Odette al Salone Margherita di Roma

Il programma della serata al Salone Margherita
Odette. Il programma della serata al Salone Margherita, gennaio 1916.

La serata del 10 Gennaio, corrente anno (1916), al Salone Margherita, organizzata dal Giornale d’Italia per i soldati feriti negli ospedali di Roma, ha segnato veramente, per un fedele e vigile cronista della mondanità romana, uno dei fasti della « stagione » corrente, della quale si è stampato troppo presto l’elogio funebre, e che, viceversa, minaccia a momenti di offuscare le sue sorelle degli anni scorsi.

Basterebbe, in verità, elencare qui i nomi più noti degli spettatori di iersera per dar un’idea dello splendore, che, a parer di tutti, renderanno memorabile la serata tra le feste cinematografiche e mondane congiunte ad uno scopo altissimo di carità. Ma, ahimè, il cronista è vittima, questa volta, dello specialissimo ambiente in cui la festa s’è svolta: tanto che parlar di « splendore » si può soltanto con un traslato, dal momento che i trionfi del cinematografo avvengono… all’oscuro. E il programma, iniziatesi alle 9.30 come s’era annunziato, era tanto vasto ed interessante da non consentire se non brevi, fugaci istanti luminosi d’intervallo: troppo fugaci per ammirare quanto meritavano e la bellezza e l’eleganza delle tante signore intervenute, per notare, nel libro d’oro della carità, i loro nomi. Se codesta degli spettacoli cinematografici, che assurgono ad importanza artistica e cronistica, avesse a diventare una consuetudine, il cronista si troverebbe in un bell’imbarazzo per adempiere, nelle tenebre, l’ufficio suo…

Splendori fra le tenebre.

Grande è stato il trionfo della bellezza e della bontà, onde l’avvenimento traeva il suo carattere peculiare. Bellezza, poiché cose e persone belle, nell’arte dello schermo bianco, così come nella sala magnifica, si accordavano in un’armonia suprema per far degna corona ad un’artista nostra bellissima, Francesca Bertini, nel momento in cui questa vedeva tradursi in realtà la sua commossa e geniale idea di solidarietà patriottica verso i valorosi fratelli nostri feriti, degenti negli ospedali di Roma. Bontà: che l’affluenza entusiastica e generosa del mirabile pubblico di iersera s’è tramutata — diciamolo sin d’ora — in un’opera benefica di considerevole efficacia, corrispondendo così pienamente all’aspettativa della organizzatrice gentile e del nostro giornale, fidente sempre nel non mai smentito slancio caritatevole degli italiani e dei romani.

Il Giornale d’Italia, allorché la signorina Francesca Bertini volle comunicargli il proposito della nobile ed opportuna iniziativa, non esitò un istante a prometterle tutto il suo appoggio: l’opera d’assistenza verso i feriti, da noi promossa, s’era rivelata tanto proficua da apparire quasi, e sopratutto moralmente, necessaria; e d’altra parte non potevamo dubitare che una festa ideata dalla Bertini non fosse, appunto, largamente apportatrice di nuove risorse per la nostra bella, ma inesauribile impresa. Oggi, mentre il successo più lusinghiero — finanziario e morale — ha arriso alla festa geniale, noi ringraziamo di gran cuore la piccola fata benefica, non tanto in nome nostro quanto delle centinaia di giovani eroi ignorati che attendono sui loro candidi lettucci la guarigione delle gloriose ferite e il conforto d’un gesto di fraterno amore.

Si è che « la piccola fata benefica » non è soltanto quella giovanissima attrice che, avvalendosi con un intuito eccezionale delle squisite doti personali onde natura l’ha prediletta, sta raggiungendo una vetta artistica eccelsa e, insieme, una celebrità mondiale; ma è, altresì, un’italiana dall’animo fiero e tenero, che reputa sua gioia il dedicare i riposi del suo lavoro, pur fervido e continuo, alle opere sussidiarie della guerra.

