La Principessa – Caesar Film 1917

La ballerina Alfonsina Battaglia (Leda Gys), La Principessa, Caesar Film 1917
La ballerina Alfonsina Battaglia (Leda Gys), La Principessa, Caesar Film 1917

La brillantissima commedia cinematografica, che la Caesar Film ha editata è tratta dalla celebre novella omonima che Roberto Bracco scrisse circa dieci anni fa, e che ottenne un clamoroso successo e fu tradotta in tutte le lingue¹.

In questa adattamento per lo schermo, l’autore ha fatto degli opportuni mutamenti, facendo, fra l’altro, sparire tutto ciò che potesse sembrare salace, e sottolineando maggiormente, per la visione cinematografica, tutto quello che vi era di più artistico e di più elegante.

La commedia è tramata sopra un delizioso, originalissimo caso di straordinaria rassomiglianza tra due donne; l’una gran dama autentica, una principessa; l’altra una piccola bohémienne, che si dà al caffè concerto, scritturandosi come danseuse. La gran dama, di una impeccabile severità di abitudini, resiste agli assalti galanti dei suoi ammiratori, rispondendo il tal modo, all’assoluta fiducia che in lei ripone suo marito, uomo anch’egli di grande serietà e probità.

Il debutto al caffè concerto della piccola bohémienne rivela la strana rassomiglianza ad una folla di spettatori, ai quali la bella dama così altolocata non è ignota. Naturalmente tra costoro sono gl’inutili corteggiatori della Principessa, i quali maggiormente possono constatare come la rassomiglianza sia perfetta: le due donne sembrano una persona sola. Inconsapevolmente la danzatrice sfrutta questo successo, poiché i mosconi che ronzano attorno alla bella dama, trovano in colei quelle grazie e quei sorrisi che incoraggiano la loro galanteria, e che erano così ostinatamente negati dalla Principessa.

Questo così intenzionale successo della piccola danzatrice, è risaputo dal marito della gran dama, il quale si sente offeso dalla pubblica constatazione della rassomiglianza d’una donnina di caffè concerto con sua moglie, ed ancor più dal fatto che gli amici di casa si consolino dei loro fiaschi, corteggiando col miglior risultato la danzatrice. Uno solo dei corteggiatori, il più innamorato ed il più intraprendente, resta fedele alla bella Principessa, disdegnando la volgare sostituzione. Ed è costui che informa, per renderla gelosa, la dama come suo marito la tradisca, avendo sequestrata quasi la piccola danzatrice. In effetti, il principe, perché quello che agli occhi suoi pare uno scandalo, cessi, con molti sacrifici finanziari ottiene dalla donna che si ritiri dal palcoscenico e metta alla porta la schiera degl’intraprendenti. Egli stesso sorveglia perché la consegna sia mantenuta, ed è così che sua moglie riesce a sorprenderlo in casa della danzatrice.

La principessa Sallustio (Leda Gys), La Principessa, Caesar Film 1917
La principessa Sallustio (Leda Gys), La Principessa, Caesar Film 1917

La Principessa, convinta di esse stata tradita, decide di divorziare, sorda ad ogni giustificazione. Il divorzio avviene in Svizzera, e la bellissima commedia termina con due matrimoni: quello del giovane innamorato con la Principessa, e l’altro del principe con la danzatrice.

Leda Gys nella doppia interpretazione della parte della Principessa e della Vice-Principessa, è stata insuperabile.

La squisita attrice ha dato ai personaggi della commedia quel brio, quella grazia, quella misura che ne hanno fatto un vero capolavoro di questo film, cui la Caesar ha dato l’impronta della più grande eleganza e signorilità, con un decoro scenico quale meritava il magnifico lavoro.

Accanto a Leda Gys, ha trionfato Camillo De Riso, nella parte del principe, attore cui ogni lode è superflua.

La Principessa può dirsi realmente la prima commedia cinematografica italiana che possa rivaleggiare con la migliore produzione del genere che ci viene dall’estero, e segna un trionfo di più all’attivo della Caesar Film.
(dalla brochure del film)

Antefatto

Nel mese di giugno 1916, Roberto Bracco si trovava per affari a Roma, all’Hotel Continentale. Il suo grande amico Lucio d’Ambra, allora direttore artistico della nuova casa cinematografica Medusa Film, fondata dal Marchese di Bugnano, si recò da Bracco e gli disse:

— Il Marchese di Bugnano desidera parlarti. T’invita a colazione con noi al Circolo della Caccia. Deve proporti un affare. Vuole comperare la tua novella La Principessa per farne un film. Ti prego di non mancare.

