Notizie luglio 1927

Pubblicità della Fox
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Aurora di F. W. Murnau

Attualmente in Hollywood, il geniale regista tedesco F. W. Murnau ha finito di girare un film che costituisce una meraviglia anche per quella città abituata a tutte le meraviglie cinematografiche.

Questo film è tratto da una novella di Sudermann dal titolo Viaggio a Tilsit. Il produttore William Fox, affidando la regia a Murnau, ha dichiarato che non avrebbe imposto nessun limite al finanziamento del lavoro. Qualunque fosse stata la somma necessaria, tale somma egli l’avrebbe avuta senza discussione. Il lavoro avrebbe dovuto essere costruito in un’atmosfera di completa indipendenza e libertà d’azione.

Aurora (Sunrise) infatti è considerato a Hollywood come un film eccezionale. Sotto la direzione di Rochus Gliese, direttore tecnico del film, è stata costruita una intera città per l’esecuzione delle scene principali, e tale costruzione, cinta da un alto muro e nascosta agli occhi del pubblico, ha talmente incuriosito i tecnici delle case concorrenti che in ogni modo hanno tentato, anche facendosi passare per comparse, di varcare il confine oltre il muro, ma sempre invano, data la grande sorveglianza.

Questa città del film Aurora è chiamata a Hollywood col nome fantastico di Città di Nessun Paese. Nei giorni delle riprese, mentre il film era in lavorazione, era popolata da migliaia e migliaia di comparse. A lavoro ultimato, essa sorgeva come il fantasma maestoso di qualche città abbandonata da un popolo disperso, dopo chissà quale guerra o catastrofe.

Vicino alla città vi è un Luna Park completo con tutte le attrazioni e più moderni divertimenti, come quelli che possono visitarsi attualemente in molte città americane.

Murnau spiega che Aurora è “il film dell’armonia”, anzi “la sinfonia di due cuori”.

Cattive abitudini

Al Cinema Corso di Milano si è rappresentato con grande successo, molto significativo dopo una serie di passaggi di films senza gloria e senza eco di particolari trionfi, Vita da cani, film First National interpretato da Charlie Chaplin. Non è per rilevare quanto valente sia stata l’opera dell’artista nel realizzare il film che stendiamo questa nota; il suo valore, del resto, è sufficientemente messo in rilievo dal fatto che i sei anni di vita non si avvertono punto, mentre conosciamo altri lavori già vecchi prima ancora di nascere. Ma è per mettere in evidenza un’usanza poco lodevole di alcuni cinematografisti italiani.

Il film in parola è stato formato nell’edizione italiana con l’unione di due distinti lavori di Chaplin: Shoulder arms e A dog’s life. Possiamo anche dire che una certa discrezione è stata usata dal riduttore, per cui le due parti solo da un tenue filo sono collegate, evitando tale tenuità dannose interferenze nell’opera d’arte; ma questa attenuazione non è però sufficente a cancellare la cattiva impressione che si riporta nel constatare l’eccessiva libertà che nei confronti di opere straniere si prendono i concessionari o i riduttori italiani.

Il lancio del film, poi, è stato effettuato con grandi richiami alla: Grande Parata di Charlie Chaplin. Questa pubblicità, insistente sul successo di un altro eccezionale film, è, per lo meno, di dubbio buon gusto.

*Una donna di Parigi al Cinema Nazionale di Torino

A parte i tagli non sempre intelligenti, questo film di Charlie Chaplin è un capolavoro. La maestria del realizzatore e il suo acuto spirito d’osservazione, sempre vigile, anche nella sintesi, si revela appieno. Enumerare tutte le finezze del lavoro sarebbe troppo lungo e forse stancherebbe il lettore. Valga per tutto quello che si potrebbe dire, questa amara constatazione: il pubblico torinese non è ancora all’altezza dello spettacolo cinematografico d’arte e forse hanno ragione — commercialmente parlando — coloro che continuano a propinargli i soliti zibaldoni. Sino a quando?

