L’invenzione di Maciste l’uomo forte

Massinissa e Maciste in Cabiria
Massinissa (Vitale De Stefano), e Maciste (Bartolomeo Pagano), in una scena di Cabiria

«Cabiria non è scappata fuori dal cappello a cilindro dell’illusionista Pastrone insieme alle colombelle ed alle altre bandiere, come dimostrano di credere i faciloni che all’origine dell’altrui fortuna pongono la fatalità; né è nata, come un fiore miracoloso, da una notte di ispirata meditazione. (…) Il complesso meccanismo dell’organizzazione entra in funzione un anno prima che s’inizi la lavorazione. Centomila sono gli ingranaggi che debbono combaciare affinché la macchina cammini; e molti di essi, per la loro singolarità stupiscono ancora oggi. (…) Tutto è esattamente previsto in Cabiria. La sua lavorazione costò un milione di lire; ma si può affermare che non un soldo di quel milione andò sprecato in tardivi sperimenti. (…) La cernita degli interpreti è compiuta con notevole anticipo sull’inizio del film. La Manzini, Mozzato, Cassiano, Minolli, Vitaliano ed altri cento attori sono “in forza” fin dal gennaio 1913 ed ignorano fino all’ultimo il compito preciso che dovranno assolvere. (…) Occorre un gigante dall’aspetto cordiale e simpatico, non terrificante come tutti i giganti della tradizione. Pastrone si fa spedire, allora, dal suo rappresentante parigino, le fotografie degli atleti che hanno partecipato al torneo di lotta alle Olimpiadi. Non vanno: hanno un aspetto troppo importante; dimostrano, con le facce truci, una convinzione eccessiva delle proprie disponibilità muscolari; sono troppo “accademici”.

Preoccupato, il produttore orienta diversamente le sue ricerche, sguinzaglia degli esploratori. Giungono le prime segnalazioni, accompagnate da testimonianze fotografiche. Un pompiere di Milano dà buon affidamento per la fisionomia aperta, ma è un filodrammatico; e Pastrone esige un primitivo. Un facchino di Trieste rappresenterebbe l’ideale se non bevesse: non si può contare a lungo sulle sue prestazioni. Bocciato.»

Finalmente…

«Gli incaricati dell’Itala Film si diedero ad indagare accuratamente sulle banchine e sui moli del porto di Genova, invero poco persuasi, perché — pensavano — la forza bruta è un conto e la sua adattabilità alla macchina da presa è un altro. Senonché, appena si avvicinarono ai grandi edifici dei «Magazzeni generali». la figura di Bertumè subito li colpi. Non ebbero neppure il tempo di fare la rituale domanda «sapreste indicarci il più buono dei vostri compagni?» che ad una sola voce tutte le squadre risposero: «Pagano». Anche l’antagonista Belletti disse: «Prendete lui. Io sarò forte sì, ma ho una faccia da schiaffi. Lui invece è il più bello fra noi e ha un cuor d’oro».

Gl’inviati torinesi osservavano scrupolosamente ogni movimento di Pagano. Il regista Pastrone come colpito da una piacevole visione, sorrideva felice. Quel gigante aveva davvero un corpo possente, i muscoli erano evidentemente educati dal lungo esercizio e non appesantiti nemmeno da un’ombra di grasso superfluo. La sua figura aveva qualcosa di scultoreo che soggiogava l’osservatore. Gli esperti, dunque, si avvicinarono, lo guardarono negli occhi, lo squadrarono per ogni verso, un poco anche indiscreti, tanto che Bertumè tagliò corto e chiese:
«Spedizionieri? C’è qualche bastimento in arrivo o in partenza? Io sono il caporale della squadra. Se credete che possiamo farcela, affidateci il lavoro».

Ma i componenti della singolare commissione, ingiunsero: «Venite con noi. Dove abitate?». Questa volta sul bel volto di Bartolomeo Pagano, si dipinse una certa inquietudine. Che volevano quei bellimbusti? Forse erano dei questurini e c’era di mezzo qualche pasticcio?