Come ieri la vedemmo, nella luttuosa occasione del terremoto marsicano, prodigare la pietà del suo cuore in faticose e dispendiose opere di assistenza e di beneficenza, così oggi la vediamo passare dalle improvvisate corsie dell’ospedale di via Montebello all’attuazione d’un’ardita iniziativa. E Francesca Bertini, proseguendo ed impersonando la tradizione benefica dei nostri artisti — sempre primi negli slanci di patriottismo e di carità — ritrova ancora, fedelissima, la buona stella che illumina ormai di luce sfolgorante tutte le manifestazioni della sua vita artistica.

Ella trionfò infatti iersera come organizzatrice e come artista: non si saprebbe, anzi, quale proclamare maggiore dei suoi due trionfi… Figuratevi che, terminata la proiezione di Odette, tutta la sala, assolutamente gremita, non seppe resistere all’impulso istintivo e sorse in piedi, acclamando l’interprete valentissima, la quale assisteva da un palchetto e non poté esimersi dall’affacciarsi a ringraziare, evidentemente commossa d’una dimostrazione così insolita, nei regni del candido schermo.

Cronaca a parte….

Cronaca a parte, bisogna riconoscere che, in questa Odette, che costituisce il suo più recente e sino a iersera inedito lavoro, Francesca Bertini si manifesta ormai compiutamente nella maturità del suo vivo e versatile talento d’interprete: in questo dramma d’umanità dolorosa che l’estro teatrale d’un mago, Vittoriano Sardou, ha concepito e svolto con superiore efficacia artistica e con mirabile esperienza della scena, ella assume non soltanto atteggiamenti plastici di squisita armonia, quali si è troppo abituati a richiedere alle celebrità del cinematografo, ma esprime atteggiamenti psicologici profondi e sinceri, componendo veramente, innanzi all’anima meglio che innanzi agli occhi dello spettatore, la palpitante persona drammatica dell’eroina. E codesta è arte vera, che s’avvia in lei a divenir grande. Lasciamo pure che si discuta se il cinematografo è, o non, un’arte: certo, conviene proclamare, innanzi all’Odette, che gli interpreti al cinematografo possono essere, e sono, artisti.

Con la Bertini apparvero poi attori correttissimi e valenti tutti i suoi compagni di scena: primi fra gli altri Carlo Benetti, un Conte di Clermont Latour misurato ed elegante e mirabilmente espressivo, il De Antoni, il De Riso, il Ruffini.

Della messa in scena, sia come scelta di ambienti esterni che come arredamento e come fusione ed armonizzazione dei quadri, non sapremmo dir mai bene abbastanza: merita lode altissima il cav. De Liguoro, che il dramma ha inscenato con superiore abilità e perfetto buon gusto.

Il programma, iniziatesi piacevolmente con i primi quadri d’una commedia My Little Baby — nella quale Francesca Bertini apparve per la prima volta come interprete comica indiavolatissima, accanto all’insuperabile De Riso, terminava con la prima parte di un film nuovissimo — La Perla del Cinema — di cui il nome dell’autore Frank Bert, tradisce quello dell’interprete. Entrambe le primizie furono assai gustate e valsero a completare degnamente il magnifico spettacolo.

Il quale dunque può davvero considerarsi riuscitissimo: e desideriamo qui tabularne lode e riconoscenza, oltre che alla signorina Bertini, al cav. Iginio Marino, che con gesto signorilmente simpatico ed altamente meritorio, ha voluto mettere a gratuita disposizione il Salone Margherita per l’eccezionale serata, sobbarcandosi anche alle non lievi spese della serata, al barone Contestabile, concessionario delle films, il quale ha voluto cederle per la bella e patriottica impresa.

Una festa indimenticabile.

La serata è apparsa, più che uno spettacolo, addirittura un ricevimento: la sala era stata adornata con elegante buon busto, bei bouquets di fiorì erano stati posti nei palchetti, un ricco e finissimo libretto-programma era distribuito nella sala, a cura dell’egregio avv. Barattolo, proprietario della CAESAR-FILM, la giovane e florida Casa romana ove Odette è stata eseguita. Codesto libretto, del quale la copertina reca un disegno riuscitissimo, finemente artistico del Rondini, rimarrà a tutti come un ricordo assai gradito.

