Narra una leggenda orientale di una divinità possente e capricciosa, la cui maschera è mutevole come è mutevole il tempo: l’acqua. E la maschera di Greta Garbo è forse ancor più mutevole del volto dell’acqua, ancor più sensibile. Non vi è espressione umana d’odio o d’amore, di serenità o di passione, che non abbia fatto vibrare il suo viso e non lo abbia trasformato, di volta in volta, nell’espressione esatta della sensazione. Dai suoi primi film fino all’ultimo. Si potrebbe dire che ella, il suo volto, possiede l’arte di trasformarsi, quanto ne è posseduta. Se per le esigenze del lavoro può dominare i muscoli del suo viso tanto da crearsi un carattere nuovo ad ogni moto interno che deve fingere, altrettanto ne è dominata ed i muscoli del volto si piegano, si stirano, si contorcono, sotto l’impressione interna.
Il suo nome è così noto, che ogni panegirico diventa inutile.
Basterà ripetere qui quanto di lui ebbe a dire, mesi or sono, uno dei più noti e dei più vecchi régisseurs della cinematografia francese, che ebbe agio di vedere l’Oxilia dirigere una importantissima film a Parigi:
Io non ho mai visto niente di più strano e di più indecifrabile della comunicativa e del fascino che questo celebre direttore italiano esercita sugli attori e sulle comparse. Voi conoscete la nostra figurazione: essa è quanto di più difficile a condursi e a dominarsi che si possa trovare. Il signor Oxilia è riuscito a imporsi fin dal primo giorno. Io lo guardavo a dirigere con una meraviglia e un’ammirazione sempre crescenti. La sua spiegazione è netta, precisa, incisiva. Se egli ripete la scena per insegnarla ad uno dei suoi attori, il suo viso ha espressioni e atteggiamenti mirabili. Il quadro che egli compone è sempre nervoso, pieno di aria e di movimento. Niente gli sfugge, né in primo piano, né in fondo. I suoi occhi vedono tutto.
Ho visto all’opera tutti i più grandi direttori francesi, da Zecca a Feuillade: egli non ha da invidiare niente a nessuno. Le sue qualità sono di prim’ordine. Il suo metodo è senza pari.
Vedendolo dirigere, ho pensato a un direttore d’orchestra: egli trae armonia da tutto; il particolare e l’insieme. E non dimenticherò quel suo modo di spiegare a mezza voce, senza gesti, le mani nelle tasche della giacca, la testa un poco china in avanti.
La descrizione che Jean Laure fa dell’Oxilia è fedelissima: bisognerebbe solo aggiungere la sigaretta fra i denti. Perché Nino Oxilia ama le sigarette quanto detesta la réclame. E senza dubbio sarà molto stupito di trovare riprodotta qui accanto la sua effigie. Perché avevamo chiesto all’Oxilia un suo ritratto, per questo nostro numero speciale, ed egli se ne è gentilmente schermito, fingendo di dimenticarsi. Ma Nino Oxilia non rifletteva, facendo ciò, all’avidità giornalistica: abbiamo avuto lo stesso il suo ritratto dal cortese avv. Rossi di Padova — che ringraziarne qui pubblicamente — riparando in tal modo all’abile… dimenticanza del ritrattato.
A tout seigneur tout honneur... Quando si è visto Nino Oxilia mettere in scena, non lo si può lasciare da parte, anche se egli lo desidererebbe. Colorito, impulsivo, ardente, egli si trasforma — dirigendo — in un altro uomo. La sua parola è chiara, concisa, comunicativa; la sua voce ha delle intonazioni di un’intensità drammatica, che gli invidierebbero attori di cartello; il suo impeto trascina anche le masse, che lo amano per la sua energia che non ammette repliche, ma che è sempre cortese, quasi fraterna.
Tutte le sue films hanno una personalità ben definita: soggetto e messa in scena sono una cosa sola, fusa, intensa.
