L’atleta fantasma, Raimondo Scotti 1919

Torino, novembre 1919

Protagonista de L’atleta fantasma è Mario Guaita-Ausonia, l’atleta classico e perfetto, l’interprete famoso di Salambò e Spartaco. Questo fatto caratterizza il film e precisa il genere a cui esso appartiene. Film d’avventure sensazionali e di audaci exploits. E questi films si accettano così come sono. Essi non hanno pretese d’arte e il loro scopo è quello di divertire. Si divertono, sono buoni e belli; sono cattivi e brutti, se annoiano.

L’atleta fantasma diverte e interessa dal primo quadro all’ultimo. Gli avvenimenti si avvicendano e s’intrecciano senza tregua; l’azione si svolge rapida e leggera, di sorpresa in sorpresa, mantenendo desta l’attenzione dello spettatore sino alla fine. Una graziosa vicenda d’amore accresce l’interesse dell’avventura e si conclude lietamente. L’atleta fantasma è dunque un lavoro riuscito che torna di lode alla Casa Editrice A. De Giglio.

A questi pregi, unisce quello d’una signorile e polita messa in scena, merito e fatica speciale di Raimondo Scotti, e d’un ottima fotografia. Mario Guaita Ausonia, oltre che atleta perfetto, si mostra attore corretto ed elegante. La sua forza obbedisce a una legge d’armonia che la domina e la plasma nei suoi movimenti e nelle sue manifestazioni, sicché procura un vero godimento estetico e la trasforma in arte.

Gli altri interpreti discreti.

Bertoldo
(La Vita Cinematografica)

La falsa strada, Savoia Film 1913

La falsa strada (Savoia 1913)
La falsa strada (Savoia 1913)

Alle corse di Parioli il Conte Renzo Renzi, venuto alla Capitale dal suo castello nella Campagna, ove egli attende all’amministrazione delle sue terre, è festosamente accolto dagli amici della sua giovinezza, che, dopo gli anni lieti dell’Università, non l’avevano più rivisto.

Tra il fruscio di tanta eleganza il Conte Renzi è un po’ sperduto, abituato com’è alla sua solitudine vasta, e gli amici fanno a gara nel presentargli le signore più in voga in quei giorni.

« Ecco, Renzi, la nostra celebre Maria Jacobini, la stella del nostro teatro lirico. Ecco Azucena, il celebre contralto… » ed il Conte Renzi si china e stringe e bacia femminee mani.

L’immagine di Maria è rimasta nel cuore del Conte. Egli la corteggia. La sera in teatro è geloso degli applausi ed orgoglioso del suo trionfo.

Un giorno in cui lei un po’ triste gli confida le angosce della scena, Renzo Renzi ansioso, diviso fra la speranza ed il dubbio, le propone sommessamente: « Signorina, vorreste condividere la mia vita, vorreste essere la signora Bellosguardo? » Maria sgrana sopra di lui gli occhi stupiti; la nuova proposta insperata la seduce. Sì, sì, abbandonare la tumultuosa della scena, i pettegolezzi, le invidie; ritirarsi in una bella villa tranquilla, alle cure liete dei campi; quella è la vera vita!!!

I primi tempi della vita di campagna sono pieni di poesia e di insospettati piaceri. Ma poco a poco la sottile nostalgia della scena invade l’animo della cantante. I suoi gioielli messi a parte per desiderio del marito; le sete sgargianti ed i costumi di teatro rinchiusi nei grandi cassoni; il treno che vola rapido verso la Capitale dicono al cuore di Maria che più in là vi è un’altra vita più fervida e che questa non è la sua strada.

Il Conte Renzi intuisce vagamente quanto passa nel pensiero della donna amata. Egli vorrebbe col fasto della ricchezza farle dimenticare l’antica e amare la nuova vita. Ma le cose vanno poco bene. Le azioni delle sue acciaierie precipitano di giorno in giorno; una rovinosa mortalità del bestiame impoverisce le sue stalle. Egli si rivolge a Fabio Curti, ricco proprietario di campagna, suo vicino. Questi si introduce nella villa aristocratica come amico. L’antico odio di casta e l’orgoglio dell’arricchito lo inducono a dare men buoni consigli al Conte Renzi. La bellezza di Maria lo tenta di insperato successo. Egli presta 50.000 franchi al Conte.

