signoret trouva un de ses meilleurs rôles cinégraphiques.
Mme Germaine Dulac, qui, généralement, préfère mettre en scène ses propres scénarios, fit, cependant, une exception pour la Fête espagnole, de L. Delluc. C’est de ce film que date la période moderne de sa production. D’autres films suivirent: Malencontre, la Belle sans merci, la Mort du soleil, dont, par leurs qualités diverses, on peut et on doit dire le plus grand bien.
Il y a quelques mois, Mme Germaine Dulac avait annoncé son intention de mettre à l’écran les Frères Karamazov, de Dostoïevsky, puis Werther, de Gœthe. Des amis l’en dissuadèrent, en lui demandant de réserver tout son talent è des œuvres bien françaises. Elle a renoncé à ces projets, et, prochainement , avec la délicieuse Denise Lejeay elle tournera le Cachet Rouge, d’Alfred de Vigny, et, peut-être, une œuvre des plus célèbres de Guy de Maupassant.
Mme Germaine Dulac est un beau tempérament d’artiste, dont les futures réalisations cinégraphiques ne peuvent qu’amplifier le prestige de cet art synthétique, dont les rythmes visuels et l’harmonie des nuances ont une si grande affinité avec la polyphonie orchestrale.
Enfin ce qu’il faut retenir de l’exemple donné par Mme Germaine Dulac, c’est que les femmes sont remarquablement douées pour réaliser des œuvres à l’écran. Qu’on ne l’oublie pas! l’éducation de la femme se fait surtout par la vision; elle sait mieux que l’homme noter d’un simple regard le battement de la vie. Elle distingue plus vite le mouvement qui déplace les lignes, en accord ainsi avec Baudelaire qui, croyons-nous, eût été un des fervents du septième art!
Elle est capable d’éviter des fautes de goût dans le costume, dans l’ameublement qui ne sont pas perçues par nous; tel détail de tenue qui ne nous frappe pas choque immédiatement une femme. Voilà pourquoi la femme qui est artiste, intelligente, sensible, peut se distinguer dans la carrière cinématographique. Mais la tentative exige des forces et des qualités de premier ordre; ce qui nous fait craindre que là, comme dans le ciel, il y aura beaucoup d’appelées et peu d’élues.

V. Guillaume Danvers
(Ciné-Miroir, 15-08-1923)