Vorremmo ora rammentar qualche nome: ma riusciremo a darne almeno una piccola parte, fra quelli della moltitudine presente? Vedemmo: la principessa Giustiniani-Bandini, la contessa Bruschi-Falgari, la contessa Revedin, la duchessa Torlonia, la marchesa Di Bagno, la marchesa Fausta Cappelli, la marchesa ed il marchese Terzi di Sissa, donna Maria Mazzoleni, donna Anna e donna Lucia Branca, la duchessa e il duca d’Aquara Caracciolo, Lady Tosti, la signora Luzzatti, madame Falkenberg, madame Goldschsmith, la signora Barattolo, la signora Ripamonti, la signora Colombo, e poi il Sindaco don Prospero Colonna, il Prefetto comm. Aphel, il principe di Belmonte, il senatore Talamo, il principe di Candriano Caracciolo, don Giuseppe Giustiniani-Bandini, don Ettore Carafa d’Andria, don Giulio Torlonia, il principe Marcantonio Colonna, il marchese Di Rudini, il conte Greppi, il maggiore marchese Coppola, don Ignazio Sanust di Teulada, don Clemente Aldobrandini, il signor Giulio Middleton, Trilussa, il maestro Tosti, lo scultore Cataldi, l’on. Paparo, il comm. Liberati, il barone Contestabile, il signor Torre e famiglia, l’avv. Barattolo, l’ing. Fabrizi, il cav. Peroni, l’avv. Lo Savio, ecc.

Abbiamo fatto cenno della CAESAR-FILM, presso la quale Odette — così come La Perla del Cinema e My Little Baby — sono state messe in scena e sono edite. Iersera, quando a guisa di saluto e di suggello la immagine equestre di Giulio Cesare appariva sullo schermo a terminar le proiezioni, il pubblico ebbe ancora una volta ad associare il nome della prospera e feconda Casa romana a quello di avvenimenti cinematografici di primissimo ordine. Il CAESAR trionfatore è stato davvero, ed è sempre più, romanamente augurale per l’ardita impresa dell’avv. Giuseppe Barattolo, ormai assurta fra le importanti d’Italia.

Il Barattolo, che l’industria cinematografica ha saputo sperimentare con florida e crescente fortuna, ha impresso ai prodotti della sua Casa il carattere d’una superiore artisticità: un film della CAESAR offre ormai per la valentia degli interpreti — dei quali è regina la Bertini — per lo sfarzo e l’insuperabile buon gusto della messa in scena, i pregi d’una riproduzione teatrale eccezionalissima e si vale, al tempo stesso, di tutte le più geniali risorse dell’arte cinematografica, libera, vasta, sconfinata.

Con Odette, dopo la Signora dalle Camelie che sta compiendo all’estero un giro trionfale, la CAESAR-FILM prosegue il suo programma di grandi interpretazioni teatrali: basta conoscerne i punti salienti per aver un’idea dell’importanza e dell’organicità dei propositi onde il Barattolo è animato e coi quali è destinato senza dubbio a riuscire, data la collaborazione artistica ed i mezzi tecnici di cui dispone: FedoraFernandaFerreol, di Sardou; Anima redenta e L’Alba (Goffredo Mameli), due nuovissime films, musicate dal Leoncavallo, Don Pietro Caruso e La fine dell’amore, di Bracco, Anima allegra dei Quintero, i Transatlantici, di Abele Hermant…

Vi è di che formare il repertorio più attraente per una Compagnia drammatica di prim’ordine ; che dire poi delle interpretazioni che di tali lavori saprà dare Francesca Bertini, l’artista versatile per eccellenza e destinata ad attingere le più alte vette della fama?
(Il Giornale d’Italia)

Il Cinema Ambrosio a Torino

Pubblicità nella rivista Numero, Torino 1916
Cinema Ambrosio. Pubblicità nella rivista Numero, Torino 1916

Gennaio 1916.