Il Marchese di Bugnano e Roberto Bracco erano già in cordialissimi rapporti d’amicizia. E il Bracco naturalmente accettò.

A colazione al Circolo della Caccia tra Bracco, d’Ambra e Bugnano si parlò dell’affare. Ma Roberto Bracco espresse il dubbio preliminare che un film cavato dalla sua novella La Principessa avrebbe potuto pregiudicare gl’interessi del noto commediografo italiano, di nome esotico, poiché d’origine inglese, Washington Borg², il quale, col consenso del Bracco, aveva tratta una commedia dalla stessa novella. La commedia non era stata ancora rappresentata, e perciò il Bracco pensava che gli interessi del Borg potessero essere, dal film, pregiudicati. Ma Lucio d’Ambra fece notare che un film non s’improvvisa. La commedia sarebbe stata dunque rappresentata, probabilmente, prima che si potesse lanciare il film. Oltre di ché, la réclame fatta al film avrebbe giovato alla commedia. Roberto Bracco presto si convinse che i suoi scrupoli erano errati ed accondiscese, quindi, a vendere al Marchese di Bugnano la sua novella.

La sera di quel medesimo giorno Roberto Bracco, rientrando in albergo, trovò il Marchese di Bugnano e Lucio d’Ambra che l’aspettavano per concludere. Una conversazione sulla cinematografia irritò alquanto l’iracondo Bracco, che a un dato punto disse: « Non voglio più saperne. Non voglio dare più nulla alla cinematografia ». Ma le preghiere e le insistenze del Marchese di Bugnano e di Lucio d’Ambra lo calmarono. La trattativa si strinse di nuovo. Fu stabilito che il Bracco avrebbe ricevuto a Napoli, dal Marchese di Bugnano, il contratto definitivo. Quanto al compenso, il Bracco promise d’accettare la somma che il Marchese di Bugnano gli avrebbe offerta. Fidava in lui, avendo avuto con lui altri rapporti d’affari (Sperduti nel buio: altro dramma del Bracco venduto al Bugnano).

Roberto Bracco tornò a Napoli. Ma il contratto con l’offerta finanziaria si faceva aspettare. Fu data intanto a Roma, il 20 luglio, al teatro Quirino, e con buon successo, la commedia del Borg tratta dalla novella bracchiana. Il nome di Bracco figurava, regolarmente, su i cartelli, e la stampa fu larga di lodi per il novellatore e per l’autore della commedia. Il critico più entusiasta fu Lucio d’Ambra, nella Tribuna. E il bel successo della commedia indusse immediatamente l’avvocato Giuseppe Barattolo — don Peppino — proprietario e direttore della Caesar Film, a chiedere a Roberto Bracco se egli fosse disposto a vendergli, per un film comico, la novella La Principessa. Il Bracco rispose:

— Non posso, perché sono già impegnato con Bugnano.

Dopo di che scrisse a Lucio d’Ambra lamentandosi di non avere ancora ricevuto dal marchese di Bugnano il contratto. Passò ancora qualche settimana. E finalmente il Bracco ricevette un lungo telegramma nel quale Lucio d’Ambra diceva su per giù questo: « Bugnano ed io siamo dolentissimi di doverti comunicare che non faremo in film La Principessa. Abbiamo riflettuto meglio. Ci siamo accorti che La Principessa non è, in fondo, cinematografabile. Ma ti promettiamo che ben presto concreteremo con te qualche  altro affare ».

Il Bracco, stupito e addolorato, scrisse a Lucio d’Ambra una lettera amara, che rimase senza risposta. E qui è giusto ricordare un’altra circostanza. Al Circolo della Caccia, il giorno della prima trattativa, il Bracco, con molta delicatezza, aveva espresso il timore che il soggetto della Principessa fosse eccessivamente piccante per la cinematografia. Ma Bugnano e Lucio d’Ambra lo avevano rassicurato dicendo: « Non ti preoccupare di questo. Noi, col tuo permesso, trasformeremo la novella. Ci basterà la deliziosa trovata della rassomiglianza. Le daremo uno sviluppo un po’ diverso. E sarà, comunque, un film originalissimo ».