Un paio d’ore dopo, Bertumè, nella casetta nascosta fra le serre luciccanti di Sant’Ilario alto, si vide attorniato da quei signori, decisi e persino un poco arroganti. Gli stesero davanti un mucchio di carte e cominciarono a parlare di cinematografo. Ebbe un sospiro di sollievo, finalmente sicuro che la sua onestà di lavoratore non correva rischi d’essere messa in discussione, ma nel tempo stesso dal suo vasto petto uscì una lunga, sonora risata. E questa fu la risposta: «Lasciatemi in pace. Io non ne so un’acca di tutti questi imbrogli e non ho mai visto un film. Ho ben altro da fare».

A nulla servirono parole, lusinghe e promesse. I cinematografari dovettero tornare parecchie volte a Genova. Finalmente, quando il Pagano fu certo — e glielo misero per iscritto davanti a un notaio — che avrebbe comunque assicurata la paga giornaliera di portuale, e che tornando, a film finito, avrebbe ritrovato il suo posto, cedette alle pressioni. Erano stati proprio i suoi compagni di fatica a insistere di più. Gli dicevano, inorgogliti: «Prova Bertumè, prova. Verremo anche noi, a vedere. Capisci o no che è un onore per i Caravana e per tutti?».
Fu così che finalmente, tolto dalla cintura di cuoio il gancio — lo strumento tradizionale del lavoratore del porto — si decise a presentarsi a Torino, dove, diceva lui, «si fabbricano gli uomini e si inventano tutte le storie più bugiarde».

Il suo amico Giardini ancor oggi ha le lacrime agli occhi, quando rievoca la partenza di Bertumè. «Uscimmo tutti dal porto, sospendendo il lavoro. Eravamo migliaia. Lui davanti che sembrava un pezzo grosso. Lo era infatti». In piazza Caricamento poco mancò che il monumento a Rubattino, il grande armatore ligure che fu il fondatore della flotta commerciale italiana, non fosse schiantato dalla marea travolgente degli scaricatori in delirio. «Non so quante fette di ‘focaccia’ gli fecero mangiare e quanti gotti di bianco dovette bere. Gli avevano fatto molti regali». Si decise a un bel momento — crepi l’avarizia! — a comprarsi in Sottoripa una valigia di autentico cuoio da due lire. E finalmente riuscì ad infilarsi in uno scompartimento del treno per Torino, sbigottendo i quattro viaggiatori, che cercarono di farsi ancor più piccoli perché potesse star dentro tutto.

Quel modesto lavoratore portuale non solo riuscì a soddisfare gli esigenti registi e critici. ma, Èrcole buono ed imbattibile, mise in ombra, con la sua forza colossale ma soprattutto con la sua arte sincera e umana, i pur grandi nomi di Almirante Manzini, di Mozzato e di Quaranta. Fu lui che dominò il film «Cabiria» dal principio alla fine. Quando la pellicola passò alle sale di proiezione, una figura sola conquistò il cuore di milioni di spettatori: quella di Maciste.»
(segue)

Maciste e l’uomo forte Bartolomeo Pagano

Bartolomeo Pagano
Bartolomeo Pagano, alias Maciste

C’era una volta un uomo… “che la gente di Genova, quando lo vedeva passare per gli stretti “caruggi”, si voltava meravigliata a guardare. E ne aveva motivo. Era tale l’armonia delle forme, che fondevano in giusto equilibrio con la sua non comune altezza (quasi un metro e novanta) con il torace ampio e muscoloso (un metro e venti) e il suo peso che superava il quintale di venti chili, da riuscirgli impossibile di passare inosservato.
Da più di dieci anni quell’uomo faceva parte della Compagnia della Caravana. Erano costoro una famosa compagnia quasi interamente formata da prestanti uomini oriundi del Bergamasco e del Veneto che avevano monopolizzato le operazioni di carico e scarico di Dogana, sin dal 1656, da quando cioè avevano concorso decisamente ad aiutare e ad assistere la cittadinanza di Genova allorché questa fu colpita da un’epidemia tremenda di peste. Anche lui indossava la loro tradizionale casacca turchina, che aveva cominciato a portare quando contava meno di vent’anni. S’era subito fatto notare tra i colleghi poiché emergeva su tutti, quasi una visione dantesca, dalla cintola in su.

