Messa in scena: Ermanno Geymonat, Roberto Omegna; soggetto dall’omonimo romanzo di Daniel Lesueur; riduzione per lo schermo: Roberto Geymonat, Ermanno Geymonat; fotografia: Giovanni Vitrotti; interpreti principali: Dirce Marella, Giovanni Cimara, Roberto Villani, Gerardo Peña. Produzione Società Anonima Ambrosio 1919.
Scene fantastiche tratte dal celebre racconto inglese: The Babes in the Wood.
Pathécolor, 395 metri circa, bellissima partitura per orchestrina, del M. Louis Blémant.
E’ questa un’antica leggenda inglese svolta in un celebre racconto: leggenda dolorosa e poetica che raffigura lo sgomento di chi si perde nella foresta della vita.
I bambini perduti nel bosco seguono il destino di terrore e di angoscia che il caso ha loro segnato: e alla cieca baldanza con la quale si avventurano nel bosco tentatore seguono le inquietudini e le paure per tutti gli spiriti che si agitano negli alberi fatati.
Questa leggenda infantile, magnificamente riprodotta dal Pathécolor, è una grande fiaba per persone grandi.
La storia:
James Barfield morendo, ha istituito eredi universali i suoi due piccini, Harry e Lilly. In caso di morte degli eredi naturali, tutti i suoi beni avrebbero dovuto passare al suo fratello, lord Barfield.
Spinto dal suo egoismo, lord Barfield decide di sopprimere i due fanciulli, e li conduce in campagna coll’intenzione di mandare a effetto il suo piano, ma dopo infiniti tentativi, non ha il coraggio di compiere l’odioso atto. Li conduce allora in un rifugio di banditi e incarica uno di questi di uccidere gli innocenti.
Il brigante, non volendo avere la morte dei fanciulli sulla sua coscienza, li abbandona nella foresta. Ma la foresta era incantata e sotto ogni albero, dietro ogni roccia, si annidavano dei mostri strani. Degli esseri invisibili agitavano i rami delle foglie. Da un rigagnolo vicino emergevano delle sirene, che con la dolcezza della loro voce attiravano Harry e Lilly, Ma appena si lasciavano toccare, si cangiavano immantinente in piccoli gnomi orribili…
I due piccini, spaventati, si rifugiarono in una caverna, ma anche là una turba di fantasmi danzavano intorno e i due piccini, che sbigottiti e ormai senza forze, morirono di terrore e di sfinimento.
E degli angeli dalla bianche ali, portarono in paradiso le loro animuccie candide.
Il film fu presentato in Francia (titolo originale: Les enfants perdus dans la forêt), Italia, Spagna (Los niños perdidos en el bosque), Inghilterra e gli Stati Uniti (The Babes in the Wood) nel dicembre 1912.
The Babes in the Wood. — Released December 21st. Length 1,270 feet.
The Wicked Uncle schemes to rid himself of the two pretty Babes by endeavouring to throw them over castle heights and offering them cups of poison. Ultimately the Wicked Uncle, feeling himself unequal to the work of murder, approaches the robbers, and the children are dragged off into the forest. The great quarrel between the robbers ensues, and after the fight, the children, deserted by the remaining bandit, find themselves alone in the Enchanted Forest. Adventures follow upon each other with startling rapidity. They become wearied, however, by their exhausting wanderings through the thick forest, and when they reach a great cave it is peopled with ghosts, and the boy once more is called upon to fight for his life and that of his sister.
His strength is no longer equal to the task, and death comes to him just a few moments after the girl, having heard the call of angels, glides away into the Children’s Paradise. Her brother comes to join her, and midst the brightness of flowers the children pass on to join in the merry gambols of other tiny folk. (da Cinema news and Property Gazzette, London, December 1912)
Copia nell’Archivio del Cinema Muto (archivio inpenombra).
Stavo girando con i Benetti e Collo il film Spine e lacrime, quando una telefonata mi avvisò che l’avv. Barattolo desiderava parlarmi.
Quando gli fui di fronte, Don Peppino mi chiese:
«Ha del coraggio, Ghione?»
Il mio viso interrogò muto; egli prese un foglio di carta e me lo porse.
Era un contratto, per l’esecuzione, in termine dato, di un soggetto, scritto da Donna Matilde Serao. Per il complesso artistico, erano imposti due nomi — Signora Maria Carmi, e Tullio Carminati.
L’avvocato osservò:
«Il contratto è gravoso, per la limitazione tempo, a giorni settantacinque consegna, copia positiva campione, con titoli. Che dice, Ghione? Siccome dipende da lei, si deve fare?»
Porgendogli l’impegno, risposi:
«Firmi».
Mi tese la mano, la promessa sarebbe stata mantenuta. Ebbi il manoscritto, dal titolo:
La mia vita per la tua.
La signora Maria Carmi, già la conoscevo: aveva girato alla Cines il film Retaggio d’odio ed alla Savoia Film l’Accordo in do minore palesando un temperamento non comune, per quanto poco sfruttato da impari direzione. Dovendo essere la protagonista del nuovo lavoro, ove si svolgeva un ruolo di donna fatale, decisi di essere, giudicandola donna di spirito, molto franco con lei. Le dissi che pur riconoscendole doti squisite d’artista, non approvavo completamente il suo recente operato e la pregai di seguirmi e d’essere mia collaboratrice. Apprezzò infinitamente la mia sincerità, si che mi fu nel lavoro, camerata gentile e valorosa.