Sorto per iniziativa e coi capitali di quell’illustrazione e decoro della Cinematografia, che è l’Avvocato Cavaliere Giuseppe Barattolo, il Cinema Ambrosio è entrato nel 3° anno di vita: vita fervida, gloriosa, movimentata, anzi ricca di emozioni quanto mai: emanazione poderosa della genialità del fondatore e dell’opera feconda di chi lo coadiuva, e sono molti: da Luigi Barattolo, che ne è l’anima, agli impiegati di concetto e amministrativi; dai salariati d’ordine all’ultimo spazzino, che pur conscio del suo dovere, e lo adempie scrupolosamente. E così non è meraviglia se intorno al Cinema Ambrosio si è creata un’atmosfera di simpatico e lusinghiero interessamento, che si potrebbe anche dire amore.

Uno degli elementi di successo è pure la mirabile scelta dei programmi: elevatezza, non banalità: istruzione ed educazione, non spinta al delitto: svago della mente, piacere dell’anima e del cuore, godimento intellettuale d’arte, non incentivo alla foia ed alle più basse e turpi passioni umane. Questo mercè le moltissime Case, di cui l’Avvocato Barattolo è il Rappresentante, lodevolissime tutte e tutte improntate ad operar retto e magnanimi sensi, e però le citiamo ad onore: Ambrosio, Pasquali, Etna, Eclipse, Keystone, ecc., ma soprattutto la Cæsar, quest’ultima creatura vitalissima del nostro Barattolo, e che tanta onda di poesia, specie con la Bertini divina, spande intorno a sé, e di cui si può dire anche che manifestando la vita dà la vita.

Né si può tacere un altro impulso, o meglio fattore del colossale successo continuo del Cinema Ambrosio; ed è, o, meglio, sono i suoi deliziosi Venerdì aristocraticissimi.

Venerdì?… A vero dire si potrebbe dire ogni giorno, che la parte, davvero eletta, della cittadinanza torinese si riversa ciascun giorno in quelle splendide, invitanti sale dorate, in quel tempio magno della cinematografia, punto freddo e male illuminato, ma splendido di calore, di luce, di beltà, di attrazione.

Mirabile è poi il Cinema Ambrosio per escogitare provvide e piacevolissime pensate, di cui alcune benefiche oltre ogni credere, quali le Fiere di beneficenza. Altre sono eminentemente pratiche ed egualmente generose, e tra queste vogliamo notare la pubblicazione e diffusione gratuita di uno splendido e in grande formato Numero Unico di ben otto pagine, magnificamente illustrate, elargito nell’occasione del Capodanno del 1916, ed in cui diffusamente e bellamente, nonché con grande competenza, si scrive della fondazione del mirabile Cinema, nonché del Cav. Arturo Ambrosio, onore e mente della bella Arte nostra, anzi duce, decano, e Mentore di essa, e inoltre dell’incomparabile Francesca Bertini, della produzione della Cæsar Film e delle Istituzioni tutte ottime del Cinema Ambrosio, quali il Tango, i Giovedì dei bambini, e non plus ultra Venerdì, già menzionati, i Veglioni cinematografici, mirabilissimi, il floreale, anzi tropicale Jardin d’été, l’Albero dei bambini, la Festa del Ghi, la Festa del Calendario, e prose e versi di squisita fattura: un numero, insomma, degno di ogni elogio e di ogni considerazione. Laonde a noi non resta che un grido di encomio, proprio plaudente, e questo Cinema, che sopra tutti eccelle, e che si può dire davvero l’Acropoli della Cinematografia, più che in Torino, in Italia.

