La doppia ferita – Milano Film 1915

Mistinguett
Mistinguett

Fino ad ora, quando in Cinematografia si è voluto creare qualche lavoro che uscisse dalla produzione di ogni giorno ed avesse pretensioni di spettacolo eccezionale, si è sempre ricorso per aiuto alla sceneggiatura.

Il copione è stato chiesto ad uno scrittore celebre, che, digiuno di Cinematografia, ha pensato un bel dramma, mosso da molte belle idee, non prive d’originalità, ma disgraziatamente però inadatto alla riproduzione cinematografica, perché troppo pieno di buone intenzioni artistiche e troppo vuoto in materia drammatica, che reggesse alla prova della rappresentazione plastica.

Qualche altra volta, invece, si è consultato un catalogo di casa editrice, e scelto il nome di un noto autore e di un bel lavoro. E i risultati sono stati gli stessi: il teatro, sempre inconciliabile col cinematografo, lo è rimasto anche allora; l’opera magnifica, che aveva sconvolto tanti pubblici e vinto tante battaglie, aveva lasciato freddi gli spettatori delle sale cinematografiche. A chi la colpa? Io credo unicamente al mondo del cinematografo, troppo ingombro di nullità e di parassiti, che, per lungo tempo, hanno letteralmente paralizzato il suo cammino verso una giusta espressione di progresso e di perfezione.

Come si sarebbe potuto chiedere qualcosa di eccezionale a chi poteva dare, e con qualche stento, il solo normale?

Fortunatamente, da due anni a questa parte, le cose sono molto cambiate. Gli stabilimenti cinematografici si sono decisi a chiudere le porte dietro l’incapacità di tutti gl’inetti, per riaprirle dinanzi alle speranze di tante limpide intelligenze e di nuove attività. Perciò oggi il cinematografo può permettersi il lusso di una sua produzione, direi quasi di una sua letteratura, può, in altre parole, iniziare una serie di lavori che siano stati ideati, tenendo conto di tutti i mezzi di rappresentazione, di cui esso dispone, mezzi numerosi quanto quelli che offre il teatro, dei quali del resto essi differiscono totalmente. Vero è che questa sua produzione è lenta. Per cento lavori se ne trovano dieci fatti con criteri tecnici ed artistici veramente buoni, e su questi dieci due soli riusciti, però è vero che questi due sono dei modelli che potranno molto insegnare e facilitare il compito ai retrogradi.

E un modello di lavoro veramente perfetto, sia sotto ogni rapporto artistico, letterario, che, e questo è il più importante, per l’industria commerciale, ci è parso riconoscere nella pellicola La doppia ferita, che, per gentile concessione del barone Airoldi, Direttore generale della Milano Film e del dottor Guido Artom — che con tanto successo si occupa della produzione artistica — ho potuto vedere giorni fa a Milano. Mi son divertito come alla lettura di un emozionante romanzo, di una fine novella, che alla rappresentazione di un sensazionale dramma o di una arguta commedia, son ridivenuto un poco fanciullo per lasciar sorprendere il mio spirito da un certo senso di ingenuo terrore, come quando da piccino leggevo i libri di Giulio Verne. Ho riso, ho sorriso, ho cessato di ridere e di sorridere e son divenuto serio ed attento, ho avuto paura per coloro che mi avevan fatto ridere e poi sorridere, ho respirato vedendoli al sicuro. Poi si è fatta la luce: la prima parte era terminata. Poi è ritornato il buio ed è cominciata la seconda e la terza e poi la quarta parte ed io sempre ho continuato attento a guardare le animazioni dello schermo, sempre più preso dalla curiosità di quello che sarebbe avvenuto e che avveniva, lasciandomi più avido, sempre più avido di conoscere il seguito, fino alla fine, fino alla luce della sala, fino al bianco inanimato dello schermo, fino ai complimenti all’interprete e al Direttore. Perché mi dimenticavo di dire che colei, che si era fatta seguire con gli occhi, con il cuore, con i nervi, con tutto l’essere sensibile teso in un desiderio vivissimo di conoscere, era Mistinguett, la celebre attrice francese, che tanto successo ha suscitato mesi fa per tutta l’Italia con la sua rivista C’est la mode, e l’ideatore e l’inscenatore di questo cinema-dramma è Augusto Genina, il più giovane, e, senza dubbio, uno dei più valenti direttori di scena che conti la Cinematografia italiana. Parlar di Mistinguett e della sua grande arte di attrice cinematografica credo sia cosa superflua: troppo essa è conosciuta e amata dal pubblico del cinematografo, per tutte le sue suggestive interpretazioni passate, perché si debba ora, con parole, sforzarsi di dare al lettore un’idea di ciò che già egli sa e ammira; dirò quindi solo come nella Doppia ferita Mistinguett abbia saputo completarsi e rinnovarsi, piegando il gioco della sua recitazione ad un sapiente e riuscitissimo studio di particolarizzazione del personaggio, che per ciò ha ricevuto da lei una fisionomia così completa, così reale, così umana da far pensare con rimpianto al teatro, ove l’interpretazione di una attrice vive più a lungo di un’ora di proiezione.

