Il Re, le torri, gli alfieri e la contessa

Lucio d'Ambra a la contessa Giorgina di Frasso Dentice
Lucio d’Ambra a la contessa Giorgina di Frasso Dentice

Roma, luglio 1916L’Italie ha annunciato che la contessa Frasso-Dentice¹, una delle più elette dame dell’aristocrazia romana, donna bellissima ed elegantissima, avrebbe consentito a posare, a scopo di beneficenza, in una film edita da una nuova casa. Secondo nostre attendibili informazioni possiamo dire che la contessa Frasso-Dentice poserà, ma non nella film cui allude il giornale quotidiano, bensì nel terzo lavoro che si accinge ad editare la Medusa Film: Il re, le torri, gli alfieri di Lucio D’Ambra. Ci consta, infatti, che l’insigne gentildonna interpreterà in questa film, a fianco di Bianca Virginia Camagni, di Luigi Serventi, di Francesco Cacace, ecc., una parte importantissima per la quale il marchese di Bugnano sborserà quale compenso, una vistosa somma che sarà integralmente versata alla Croce Rossa. Sappiamo inoltre che la contessa Frasso-Dentice ha già acquistato una grande quantità di magnifiche toilette e che è partita per Parigi al fine di acquistare le scarpe e i cappelli. Ecco, dunque, un autentico avvenimento d’arte, di mondanità e di carità.

Roma, agosto 1916. La notizia, straordinaria, eccezionale, sensationnelle, correva già, incerta, imprecisa, contraddittoria, per gli ambienti artistici e mondani della Capitale, accolta, propagata, riportata, deformata con lo stesso interesse, con uguale curiosità, così nei saloni del Circolo della Caccia come attorno ai tavolini del caffè dove il mondo cinematografico ha i suoi quartieri generali mattutini, pomeridiani e serali. La notizia era questa: la contessa Giorgina di Frasso-Dentice, moglie dell’on. Di Frasso-Dentice, deputato al Parlamento, ed ora volontariamente al fronte quale ufficiale di ordinanza di un generale di divisione, la contessa Giorgina di Frasso-Dentice, americana di nascita, italiana d’elezione, una delle più belle, delle più eleganti, delle più ammirate dame dell’aristocrazia romana, ha  consentito a posare per una film cinematografica. Da vario tempo la contessa di Frasso-Dentice, che fu già  ammirata come leggiadrissima attrice in alcune rappresentazioni all’Ambasciata d’Inghilterra, era tentata dallo schermo cinematografico. Ma non osava decidersi. A deciderla è riuscito in questi giorni suo cugino, l’on. marchese di Bugnano che, nella sua multiforme geniale e inesauribile attività, è anche proprietario d’una delle maggiori Case cinematografiche italiane, quella Medusa film che con due soli lavori, Il Sopravvissuto di Giannino Antona-Traversi e La signorina Ciclone di Lucio D’Ambra ed Augusto Genina, in meno di un anno ha saputo conquistare uno dei posti più invidiati nel più vasto ed alto mercato mondiale della cinematografia di grande stile. Naturalmente, così la contessa di Frasso-Dentice come l’on. marchese di Bugnano vollero che la sensazionale entrée di una Dama nel mondo cinematografico conseguisse uno scopo di utilità benefica e patriottica. Stabilito così dal marchese di Bugnano in lire diecimila il compenso per la sua eccezionalissima interprete, la contessa Frasso-Dentice volle dichiarare che queste 10 mille lire saranno per suo conto versate dal marchese di Bugnano nella mani del conte Cavazzi della Somaglia, presidente della Croce Rossa Italiana. Inoltre il marchese di Bugnano, avendo già preso accordi coi maggiori teatri italiani, per dare, in serate speciali, la prima visione della film interpretata dalla contessa di Frasso-Dentice, ha stabilito anche che una parte degli incassi di quelle serate sarà devoluta a beneficio della Pro mutilati e di un’altra Opera di carità in rapporto coi bisogni morali e materiali creati dalle conseguenze della guerra.
Avendo la contessa di Frasso-Dentice piena libertà di scegliere il soggetto da interpretare, l’elettissima Dama scelse una riduzione cinematografica del romanzo di Lucio D’Ambra: Il Re, le Torri e gli Alfieri, che tanto successo ottenne presso i lettori della grande rivista mensile illustrata Noi e il Mondo. In una parte di grande dama la contessa di Frasso-Dentice darà prova di un ingegno di attrice veramente signorile. Lucio D’Ambra stesso ha curato la riduzione cinematografica del suo notissimo romanzo, togliendo ad esso gran parte delle sue intenzioni satiriche e maggiormente sviluppando invece la commedia graziosa a capricciosa, ironica e sentimentale che è nelle piacevoli avventure del principe ereditario di Fantasia, così piacevolmente raccontate dal marchese Armando d’Aprè.