Ed alla Signora, che una sera rintuzza severamente il suo ardire, egli sorride con falsa cortesia, come falco che già tenga la preda.

La falsa strada (Savoia 1913)
La falsa strada (Savoia 1913)

Una lettera giunge di Azucena. « Giungiamo per alcuni giorni nella tua villa, io e gli amici d’arte. Manda l’automobile; saremo un poco allegri qualche giorno ». Mentre una subita gioia invade il cuore di Maria al pensiero di rivedere per poco la vita festosa degli amici, una cupa disperazione entra nell’animo del Conte Renzi. Da mille segni s’accorge egli pure di battere falsa strada.

La casa è piena dell’allegria dei comici. La vivace amica sembra portare il vento di una vita diversa fra le mura sacrate alle memorie. Si staccano gli antichi quadri, se ne sostituiscono dei nuovi; i mobili rinnovati; le spese aumentano; il vecchio pianoforte suon le arie alla moda ed il cuore del Conte Renzi sanguina sul passato che si distrugge e sulla rovina che si avvicina.

È la sera della festa di Maria. Fiori dovunque. Nel giardino la pazza compagnia danza e canta. Maria si è adornata dei suoi gioielli antichi.

Un telegramma giunge, poi un altro ancora: sono gravi notizie d’affari. Renzo Renzi è rovinato, bisognerà vendere la villa, partire, sarà la miseria, egli ha sempre nascosto alla moglie questo triste stato di cose. Fabio Curti, che lo spia, improvvisamente gli dice: « Ho messo per domani la scadenza alla tua cambiale; ho bisogno assolutamente dei 50.000 franchi! ».

Il Conte Renzi allibisce; egli non potrà pagare, alla rovina si aggiunge il disonore. Egli prega l’amico, lo scongiura; ma, freddo, implacabile, Fabio Curti pretende il pagamento.

La falsa strada (Savoia 1913)
La falsa strada (Savoia 1913)

In quell’istante Renzo Renzi chinando gli occhi scorge in terra una gardenia, che Fabio Curti aveva raccolto dopo essere stato vigorosamente respinto da Maria, ch’egli aveva poco prima molestato colle sue insistenze indiscrete, e che nella lotta aveva perso il fiore dal mazzo che portava al seno. Fabio Curti l’aveva riposta nel portafoglio e gli era sfuggita nel togliere la cambiale.

Renzo Renzi vede una nube rossa davanti a sé; si precipita su Fabio Curti, lo afferra alla gola e lo stringe… lo stringe…

Fabio Curti rimane cosa immota nella sala da bigliardo, e Renzo Renzi, con orrore e disgusto, fugge.

Nel suo studio giunge la mogli inconsapevole e tutta festosa, per chiamarlo alla festa. Sul volto gli vede le traccie della tragedia; interroga, colpita da subita angoscia, ed egli nell’affanno tutto racconta, il suo amore e la sua rovina. Muta ella ascolta; un sentimento nuovo le germoglia nel cuore, ella sente d’amare suo marito ora più che mai, il desiderio di potere qualche cosa per lui la tormenta, una subita speranza la conforta. « I mie gioielli, molti sono i miei antichi gioielli… » e corre a cercarli.

Ma Renzo Renzi si drizza. Alla rovina aggiungere la vergogna? Egli fa qualche passo, in mano luccica l’arma fatale…

Giunge la comitiva festosa di gridi e risa… un colpo rimbomba e un tonfo… si arrestano le risa… che cos’è dunque? Maria appare nel vano della porta, pallida, muta, disfatta; accorre, si precipita a terra nell’ultimo abbraccio.

Passa su tutti il soffio gelido della morte.

Scuola d’Eroi – Cines 1914

Pina Menichelli e Carlo Cattaneo in Scuola d'Eroi (1914)
Pina Menichelli e Carlo Cattaneo in Scuola d’Eroi (1914)

Grandiosa azione napoleonica in 4 parti e un prologo m. 2230.
Messa in scena di Enrico Guazzoni.