Un’altra finezza del film è il procedimento tutto nuovo usato dal Chaplin per sottolineare e dare ad una determinata scena il significato voluto.

A lui non basta creare una situazione, ma vuole anche commentarla; e per commentarla si vale di uno specchio, la maschera facciale d’una figurazione, che nella scena è spettatrice, mostrando l’impressione che sull’animo suo la stessa scena produce. E quale maestria dimostra anche in questo espediente, il Chaplin! Anziché dettare alla figurazione — una masseuse svedese biondastra, angolosa, inespressiva — atteggiamenti artificiosi, ce la presenta impassibile. E il volto di quella proletaria, a contatto d’un mondo che le dà il pane e che forse odia, mentre guarda ora l’una ora l’altra delle due interlocutrici, è forse più espressivo, nella sua inespressività che quattro pagine di romanzo.

Charlie Chaplin, Adolphe Menjou e Edna Purviance sono tre nomi che dicono, per sè stessi, più di qualsiasi elogio; Carlo Miller, nella parte di Paolo Millet, ha saputo mantenersi all’altezza che la situazione gli imponeva. Non v’è, in tutto il film, un gesto inutile, una sola volgarità. Tutto è mirabilmente tenuto in bilico su quel filo di spada sul quale cammina l’Arte, per non cadere nell’istrionismo.

La messa in scena non è lussuosa: non è neppure elegante. È appena adeguata. Un direttore che sia veramente artista, non si lascia prendere la mano dall’achitetto.

La fotografia è nitida.

*In tutte le fonti d’epoca il titolo italiano del film di Chaplin è Una donna di Parigi.

 

Il riduttore miracoloso

Ovvero: come l’arte della “riduzione” consiste in transformare un mediometraggio in lungometraggio.

Ottobre 1927. La Gazzetta del Popolo di Torino pubblicava, sotto il titolo Cinematografo, Charlot… e i suoi traduttori, la seguente lettera indirizzata a Eugenio Bertuetti critico drammatico e cinematografico del quotidiano piemontese:

«E’ noto che Ella si interessa, oltrechè di Teatro, di quel più vasto fenomeno di spettacolo rappresentativo che è il Cinematografo, verso il quale convergono, ormai, a centinaia di migliaia i cittadini di tutte le classi e anche coloro che, fino a pochi anni or sono, al Cinematografo erano ostili.

Desideriamo richiamare la Sua attenzione precisamente su i films di Chaplin, questo artista universalmente ammirato e che ha portato il Cinematografo a un’altezza e a una serietà mai prima raggiunte.

Vorremmo sapere se le didascalie che si leggono nelle nostre riproduzioni dei films di Charlot sono originali o sono dettate dalla Casa Pittaluga, che in Italia ha l’esclusività della produzione dell’attore americano. Queste didascalie per la loro grossolana banalità, per l’anti-stile chapliniano in cui sono espresse urtano il sentimento artistico degli spettatori e lasciano supporre che siano una invenzione del traduttore, il quale non ha capito e non è in grado di capire lo spirito dell’artista americano.

A parte il fatto che Charlot ci fa una figura da imbecille, pare a noi che quelle espressioni malaugurate siano un’offesa allo spettatore, che sottolinea l’evidente contrasto che c’è fra l’azione e la descrizione. Se una manomissione vi è, noi chiediamo, a Suo mezzo, sia riparata e che l’opera d’arte sia rispettata.

A Lei l’esprimere in proposito un parere che sarà certamente ascoltato dagli interessati.

Ossequi.

Attilio Teglio – Furio Fasolo – Michele Intaglietta.»

Sotto la lettera, il commento altrettanto indignato del Bertuetti:

«I tre colleghi hanno un sacco di ragioni per uno. Sere fa al Ghersi, dove si proietta il nuovo film comico di Charlot, Vissi d’arte, vissi d’amore, rimasi non poco sorpreso dalla grossa stupidaggine con cui il riduttore italiano volse in didascalie i casi burleschi e la mimica stupenda d’un attore, grande davvero, come Charlie Chaplin.