Roma, 1937. Vedo e sento ancora Alfredo Capece Minutolo di Bugnano, al momento del caffè, con le mani in aria, gridando che con un tal film avremmo rivoluzionato il mondo cinematografico e che Il re, le torri e gli alfieri, programmato nell’universo, avrebbe incassato milioni. Ciclonico quanto la Signorina Ciclone, il Bugnano non mise tempo in mezzo. Uscendo dall’Umberto (ristorante a romano n.d.c.) telegrafò per impegnare a Milano il teatro di posa della Bovisa per tutt’il prossimo mese d’agosto. E mezz’ora dopo, con due corse di carrozzella, aveva già impegnato un regista nella persona di Ivo Illuminati e un operatore in quella di Carlo Montuori. Poi, volgendosi a me, napoleonicamente ordinò: « Dò una settimana di tempo per la sceneggiatura di Il re, le torri e gli alfieri. Fattami già mano al tecnicismo d’una sceneggiatura inquadrando in azioni e commenti, con Augusto Genina, la complessa trama episodica della Signorina Ciclone, sei giorni mi bastarono, in luogo di sette, a sceneggiare per filo e per segno il mio romanzo. E, non appena il Bugnano ebbe letto, fu la corsa per trovare gli interpreti. In un giorno solo trovammo con Bugnano i sei interpreti principali: uno in casa patrizia, l’altro in una casa cinematografica, il terzo in un teatro lirico, il quarto in un teatro di prosa, il penultimo alla Camera dei deputati e l’ultimo nel magazzino d’un antiquario.
Per la duchessa di Frondosa, dama di Corte di gran stile, Bugnano ci aveva pensato su: — Qui ci vorrebbe assolutamente una signora sul serio, un’autentica dama —. Ci pensa e ci ripensa con me, per un’ora, al Circolo della Caccia, sfogliando e risfogliando l’Almanacco del Gotha. Ma poi ha un lampo: — Mia cugina… Non ci avevo pensato!…—. Un tassì e si corre. Arriviamo in via Maria Adelaide, agli studii Corrodi. E siamo di fronte  al conte Carlo Dentice di Frasso, magnifica figura di gentiluomo  ottocentesco che sembrava uscita dalle pagine del Piacere di d’Annunzio: — Metto in scena un film di d’Ambra e tua moglie deve interpretarlo… — Sei matto? Mia moglie attrice? — Non c’è nulla di male. Ogni ragione in contrario fa parte d’un mondo di stolti e vieti pregiudizi…. Tuttavia il conte Dentice del Frasso non si fa rapidamente persuadere dal cugino. Deputato al Parlamento, uomo della vecchia destra rudiniana, sicuro d’esser fra breve al Senato o al Governo, master della Caccia alla volpe, membro in vita dei grandi clubs, imparentato con la più alta aristocrazia, assiduo frequentatore dei circoli di Corte, il marito della contessa Giorgina Dentice di Frasso non può ammettere che sua moglie… Ma la moglie entra e Bugnano la investe: — Giorgina, dite voi… — E subito la moglie è vivamente tentata lì dove il marito è vivacemente ricalcitrante. La contessa è americana: spirito audace, libero, senza pregiudizi. E Bugnano ha l’idea buona per salvar capra e cavoli: cioè il suo progetto cinematografico e la dignità e il prestigio mondani di un’elettissima dama: — Per le vostre fatiche d’attrice, mia cara Giorgina, io vi dò venticinque mila lire e voi queste venticinque mila lire, senza toccarne un centesimo, le versate pari pari a beneficio della Croce Rossa Italiana. Così la vostra incursione nel mondo cinematografico una volta tanto non sarà affatto ragione di scandalo, ma anzi documento di un’illuminata e fiorita beneficenza… — Detto fatto e, mal persuaso il marito, entusiasta la moglie…
Lucio d’Ambra²