È un metteur en scène dell’avanguardia : forse il più noto. Noto era anche prima di entrare nelle nostre schiere. Giornalista valente e impetuoso, drammaturgo dalla visione larga e profonda, dal dialogo intenso e vivo, si è fatto strada imponendosi alla folla e alla critica. Venne a noi silenziosamente, senza strepito, entrando a far parte della Casa « Pasquali », dove fu presso al Del Colle, apprendendo da lui — sono parole dell’Oxilia — le prime nozioni del mestiere. Passò quindi alla Casa « Ambrosio », dove vide mettere in scena il Caserini e il Maggi: di qui passò alla « Savoia-Film », e in questo periodo comincia l’ascesa meravigliosa che lo ha condotto ad occupare uno dei posti più in vista della cinematografia italiana.
E noi abbiamo voluto rendergli omaggio qui, malgrado la sua modestia, non per vana lode, ma come segno della nostra viva ammirazione.
Veritas (La vita cinematografica, Torino dicembre 1913)
Trailer americano del film The American Venus(1926)titolo italiano: Il trionfo di Venere, film scomparso. Dal canale di MattTheSaiyan su YouTube.
Prima intervista pubblicata in Italia, secondo le mie ricerche al 2 settembre 2011, con Louise Brooks. Vera? Inventata?
Hollywood, settembre 1927. Louise Brooks è stata una delle interpreti del Trionfo di Venere (The American Venus). Ciò fa immaginare quali possano essere la grazia del suo corpo e la dolcezza del suo volto di bambola, dalla perfezione del suo corpo di primavera botticelliana, alla grazia del suo sorriso, tutto è perfezione e armonia.
Ho conosciuto Louise Brooks sulla spiaggia di Santa Monica, in California.
La giovanissima attrice si concedeva un momento di riposo dopo una mattinata di continuo, indefesso lavoro. Ma tempo di riposare io non glie le lasciai.
Si incominciò, naturalmente, con la solita e sciocca domanda:
— Come siete entrata in cinematografo?
— Vi dirò. Fu in seguito ad un concorso di bellezza, immediatamente venni scritturata dalla Paramount, con la quale mi trovo tutt’ora.
Guardo Louise. E’ seducentissima nel breve costume di maglia nera ancora umido, attorno al quale la sabbia gialla ha formato uno strato sottile e aderente.
— Benissimo. E come vi trovate nell’ambiente cinematografico?
— Ottimamente. Oggi s’intende; i primi tempi furono un poco penosi.
— Che ne dite della vostra prima interpretazione?
— Del Trionfo di Venere? Ne sono rimasta soddisfatta, per quanto il mio ruolo non sia stato dei principalissimi. Ho occupato il terzo posto accanto ad Esther Ralston e a Fay Lamphier.
— Ricordo benissimo. Ma ciononostante, il pubblico ha avuto agio di notarvi e di ammirarvi. Posso assicurarvi che vi ha trovata di suo gusto.
— Vi ringrazio e lo ringrazio. Ad ogni modo me ne sono avveduta.
— Imagino. Dalle lettere e dalla richiesta di fotografie, senza dubbio.
Louise ride.
— Avete indovinato. Ne ricevo molte.
— Quante pressapoco, se non sono indiscreto?
— Dalle duecento alle duecentocinquanta per giorno. E che fatica a leggerle! Perchè io rispondo a tutti, sapete? Non voglio che si rimanga scontenti di me…
— Duecentocinquanta lettere? Corbezzoli! Coraggio, piccola Louise. Se oggi il numero è cosa rilevante cosa mai avverrà quando sarete star di prima grandezza?
La piccola diviene seria. Lentamente si alza.
— Credete che potrò divenirlo?
— Non lo credo; ne sono sicuro.
Louise sorride di nuovo. Mi tende la mano, allegra.
— Grazie. A rivederci. Non dimenticherò il vostro augurio. E… salutatemi l’Italia.
Approfitto per presentarvi uno dei link in questo sito: The Louise Brooks Society, in rete dal 1995.