Categoria: Cronologia 1920

La vergine folle – Tiber Film 1920

Maria Jacobini
Maria Jacobini

Prima visione romana: Cinema Modernissimo, novembre 1920

Avremmo voluto che gli americani e i tedeschi da poco partiti dall’Italia avessero veduta questa pellicola, e vorremmo che tutti i direttori e gli aspiranti direttori, tutti i riduttori, soggettisti o aspiranti idem, andassero a vedere e rivedere questa che non esitiamo a definire una perla della cinematografia. Chi non conosce il dramma di Henry Bataille non sa le difficoltà presso ché insormontabili che ha incontrato il riduttore Campanile Mancini nella sua aspra fatica.

La vergine folle è fatta più di dialogo che di situazioni. Le situazioni drammatiche anzi, sono determinate dal dialogo, che diventa così il tessuto principale del dramma, rendendolo difficilissimamente cinematografabile.

Gaetano Campanile ha assolto il suo compito con l’entusiasmo d’un poeta e con la compiutezza d’un artefice provetto, e ci ha data la prova che per un uomo d’ingegno che abbia compreso che cosa è il cinematografo, non esiste il « non cinematografabile ».

Maria Jacobini ha fatta la creazione d’un personaggio, che per quanto un po’ diverso, per necessità, da quello del dramma teatrale, è ammirabile.

Abbiamo vista e rivista la pellicola e la magistrale interpretazione dell’umanissima attrice nostra ha fatto affacciare alle palpebre le medesime lacrime, increspare le labbra al medesimo sorriso ai medesimi gesti, sempre. Troppo lungo sarebbe elencare le scene che più sono belle, che più ci hanno appassionati. Diremo solo che la grande Maria riesce  « ad esser bambina » e « casta » fino al quarto atto, al momento in cui il fratello mette l’uomo da lei amato in pericolo di morire. È solo di fronte alla morte ch’essa diventa donna. Prima, con un amante che ha moglie, nel vortice d’una passione che i più timorati possono definire colpevole, la Jacobini è « fanciulla » è « casta » è « vergine », e questo stranissimo contrasto impressiona principalmente coloro che non lo anatomizzano e non se lo spiegano. Nel quarto atto, quando è già pronta all’estrema rinuncia, essa chiede ad Armaury: « Puoi tu proclamare che son io quella che tu ami? » Alla risposta affermativa, essa che non voleva che quella parola per compiere serena la grande rinunzia: morire — esprime la terribile gioia, la mortale gioia che la invade con un gesto che nessuna attrice cinematografica del mondo ha saputo trovare pari in efficacia e passione. E non ci si dica che esageriamo, perché nessun Chaplin, che pure alimenta con la sua gesticolazione le platee di migliaia di cinema, nessuna Negri, che ha avute delle interpretazioni meravigliose può gareggiare in « umanità » con questa troppo modesta donna italiana.

Tilde Teldi si è rivelata attrice di razza, meravigliosamente a posto nella sua parte, sicura, perfetta. Quando nel quarto atto, fra due porte, fa l’atto di abbracciare il marito si sente veramente un nodo alla gola.

Enta Drubezkoy ha efficacemente colorite le sue brevi e drammatiche scene. È la prima volta che posava in cinematografia. e davvero il suo è stato un eccellente debutto.

André Habay può essere giudicato con una brevissima frase: Non c’è nessuna differenza fra il vederlo sullo schermo o nella vita. È tale e quale. La sua semplicità, la sua spontaneità, la sua naturalezza danno, in certi momenti, anche al critico consumato e stufo l’idea di trovarsi di fronte alla realtà e non alla finzione.

Alberto Collo e Alfonso Cassini hanno gareggiato in bravura e non avrebbero potuto secondare meglio gli sforzi del riduttore e del direttore.

La fotografia è spesso brutta, talvolta pessima, veramente e solo negli interni bella. È la macchia del lavoro, uno dei pochissimi e più grandi difetti.

