Tre dive del cinema d’altri tempi

Leda Gys
Leda Gys

— Voi, laggiù in fondo, muovetevi, parlate, fingete di bere il tè, non mi state come quattro salami.

Uno di quei salami ero io; salame in frak, comparsa o cachet alla Celio Film di Roma. Chi mi aveva regalato quel suinico appellativo era il conte Negroni, che già in quell’epoca (1914) era uno dei più quotati metteurs-en-scène, ovvero registi, del cinema italiano ancora muto.

Gli altri miei compagni, uno era un cameriere di caffè disoccupato, gli altri due avevano indosso delle marsine certamente prese in affitto o comperate in Ghetto. Io fra loro sfolgoravo di eleganza con l’impeccabile camicia di Morziello ed un frak di Mortari. Il vigile sguardo di Negroni mi aveva notato come una stonatura in quel quartetto, tanto che finito di girare la scena, mi chiamò:

— Tu ! si tu, vieni un po’ qui. Chi sei ?

— Mah ! — feci io sorridendo — sono un cachet.

— E quando non fai il cachet che cosa sei ?

— Niente… almeno in questi giorni.

— Ma prima di questi giorni che facevi ?

— Ero il primo attor giovane della Compagnia Stabile del Teatro Argentina.

— Ah già ! adesso la riconosco (il tu era diventato lei) non faceva Giannetto nella Cena delle beffe, domenica scorsa ?

— Infatti…

— E mercoledi non era Armando nella Signora dalle camelie ?

— Proprio così.

— E adesso ?

— Adesso cachet. Vorrei fare del cinema ma cominciando dalla gavetta come ho fatto in arte drammatica.

— Bravo, è un’ottima idea. Adesso andiamo a mangiare, vuol sedersi alla nostra tavola ?

— Con molto piacere, grazie.

Nel piccolo ristorante dello Stabilimento, fui presentato a Francesca Bertini. Vicino a lei siedeva suo padre, poi il primo attore Benetti, un magnifico giovanotto con sua moglie, uno splendore di bionda (Olga Benetti n.d.c.), Alberto Collo ed un giovane alto, magro, brutto, tipo del nevrastenico classico, ma simpatico, con una fisionomia espressiva ma irrequieta. Occhi vivacissimi un poco chiari, che sembrava parlassero guardando. Era Emilio Ghione, già regista, allievo di Negroni, ma non ancora celebre nel personaggio di Za la Mort da lui creato in seguito.

Tanto Ghione che la Bertini mi impressionarono vivamente. Questa prim’attrice era già avviata verso la più brillante carriera; i suoi film si cominciavano a vendere in quasi tutta Europa a « scatola chiusa » e cioè i films con lei protagonista eran venduti prim’ancora di esser visionati.

Mangiando e conversando l’osservavo con attenzione. Indiscutibilmente bella, più bella di quanto non apparisse sullo schermo, fresca, vivace, pallida, occhi e capelli nerissimi. Un bell’ovale nel viso in cui traspariva un fascino immediato, strano e seducente. La sua conversazione era piacevole, spesso ricca di umorismo. La voce un po’ velata e con una pronuncia marcatamente meridionale. Nata a Napoli, Elena Vitiello nello stato civile, (nata a Firenze il 5 gennaio 1892 n.d.c.) aveva dei napoletani la facilità d’espressione, il brio dell’arguzia, la sensibilità più fine ed una calda passionalità.

Il successo fantastico che riportava sul pubblico, era a mio parere giustificatissimo anche perchè aveva intelligenza, intuito ed un vero temperamento da attrice drammatica tale da commovere ed entusiasmare le folle.

Per alcune settimane, su invito dello stesso Negroni, frequentavo la Celio Film; e lavorassi o no, mi intrattenevo la giornata intera in quei forni crematori che d’estate erano i capannoni di vetro, detti teatri di posa. Mi fu affidata qualche parte di generico, poi il regista mi procurò una scrittura come primo attore presso la Volsca Film di Velletri e vi restai tre mesi.

Tornato a Roma mio primo pensiero fu quello di farmi rivedere nella Casa che mi aveva dato il battesimo cinematografico. Mi recai infatti in Via SS. Giovanni e Paolo, ma la Celio aveva traslocato nell’interno del Giardino Zoologico dove aveva fatto costruire un magnifico stabilimento. Anche qui trovai delle novità: Negroni era partito per Torino (per Milano n.d.c.) ed era stato sostituito dal pittore Maurizio Rava, persona affabile, cortese che mi accolse con grande benevolenza e mi assunse qualche giorno dopo quale suo aiuto.
Per prima attrice, sempre Francesca Bertini i cui successi si eran propagati anche nelle due Americhe. Direttore generale artistico era il Prof. Alberto Blanc divenuto poi, come è ben noto, una celebrità internazionale nel campo dell’Anatomia comparata.