Queste parole non erano state dimenticate dal Bracco. E quindi egli non poteva trovare giusto, né giustificabile, il pentimento del Bugnano annunziatogli da Lucio d’Ambra. D’altra parte il Bracco, non avendo più nessun impegno col Marchese di Bugnano, scrisse all’avvocato Barattolo di poter disporre della sua novella ed il Barattolo, senza perder tempo, ne comperò l’esclusività cinematografica per 4.000 lire.

Questo è l’antefatto. Commedia. Poi venne il dramma fra i due celebri autori.

Quando il film di Lucio d’Ambra Il Re, le Torri, gli Alfieri fu lanciato, con grande réclame, a Napoli, comparve nel Giorno — il quotidiano diretto da Matilde Serao — un articolo pieno di elogi. Ma il cronista, raccontando il soggetto, rilevava, a un certo punto, un’analogia con una nota novella del Bracco. Il giornale fu letto anche dall’avvocato Barattolo che subito si allarmò. Chiese conto di questa analogia al Bracco, che rispose di non essere responsabile. Intanto alcuni forse non appassionati spettatori riferirono al Bracco ed al Barattolo di aver riscontrato nel film Il Re, le Torri, gli Alfieri un importante episodio — l’episodio culminante — che era, secondo quei signori, una riproduzione evidente della novella bracchiana. La novella era stata trasformata, sì, — parlano sempre quei refendarii, — ma non tanto da non essere riconosciuta. L’avvocato Barattolo, al quale Roberto Bracco aveva raccontato quel che gli era accaduto col Marchese di Bugnano, si raccapezzò subito, a modo suo: « Roberto Bracco — pensò, — non aveva mai più ricevuto dal Bugnano l’atteso contratto perché Lucio d’Ambra aveva già sfruttato per conto suo, nel soggetto del film Il Re, le Torri, gli Alfieri, la novella della Principessa. Semplicissimo ».

E allora Barattolo e Bracco si rivolsero a me per la risoluzione della questione³.
Francesco Soro
(Splendori e miserie del cinema, Consalvo Editore, Milano 1935)

  1. Nella raccolta Smorfie gaie (1909).
  2. Per la cronaca: poco più di un anno prima, febbraio 1915, Lucio d’Ambra e Roberto Bracco avevano “raccomandato” Washington Borg all’avvocato Lo Savio della Film d’Arte Italiana Pathé, dove il commediografo e giornalista debuttò come aiuto metteur-en-scène.
  3. La lite si risolse “amichevolmente”, pare.

 

Les coulisses d’un film II

La Vagabonde
“que le pyjama pour dame, accompagné par un diadème hindou, sied mieux au vaudeville qu’au drame”

« Rrrrrrrrrrr… » Le ronronnement connu de l’appareil enregistreur m’avertit qu’on reprend le travail. Trente huit degrés au thermomètre, — mais je sais, au balancement des grappes de glycines contre un mur incendié, au vol brusque des pétales de roses, que le « ponentino », le vent du ponant, s’est levé, ouvrant son aile fraiche sur la ville, présageant la chute du jour et la clémente nuit romaine.

— Andiamo! crie le metter en scène, et il ajoute un: « Allons-y! » compris de tous, car — rougissons-en! — les directeurs de la X… parlent un français rapide et aisé, et son metteur en scène, et ses artistes; — la Femme-Canon roucoule en français comme une grosse pigeonne, et le petit figurant en frac, que je prie, — dans quel baragouin! — d’animer un peu sa chanson mimée, me répond:

— Jé pé pa faire plous de yestes, ye souis romancier.

— …?

— Jè chante qué la romance, au café-concert. Un romancier il fé pas des yestes.

On tourne. On tourne des « petits bouts », des « passages », ces allées et venues, ces vues de portes ouvertes et refermées, de couloirs, qui, posés comme des points de suture ingénieux entre les scènes d’importance, donneront au spectateur l’illusion de la vérité, de la vie, de l’ubiquité…

La belle jeune femme noire et blanche évolue dans la lumière magnifique de trois heures, selon les indications du metteur en scène:

— Vous entrez ici, vous sortez là, après vous être arrêtée un moment avec inquiétude pour écouter si votre mari vous suit.