Uno solo – ci racconterà un superstite suo compagno di lavoro, il settantenne Aronne Giardini, detto il “sette” dal numero di matricola – poteva competere in vigoria con lui, ed era un certo Francesco Bellotti. Al “quattro” (era questo il modo di indicare la zona corrispondente all’attuale Silos granario) c’era un macigno di circa cinque quintali. Nei momenti di sosta, le squadre degli scaricatori si divertivano ad aizzare i due colossi l’un con l’altro. «Vediamo, avanti, chi riesce a smuoverlo». Subito i tifosi si dividevano in due schiere e facevano scommesse di focaccia e di vin bianco. «Oh issa, Bertumè» urlavano cento voci roche al Pagano. «Oh issa, Cescu» sbraitavano gli altri. E alla fine quei cinque quintali dovevano dichiararsi vinti. La forza possente dei due non solo li smuoveva, ma li spostava di parecchi centimetri. La giuria, metro alla mano, assegnava poi la vittoria nella singolare tenzone e, per la verità, non sempre toccava al futuro Maciste.

Da poco il fumo delle ciminiere aveva ingaggiata la vittoriosa lotta contro la poetica vela delle scune e dei brigantini, e le calate e i moli andavano trasformando la grande insenatura ligure in quello che doveva diventare il porto più attrezzato del Mediterraneo. Non esistevano ancora a quei tempi le mastodontiche gru ad acqua o a elettricità né gli elevatori, che oggi in gran parte sollevano l’uomo dalle più dure fatiche. L’uomo era ancora, con la forza fisica, lo strumento indispensabile, cui bisognava ricorrere per accelerare le operazioni di carico e scarico sulle navi.

Bartolomeo Pagano ogni giorno, di primo mattino, scendeva a Nervi dalle alture della sua fiorita Sant’Ilario con la giacchetta sulla spalla, il passo cadenzato, esuberante di giovinezza. Prendeva posto sul tram a cavalli con gran disperazione del conducente, che sentiva paurosamente cigolare la pur robusta carrozza, diretta a Genova, in piazza Caricamento. Una volta entrato nel porto, si sentiva come a casa sua, perché solo lì la sua esuberanza incontenibile poteva trovare sfogo. Si faceva sotto bordo delle navi e cominciava la giornata. Agguantava un sacco di grano argentino o una casetta di coloniali delle Indie olandesi così come se sollevasse una piuma. Con disinvoltura camminava sulle banchine verso i depositi e dava l’impressione di averci sulle spalle, anziché quintali la mantellina impermeabile. I suoi amici lo guardavano con stupore, in principio, poi non ci fecero più caso.

«Bertumè – gli dicevano, quando sibilava la sirena – è in arrivo il Maria Luisa ai Magazzini Generali, là c’è della merce troppo pesante. Vieni a dare una mano?». Bartolomeo Pagano era diventato familiare. Sorrideva lusingato a quelli inviti. Non esisteva nulla di troppo pesante per lui ed era felice quando la sua superiorità veniva così bonariamente riconosciuta. E ci dava dentro con gli altri, che erano soliti lasciargli i pesi impossibili. Ma, quando scoccava il mezzogiorno e il cannone, dalle colline del Righi, lo annunziava senza equivoci, non esitava un momento ad interrompere la sua fatica. «Ragazzi, andiamo, ne parleremo dopo. Ora la macchina vuole carbone».

E con gli altri, così come era, nella maglietta bianca da cui traboccavano muscoli potenti, si recava nell’osteria della Nina. Sempre lì. Era un piccolo locale appena fuori del porto. Pagano lo preferiva ad ogni altro perché su quelle rozze tavole si succedevano le varie fondine di minestrone al pesto – «fatto all’antica» diceva lui – di cui, con un chilo e mezzo di pane e un mezzo litro di quello buono si saziava. Poi si divertiva, così come noi facciamo, per distrazione, le pallottoline di mollica, a frantumare tra indice e pollice noci su noci..