Poi gli avvenimenti precipitano: anche l’Italia prende parte alla prima guerra mondiale. Incertezza ed ansietà in tutti gli stabilimenti cinematografici e non cinematografici soltanto, quindi una calma relativa ed il lavoro cautamente, lentamente riprende.
Francesca Bertini, vera miniera d’oro nei mercati del film passa alla Tiber di proprietà dell’Avv. Mecheri (in realtà alla Caesar Film di Barattolo n.d.c.) con uno stipendio centuplicato, perchè i suoi lavori si vendono a prezzi favolosi ed essa riceve centinaia di lettere d’ammirazione al giorno da tutte le parti del mondo. Ne ho visto io con i miei occhi un magazzino pieno presso la Tiber: una montagna di diecine di quintali di carta ahimè destinata al macero.

Ma al posto della diva perduta un’altra ne sorge, una nuova stella vien fabbricata nella gloriosa fucina della Celio: Maria Jacobini. Bella ma non bellissima, fine, aristocratica, bruna, occhi magnifici ed espressivi, eleganza di gran classe. Si afferma e s’impone in breve tempo su tutti i mercati. Il suo regista è Rava ma per poco, che richiamato alle armi parte per il fronte come capitano degli alpini. Lo sostituisce un altro pittore: Folchi. Io intanto disimpegno il ruolo di attore, l’incarico di aiuto-regista, scrittore di soggetti e sceneggiatore. Un bel giorno poi fui chiamato alla Cines dal direttore generale Barone Fassini che mi dice:

— Ho avuto sue informazioni dall’amico Blanc. È ora che lei inizi la sua carriera di metteur-en-scène. Contento ?

— Ne sarei contentissimo — risposi molto emozionato — se avessi la sicurezza di cavarmela.

— Se la caverà; abbia fiducia in sé stesso e lavori tranquillo. Le manderò una nuova attrice, giovanissima; ha fatto qui alla Cines qualche parte di nessun conto, ma ho l’impressione che potrà far molto specie nel genere comico-sentimentale (che fiuto quel Fassini !). Le scriva un soggetto allegro e brillante e se di questa giovinetta ne potrà fare un’attrice glie ne sarò grato.

La mattina dopo la piccola artista accompagnata da sua madre, venne a presentarsi nel mio ufficio. La osservai con vivo interesse e ne rimasi incantato. Un personale che faceva immaginare, come direbbe Dekobra, una superba anatomia, un viso dall’ovale perfetto illuminato da occhi grandi, neri e brillanti. Una ricca capigliatura crespa e corvina incorniciava il suo volto pallido degno di servir di modello ad un Carlo Dolci.

La sua espressione era da timida monachella, ma la vivacità dei suoi sguardi la tradivano palesemente. Cosa c’era sotto quella finta apparenza da educandina ?

Lo compresi con facilità qualche giorno dopo. Mi disse che per il cinema si sarebbe chiamata Leda Gys, anagramma del suo nome, Giselda.

Giselda era un tal demonietto scatenato che la mamma non poteva abbandonarla un attimo per timore che scapicollasse in qualche brutto modo. Buona certo, dolcissima pure, ma che piccolo uragano, che deliziosa tempesta !

Fu lei a darmi l’idea e il titolo del film e quasi tutte le trovate comiche inserite nella sceneggiatura erano da lei ideate. Il film che sortì con il titolo Leda innamorata ebbe un successo così strepitoso, che gli esercenti dei cinema, i noleggiatori e gli acquirenti per l’estero corsero ad accaparrarsi la produzione successiva.

Ma poi come tutti, come sempre, anch’essa abbandonò il suo nido e fu scritturata a Napoli da un grande industriale del cinema che dopo averle fatto girare parecchi films, anche drammatici, un bel giorno le proibì in modo assoluto di continuare. Era diventata sua moglie.

Ed ora qualche considerazione. Le prime attrici di quell’epoca che sembra tanto lontana e che invece si può dire sia di ieri, eran modeste, vestite come buone borghesi, si recavano in stabilimento in tram, raramente in taxi. Tanto nel teatro di posa quanto nelle fotografie reclamistiche non mostravano che… quanto poteva esibire la più onesta e riservata delle signore. Il loro tenore di vita era assai semplice e guadagnavano (salvo eccezioni rarissime come la Bertini) poco più e talvolta ancora meno delle attrici di prosa. Eppure eran brave, belle, intelligenti, ricercatissime in tutti i mercati cinematografici del mondo.