Elle l’écoute, réfléchit, et pose cette question sibylline:

— Combien?

— Trois mètres, trois mètres cinquante.

Dialogue hermétique, où les initiés peuvent apprendre que ce « passage » doit être joué sans lenteur, pour être enregistré sur une longueur maximum de trois mètres cinquante de pellicule. Cet argot du cinématographe, on le parle à Paris comme ici, et j’oublierais souvent le lieu où nous sommes, les frontières lointaines, si la langueur de l’air ne me les rappelait, et aussi la tranquillité singulière d’un travail qui, chez nous, n’évite pas la nervosité, la petite crise de pleurs. « Ici », écrivait Renan, le « rythme de la vie est plus lent d’un degré…». Un peu trop de sérénité assoupit la passion du grand amoureux, et je renonce à comprendre pourquoi nous reprochions leur excès de mouvement et d’expression aux interprètes italiens! Qu’ils sont doux, tous, même celui-là, titulaire d’in rôle de comique acerbe, oui, celui-là, qui livre à l’opérateur en ce moment sa figure rusée, froncée d’un rire intérieur , et son regard étouffé sous une paupière en abat-son…

— Presto, presto. Ecce-Homo!

Ecce-Homo? Mais oui, c’est lui. C’est l’homme, — l’homme qui a joué Christus, et qui n’en garde pas plus d’orgueil qu’il ne faut. Mais sa femme, auprès de qui je loue de dieu bon enfant, rayonne de fierté:

— Croyez-vous qu’il était beau dans le Christ? Croyez-vous qu’il faisait bien en croix? Cette chance qu’ils ont eue de le trouver, lui qui a justement le diaphragme abaissé! Pas vrai, Sa Sainteté?

L’irrévérencieuse blonde qui parle ainsi — sans aucun accent — interpelle au passage un somptueux valet de pied, chargé d’ans et de dorure, qui porte un plat où les fenouils, habilement ciselés, figurent les côtes d’agneau et les pommes soufflées. Il détourne vers nous une admirable figure italienne, longue, embellie de rides nobles, couronnée d’argent.

— Sa Sainteté, venez que je vous présente… C’est lui qui faisait le Pape dans le film, vous savez, le film qui était si bien truqué que tout le monde a cru qu’on avait filmé le vrai pape… Il a 78 ans.

Sa Sainteté sourit, équilibre son plateau sur la main gauche tremblante, et, la destre levée, nous octroie sans s’arrêter la bénédiction pontificale…

Quittons ces jeux profanes: la jeune femme si photogénique va « tourner » une scène capitale de mon scénario, pour laquelle on n’a requis d’ailleurs ni mon avis, ni mes conseils, sans quoi j’aurais donné à entendre, à grand renfort de périphrases diplomatiques, que le pyjama pour dame, fût-il accompagné par une diadème hindou, sied mieux au vaudeville qu’au drame.

La série des rites se déroule parmi la transpiration générale. On recule, dans un décor de loge d’artiste, le miroir à trois faces, puis on l’avance, puis on le supprime, puis on le rapporte; — la table-coiffeuse valse d’une paroi à l’autre. Une veille malle de tournée mérite le premier plan, jusqu’au moment où le metteur en scène s’avise qu’elle porte, bien lisibles, sur une vingtaine d’étiquettes d’hôtels, les noms: « Dresden, München », etc., etc… Exil, à coups de pied, de la malle. Cavalier seul de cet animal étrange, caparaçonné de noir et marchant sur six pieds, que forment l’appareil et l’opérateur. Geignements d’une partie de l’animal. Répartition, en groupe immobile, de la jeune femme photogénique, d’un gentleman robuste, de la Femme-Canon — on l’entend respirer du bout du hall! — d’un pierrot blanc, d’une gommeuse excentrique — seize ans, la plus suave figure virginale — et d’un paysan calabrais. Cris:

— Gira!

Et ronron de l’appareil: tout le groupe s’anime sans bruit; — le gentlemen frêle tient par les poignets la jeune femme en pyjama, et mâchonne de sourdes injures. Elle se débat, tord ses poignets minces, ouvre la bouche pour un grand gémissement qu’on n’entend presque pas, se d?gage d’un effort et chuchote dans le visage de son tourmenteur, avec le masque d’une femme hurlante: « Je vous défends… je vous défends de me traiter ainsi… Lâche… misérable… »

Le gentlemen robuste ne dit rien, — il se contient et étreint sa canne. Toute sa jambe gauche songe au pli du pantalon gris-perle… Les autres acteurs, au fond, murmurent et s’émeuvent sur place comme un rideau d’arbres atteint par un coup de vent… Cri:

— Basta!