Il capitano Larive (Achille Majeroni) riceve l’ordine di raggiungere la sua compagnia in Corsica per combattere gl’isolani insorti, lasciando i figliuoli Carlo e Rina e la moglie, che decide di andarsi a stabilire presso una zia. La piccola famiglia, indifesa, intraprende il viaggio in diligenza, ignara della triste sorte che le era riservata.

La reazione all’89 era nel suo pieno vigore e specialmente la Vandea era più che mai infestata dalla guerra civile. La diligenza viene assalita e la povera madame Larive è uccisa dallo spavento, mentre i due bambini sono abbandonati in un bosco. I loro singhiozzi richiamano l’attenzione di papà e mamma Larose, vecchi contadini dei dintorni, che erano nel bosco a tagliar legna.

I Larose raccolgono i due bambini abbandonati e li portano con loro pensando di adottarli. E i bambini presso il focolare dei due buoni vecchi ritrovano l’amore di una nuova famiglia. Intanto la vecchia zia che attendeva Madame Larive, impensierita dal ritardo e presagendo una sventura, scrive al capitano Larive narrandogli i suoi timori.

Il capitano consegna la sua compagnia e parte. Trova la casa vuota e in preda ad una grande disperazione intraprende delle febbrili ricerche, senza risultato.

Il giovane generale Bonaparte (Carlo Cattaneo) è disceso in Italia per il gran San Bernardo e attende l’urto degli alleati. Anche il capitano Larive è chiamato a far parte dell’esercito d’Italia e a tappe forzate raggiunge l’armata al campo di Montenotte.

Lo scontro è violento ma le truppe francesi volgono in fuga il nemico. Il capitano Larive, noncurante della morte, si distingue tra i bravi ed è ferito gravemente. Bonaparte da lunghi ha assistito allo eroismo del capitano e, allorché gli passa dinanzi su una barella, egli grida: “Bravo! Mi ricorderò di te!!!”

Dieci anni trascorrono. All’aria pura dei campi, i figli del capitano Larive sono cresciuti robusti e felici. La Francia combatte per soggiogare il mondo e l’aquila napoleonica si libra orgogliosa nei cieli delle conquiste ed altre ne anela. La Patria ha bisogno di soldati ed anche Carlo sente il suo sangue fremere al richiamo guerresco. Scappa di casa e riesce a farsi arruolare come tamburino in un reggimento di Granatieri. A casa Larose i poveri vecchi e la sorella interrogano ansiosamente la strada per vedere se mai il fuggitivo torni. Lo vedono arrivare fiero e impettito nella nuova uniforme; è tornato per salutarli: si entra in Campagna.

Sfilano, verso nuove glorie, i reggimenti dinanzi a Napoleone, circondato dallo stuolo dei suoi marescialli: tra questi vi è il capitano Larive. L’imperatore si è ricordato di lui.

Dal suo quartiere generale, in una piccola casa di campagna, Napoleone lancia pattuglie di cavalleria in esplorazione. L’avanguardia è fortemente impegnata. Il battaglione, dove Carlo è tamburino, si trova tra i primi.

Il piombo nemico falcia le sue file, ma i Granatieri corrono all’assalto. Nel momento decisivo il piccolo tamburino batte la carica, egli è ferito, cade, si rialza e il rullo del suo tamburo incita alla vittoria. Le forze gli mancano, ma non si abbandona, batte ancora disperatamente. I Granatieri vincono e si arrestano dietro la fuga del nemico. Napoleone onniveggente ha visto e non dimentica. Nella visita ad un ospedale egli ritrova il piccolo tamburino che giace in un letto ferito, gli si avvicina e lo decora di una medaglia.

A Carlo sembra un sogno, i suoi occhi raggiano e seguono l’Imperatore pieno di riconoscenza.

Otto anni dopo Carlo (Amleto Novelli) è ufficiale di cavalleria ed è felice pensando alla mamma adottiva e alla sorella (Pina Menichelli) alle quali ha procurato tutti gli agi della vita. Egli, che è molto ricercato nel gran mondo, incontra la bella Madame de Longueville (Gianna Terribili Gonzales), che subito prova per lui una cieca passione.

