Il Frankenstein italiano del 1920

Luciano Albertini
Luciano Albertini

Avete sentito parlare della nuova versione di Frankenstein? Sicuro! Si tratta di una nuova versione destinata alla televisione. In alcuni articoli si parla delle versioni d’altri tempi su questo mito letterario… e cinematografico. Ma nessuno, se mi sbaglio fatemi sapere, sembra ricordarsi della versione italiana dell’era del muto.

C’era una volta nel 1920, un attore italiano chiamato Luciano Albertini, alias Sansone, insieme alla moglie Linda, gli sceneggiatori Giovanni Bertinetti, Giovanni Dovetti, il regista Eugenio Testa, l’operatore Alvaro De Simone, senza dimenticare il prezioso aiuto di certo Umberto Guarracino nella parte del “mostro”. Tutti quanti, e molti altri di nome ignoto, si misero al lavoro per costruire un film dal famoso romanzo Frankenstein, opera di Mary Shelley, anno 1818.  Dimenticavo, tutto sotto la bandiera dell’Albertini Film e, purtroppo dell’Unione Cinematografica Italiana che… ma questo lo lascio per la prossima occasione.

Com’era questa versione? Buona! Anzi, una delle poche dove i critici più temibili sono tutti d’accordo, quasi…

«Per un caso stranissimo, gli scrittori della Albertini-film sono riusciti a mettere su un soggetto eccellente; e con ogni probabilità hanno dovuto offendersene, poiché si sono vendicati. Lo spunto è quanto di più cinematografico ci sia: la fabbricazione artificiale dell’uomo. Seguendo la novella inglese, i soggettisti ci presentano un chimico che riesce a fabbricare un uomo e che produce un tale mostro di ferocia e di idiozia che fa onore alla sua fatica. Ma nello svolgimento dello spunto, gli autori hanno perduto una meravigliosa occasione per fare un film eccellente, poiché non hanno tenuto in nessun conto il materiale formidabile di cui disponevano e non l’hanno utilizzato che a pezzi e a bocconi.
(…)
Invece, perdendo completamente il senso delle proporzioni, hanno mischiato il filosofico all’avventuroso, il sentimentale al religioso e ne è venuta fuori un’insalata russa di incoerenze. Il personaggio del mostro, benché interpretato eccellentemente da un attore che non è citato, è in perenne contrasto con i titoli. Mentre la didascalia lo definisce «idiota», più «cosa» che essere, noi vediamo la creatura spaventosa dimostrarsi provvista di sufficiente raziocinio, perché ha paura, sente il bisogno di fare quello che fanno gli altri (…) e –  dulcis in fundo  – possiede anche delle estese cognizioni di lotta greco-romana! (…). In ogni modo, è però tale la forza dello spunto che il film, anche così sconquassato, interessa moltissimo. Chi si indigna è l’artista che vede rovinare una chiesa per fare un sagrestia!».
(G. Giannini in «Kines», Roma, 10 settembre 1921)

Film perduto… al giorno d’oggi.

Sua Maestà il sangue – Aquila Film 1913

Secondo film del programma Silent Italian Style, Giornate di Pordenone 1987.

Produzione Aquila Film, Ciclo d’Oro, Torino 1913. Messa in scena di Roberto Roberti, se lo avete dimenticato, il padre di Sergio Leone, ma non finisce qui, Roberti interpreta il Re Sergio II di Asturia, e la madre di Leone, Bice Waleran, uno dei personaggi principali.

Non so niente sulla copia del film, se è completa, ecc. La rivista Griffitiana, nel numero corrispondente alle Giornate del 1987, non fa il minimo accenno. Questa volta, nemmeno il Museo del Cinema di Torino si è fatto vivo.

Sua Maestà il sangue 1913
Roberto Roberti, Sua Maestà il sangue 1913

Tutto quello che posso fare per voi è questa immagine di Roberto Roberti.

Nota: le immagini di questo, e di tutti i siti dell’archivio in penombra sono originali d’epoca in archivio, quando non è così, è segnalata la provenienza, ricambiate lo stesso, grazie anticipate.

La Mimosa di Segundo de Chomón

La Mimosa, produzione Iride Film
La Mimosa, produzione Iride Film (Chomón-Zollinger) 1924

Questo film è un “pezzo” importante nella ricerca su Segundo de Chomón. Si tratta, forse, della seconda prova del processo di cinematografia a colori Chomón-Zollinger, premiato all’Esposizione Internazionale di Cinematografia di Torino 1923, un vero successo secondo la stampa dell’epoca:

Ieri sera all’esposizione di fotografia e ottica ebbero luogo i saggi della cinematografia a colori presentati dall’Ing. Ernesto Zollinger associato al Sig. Segundo De Chomon e che strappavano a più riprese applausi al pubblico che affollava la sala. Si ebbe la dimostrazione che la cinematografia a colori può essere ormai considerata come un’altra vittoriosa conquista. Come i due ingegneri siano giunti a questa perfezione disse con concisa e chiara parola l’Avv. Geymonat, il quale spiegò che è stato possibile ottener tali risultati soltanto dopo che fu risolto il problema di una pellicola pancromatizzata ed ultrasensibile. Questo è appunto il merito dei due inventori che sono due nostri concittadini d’adozione. Il nuovo procedimento rappresenta un indiscutibile progresso sui tentativi precedenti: e cioè la mancanza di riproduzione delle sfumature e delle mezze tinte ed il ritmo innaturale del movimento delle immagini. L’esperimento, a giudizio di pubblico e di tecnici così brillantemente riuscito, è basato sul sistema della dicromia: sistema non nuovo ed impiegato già nell’anteguerra da Smith ed Urban. Ma mentre nei risultati ottenuti fin qui col sistema della dicromia si riscontrava quasi sempre una dominante di colore che soverchiava gli effetti di colori e luce della scena riprodotta, nei quadri presentati dai signori Zollinger e De Chomon tutti i particolari di luce e tutte le sfumature di tinte risaltano evidenti ed efficaci, come le percepiscono i nostri occhi nella realtà. Il sistema di dicromia così perfezionato rappresenta un progresso tecnico e raggiunge una maggior praticità di applicazione industriale anche su quello della tricromia in quanto sono necessari due fotogrammi invece di tre, non occorre un apparecchio speciale né tre operatori come nel sistema a tricromia Gaumont.