Gennaro Righelli. È il protagonista del film benché non appaia sullo schermo.

La vergine folle è un lavoro vecchio di due anni. Se fosse uscito in tempo avrebbe detto una parola nuova in cinematografia, uscito in ritardo è avvolto in un’aria di freschezza che sorprende. Con questa pellicola Righelli, con Gallone e qualche rarissimo altro, passa nell’olimpo dei direttori.

Egli non è solo un metteur en scène. È un poeta, è un pittore, è un musicista. È principalmente, una artista prodigio, pazzamente prodigio, che profonde tesori del suo ingegno e del suo cuore da gran signore, sicuro di non aver bisogno di fare delle economie, perché in un nuovo film troverà ancora e sempre cose nuove, belle, forti, graziose. Tutti gli attori sono « manovrati » — non s’adontino gli artisti di questo verbo — con una sicurezza di grande generale, con il gusto di un grande poeta. Per esprimerci con un paragone: ci sembra che tutta la pellicola sia un quadro perfetto, in cui ogni attore è una pennellata: una sinfonia in cui ogni attore ed ogni cosa è una nota, ogni pausa un accordo, ogni titolo un’armonia. È l’anima pittorico-musicale di questo meridionale trasognato che si rivela nella sua opera riboccante di sentimento e di poesia.

Conclusione: non un bel film, ma un autentico capolavoro giudicato tale dal critico più competente: il pubblico, che ha applaudito al freddo schermo come se su di esso si movessero degli uomini e non delle ombre.

La Piovra al Cinema Quattro Fontane

Petrovich (Amleto Novelli) in La Piovra (1919)
Petrovich (Amleto Novelli) in La Piovra (1919)

È un film ricco di un pregio indiscutibile: una magnifica interpretazione da parte di tutti gli attori.

Francesca Bertini, rivive in questa Piovra i suoi tempi più belli. La sua bocca bellissima rimane bella: essa non la torce mai. Abbiamo detto mai. Ciò ci consola perché ci dimostra che la critica serve a qualche cosa se gli artisti ne tengono conto e ne seguono i consigli.

Quello che non ci ha persuasi è stato il soggetto, troppo fuori della realtà. Ammesso anche che questa principessa Daria (Francesca Bertini) non trovi l’energia sufficiente per gridare al marito (Livio Pavanelli): Non sparare! Questi non è il mio amante!, è uno che mi ha salvata dalla violenza di un bruto! — non si comprende come in un anno di processo non emerga questa circostanza. L’amante non è morto, ma solo ferito: guarisce e guarisce bene. Il marito è arrestato e processato: questo non si vede, ma si capisce e del resto il titolo lo spiega. Egli deve pur rispondere a un interrogatorio, deve pur dire: ho ferito l’amante di mia moglie. Ed a ciò la moglie e il creduto amante debbono opporre la loro deposizione nell’interrogatorio, che — è bene ricordarlo — in periodo istruttorio non è interrogatorio pubblico, ma segreto, dove nessuno sa cosa dice un altro. E allora dal contesto del processo il Pavanelli deve apprendere che Daria è innocente e che innocente è il giovane principe Francavilla. perché dunque il divorzio?

E data questa premessa tutto il resto del dramma non regge che in virtù dell’assurda ipotesi. Meno male che l’interpretazione lo salva.

La Diva è stata il meno possibile Diva, ha colorita benissimo una parte la cui intensa drammaticità era illogica e voluta.

Amleto Novelli e Livio Pavanelli hanno reso benissimo i loro personaggi.

La mesa in scena non merita infamia: e ciò vuol dire che non merita lode.