Bertumè non si dava delle arie. Lo sapeva che era diventato una specie di istituzione. Soltanto qualche volta si stupiva che gli altri si meravigliassero. Protettore dei deboli per istinto, guai se c’era un gradasso, che si permettesse di far le baie a chi, stanco o meno forte, non riusciva a condurre a termine un carico. Interveniva subito. E a chiunque passava la voglia di scherzare. Un silenzio improvviso si faceva intorno. Pagano divaricava le gambe che sembravano scolpite nel marmo, puntava i grandi occhi sul malcapitato, che non trovava altra via di scampo che chiedere scusa e darsela a gambe. Poi il gigante (ormai tutta Genova lo chiamava così) sorridendo si sobbarcava anche il lavoro del collega in difficoltà o non si sentiva bene, pur di non fargli perdere il salario. (segue)

Nota: ringrazio molto Anna Fiaccarini della Cineteca di Bologna per avermi inviato il bel dvd di Maciste l’uomo forte (Museo Nazionale del Cinema – Cineteca di Bologna), che consiglio caldamente di vedere e rivedere.
Dimenticavo: Buon Natale a tutti!

Ubaldo Maria Del Colle pioniere

Ubaldo Maria Del Colle
Ubaldo Maria Del Colle

Come per molti altri colleghi del cinema muto, le tracce di Ubaldo Maria Del Colle sembrano disperse nel nulla.

Nato a Roma il 27 giugno 1883, debutta sulle scene nella stagione 1903-1904 con la Compagnia Fumagalli Franchini. Poco o niente si sa di lui prima di questa data. Debutta nel cinema nel famoso La presa di Roma, Alberini e Santoni 1905, dove interpreta un “tenente dei bersaglieri”, e continua a lavorare sia sul palcoscenico sia nel teatro di posa. Nel 1911, debutta come regista-sceneggiatore alla Pasquali Film di Torino, senza abbandonare il ruolo di primo attore. Nel 1913, insieme a Riccardo Caimi fonda la Riviera Film. Il teatro di posa è sull’alture di Sant’Ilario, poi la casa diventa semplicemente Del Colle Films, si trasferisce a Quinto e… scoppia la prima guerra mondiale. Tra il personale artistico della casa Lina Pasquet, nome artistico di Pasqualina Pasquetti, nativa di La Spezia, che Del Colle sposa nel 1916. Le condizioni dell’industria cinematografica sono disperate, Del Colle lascia la Liguria e ritorna a Roma, dove lavora prima alla Megale Film, e alla Flegrea. Finita la guerra, nel 1918, passa alla Tina Film di Napoli e dal 1920 alla Lombardo Film, sempre di Napoli. Per questa casa, diretta dal pioniere Gustavo Lombardo, prima attrice Leda Gys, Del Colle metterà in scena nel 1921: I figli di nessuno, dall’omonimo romanzo di Ruggero Rindi (Falstaff), autore di un centinaio di drammi, rappresentati nei teatri popolari con grande successo, morto in miseria all’ospedale di Roma il 16 marzo 1908. Qualche anno prima, Ubaldo Maria Del Colle aveva interpretato questo dramma nel teatro di posa, e a quel punto della sua carriera conosceva molto bene l’impatto di una storia simile nel pubblico. Non si sbagliava: il film diventò uno dei più grandi successi di botteghino nella storia del cinema muto italiano. Sicuramente è vero, come raccontano alcune cronache che Del Colle diventò il braccio destro di Gustavo Lombardo, ma si vede che amava l’indipendenza perché ad un certo punto passa a lavorare, sempre a Napoli, prima per l’Any Film, la Del Gaudio e la Napoletan Film, da lui stesso creata.