Quanto poi asseriscono alcuni inesperti e giovanissimi cineasti che i film italiani giravano il mondo perché non c’era altro, è assolutamente falso. Esistevano già in quegli anni delle Case straniere di grandissima e meritata fama i cui lavori erano proiettati in Italia con grande successo. Tra le più famose, ricordo la Gaumont e la Pathé francesi, la Nordisk danese, la Vitagraph americana, ecc. ecc. Ed allora ?

Allora vuol dire che la maggioranza dei cineasti di quel tempo, come direbbe un romano, ce sapevano fa !

Ivo Illuminati

Ivo Illuminati (Ripatransone, Ascoli Piceno 1882, Roma 1963) ha scritto numerosi articoli dedicati allo spettacolo su quotidiani e periodici. Laureato in legge, ma appassionato di recitazione, inizia a lavorare come attore drammatico nel 1904 e forma parte di alcune delle Compagnie Drammatiche più importanti dell’epoca: Gramatica-Ruggeri, Calabresi-Severi, Galli-Guasti-Ciarli, Stabile Romana, e molte altre. Abbandona il teatro per il cinema intorno al 1914 e fu per qualche tempo collaboratore di Nino Oxilia, ma divenne presto sceneggiatore e direttore artistico. Dal 1914 al 1922, diresse più di quaranta film, quasi tutti su propria sceneggiatura. Capo del servizio tecnico dell’Istituto Luce, dal 1928 al 1933, collabora alla sceneggiatura di due film interpretati da Angelo Musco: L’aria del continente e Fiat voluntas Dei. Nel 1938, lavora come assistente alla regia nel film Giuseppe Verdi, e nel 1942 dirige, in collaborazione con Hans Hinrich, il suo unico film sonoro: Il vetturale di San Gottardo. Dal 1947 al 1950, insegna recitazione, dizione e tecnica cinematografica all’Accademia dei Filodrammatici di Milano.

Si gira a Pisa e dintorni La Gorgona di Sem Benelli

La Gorgona (Ambrosio 1914)
La Gorgona (Ambrosio 1914)

Settembre 1914. Pisa è destata dal suo sonno quasi millenario per cimentare i suoi figli in quelle imprese che la resero un tempo potente e gloriosa. E l’esercito fiorentino mandato da Marcello Fiquinaldo, è presso lungo l’Arno e si è accampato presso Castagnolo, in Coltano, per proteggere e difendere la città mentre il popolo pisano sarà lungi, sulle agili galee, onde conquistare le isole Baleari e liberare il mare latino dalle scorrerie dei pirati.

In pieno secolo ventesimo, mentre milioni di uomini in un formidabile e terribile cozzo si distruggono a vicenda, arrossando di sangue il corso dei fiumi, facendo dalle più insigni opere d’arte dei cumuli fumanti di macerie, coprendo il suolo di una immane distesa di cadaveri, noi riviviamo un attimo di storia di altri tempi, quando la civiltà, l’umanità, il progresso non avevano raggiunto quella raffinata crudeltà che oggi ci fa tremare di sgomento e di terrore. Dobbiamo essere grati di questo spettacolo, nuovo e infinitamente interessante, alla Casa Ambrosio di Torino, che nella riduzione del poema eroico di Sem Benelli, La Gorgona, per il teatro cinematografico, ha prescelto Pisa ed i suoi dintorni come campo aperto per la ricostruzione fedele degli episodi più belli del forte lavoro del poeta toscano.

Mille persone, fra marinai, cavalieri, frombolieri, vessilliferi, nobili pisani, scopini, donne e vecchi del popolo lavorano da alcuni giorni sotto la direzione del signor Mario Caserini, a dare vita a questa grandiosa cinematografia che è destinata, per la sua ricchezza a prendere il primo posto fra le grandi pellicole storiche che sono state in questi ultimi anni lanciate sul mercato cinematografico.

A Castagnolo, per due giorni di seguito, sono state fatte numerose scene di una intensa drammaticità, alle quali hanno preso parte i principali artisti che sono stati espressamente scritturati per questa cinematografia: la signora Maddalena Celiat, una attrice francese bruna, bella, intelligente che sostituisce degnamente Tina di Lorenzo; Cesare Zocchi; il Ninchi, interprete dei più valorosi lavori del Benelli; il Fossadio ed altri. A Castagnolo era stato ricostruito il campo dei fiorentini fra gl’intercolunni alti dei pini: cosicché le scene, nello sfondo meraviglioso della natura, appariranno sulla cinematografia, meravigliose.