G. I. Fabbri
(La Cinematografia Italiana ed Estera) 

Pubblicità nella rivista Numero, Torino 1916
Cinema Ambrosio. Pubblicità nella rivista Numero, Torino 1916

Alla Cines mentre si gira Malombra

Una scena del film
Una camera di dolce stile arcaico…

Roma, agosto 1916. Di fuori, l’afa del pomeriggio è rotta da qualche fremito di brezza. Ma nell’interno del teatro il caldo è insopportabile. Nemmeno l’ombra delle tende, nemmeno gli ampi spiragli aperti qua e là nelle pareti di vetro, valgono ad attenuare la snervante intensità del calore. E, quel che è peggio, non è nemmeno possibile di mandare una imprecazione a Febo. Egli è il vero Dio del cinematografo, e come tale deve essere rispettato. Gli attori, infatti, almeno qualche volta, lo rispettano. I cachets, le umili e modeste comparse, lo venerano, lo adorano, lo invocano addirittura. È il loro tormento e la loro speranza. Conviene dunque sopportarlo… D’altra parte, il quadro che vi si presenta dinanzi agli occhi vi fa presto dimenticare l’afa opprimente.

Si gira Malombra. Osservate. Una camera di dolce stile arcaico. Non c’è alcun dubbio. Quella in fondo è Lyda Borelli. Una divinità. Le spalle statuarie, il volto bianchissimo, la lunga chioma disciolta che ha riflessi dorati, contrastano mirabilmente con le stupende forme del corpo modellate da una vestaglia nera, triste, solenne. Le sta accanto Amleto Novelli. Sul letto, sotto una coltre di damasco rosso, dorme Augusto Mastripietri. Più avanti, quasi in primo piano, siede Giulia Cassini-Rizzotto, l’attrice modesta e valorosa che ha dato al suo volto la maggiore austerità d’una parte vetusta sacrificandolo in una nobile e dignitosa parrucca grigia. Più avanti ancora si muove l’accurata eleganza di Francesco Cacace.

Carmine Gallone, il valoroso ed instancabile direttore artistico, segue, con occhio vigile e pronto, la mimica degli attori. Tutta la scena si svolge in silenzio. Solo l’operatore (Giovanni Grimaldi) si diletta ad alta voce di una sua speciale esercitazione aritmetica contando a più riprese i giri di manovella.

Il quadro è finito. Posso scambiare qualche parola con Lyda Borelli: ma per pochi istanti poiché l’affascinante attrice deve correre in camerino a prepararsi per una nuova scena. Posso anche stringere la mano all’amico Gallone che parla, discute, passeggia, ma non perde d’occhio il lavoro, non si distacca per un istante dall’opera ardua e magnifica che lo ha violentemente e completamente avvinto con tutti i suoi eccezionali requisiti per un tentativo cinematografico rinnovatore.

Gallone non è davvero un mestierante del cinematografo. In ogni suo lavoro apparisce una lucida impronta di dignità e di bellezza. C’è in lui una continua inquietudine di superamento, un ansia costante e febbrile di percorrere vie inesplorate, d’elevarsi verso più ardite forme d’originalità e di perfezione. Malombra è una creatura del suo sangue, dei suoi muscoli, del suo cervello. Egli solo poteva avere la forza a l’audacia di trasportare in cinematografia il romanzo di Fogazzaro, un romanzo così complesso, così vasto, così profondo, in cui l’elemento psicologico è fuso con l’elemento fantastico e tutti e due sono integrati da un soffio di vivo e possente lirismo.

Torna Lyda Borelli abbigliata per i nuovi quadri. La veste nera è ora sostituita da una veste bianca. Ma l’infinita bellezza del volto nulla ha perduto nel risalto nuovo. Quella di Lyda Borelli è sempre una figura stupenda, sia che l’adorni una toilette fastosa, sia che nella vita fittizia della scena, la ricopra un’umile e semplice veste. Solo così si spiega il grande fascino ch’ella ha saputo suscitare anche nell’amorfo e primitivo pubblico dei cinematografi.