A giorni La doppia ferita affronterà il giudizio del pubblico nei principali cinematografi di tutte le città d’Italia e di tutto il mondo. Sarà un successo? — Non esito rispondere di sì. — Il lavoro ha troppi pregi di originalità, di movimento, d’interpretazione, è troppo stato studiato e foggiato sullo stampo dei gusti del pubblico per non piacere in modo superlativo.

E. Silvestri
(La Tribuna)

Assunta Spina 1915

Scena finale di Assunta Spina (Caesar Film 1915), al centro Francesca Bertini, penultimo a destra Alberto Collo.
Scena finale di Assunta Spina (Caesar Film 1915), al centro Francesca Bertini, penultimo a destra Alberto Collo.

Questo post è dedicato a laulilla, una signora torinese, interessata al cinema, alla cultura, ai libri.

Assunta Spina, questo nome di una donna del popolo è stato posto pochi anni fa dal più acclamato dei commediografi dialettali napoletani in fronte a un suo breve e impressionante dramma, che ha fatto il giro d’Italia tra successi incontrastati e sinceri.

L’azione cinematografica accresce il dramma del di Giacomo con un antefatto che gli può attagliare senza che si pensi a una delle solite appiccicature le quali deformano, nel mondo cinematografico, la composizione originale. È necessario che da un antefatto acconcio, il pubblico comprenda così chi sia la donna inquieta e sensibile che gli vien presentata nei suoi primi atti, come quel destino al quale ella va incontro e l’ambiente in cui esso si compie.

È uno scorcio di donna che si presenta e intrattiene rapidamente gli spettatori.

Assunta Spina è tutto istinto. La stranezza, l’inquietante irrazionalità dei suoi atti è spiegata dell’intensità del suo istinto, intensità misteriosa e difficile a sopportare. Oscura ed eccessiva — ecco il segreto — è la vitalità di Assunta Spina: in modo che ella agisce crucciosamente, quasi rivoltandosi con violenza e con rabbia a qualche ignota forza interiore che la costringe. È in questa figura un concentrato ed altero dolore, e si rivela dalla disperata asprezza dei suoi modi: ella è una di quelle creature di troppo e troppo chiusa passione, che pare abbia una eterna querela in pendenza con chi l’ha creata. Dovunque ella si presenta fa del vuoto attorno a sé, e impone delle sospensioni tragiche.

Va per la vita come un’anima perduta. È una zingara. È sempre lontana, distante, sfuggente, estranea a tutti. Riceve chi l’accosta con trascuratezza. Nei momenti più fieri stende le sue mani a respingere, si isola per straziarsi ancora meglio, con una certa voluttà. Non può gustare il dolce della fraternità e dell’amicizia, e non ha che una solo possibilità: l’amore.