A parte il valore, certamente al disotto di molti altri, di quest’ultimo film (ultimo apparso a Torino, si capisce), non possiamo credere siano dovute alla viva fantasia dell’autore – nè possiamo quindi ammettere la fedeltà del traduttore – le sciocchezze operettistiche e librettistiche del commento.

Illustrare l’arte varia, profonda, umanissima di Charlot con titoli e didascalie appropriate, armonizzanti col gioco bizzarro del gesto e dell’espressione indimenticabili, dev’essere senza dubbio difficile. Ma questa è ragione appunto che dovrebbe far pensare i responsabili prima d’ammannire al pubblico tiritere puerili e sconclusionate quali il… prefato disgraziatissimo Vissi d’arte, vissi d’amore.

A tutti è permesso di non capire l’ubi consistam dell’arte nuova e sorprendente di chi seppe donarci La febbre dell’oro, persino agl’impresari! ma è assurdo immaginare che non riescano a capirla almeno gl’incaricati d’illustrarla.

Il cinematografo, massime in certi spettacoli, e con certi attori, ha ormai raggiunto l’espressione d’una vera e propria forma d’arte: arte modernissima, ricca di fantasia, rispondente al vertiginoso avvicendarsi dei gusti ed a quella sete del miracoloso che contrassegna la più acuta aspirazione dello spirito odierno. Ha per un verso preso il posto del libro e per l’altro s’incammina a sostituire il teatro, dove questo non trovi atmosfere rinnovate. E’ dunque ora che, anche per quanto concerne la “letteratura cinematografica” — titoli, didascalie, descrizioni, battute di dialogo, illustrazioni, ecc. ecc. — si pensi a fare un pochino più seriamente di quanto non s’è fatto sin qui. L’opera di un grande inscenatore, o quella di attori come Mary Pickford e Charlie Chaplin, non può essere affidata, per le riduzioni italiane, al mestierante dozzinale. Per l’opera d’arte ci vuole l’artista, prova ne sia che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di far postillare Molière al copista di palcoscenico.

Ricordino gl’interessati che, di questo passo, potrebbe toccare al malcapitato illustratore qualcosa di simile a quanto capitò al famoso calzolaio fiorentino, il quale, avendo imparato a memoria le parole della Divina Commedia, si era illuso d’averla compresa e di poterla recitare. Sappiamo bene come trattasse Dante questo sconciatore dell’opera sua…

Gli è che Charlot sta in America, mentre Dante era fiorentino come quel calzolaio e potè averlo sotto mano. La distanza — ahimè! — crea troppe immunità ingiuste.»

Sicuramente l’articolo fece rumore nel piccolo-grande mondo degli addetti ai lavori. Meno di una settimana dopo, il settimanale Kines – Cinemastar pubblicava l’intero articolo della Gazzetta del Popolo, aggiungendo alla fine:

«La lettera ed il commento hanno fatto molto ridere e sorridere i cinematografisti torinesi, nessuno dei quali ignora che cosa sia il film Vissi d’arte… vissi d’amore di Charlot, e quale sia stata l’opera veramente geniale del riduttore del film che è riuscito a creare un programma con qualche centinaio di metri di pellicola. Il granchio del Bertuetti e dei tre giovanissimi cineasti è perdonabile, ma non per questo meno spassoso.»