Gallone mi lascia perché deve ancora girare una scena senza la Borelli. Ne approfitto per scambiare qualche parola con la valorosa e gentile amica. Ho anche la fortuna di trovare un angolo in cui s’apre un’ampia finestra tutta coperta d’edera: il lieve sospiro del vento attenua assai l’insopportabile calore interno. L’angolo è delizioso per una conversazione sentimentale. Ma, ahimè!, non si parla che di cinematografo. Sarebbe assurdo parlare d’altro quando, a pochi passi da noi, l’operatore continua il monotono conteggio dei giri della manovella…

L’argomento, forse, non è il più simpatico, ma la conversazione di Lyda Borelli è sempre piacevolissima. In quello che dice c’è una grande semplicità ed una grande sincerità. E tanto più la semplicità e la sincerità appariscono evidenti in quanto il cinematografo è un po’ il mondo dell’esagerazione. Se parlate con una delle più o meno celeberrime dive dell’arte — fortunatamente! — muta, non tardate a formarvi, se siete ingenuo, il convincimento che il cinematografo sia la più difficile, la più astrusa, la più complessa di tutte le forme di finzione scenica. Non troverete una « diva » che non vi sostenga, con la candida disinvoltura della mediocrità, di non avere trascorso lunghe notti insonni per prepararsi ad un’interpretazione, di non aver sudato quattro camicie nell’arduo e faticoso studio d’una figura da impersonare, di non aver sofferto e gioito dinanzi all’obiettivo cinematografico. Ah, le scimmie!…

Niente di tutto questo in Lyda Borelli. Ma Lyda Borelli è sopratutto una donna di una rara e squisita intellettualità. Il cinematografo? È quello che è; non è ancora quello che potrebbe essere. Una cosa come un’altra che ha il suo lato buono ed il suo lato cattivo, il suo lato facile ed il suo lato difficile, il suo lato trascurabile ed il suo lato interessante. Tutto dipende dal punto di vista.

Quanta modestia nelle parole dell’affascinante attrice. E quanta bontà! Voi potete, per inveterata abitudine del vostro spirito, compiacervi di qualche piccola perfidia, di quella sottile ed inoffensiva malignità intorno a questo mondo di « bluff » e d’esagerazione, ma Lyda Borelli non vi risponde se non con una parola d’indulgenza. Per questo nel regno dell’arte, ella gode del meritato privilegio d’una simpatia generale. Tutti le vogliono bene, tutti, amici e amiche, compagni e — caso più unico che raro — compagne, dai primi ruoli alle ultime comparse, ne parlano un senso d’infinita devozione, di gratitudine, di entusiasmo, d’affetto.

Le chiedo, naturalmente, la sua impressione su Malombra.

— Ne sono entusiasta, mi risponde. Il romanzo del Fogazzaro racchiude elementi cinematografici di una grande originalità. Basta con le solite vicende d’amore e d’adulterio! Occorre che il cinematografo si rinnovi e Malombra rappresenta davvero un magnifico tentativo di rinnovamento.

— Credete dunque che questo film susciterà molto interesse?

— Non ne dubito. La sua vicenda è così vasta ed intensa che dovrà necessariamente vincere tutte le esigenze del pubblico. E poi la Cines nulla risparmia perché anche questo film riesca un autentico capolavoro.

— Dopo Malombra di quali altri lavori cinematografici sarete interprete?

— Non so. Ma di cinematografo torneremo a parlare nella quaresima dell’anno venturo. Col 15 settembre ritornerò al teatro, al mio teatro, da cui mi sono allontanata per un breve periodo di necessario riposo.

Cerco ancora di raccogliere qualche indiscrezione, ma i direttori di scena non sempre sono gli alleati dei giornalisti. Una voce grida: « Signorina, tocca a lei! ». Così alla mia ultima domanda, Lyda Borelli, fuggendo, non può rispondere, che con un sorriso ed un gesto di desolazione.

Il sole comincia ad illanguidirsi.  Siamo agli ultimi quadri della giornata. Una forte scena fra Mastripietri e la Borelli ed una con la Borelli sola. Per quest’ultima è necessario l’intervento delle lampade Jupiter.

Lyda Borelli
Lyda Borelli

L’intensa luce irradia di violaceo la figura ieratica dell’attrice che, in primo piano, nello sfondo quasi mistico d’un piccolo « interno » atteggia il volto ad una magnifica espressione.