L’amore è la sua risoluzione naturale e necessaria, è la sua nobiltà, la sua dignità, la sua ragion d’essere. Ella è una grande amoureuse, perché non può essere altro.

Ma per questa vorace consumatrice di passione non c’è avvenire. Ella si concede e non domanda nulla. Ma può dimenticare d’essersi donata.

Ma il male che fa non lo sa: ella non ha il senso del male. Ella non vede nulla: è cieca, e segue il suo istinto. E questa inconsapevolezza assoluta del male che porta con sé, questa sua fondamentale incoscienza spiega il sacrificio — degno di una creatura di Dostoevskij — col quale ella, infine, è portata a rivolgere contro sé sola le conseguenze materiali dei suoi atti.

Sfregiata da un colpo di rasoio dall’amante geloso, Assunta Spina va in tribunale a dire che non è stato lui. Ha un’altro amante, ma non sa sopportarlo. Ha dei capricci, ma non sono durevoli. Pare che trascini, ed è trascinata invece lei stessa.

E quando viene, finalmente, il momento del sacrificio Assunta Spina non ha bisogno di mutare anima. È sempre lei. Ed ha ancora necessità di perdersi tutta, e di perdersi in un atto estremo.

Chi è stato che ha ucciso? È stata lei? E, in fondo, la responsabile è lei. Ma non per questo, non per andare incontro all’espiazione ragionatamente — il che sarebbe falso, o sarebbe vanità dell’espiazione — ella si accusa. La giustizia si compie nei suoi atti rimanendo celata alla sua coscienza. Ella non ha che da seguitare a vivere. Viene il giorno in cui quel medesimo istinto che le ha tanto rosa e divorata l’anima, la trasporta d’un colpo alla sublimità. Il male è assolto, il bene porta lo stesso spirito del male; ma ora tutto è compiuto e scordato.

La vita deve amare le sue riserve di santità in queste creature di perdizione.

La Caesar Film ha affidato ad un’attrice la cui bellezza fisica non è scompagnata dal raro pregio della suggestiva e impressionante nobiltà d’una fisionomia espressiva, la parte principale di questo rapido dramma d’un’anima lacerata. Francesca Bertini lo incarna principalmente: la sua figura, ora dolorosa, ora pensosa, or crudele, or tenera, vi passa lasciandovi le stimmate della sua tragicità. E questa figura di popolana napolitana s’agita nei caratteristici ambienti della più passionale e più folta città del mezzogiorno d’Italia, la città dei canti e dell’amore, della violenza e della bontà — cornice naturale e suggestiva — con le sue piazze e le sue stradicciuole, con la sua folla palpitante, col suo costume, col suo sole abbagliante, o con la poetica tristezza delle sue giornate senza sole, a un quadro che esprime, di qualcuno che vi trascina la sua vita palpitante, le speranze, l’amore, il dolore e il sacrificio…

(testo anonimo pubblicato nella brochure originale del film)

 

Notizie varie maggio 1915 (II)

Roma, 16 maggio. Il Re, dopo aver invitato successivamente gli on. Giolitti, Marcora e Boselli a costituire il nuovo gabinetto, decide di non accettare le dimissioni del ministero Salandra.

Il conte Baldassarre Negroni, scioltosi dalla Milano Film farà per conto proprio in Roma. Avrà con lui Hesperia. Pare che la nuova Casa s’intitolerà Negroni-Film.

Torino, 17 maggio. La Camera del Lavoro proclama lo sciopero generale per protesta contro la guerra. La giornata passa fra i tumulti, con un morto e parecchi feriti. Alla sera l’autorità militare assume la tutela dell’ordine.

Movimento artistico. Robinet è uscito dall’Ambrosio. Umberto Mozzato è passato alla Savoia Film. Alfonso Cassini dell’Etna Films alla Cines.

20 maggio. Alla Camera dei Deputati il Presidente del Consiglio riassume la storia delle trattative con l’Austria e presenta il disegno di legge che conferisce al Governo pieni poteri in caso di guerra.