— Et l’expression collective du groupe tombe; — les épaules s’aveulissent, les regards perdent leur flamme passagère, les jarrets plient.

— Basta per oggi! È finito!

È finito! Pourtant, parmi les cris d’enfantine joie des libérés, le metteur en scène retient encore la jeune femme photogénique, qui écoute le programme du lendemain:

— Demain. mon petit, on tourne à Nemi, départ à huit heures en auto. Emportez le costume de la fuite, la robe du jardin, la toilette du soir avec manteau, tous les accessoires, n’oubliez rien, hé? ce n’est pas à côté, Nemi…

Elle l’écoute avec soumission sans espoir, fait « oui, oui », de la tête, et récite tout bas une litanie de ses bagages:

— La robe rose, les bas gris, les souliers de daim, la robe de tulle noir, le manteau violet, les gants blancs, le diadème, le kimono, les mules fourrées, le tailleur bleu…

Et comme si elle eût, jusqu’à cette minute, par un effort nerveux, commandé à la nature, elle se met tout soudain à transpirer sans contrainte et s’en va vers la loge en psalmodiant:

— Le manteau violet, le tailleur bleu, les mules fourrées, le diadème, les bas gris…

En suivant de l’œil cette mince silhouette, ce corps tout à l’heure cabré, à présent mou et ballant dans le pyjama de soie, je me demande une fois de plus:

« L’appât du gain, du succès sur toile, la coquetterie du risque quotidien, peuvent-ils suffire à enchaîner une jeune femme, des années durante, à cette existence? Il y a l’amour du métier, je sais bien, et aussi l’esprit de rivalité, oui. Mais quoi encore? »

Un bout de dialogue, entre deux jeunes actrices de cinéma, me revient:

— Ça ne vaut pas le théâtre, et on s’éreinte, disait l’une.

— Ça se peut, répondait l’autre. Seulement, au ciné on se voit…

Peut-être faut-il chercher un peu de ce narcissisme délicat dans la manière de penser, de dire familière à certains étoiles du cinématographe. L’une des plus notoires vedettes italiennes¹, et des plus belles, se critique, se maudit ou s’admire sur l’écran, comme s’il s’agissait d’une autre personne, avec une sorte de candeur hallucinée:

— Vous avez vu la Piccola fonte? me disait-elle. Vous trouvez que c’est bien? Dans le jardin, quand elle se traîne contre le mur et la porte, elle a des attitudes, des gestes de bras qui sont beaux…

N’y aurait-il pas, chez elles qui consacrent à l’écran leurs jeunes forces, la fleur périssable de leur visage, une sorte de fanatisme amoureux, qu’elles vouent à ces « doubles » mystérieux, noirs et blancs, détachés d’elles-mêmes par le miracle cinématographique, libres à jamais, complets, surprenants, plus pleins de vie qu’elles-mêmes, et qu’elles contemplent en créatrices humbles, parfois ravies, souvent étonnées, toujours un peu irresponsables?

Colette

  1. Francesca Bertini.

Les coulisses d’un film

Musidora La Vagabonde

Dehors, c’est le printemps romain: azur sans vigueur où fauche l’aile des martinets, nuages émus à peine par un sirocco faible, et des roses parmi les jardins, des lilas, des acacias, des épines blanches, des glycines qu’une seule journée de chaleur décolore, et qui échangent par-dessus la via Nomentana leur parfum de beignets vanillés et de fleur d’orange.

Dedans, sous les vitres du hall sans murailles, c’est déjà, et jusqu’aux vents frais de septembre, la fournaise. L’air séché offense la gorge et les bronches, « mais », comme l’affirme un pensionnaire de la Société  cinématographique en montrant le thermomètre, « il est bien rare que ça dépasse cinquante-cinq degrés ».