Emilio Ghione e Maria Carmi, La mia vita per la tua (1914)
Roma, 15 settembre 1914. Maria Carmi parla del soggetto che Matilde Serao ha scritto.
I grandi occhi dilatati come nell’estatica contemplazione di un sogno, le labbra tuttavia frementi, quasi agitate da un vivo palpito interiore, aveva terminato allora il suo quadro e s’abbandonava ad un momentaneo riposo, lì, sulla ridente veranda del teatro di posa.
— Siete stanca?
— No, no… Tutt’altro! — rispose — Io non mi stanco mai. Sono commossa, invece!
Infatti palpitava tutta, come agitata da un possente fremito interiore, che non riusciva a domare.
— Guardi. Questo soggetto mi prende tutta. Poche volte in teatri di posa mi è capitato in egual modo di immedesimarmi completa ed intera nel personaggio da rappresentare. Nelle brevi ore che passo davanti all’obbiettivo, questa volta mi sembra davvero di sdoppiarmi in una vita nuova, tanto le situazioni del dramma ed i sentimenti del personaggio si ripercuotono in ogni mia fibra! Creda pure: Matilde Serao con questo soggetto che noi stiamo interpretando, non solo ha mostrato ancora una volta di essere la massima scrittrice moderna, ma anche rivelato delle magnifiche attitudini teatrali e, quel che più conta, ha saputo fare del cinematografo vero come nessun altro autore sin’oggi.
Dunque Maria Carmi era entusiasta del lavoro che eseguiva. Il suo entusiasmo appariva tanto più sincero, in quanto che ella, di solito così restia a parlare di sè e dell’opera propria, ora s’indugiava ad esprimere la sua ammirazione per l’opera da compiere.
— In questi giorni — ella continuava a dire — qui, nel nitido e ridente teatro della Caesar Film le assicuro che, impersonando la passionale e bizzarra eroina immaginata dalla Serao, ho provato effettivamente delle sottili sensazioni nuove e delle emozioni indescrivibili, come se sul serio fossi proprio io stessa in persona la protagonista dell’avventura. E’ questo il primo successo del lavoro, giacché, anche prima di avvincere il pubblico, Matilde Serao ha saputo ottenere sì viva opera di suggestione sui suoi interpreti. Evidentemente, la grande scrittrice italiana ha dovuto proprio sentire nella sua anima i fremiti ed i palpiti che ha immaginato per le persone della sua fantasia; onde il lirismo di tutto il dramma è così penetrante, che deve necessariamente commuovere noi stessi attori, che siamo chiamati ad essere, per lo più, solamente mezzo di riproduzione.
Volemmo indi richiedere alla illustre attrice qualche particolare sulla trama del soggetto, ma ella si ricusò risolutamente:
— Si tratta di un grande dramma veramente umano, in cui sono messe a nudo delle passioni ed in cui il più ineffabile dolore è espresso in un’azione rapida, stretta e densa. Non posso dire altro.
Credemmo inutile insistere ancora per ottenere un’indiscrezione sullo spunto del dramma. Mario Carminati (sic Tullio) — il magnifico attore della compagnia Di Lorenzo, che la Ditta Coscia e Xilo ha espressamente scritturato per assicurare un’insolita solennità d’arte all’esecuzione dell’eccezionale lavoro — ed Alberto Collo, venivano a riprendere la diva, mentre dal teatro di posa si avvertiva che la nuova scena era pronta.
Immediatamente il volto di Maria Carmi assunse quella sua caratteristica profonda impronta di passione, gli occhi sfavillanti, la bocca dischiusa come ad un irrefrenabile sospiro; si avviò alla scena, già trasformata nella fisionomia, già fremente nelle vibrazioni della parte.
Emilio Ghione, il prezioso direttore, disponeva colla sua calma serena e precisa il succedersi dei quadri; e noi, assistendo, pensavamo che lì, nel nitido e tranquillo teatro della Caesar Film, si preparava davvero il maggiore avvenimento di arte cinematografica italiana: un soggetto di Matilde Serao, un’interpretazione entusiastica di Maria Carmi col concorso di Carminati e dei migliori artisti della Caesar Film; un’altra squisita direzione di Emilio Ghione… Era dunque il caso di non lesinare elogi e rallegramenti ai due giovani ed intelligenti iniziatori di questo inaudito avvenimento, i componenti la Ditta Coscia e Xilo, i quali hanno così mostrato di comprendere veramente che cosa sia nei tempi attuali un’iniziativa destinata a suscitare il massimo interesse nel mondo intero. E. Fornoni
Dalle memorie di Emilio Ghione: «Tullio Carminati disimpegnò abbastanza bene il ruolo suo, di primo attore, ed Alberto Collo, fu efficacissimo nel sostenere la parte dell’ammalato d’amore. Alla visione del film, Donna Matilde, fu veramente entusiasta, e me lo espresse con quella sua famigliarità tutta partenopea, applicandomi sulle guance un chiassoso paio di bacioni. Honny soit, qui mal y pense!»