Napoli, agosto 1916. L’amico Megale potrà aversela a male, ma noi per accontentare la sua modestia non possiamo defraudare i nostri lettori di un notiziario interessante. Che colpa è la nostra se la multiforme attività del giovanissimo Creso napoletano, ci obbliga a seguirlo nella sua opera oculata ed intelligente, nell’affermazione della sua personalità nel mondo cinematografico? Entrato nel commercio cinematografico quale concessionario esclusivista egli ha avuto il tatto di accaparrarsi, quando, si può dire, era ancora una sconosciuta, la produzione di quella maga dello schermo che è la Karenne…, produzione che non si è lasciata più sfuggire diventandone un monopolista autentico per le sue zone. Ma il noleggio per zone, per quanto largo e fiorente, era troppo poca cosa per un’intraprendente come il Megale, ed ecco acquistare un negativo… sempre della Karenne: Catene rimodernarlo, arricchirlo d nuove e importanti scene… e lanciarlo per il mondo. Ma un negativo era poca cosa ancora, e Megale diventa editore in piena regola, mettendosi con entrain all’esecuzione di quel Treno di lusso curato da Del Colle ed eseguito da Linda Pini…che è già quasi venduto per l’Italia e l’estero, prima di essere completato. Si annunzia un film veramente d’eccezione, speciale per l’autore, per gli esecutori, per la messa in scena, per l’originalità, per la grandiosità… ed ecco che Megale diventa il monopolista de Il Re, le torri e gli Alfieri senza alcuna preoccupazione delle centinaia di migliaia di lire necessarie. E poiché la Medusa Film è oggi l’editrice d’eccezione… ecco che Megale diventa addirittura socio del marchese di Bugnano  comproprietario della Medusa. Ed i due gentiluomini non si fermano a questo primo accordo, e son pochi giorni che è stato firmato il contratto che doterà Napoli di un cinematografo colossale — di cui si sentiva così vivamente la mancanza — nel sito più centrale, e capace di circa 2000 posti. Se si pensa che saranno appena sei mesi da quando Megale ha pensato di dedicarsi alla cinematografia, bisogna convenire che… ha “camminato” come nessun altro!

Roma, 1937. Non avendo nessuna velleità di regista e solo per curiosità — e poiché l’agosto favoriva un mio breve riposo letterario — accolsi volentieri l’invito del marchese di Bugnano a seguire a Milano nel teatro della Bovisa, la messa in scena di Il re, le torri e gli alfieri, affidata, come ho già detto, a un regista di professione, Ivo Illuminati. Ma non appena giunto a Milano non mi toccò di fare la modesta opera d’un autore che dà qualche timido consiglio a coloro i quali, con autorità, maneggiano e rimaneggiano l’opera sua. Appena sceso dal treno mi vengono infatti incontro Luigi Serventi ed Enrico Roma, con aria compunta, per annunziarmi: — Tu devi far da padrino…
Lucio d’Ambra³
(segue…)

  1. Nata Giorgina Wilde (Saint Louis 14 dicembre 1885), sposò il conte Carlo Di Frasso-Dentice, il 23 aprile 1906 a Londra.
  2. e 3. Lucio d’Ambra, Sette anni di Cinema (Ricordi 1937-1938).

 

La peccatrice bianca, Lothar Mendes 1926

La peccatrice bianca (Prince of Tempters 1926)
La peccatrice bianca (Prince of Tempters 1926)

Al Supercinena di Roma, luglio 1927

La storiella della peccatrice redenta dall’amore, che in Alessandro Dumas figlio ebbe se non altro il merito della novità, è stata lo sfogo del mestierantismo di innumerevoli imitatori che dopo di lui hanno imperversato. E così, nella letteratura, nel teatro, e più tardi sullo schermo, abbiamo avuto il piacere di assistere a una vera invasione di sedicenti… signore dalle camelie, quali cucinate in salsa gialla, quali in salsa verde, quali in salsa tartara, quali abilmente rimaneggiate in modo da apparir nuove di zecca, quali sfrontatamente simili, nell’animus e nel contorno a quella originale.

Quest’ultima Signora dalle camelie tedesco-americana (difatti First National editrice, Lothar Mendes direttore, Lya de Putti interprete) che al secolo porta il romantico e fascinoso nome di Dolores de la Hermosa, è tanto ben rimaneggiata da apparire a prima vista nuova, o quasi. Però a lungo andare la magagna appare evidente e questa Dolores de la Hermosa ci si rivela troppo simile alla ormai celebre Margherita Gauthier.