Il conte d’Elleuse (Raffaello Vinci), adoratore della bella dama, è pieno di gelosia per questo nuovo arrivato nel cuore della donna e per la grande fortuna che gli arride. Carlo interviene nel momento in cui il conte torturava con la sua gelosia Madame di Longueville, lo scaccia e gli manda una sfida. Il conte d’Elleuse rifiuta di battersi, covando in seno una vendetta più vile. La buona Rina si accorge subito del pericolo che grava sul fratello per questo legame amoroso, ma non riesce a farlo desistere da questa relazione. A nuova guerra la Francia si appresta ed ogni soldato deve raggiungere il suo posto di combattimento. Il capitano Carlo si congeda dalla sua amante che cerca con ogni mezzo di non farlo partire. La coraggiosa sorella è all’erta e giunge proprio in buon punto per richiamarlo sulla via del dovere e dell’onore. Vendetta e amore turbano il cuore di Madame de Longueville che non si rassegna alla perdita dell’uomo che ama e odia. Tenta un ultimo sforzo per conquistarlo e riesce vano: non le resta che la vendetta.

Rina,  angelo tutelare del fratello, è divenuta vivandiera per seguire Carlo in ogni passo, perché teme sempre l’influenza fatale di Madame di Longueville. Napoleone ha bisogno di un volontario per una missione pericolosa, il nostro eroe nobilmente si offre e viene scelto a questo scopo.

Madame di Longueville, d’accordo col conte d’Elleuse, perfidamente prepara un tranello: scrive a Carlo che è moribonda e che desidera abbracciarlo per l’ultima volta. Il giovane parte per la sua missione e dinanzi al castello di Chavreuse non gli regge il cuore al pensiero di non esaudire l’ultimo desiderio di una moribonda. Si decide di salire a salutarla e poi subito proseguirà per la sua strada a compiere il richiesto incarico. Si fa introdurre presso la dama  e nel vederla vegeta e sana non può trattenere un grido di indignazione: “Come? mi avete mentito???”

E per allontanarsi disgustato, quando viene assalito alle spalle, legato solidamente e rinchiuso in una torre del castello.

Rina intanto è molto preoccupata che son trascorsi due giorni e il fratello non ritorna al campo, un forte presentimento le suggerisce che forse è al castello di Chavreuse, ricaduto sotto i lacci di Madame di Longueville. Riesce a vedere Carlo dietro le sbarre di una cella, gli grida di lanciare il messaggio che non ha recapitato, e corre a compiere per lui la missione. La coraggiosa fanciulla è inseguita lungo la strada dalla fucileria nemica ed è ferita, ma ritorna al campo fiera e orgogliosa, non come Carlo avvilito e disonorato, che è riuscito ad evadere con l’aiuto di un vecchio maggiordomo. Il giovane capitano vien deferito ad un Consiglio di guerra, che deve giudicarlo come disertore.

Ne è presente il maresciallo Larive, è a lui che si presenta Rina e impetra per la sorte del fratello. Narra tutta la loro vita e il maresciallo allora ha l’intuizione e poi la certezza di aver ritrovati nei due giovani i figli scomparsi. Il suo dovere di soldato lo chiama a giudicare un disertore: la pena è la condanna a morte, ma il suo amore di padre non gli può far firmare la sentenza capitale per il proprio figlio. Invano Rina implora il perdono da Colui che può dare vita e morte. Napoleone la premia per il suo valore ma richiama il padre ai suoi doveri di giudice. La sentenza è firmata.

È l’alba livida del giorno dell’esecuzione, il giovane si avvia ad espiare il suo fallo, il padre è presente. Ma anche l’Imperatore è sul posto: con gesto brusco straccia la sentenza e a Carlo dice: “Va… abbraccia tuo padre!!! Se devi morire… morirai per me!…” E come l’altra volta da piccolo tamburino, il capitano Larive lancia la carica vittoriosa e pianta con magnifico eroismo le insegne imperiali sulla trincea nemica. Dietro la fuga del nemico scoppia frenetico il grido: “Viva l’Imperatore!”