Quanto prima si inaugurerà a Torino il cinema Odeon della Ditta Vittorio Ghersi.

21 maggio. Il Senato vota i pieni poteri al Governo alla unanimità per appello nominale, con 281 votanti. Al Friuli l’autorità militare austriaca respinge al confine i sacchi della posta italiana, rimuove le rotaie e toglie le comunicazioni telegrafiche e ferroviarie. A Trieste è proclamata la legge stataria; si ordinano la consegna delle armi, la chiusura dei pubblici esercizi all’Ave Maria, il divieto di uscire o entrare in città senza un permesso della polizia.

22 maggio. Il Re firma il decreto di mobilitazione generale dell’esercito e della marina e la requisizione dei quadrupedi e dei veicoli. La mobilitazione concluderà il 23. Il servizio ferroviario continuerà regolarmente. Si aprono gli arruolamenti volontari per la durata della guerra in tutti i corpi del R. Esercito.

23 maggio. Dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria. Lo stato di guerra comincerà lunedì 24 maggio. Il generale Cadorna col suo Stato Maggiore parte per il Quartier generale. E’ dichiarato lo stato di guerra nelle provincie di Sondrio, Brescia, Verona, Belluno, Udine, Venezia, Treviso, Padova, Vicenza, Mantova e Ferrara e nelle isole e comuni costieri dell’Adriatico. Decreti reali che stabiliscono le disposizioni speciali per il mantenimento dell’ordine pubblico, la censura delle lettere, la sospensione temporanea dei pacchi postali, la facoltà di sospendere, modificare o limitare i servizi telegrafici e telefonici. È pure stabilita la censura preventiva delle pubblicazioni periodiche.

24 maggio. Le truppe italiane si avanzano verso il confine, occupando Caporetto, alture tra l’Judrio e l’Isonzo, Cormons, Versa, Cervignano e Terza. Piccole unità navali austriache con aeroplani, cannoneggiano Porto Corsini, Ancona e Barletta. Aeroplani austriaci lanciano bombe su Venezia.

La Bonnard Film ha sospeso la propria produzione, causa il richiamo sotto le armi del dott. Mazzolotti e di Mario Bonnard.

25 maggio. Il Governo vieta ogni traffico di esportazione, importazione e transito con la Monarchia austro-ungarica. La Giuria internazionale dell’Esposizione di San Francisco in California, conferisce l’unico Gran Premio al Padiglione Italiano, opera dell’arch. Marcello Piacentini. Nuove zone di guerra: Bologna, Ravenna e Forlì.

Si è costituita a Torino l’Unione degli Scrittori Cinematografici sotto gli auspici della Società Italiana degli Autori.

26 maggio. A cagione del grande ingombro di telegrammi riguardanti la mobilitazione è sospesa per 24 ore la trasmissione di telegrammi privati. Il Governo proclama il blocco dell’Adriatico.

27 maggio. L’Osservatore Romano pubblica una lettera del Papa al decano del Sacro Collegio nella quale il Sommo Pontefice deplora gli orrori della guerra, condanna i mezzi di offesa contrari alle leggi della umanità ed al diritto internazionale, che si usano in terra e in mare, si duole che il terribile incendio si sia esteso alla “diletta Italia” e annunzia di aver fornito di amplissime facoltà spirituali i cappellani militari. È autorizzata la emissione di 300 milioni in biglietti dello Stato.

28 maggio. Gli stabilimenti e i depositi dell’amministrazione dello Stato, come pure le fabbriche e i depositi di prodotti esplodenti o infiammabili sono posti sotto la vigilanza delle autorità militari. Il presidente del Consiglio dirige ai senatori a ai deputati una lettera nella quale invoca una “leva in massa” della beneficenza nazionale a favore delle famiglie dei soldati.

È morto sul campo dell’onore ad Éparges un membro del Pathé Journal, M. Robert André, appena ventenne.