(al Cinema Quattro Fontane di Roma dal 14 giugno 1920)

Madame Dubarry di Ernst Lubitsch e la censura italiana

Madame Dubarry (Pola negri)
Madame Dubarry (Pola Negri)

Roma, 8 febbraio 1920. Ieri la Questura ha impedito la rappresentazione della film Madame Dubarry. Tale film era stata debitamente vistata dalla censura dieci giorni fa, ed era stata approvata. Dopo qualche rappresentazione che aveva attirato molta folla, ieri improvvisamente si ebbe lo sfaccettato provvedimento, antipatico, illogico e, sopratutto rilevante in chi l’ha emanato, un’asinità paradossale.
Evidentemente il provvedimento è dovuto al fatto che la film riproduce alcuni dei più salienti episodi della rivoluzione francese. Ma on. Grassi, la rivoluzione francese è la rivoluzione della borghesia, di quella classe, in nome della quale, il vostro comm. Quaranta, dirige la pubblica sicurezza e il vostro comm. Mori, invece dei casini fa sfrattare i circoli socialisti. La “borghesissima” repubblica francese, la repubblica ufficiale, quella delle spedizioni contro la Russia bolscevica, ne festeggia appunto il 14 luglio uno degli episodi, la presa della Bastiglia, l’unico che la film sequestrata riproduceva.
Bisogna essere ben asini per ignorare o abbastanza canaglie, sapendolo, di fingere di ignorare tutto questo. Ed è stata la tremarella di questo potente Stato borghese, il quale ha la regia guardia a piedi, quella a cavallo, quella armata di mitragliatrici, migliaia di carabinieri ed un esercito, che teme perfino la riproduzione cinematografica della rivoluzione fatta dalla classe dominante! E che si teme? Che forse il proletariato impari dalla film a… fare la rivoluzione? Ma… il proletariato, egregi signori, non va al Modernissimo e, il suo camino, lo impara in altra scuola! Il vostro provvedimento da asini, è stupido ed è inutile. E per la storia, trascuriamo anche le voci che corrono che esso sia venuto per i movimenti oscuri d’interessi cinematografici, nelle retrovie di Palazzo Braschi.
(Un’enorme gaffe della questura. Ignoranti!, Avanti, Roma 8 febbraio 1920)

Madame Dubarry di Ernst Lubitsch, distribuzione italiana Monopolio Internazionale, Roma 1920
Madame Dubarry di Ernst Lubitsch, distribuzione italiana Monopolio Internazionale, Roma 1920

L’altro ieri sera, verso le nove e mezzo arrivò al Modernissimo un fonogramma del Ministero degli Interni con cui si ordinava la immediata sospensione della proiezione della pellicola Madame Dubarry.
Si dovette immediatamente sospendere. Gli spettatori furono rimandati indietro e il cinematografo si chiuse.
Perché?
Non siamo ancora riusciti a capirlo.
La pellicola era stata censurata e aveva anche subìto il taglio di qualche quadro.
Tranne poche pecche d’ortodossia i supremi luminari censori avevano dato il loro placet.
Dopo una discreta pubblicità erano incominciate le proiezioni che per sei giorni si sono succedute con entrambe le sale del Modernissimo gremite. Non s’è verificato nessun incidente. La pellicola ha ottenuto il suo successo e stava coprendo le spese ed i sacrifici che è costata.
È venuta la proibizione: e non siamo riusciti ancora a spiegarcela.
Ma quello che è importante non è spiegarci la ragione di un atto cervellotico. Ciò equivarrebbe a contentarsi di chiarimenti di questo genere: il cane morde perché ha i denti, oppure il censore taglia perché ha le forbici in mano, ovvero l’idiota è idiota perché è nato così.
Il fatto gravissimo è che al giorno d’oggi nessuno sforzo, nessun lavoro è garantito, perché basta una alzata d’ingegno di un illuminato funzionario qualunque munito di licenza tecnica, per buttare all’aria la paziente fatica di dieci industriali.
Questo della Dubarry è un caso che rimarrà classico.
Il film è stato importato a condizione che ottenesse il visto. È stato comprato, quindi venduto per zone, quindi proiettato soltanto a condizione che avesse ottenuto il visto. Tale visto è stato concesso: l’affare era quindi fatto. E dopo pochi giorni l’autorità proibisce le rappresentazioni, infischiandosi solennemente del suo primo giudicato nonché del danno gravissimo che arreca a un rilevante numero di persone.
È permesso ragionare, anzi sragionare così? Nemmeno in Papuasia sarebbero permesse delle scemenze simili.
E venne spontanea una domanda: Se il divieto non sarà revocato subito chi sopporterà i danni e le spese?
La Casa fabbricante tedesca può dire che ha venduto bene perché il visto s’è ottenuto e non può rispondere degli isterismi postumi dei censori italiani, gli importatori e i noleggiatori possono dire di aver ben venduto per la medesima ragione. Chi rimane dunque fregato è l’ultimo compratore, il quale però può benissimo vantare diritti di rivalsa verso il venditore. Si possono fare mille cause.
Mille cause però fra vittime e vittime e non fra vittima e colpevole, perché né i fabbricanti, né i compratori sono colpevoli di niente.
Il colpevole è l’autorità che confessa implicitamente di aver data male la prima autorizzazione in base alla quale i contratti sono stati conclusi e il danaro sborsato.
Si potrà processare questo unico e vero colpevole?