L’altro ieri, sulle mura pisane e nell’interno del Cimitero Monumentale, altre scene furono eseguite dagli artisti. E finalmente, ieri mattina, dinanzi ad una folla enorme, che le guardie ed i carabinieri non trattenevano, fu fatta la scena della benedizione dell’arcivescovo di Pisa alle truppe partenti. Dalle tre porte centrali della Cattedrale, in solenne corteo, mentre il popolo… dell’epoca nel suo pittoresco costume gremiva la piazza ed i cavalieri mal trattenevano i numerosi cavalli scalpitanti, uscì il corteo imponente. Prima i frombolieri, poi i soldati, dopo i trombettieri, gli anziani, i nobili. Quindi sotto il baldacchino l’arcivescovo col corteggio religioso, infine la Gorgona e le vergini. Per ultimo il popolo, coi vessilliferi delle due città: Pisa e Firenze. La scena fu ripetuta tre volte e vivamente applaudita dal pubblico che vi assisteva.

Domani gli artisti e le masse riposeranno.

Mercoledì, fra i Bufalotti e Marina di Pisa, si svolgeranno gli ultimi quadri. E saranno bellissimi. Il primo da farsi è questo: la partenza delle galee pisane per le Baleari, con la benedizione alle ciurme. Il secondo: il ritorno dei pisani vincitori dalle Baleari. Per queste due scene sono state fatte a Pisa delle galee numerose.

Ai primi di ottobre La Gorgona sarà pronta e lanciata sui mercati di tutto il mondo a fare rivivere l’antica gloria di Pisa.
(Il Telegrafo, Livorno)

La Gorgona (Ambrosio 1914)
La Gorgona (Ambrosio 1914)

Italia, agosto 1914 – In margine alla guerra

Impressioni “dal vero” senza macchina da presa.

In treno.

Che viaggio! Emigranti a migliaia, cacciati sui treni, in prima, in seconda, in terza classe; nei carri bestiame, loro, i loro bimbi, i fagotti, la miseria e il dolore. Non lo dimenticherò più vivessi cent’anni, e, per quanto doloroso, pure, per un certo lato, benedico di aver visto da vicino la terribile ripercussione della guerra in paese neutrale. È un’esperienza di più che libera l’anima da tante storie e ubbie e tormenti fittizi. La vista di così immani dolori ci scuote dal torbido egoismo, lo brucia, ci arroventa il pensiero grigio e ci mostra la verità al bagliore sinistro ma possente della guerra, non nostra, ma di uomini che ci sono fratelli…, come noi figli di questa paurosa umanità dolorante e indomita.

Si è viaggiato in piedi per 24 ore, perché i bimbi erano tanti che i posti erano devoluti a quella povera infanzia dormente. Bimbi di dieci, di quindici, di venti giorni… e quelle povere madri sfinite! La bontà, la pazienza dei ferrovieri è enorme; portano bimbi, aiutano pei bagagli, calmano l’egoista borghese che si lagna del puzzo, si moltiplicano insomma, pazienti e instancabili. A Milano la stazione era un dormitorio, paglia a terra e sopra alla rinfusa, più di quattromila persone vi dormivano! Gente che dopo quindici giorni avevano finalmente mangiato una minestra entrando in Italia. Impossibile dire l’opera dei preti bonomelliani. Egli, il grande, è morto, ma rivive nell’anima de’ suoi figli, nell’adempimento pratico del suo ideale. Vederli questi preti dar da mangiare, attaccarsi coi capi stazione, pregare  i passeggeri di cedere i loro posti ai bimbi, far collette ad ogni treno, portare in collo i bimbi malati, coprire coi loro mantelli i freddolosi, accompagnarli in viaggio, rincuorare, abbassare chi ha la viltà di maltrattare questa gente. Meravigliosi!

Ma solo di viva voce si possono raccontare certe scene indimenticabili. Preoccupazioni personali, dolori nostri, come tutto ci appare insignificante di fronte a questi spettacoli. Povera gente! E prima di scendere al loro paese tiravano fuori l’ultimo grembiale pulito, tenuto per questo, e ne vestivano i bimbi per non dare lo spettacolo completo della miseria. Arrivare puliti a casa loro! La Francia li ha trattati bene, ha dato loro da mangiare prima di partire, non così fu sempre. In certi paesi furono messi in treno alla frontiera e per raggiungere il confine dovettero fare fin dodici ore di marcia!

Basta, è una cosa orribile nella forte realtà, senza frasi e senza retorica.

Donna Maria
(La Donna, Torino 5 settembre 1914)

Non mi risulta che gli operatori italiani abbiano documento questo primo esodo degli italiani, forse mi sbaglio. Fatemi sapere.

Link: Le prime pagine del Corriere della Sera, agosto 1914