La realizzazione, pur essendo il film di marca americana, è di stile prettamente germanico, difatti Lothar Mendes è tedesco, e quindi eccellente per tecnica, fotografia, inquadrature, luci, scenografia, disposizioni di piani e sceneggiatura. Interpretazione eccellente per Lya de Putti insolitamente efficace. Questa volta la non so bene in virtù di qual merito, celeberrima attrice, non mi è apparsa solo la bellissima bensì la umanissima e profonda interprete. Graziosissima e deliziosamente ingenua Loïs Moran. Ben Lyon frate sfratato e disperato per amore, malgrado tutti i suoi sforzi e le sue pretese artistiche è terribilmente mediocre per non dire insufficiente.

Buono il commento musicale. Il pubblico non si è pronunciato, bensì ha applaudito calorosamente e con vera convinzione alle squisite creazioni e alle ben tornite gambe di Casimira Zalewska e compagnia.

Sardegna (Ambrosio 1916), un film in onore della Brigata Sassari

Sardegna, giugno 1916

Fu progetto ed è iniziativa, eseguita ora per conto del Comitato Pro-Sardegna di Roma, che ne è l’esclusiva proprietaria, una film che rammenti per tutta l’Italia e per l’Europa un lembo, la vita di questa isola, che tanta parte ha nel sacrificio di redenzione delle nuove terre.

L’incarico è stato affidato all’Ambrosio di Torino, ed in Sardegna si è portato uno dei suoi migliori operatori, il Sig. Marelli.

La film non rappresenterà quello che la immaginazione ha creato di fantastico su questa isola, ma sarà una esecuzione di quanto ancora nella civiltà è rimasto di quell’antico bello.

E sono beltà di villici nei loro antichi costumi di ricami di oro e di argento e di punti delicati di trine; e sono le donne di quegli uomini, che, baldi, si battono su, su, nel diaspro del cielo quasi, fra quei monti che gareggiano selvatici con quelli della loro isola. E sono pure le donne sardegnuole, negli occhi pieni di bontà, nei loro visi dolci, celati quasi nei fazzoletti larghi, color celeste cupo, tagliati dalla croce arancione, nei fazzoletti candidi che piovono ai lati di trine leggere, e passano sedute a groppa agli uomini loro anziani, padri dei loro sposi, che vestono loro pure gli abiti di gala, su cavalli inaspriti dal freno, tutti per la strada che conduce alla chiesa.

Passa la cavalcata, il sole la batte: sono duecento, forse anche di più, sono duecento coppie che sfilano al passo fremente dei cavallini sardi; e passano quegli uomini, quelle donne in quei diversi costumi, che rappresentano tutta l’Isola, e che portano di ogni canto di questa terra la nota caratteristica della foglia dell’abito, perché tutte dicano, agli spettatori che assisteranno e vivranno di quel fremito di vita, che di ogni canto, dal più recondito e sconfinato, furono gli uomini che seppero cadere, senza cedere, vincere imprigionando.

La macchina rapida inghiotte la visione, la ferma nella celluloide, imprimendone il momento, l’attimo, per sempre, che ridarà per ogni dove la vita che ha preso.

Alla cavalcata seguono altre films: il paese, la bellezza di Ploaghe, perché a Ploaghe si è svolta la prima parte di questa colossale pellicola, ed in omaggio a questa opera di eternizzazione si sono portate da Sassari tutte le autorità, i comitati, la stampa e gli ufficiali della Brigata Sassari.

Ha chiuso la prima parte della film il caratteristico ballo sardo, eseguito dalle coppie partecipanti alla cavalcata.

Da Ploaghe l’operatore si porterà a Nuoro, imprimerà in quella regione, la patria del poeta Sebastiano Satta, quello che egli, cantore, aleggiò nei suoi versi, ed i Cinematografi riprodurranno quelle regioni caratteristiche e famose per le folkloristiche storie di banditismo. Della film fa parte la caccia al muflone, la pesca del tonno nella tonnara, e moltissime altre vedute e scene caratteristiche isolane.

Il Comitato Pro-Sardegna, venuto appositamente in Sardegna per la film, era composto dai Sigg. Marchese Ignazio Borsarelli di Riffedo, Cav. Cesare Martini, Conte Carlo Laiola, Cav. Cesare Biscarra e dell’Avv. Romualdo Ciccarelli.