Le congetture che si possono fare dopo questa enormità sono state varie e qualcuna anche sballata.
Si è parlato di un episodio di persecuzione personale, frutto di un malinteso sistema di concorrenza. Si è supposta una svista amministrativa, la deviazione di una pratica, uno dei tanti accidenti che capitano alla podagrosa ed inceppante burocrazia che il Signore disperda. Degli spiriti allegri hanno veduto nella imprevedibile e cervellotica disposizione un intervento diplomatico, altri ancora dei motivi di ordine pubblico perché nella Dubarry ci sono dei quadri della Rivoluzione Francese che non è prudente ricordare, secondo i tremebondi padri coscritti nostri, in questi giorni in cui fugge l’uragano rivoluzionario.
Noi, per il profondo rispetto che nutriamo per le Autorità del nostro paese, rispetto che ci impedisce di ritenerle imbecilli anche quando le apparenze lo gridano forte, non vogliamo credere che alla seconda ipotesi.

Quale ordine, anzi: quale disordine pubblico turbava la Dubarry che si proiettava tranquillamente in due sale zeppe di spettatori che non pronunziavano altro che parole ammirative per l’opera d’arte? Nessuno, a quanto ci consta personalmente.
Quali pensieri sediziosi avrebbero potuto eccitare cinque quadri (sono cinque!!) di rivoluzione francese? Non sappiamo.
Il largo respiro rivoluzionario in Italia trae origine dal pane caro, dal vestito caro, dalla casa cara, dal tutto caro. L’atmosfera rivoluzionaria, se c’è — e noi dubitiamo molto che ci sia perché a quest’ora motivi di cominciare a dar legnate ce ne sarebbero a milioni — è atmosfera di rivoluzione proletaria, mentre — ci permetta il funzionario con licenza tecnica di ricordarglielo — la rivoluzione francese fu rivoluzione borghese, perfettamente borghese, trascesa nel 93 in episodi di terrore, ma risollevatasi subito il 9 termidoro a fenomeno borghese.
È Murialdi che dovrebbero censurare per la sua brillante politica della disalimentazione, sono i pescecani che lasciano marcire settecentomila tonnellate di derrate nel porto di Genova per tenere alti i prezzi, che dovrebbero impazzare ai lampioni, sono gli uomini rappresentativi che non denunziano tali delitti che occorrerebbe punire, perché quelli sono gli agenti della rivoluzione e non l’inoffensiva pellicola cinematografica!
(tratto dal Kines, Roma 19 febbraio 1920 – Archivio In Penombra)