Le canon de midi a tonné sur Rome. L’odeur de l’huile chaude et du poisson frit, venue de la maisonnette des concierges, a traversé le théâtre de verre, avec le grésillement des oignons. Quelques minutes après, l’air fleura le café et les oranges écorcées. Midi e demi, — une heure, — deux heures, — et nul souple acteur italien, nulle figurante aux vastes yeux, ne s’est élancé vers le vestiaire d’abord, vers la trattoria ensuite: ce monde, borné  par des parois transparentes, régi parla la course de l’astre et celle du nuage, a rompu aves les coutumes millénaires.

La vedette déjeunera vers quatre heures; plus heureux, le petit rôle dépêche à la dérobée une frittata entre deux tranches de pain national, bis et compact. J’ai faim. A cinq cents mètres d’ici je trouverais un fiacre, cheval sans âge, cocher vermoulu et plein de ténébreux mauvais vouloir… Ce n’est pas mon travail qui me retient ici, c’est celui des autres. Moi, je suis seulement ce témoin, cet indiscret, cet oisif: l’auteur du scénario qu’on est en train de « tourner ». N’importe, je reste. J’assiste au spectacle cent fois vu et cent fois nouveau. Le programme de la journée comportait plus d’une attraction: pugilat entre deux rivaux, dans un décor de music-hall miséreux, scène des lettres surprises, décor des adieux… Pour l’instant, la pause se prolonge et les meilleurs courages chavirent. Une matrone blanche et blonde, énorme, engagée à tant le kilo pour jouer le rôle de la Femme-Canon, halète dans son justaucorps de paillettes et l’on pense à l’agonie étincelante de quelque poisson des mers lointaines.

Stoïque, pantalonné de gris perle, le jeune premier reste debout. Il a insinué entre son col et son menton un mouchoir plié, et s’évente avec un journal. Il ne parle pas, il ne se plaint pas, tout son visage taurin de beau garçon du peuple n’exprime qu’une pensée: « Que je succombe debout et suffoqué, mais que demeure, jusqu’après moi, le pli du pantalon gris-perle! pli rigide qui tout à l’heure fléchira, une seule fois, pour l’agenouillement devant cette éblouissante jeune femme… »

Eblouissante, en effet. Il n’y a rien de plus blanc que son visage poudré, sinon ses bras nus, son cou sans colliers, sinon le blanc de ses yeux. Chaque fois que je regarde ses  yeux, ma mémoire me souffle cette phrase de Charles-Louis-Philippe: « Elle avait des yeux d’une grande étendue… » Noirs ses cheveux et noirs ses cils, sa sombre bouche entr’ouverte sur les dents blanches — elle est toute pareille déjà à son image cinématographique, et les professionnels d’Italie et de France vous feront d’elle ce compliment sans réplique: « Une plus photogénique qu’elle, il n’y a pas! »

Cette jeune beauté aguerrie défie la lumière écrasante. Elle s’est fait — à quel dur entrainement! — des paupières qui ne clignent point, un front insensible, et je larmoie rien qu’à la voir lever, contre les rayons de midi, son regard de statue… Elle n’a qu’un peu de sueur au bord de ses cheveux ondés, et parfois, sans qu’un trait de son visage vacille, una larme ronde, fruit douloureux de l’œil blessé et de la paupière tendue, quitte ses cils et roule sur sa joue.

Cette jeune femme, la vedette, cuit sous le toit de verre depuis neuf heures du matin. Hier, elle a changé onze fois de toilette, de bas, de souliers, de chapeau, de coiffure. Le jour d’avant, elle grelottait, demie-nue dans des jardins, sous les lilas dégouttants de pluie. Demain, une automobile  l’emportera, à sept heures, vers les montagnes encore neigeuses, quarante kilomètres pour aller, quarante pour revenir, pas d’auberge. En décembre dernier, elle est rentrée, par trois degrés au-dessous de zéro, dans la mer et y a nagé. Un film policier l’a jetée sous un train, d’ou elle sortit noire, un peu brûlée d’escarbilles, l’a assise sur l’aile d’un automobile en marche…

Etrange destin, qui donne à rêver. Labeur grevé d’austérité, privé de la récompense qui galvanise chaque soir la fatigue au théâtre: l’applaudissement, le chaud contact du public, le réconfort des regards et des convoitises… N’est-ce donc que l’appât du gain qui soutient le grand premier rôle, homme ou femme, du cinéma et le conduit à des risques quotidiens? Je ne puis le croire…

Colette