Nel 1929 diresse gli attori italiani impiegati in due film di produzione Universal che si giravano in Italia, negli studi della Lombardo Films.

Non si sa molto di lui negli anni trenta, tranne che per alcuni documentari turistici realizzati per una produzione indipendente italo-americana: Poesia del mare; Laghi d’Italia; Venezia artistica; Sicilia artistica; La Conca d’oro e Monreale; Mondello.

Durante la seconda guerra mondiale, gestiva il cinema Eden a Rapallo.

Ad un certo punto, Gustavo Lombardo si ricorda di lui e del successo di quel Figli di nessuno, ma questo film finirà per produrlo il figlio Goffredo. Del Colle lavora come assistente di Raffaello Matarazzo, siamo nel 1951.

Il suo nome compare per l’ultima volta nei titoli di un film nel 1952. Ufficialmente è il regista di Menzogna, ma la regia, in realtà è di Giuseppe De Santis.

Il nostro pioniere ha compiuto 69 anni, sicuramente non è disposto a lasciare il cinema, ma non c’è più posto per lui. Come per molti altri “veterani” del cinema muto, dovrà affrontare il problema delle scarse risorse economiche e di una pensione molto, ma molto ridotta, che forse nel suo caso era nulla.

Cosa fare? Semplice: fondare insieme ad altri pionieri un’associazione. Nasce così nel 1956, l’AVACI (Associazione Veterani Artisti Cinematografici):

“Di idee quelli dell’AVACI ne hanno molte, ma di soldi purtroppo niente. Si riunirono la prima volta in una pizzeria di Roma nel giugno scorso; presidente l’attore Del Colle (lavorò ne i Promessi Sposi, Cavalleria rusticana e nel 1903 ne la Presa di Porta Pia)” –  sic, la Presa di Porta Pia, La presa di Roma è del 1905, e Del Colle non è soltanto un attore, ma un regista-sceneggiatore – “vice-presidenta Elena Sangro (protagonista di Fabiola, e Poppea nella seconda edizione del Quo Vadis?), e tra gli scopi pratici dell’Associazione si puntò soprattutto su una casa di previdenza, su un fondo di soccorso immediato in caso di bisogno, su la creazione di un ambulatorio, sull’istituzione di pensioni. Piani più che belli, ma che lasciano alquanto perplessi quando si pensi che a tutt’oggi il capitale disponibile dell’Associazione ammonta soltanto a 1.500 lire e le 1.500 lire le hanno tirate fuori quelli stessi che hanno bisogno di aiuto. Sperano molto in un presidente onorario che, ancora da designare, dovrebbe risolvere parecchi di loro problemi. Accettano consigli e aiuti da tutti (perfino un macellaio ha promesso di interessarsene), purché si faccia in fretta e non si ripeta il caso di Alberto Collo che ebbe tutto il tempo di morire prima che gli arrivassero i famosi aiuti. Per ora gli iscritti all’Associazione sono circa cinquanta tra attori, operatori, registi. Vi figurano nomi come Giovanni Vitrotti (è stato l’operatore di 1.500 film), Rina De Liguoro, Cecil Tryan, Domenico Gambino, Domenico Serra, Eugenio Galantini; ma altri sicuramente vi si aggiungeranno con il passare del tempo. Intanto hanno fissato la loro sede in un appartamento del Corso, ospiti da una simpatizzante, portano a mano le loro lettere e i loro inviti, – galoppino dei veterani, Felice Minotti -, e il segretario Roberto Spiombi non si lascia sfuggire un’occasione per reclamizzare i propri scopi”.

Questo articolo, pubblicato nella rivista Cinema, è del febbraio 1956, pochi mesi dopo Del Colle finirà nella corsia dell’ospedale. L’amico di una vita, Felice Minotti, tornerà nella redazione di Cinema per raccontarlo.

Ubaldo Maria del Colle, regista di più di 90 film, interprete di La presa di Roma ed altri 80 film, produttore, sceneggiatore, muore a Roma il 24 agosto 1958. Che fine ha fatto il suo archivio?