Finalmente, posso ipotecare Gallone per avere da lui qualche notizia più dettagliata intorno a questo eccezionale lavoro. Il giovane e valoroso direttore, gentilissimo, comincia col farmi passare nel secondo teatro del grande stabilimento al fine di mostrarmi alcune scene costruite espressamente per Malombra. Sono « interni » del castello antico, l’ambiente in cui l’azione si snoda e si sviluppa, sale vetuste e solenni riprodotte con uno squisito senso d’arte e con una mirabile fedeltà.

— È dunque vostra l’idea di trasformare in film questo strano e suggestivo romanzo del compianto scrittore?

— Sì, da molto tempo ne vagheggiavo l’idea; la Cines ha subito compresa tutta l’importanza di un’opera di questa mole e nulla ha trascurato per assecondare il mio proponimento…

— Eppure non tutti sono dell’opinione che Malombra contenga eccezionali requisiti di risalto cinematografico.

— Se vogliamo ostinarci a chiamare risalto cinematografico la solita avventura di passione e di morte, hanno ragione quelli che non vedono il film in questo romanzo del Fogazzaro. Ma se vogliamo considerare come risalto cinematografico l’originalità assoluta dello spunto e la novità della vicenda, la consistenza cinematografica di Malombra non può essere messa in dubbio. D’altra parte, opere così vaste e complesse debbono suscitare necessariamente un grande fervore di discussione. È tempo ormai che il cinematografo segua una via nuova. Oggi si sforza troppo per apparire teatro…

— Mentre il teatro è una cosa così diversa…

— Precisamente. Il cinematografo dovrebbe limitarsi a rendere quello che non è possibile rendere al teatro. Per questo mi sono appassionato a Malombra. La vicenda di questo romanzo è tale che solo le risorse della tecnica cinematografica possono rappresentarlo. Malombra contiene elementi di grande fascino per chi, come me, ha la convinzione che il cinematografo debba rinnovarsi. È un’opera che, per la sua fusione di fantastico e si psicologico, può stare fra la Falena e Avatar.

— Credo che la riduzione cinematografica di un lavoro come questo debba presentare grandi difficoltà.

— Non è certamente un compito facile. Ma io l’ho assunto con entusiasmo e con fede. La maggiore difficoltà consisteva nella sceneggiatura: m’è costata venti giorni d’intenso, febbrile, gravoso lavoro ma l’ho superata felicemente. Ne sono soddisfatto.

— Fra quanti giorni il film sarà pronto?

— Occorreranno ancora due mesi. Dobbiamo metterci in giro per l’Italia per riprendere gli esterni più suggestivi e pittoreschi dei nostri laghi. Anche per la messa in scena Malombra costituirà un lavoro d’eccezione. Sarà certamente uno degli avvenimenti memorabili del prossimo autunno, che pure si ripromette così denso di grandi premières.

La Cines, con la tradizionale signorilità, non mi ha limitato i mezzi, poiché vuole che il film sia in tutto e per tutto degno dei precedenti. Per mia parte ne sono troppo entusiasta, sono troppo preso della grande bellezza di un’operazione così originale e suggestiva, per non esserne convinto del successo. Anche l’interpretazione sarà degna del lavoro. La Borelli ha completamente e perfettamente assimilato lo spirito della strana e complessa figura che deve rappresentare. Ci darà una nuova interpretazione in cui l’efficacia psicologica sarà superbamente integrata da mirabili espressioni estetiche. Come nei precedenti lavori ammireranno in lei l’acuto e sottile senso di assimilazione e la plastica meravigliosa. Anche questa volta, insomma, ho trovato nella Borelli un consenso spirituale che, per me, è la più bella e la più gradita forma di collaborazione. Gli altri interpreti ne faranno degna corona: sono tutti nomi notissimi nell’arte nostra: la Cassini, il Cacace, il Novelli, il Mastripietri, ecc.

L’ora è tarda. Carmine Gallone che deve dividere la sua attività fra i teatri della Cines ed il servizio militare, mi tende la mano per correre frettolosamente al Ministero della Guerra ove l’attendono alcune ore serali di lavoro burocratico. Come riposo, dopo le aspre fatiche del giorno, non c’è male!…

Ugo Ugoletti
(Il Tirso)