Bimbi ed animali, fiori e frutta, cicli e marine, aurore e tramonti, natura morta e natura viva, apparsi ieri sullo schermo, dettero al pubblico l’illusione di trovarsi non in un salone chiuso, ma al cospetto dei grandi spettacoli naturali, tanta era la verità delle coloriture, la nitidezza delle immagini, la naturalezza del movimento. Ormai si può dire che la cinematografia a colori dal campo sperimentale è entrata nella pratica e sarà presto in pieno dominio dell’industria. (Gazzetta del popolo, 4 luglio 1923)

Del film si sa poco o niente: qualche testimonianza, qualche lettera. In nessuno dei volumi dedicati a Chomón si fa il minimo accenno alla casa di produzione Iride Film, proprietari Ing. Ernest Zollinger e Segundo de Chomón, Corso Grugliasco, 14 – Torino.

Lo storico spagnolo Carlos Fernandez Cuenca, pioniere nello studio del cineasta aragonese, scrive che Mimosa fu premiato all’Esposizione di Torino. E’ il primo a raccontare qualche particolare sul film: argomento, sceneggiatura, direzione e fotografia Segundo de Chomón; assistente operatore Roberto de Chomón; 1.222 metri.(1)

Juan Gabriel Tharrats, che dedicò mezza vita allo studio e la “promozione” di Chomón, ci racconta qualche dato in più di “prima mano”, e cioè dai ricordi di Piero Chomon: il film, girato nella Riviera italiana, racconta la storia di un amore adolescente. Tharrats riporta il contenuto di un ritaglio di lettera, senza data, sullo sfruttamento della patente del processo a colori per i signori A. Abberg, Carlo e Hans Lutz, Martino Staehli.(2)

Agustín Sanchez Vidal, storico aragonese come Chomón, apporta un dato interessante, un contratto del 7 luglio 1923 fra Chomón-Zollinger “e altre soci capitalisti”.(3)

Dal volume di Simona Nosenzo apprendiamo che nel 1926: “Simon Mischonsniky – subentrato a Zollinger nei diritti di sfruttamento dell’invenzione – il 19 settembre scrive a Chomón per conoscere il metraggio di un film commerciale colorato con sistema Chomón-Zollinger, che ritiene in suo possesso. Chomón risponde a Zollinger il 26 settembre affermando di non poter soddisfare la richiesta e suggerendo che probabilmente Mischonsniky si riferisce a Mimosa, pellicola che però è rimasta in Italia: ha con sé solo le immagini presentate all’Esposizione Internazionale, ma è comunque pronto ad aiutare il nuovo socio prestandogli il materiale di cui dispone”. La lettera e la velina di risposta sono irreperibili, dopo la morte di Piero Chomón, aggiunge la Nosenzo nelle note.(4)

Se mettiamo insieme tutti i dati il cocktail offre molte possibilità e tanti buchi neri:

La Mimosa, produzione Iride Film, proprietari Ernest Zollinger – Segundo de Chomón, argomento e fotografia Segundo de Chomón, girato nella Riviera italiana, interpreti sconosciuti, metraggio 1.222 metri.

Un contratto del 7 luglio 1923, firmato non si sa dove, forse a Torino.

Il nuovo socio, Mischonsniky, residenza sconosciuta, che nel 1926 vuole sapere il metraggio di Mimosa.

Nel 1926 c’era una copia del film in Italia.

L’immagine che accompagna questo post, una pagina di pubblicità La Rivista Cinematografica, giugno 1924: «Iride Film – Ing Zollinger & S. De Chomón – Torino – 14 Corso Grugliasco – Cinematografia artistica a colori naturali – La Mimosa – Eseguita secondo il processo premiato all’Esposizione Internazionale di Cinematografia di Torino 1923 col Primo Premio di GRANDE MEDAGLIA D’ORO ».

Questa ricerca su La Mimosa sperduta ha molte possibilità, tante quanto altre sorelle sperdute e ritrovate quando meno te lo aspetti. Dico “sorelle” perché in Italia, ai tempi del muto, i film erano al femminile: “la film”.

Inserisco la ricerca in Lost Films, aspetto notizie. E’ benvenuta qualsiasi segnalazione.

1. Segundo de Chomón (maestro de la fantasía e de la técnica), Carlos Fernandez Cuenca – Editora Nacional 1972.
2. Los 500 films de Segundo de Chomón, Juan Gabriel Tharrats – Universidad de Zaragoza, 1988.
3. El cine de Chomón, Agustín Sanchez Vidal – Caja de Ahorros de la Inmaculada 1992.
4. Manuale técnico per visionari – Segundo de Chomón en Italia 1912 – 1925, Biblioteca Fert 2007.