E per finire di chiarire qualsiasi dubbio in proposito, il Kines – Cinemastar offre ai suoi lettori un’intervista con il riduttore ignoto, che loro chiamano “il riduttore principe”, firmata da un certo Guèpe. I punti più interessanti sono questi:

«Vi dirò che non ho rovinato il film di Charlot Vissi d’arte nonchè d’amore per un potentissima ragione: quel film di Charlot non esiste. E’ una fanfaluca, un’illusione, una chimera. (…) Il competente, si sarebbe accorto eziandio che il film non è un film ma consta di due scene in vari quadri che nulla hanno di comune fra loro, e che appariscono fuse solamente perchè io vi ho messo le mani. (…) Bertuetti avrebbe voluto dire, se avesse capito di cinematografia: “Il film è vecchio, e si compone di scene staccate. L’opera del riduttore italiano è perfetta, poichè le tiene insieme. E’ un vestito d’Arlecchino, nè poteva essere diversamente: ma è un vestito. Sarebbe però desiderabile che il riduttore non sciupasse il suo innegabile talento in rifacimenti che danno scarsa pecunia e nessuna soddisfazione artistica, e scrivesse, invece, dei buoni soggetti anzichè sfibrarsi a raddrizzare le gambe ai cani.”»

Ignoro se l’eco di questa polemica arrivò in America, e se Chaplin vide mai, aiutato da qualche traduttore italiano-inglese, naturalmente, quello che il riduttore italiano aveva combinato con le didascalie. Sono curiosa, sarà sopravvissuta qualche copia di questo contestato “capolavoro” del 1927?

Nota: secondo alcune filmografie Vissi d’arte… vissi d’amore dovrebbe essere Sunnyside (1919) io vorrei vedere la “compilation” italiana made in Società Anonima Pittaluga del 1927… tanto per essere sicuri…

Fritz Lang racconta Metropolis

Fritz Lang al lavoro sul set di Metropolis
Fritz Lang al lavoro sul set di Metropolis

Ho preso la macchina del tempo e sono ritornata al 1927. Volevo interrogare Fritz Lang intorno alla genesi di Metropolis. Come sapete il film fu presentato, in versione integrale, il 10 gennaio 1927 all’Ufa-Palast am Zoo di Berlino. Ecco cosa mi ha detto:

«Il nocciolo primitivo è stato l’idea del supplizio di una strega. Mi sono domandato se questo fenomeno, comunissimo nel Medioevo, era ancora possibile oggi e quale forma avrebbe potuto prendere nell’era dell’automobile, dell’aviazione e della radio.

Da questa idea è scaturita quella dell’uomo-macchina che ha da tanti secoli incuriosito i più formidabili ingegni e che oggi sembra meno realizzabile. Durante un mio viaggio a New York fui colpito dalla immensità e del movimento prodigioso di quella città tentacolare e così mi sorse l’idea di fermarne sullo schermo i vari aspetti ed il ritmo febbricitante. Si aggiunga che, come molti contemporanei, io ho sempre amaramente deplorato le lotte che dividono le caste ed i popoli stessi. Troppo profonde sono le differenze dei vari stadi intellettuali, sicchè una conciliazione profonda non si potrebbe avere senza dei generosi slanci di cuore. Questa idea, che potete chiamare, se vi pare, sociale, religiosa, o perfino mistica e che mia moglie ed io abbiamo incarnata nell’eroina del soggetto di Metropolis, è espressa nell’assioma finale: il cuore deve fare da intermediario tra il cervello e il braccio. Qualcuno osserverà che questa idea è una semplice questione di buon senso; e, tuttavia, pare che non tutti siano di questo parere. Io credo che il mio film avrà un grande valore di propaganda dell’idea dell’ordine, della necessità del lavoro, della necessità della collaborazione tra le varie classi sociali e tra i vari popoli.»

Volevo raccontare a Fritz Lang che Metropolis è diventato un classico del cinema da molti anni, ma è stato portato via dai dirigenti dell’Ufa che volevano parlare subito con lui di certi tagli al metraggio. Chissà come avrebbe reagito se lo informo di tutti i tagli che un po’ ovunque sarebbero stati fatti al film dopo questa prima berlinese. Avevo portato con me il Blu-ray di The Masters of Cinema, ma poi mi sono resa conto che non avrebbe mai potuto vederlo.

Voi invece potete vedere la versione restaurata del 2010, la più completa di tutte le versioni del film edite finora. Ecco il sito dedicato a questo restauro, con tanti documenti e informazione sul film. Buona visione!