
Aurora di F. W. Murnau
Attualmente in Hollywood, il geniale regista tedesco F. W. Murnau ha finito di girare un film che costituisce una meraviglia anche per quella città abituata a tutte le meraviglie cinematografiche.
Questo film è tratto da una novella di Sudermann dal titolo Viaggio a Tilsit. Il produttore William Fox, affidando la regia a Murnau, ha dichiarato che non avrebbe imposto nessun limite al finanziamento del lavoro. Qualunque fosse stata la somma necessaria, tale somma egli l’avrebbe avuta senza discussione. Il lavoro avrebbe dovuto essere costruito in un’atmosfera di completa indipendenza e libertà d’azione.
Aurora (Sunrise) infatti è considerato a Hollywood come un film eccezionale. Sotto la direzione di Rochus Gliese, direttore tecnico del film, è stata costruita una intera città per l’esecuzione delle scene principali, e tale costruzione, cinta da un alto muro e nascosta agli occhi del pubblico, ha talmente incuriosito i tecnici delle case concorrenti che in ogni modo hanno tentato, anche facendosi passare per comparse, di varcare il confine oltre il muro, ma sempre invano, data la grande sorveglianza.
Questa città del film Aurora è chiamata a Hollywood col nome fantastico di Città di Nessun Paese. Nei giorni delle riprese, mentre il film era in lavorazione, era popolata da migliaia e migliaia di comparse. A lavoro ultimato, essa sorgeva come il fantasma maestoso di qualche città abbandonata da un popolo disperso, dopo chissà quale guerra o catastrofe.
Vicino alla città vi è un Luna Park completo con tutte le attrazioni e più moderni divertimenti, come quelli che possono visitarsi attualemente in molte città americane.
Murnau spiega che Aurora è “il film dell’armonia”, anzi “la sinfonia di due cuori”.
Cattive abitudini
Al Cinema Corso di Milano si è rappresentato con grande successo, molto significativo dopo una serie di passaggi di films senza gloria e senza eco di particolari trionfi, Vita da cani, film First National interpretato da Charlie Chaplin. Non è per rilevare quanto valente sia stata l’opera dell’artista nel realizzare il film che stendiamo questa nota; il suo valore, del resto, è sufficientemente messo in rilievo dal fatto che i sei anni di vita non si avvertono punto, mentre conosciamo altri lavori già vecchi prima ancora di nascere. Ma è per mettere in evidenza un’usanza poco lodevole di alcuni cinematografisti italiani.
Il film in parola è stato formato nell’edizione italiana con l’unione di due distinti lavori di Chaplin: Shoulder arms e A dog’s life. Possiamo anche dire che una certa discrezione è stata usata dal riduttore, per cui le due parti solo da un tenue filo sono collegate, evitando tale tenuità dannose interferenze nell’opera d’arte; ma questa attenuazione non è però sufficente a cancellare la cattiva impressione che si riporta nel constatare l’eccessiva libertà che nei confronti di opere straniere si prendono i concessionari o i riduttori italiani.
Il lancio del film, poi, è stato effettuato con grandi richiami alla: Grande Parata di Charlie Chaplin. Questa pubblicità, insistente sul successo di un altro eccezionale film, è, per lo meno, di dubbio buon gusto.
*Una donna di Parigi al Cinema Nazionale di Torino
A parte i tagli non sempre intelligenti, questo film di Charlie Chaplin è un capolavoro. La maestria del realizzatore e il suo acuto spirito d’osservazione, sempre vigile, anche nella sintesi, si revela appieno. Enumerare tutte le finezze del lavoro sarebbe troppo lungo e forse stancherebbe il lettore. Valga per tutto quello che si potrebbe dire, questa amara constatazione: il pubblico torinese non è ancora all’altezza dello spettacolo cinematografico d’arte e forse hanno ragione — commercialmente parlando — coloro che continuano a propinargli i soliti zibaldoni. Sino a quando?
Un’altra finezza del film è il procedimento tutto nuovo usato dal Chaplin per sottolineare e dare ad una determinata scena il significato voluto.
A lui non basta creare una situazione, ma vuole anche commentarla; e per commentarla si vale di uno specchio, la maschera facciale d’una figurazione, che nella scena è spettatrice, mostrando l’impressione che sull’animo suo la stessa scena produce. E quale maestria dimostra anche in questo espediente, il Chaplin! Anziché dettare alla figurazione — una masseuse svedese biondastra, angolosa, inespressiva — atteggiamenti artificiosi, ce la presenta impassibile. E il volto di quella proletaria, a contatto d’un mondo che le dà il pane e che forse odia, mentre guarda ora l’una ora l’altra delle due interlocutrici, è forse più espressivo, nella sua inespressività che quattro pagine di romanzo.
Charlie Chaplin, Adolphe Menjou e Edna Purviance sono tre nomi che dicono, per sè stessi, più di qualsiasi elogio; Carlo Miller, nella parte di Paolo Millet, ha saputo mantenersi all’altezza che la situazione gli imponeva. Non v’è, in tutto il film, un gesto inutile, una sola volgarità. Tutto è mirabilmente tenuto in bilico su quel filo di spada sul quale cammina l’Arte, per non cadere nell’istrionismo.
La messa in scena non è lussuosa: non è neppure elegante. È appena adeguata. Un direttore che sia veramente artista, non si lascia prendere la mano dall’achitetto.
La fotografia è nitida.
*In tutte le fonti d’epoca il titolo italiano del film di Chaplin è Una donna di Parigi.
