Le Mal (la concurrence)

Le Courrier Cinématographique 3 janvier 1914

La semaine du Nouvel An, par suite des écarts de temperature que nous subissons à Paris depuis une dizaine de jours, est extrêmement mauvaise pour les salles de spectacle cinématographique. Les recettes baissent partout irrésistiblement, et les Directeurs altérés ne savent plus à quel saint se vouer.

En effet, aucune salle n’échappe à la loi générale dictée par le baromètre. Et tel beau parleur, qui prétendait , il y a quelques semaines à peine, réaliser de mirifiques recettes et des bénéfices considérables, se demande aujourd’hui, non sans inquiétude, comment il réglera sa facture de location, si cela continue.

En effet, rien ne semble produire d’impression sur la foule. Les premières semaines passent inaperçues; les exclusivités coûteuses n’ont pas plus de bonheur.

Les grands Boulevards, promenoir du monde entier, aujourd’hui balayés par la neige et le froid, sont déserts; les rues les plus fréquentées de Paris ne comptent que de rares passants qui fuient d’un pas pressé pour regagner le logis. Et le miroitement électrique des façades de Cinémas ne leur fait plus tourner la tête.

L’observatoire, heureusement, nous annonce un changement de temperature et tout rentrera bientôt dans l’ordre normal des choses. Toutefois, on a pu remarquer l’inanité de certaines manœuvres devant l’inclémence du temps. Et le fait d’avoir manqué la recette pendant une quinzaine a déséquilibré bon nombre d’exploitations que je connais, et qui, il y a quelques semaines à peine, se livraient sur leurs concurrents à une surenchère aussi folle que ruineuse.

Il est probable que beaucoup d’Exploitants sont revenus à de meilleurs sentiments  et à une plus juste appréciation des affaires commerciales. Si cette douche glacée, qui vient de leur choir sur la tête, pouvait provoquer une telle transformation, elle leur aurait rendu un signalé service à tous.

Le mal dont on se plaint est imputable, à n’en point douter, aux Exploitants. Les hausses de tarifs dont ils meurent sont également créées par lui-même, parce qu’il suit une mauvaise orientation générale.

En effet, dès qu’un film quelconque est signalé, on ne sait pourquoi tous les Exploitants, comme un seul homme, se précipitent dessus, alors que la même semaine, beaucoup d’autres films seraient autant dignes d’attirer leur attention.

Non! Un tel a commandé tel film, il le faut à tel autre et a tel autre encore. Les Loueurs achètent un grand nombre de copies, haussent les tarifs pour faire tout de même une sélection, et tout Paris affiche en même temps la même vedette. La clientèle vient, se répartit entre tous les cinémas et attend la semaine suivante pour revenir.

Si, au contraire, nos amis mettaient toute leur ambition à passer un programme différent de celui du voisin d’en face, d’à-côte ou de plus loin, les amateurs de cinémas iraient d’un établissement dans l’autre et chacun en ferait son profit:

1° En réalisant un moyenne de recette à peu près constante;
2° En payant des tarifs rémunérateurs;
3° En évitant une concurrence directe qui amène avec elle mille obligations coûteuses.

D’autre part, les achats des Loueurs se répartiraient sur toutes les marques. Ils loueraient leurs films et les amortiraient plus aisément, puisqu’ils fourniraient aux exploitants des pièces différentes.

Les Editeurs auraient une vente plus stable; les Loueurs pourraient se constituer une clientèle moins fugace et le public, lui-même, en trouvant un aliment à sa curiosité, viendrait plus fréquemment au Cinéma.

En un mot, tout le monde y trouverait son compte et nous en aurions fini avec toutes ces chicanes qui désolent et amoindrissent notre corporation.

Puisque nous entrons dans une ère nouvelle, secouons donc à son seuil, avec la poussière du chemin, les erreurs et les abus du passé, et repartons sur des bases plus équitables, plus fermes, et plus commerciales.

Tels sont les souhaits que le Courrier formule aujourd’hui, à l’aurore de l’an 1914.

Charles Le Fraper
(Le Courrier Cinématographique, Paris 3 Janvier 1914 – archivio in penombra)

 

Ermete Novelli

Ermete Novelli Foglietti sparsi narranti la mia vita

Roma, ottobre 1914. È un bel tramonto: i colli Albani sembrano immersi in una nube di viola e d’oro. Non so, tutto mi sembra più bello questa sera, nella mia casa fasciata di silenzio e di ombre verdi. Forse perché parto domani. Tutte le volte che lascio una delle mie case, mi par di lasciarvi un po’ della mia vita sfiorente. Oggi sono anche più malinconico. Sono venuti a trovarmi molti amici — ho molti amici in Roma — e tutti mi hanno domandato se sia vero ch’io abbandono le scene per sempre. In fondo, questa meraviglia e questo dolore accarezzavano il mio piccolo orgoglio di uomo e di artista. Mi vogliono bene, non vorrebbero che io me ne andassi… Tuttavia, come si fa? gli anni passano. Mi sento proprio stanco, stanco. Di che? Della mia Arte? No davvero. L’adoro sempre come quando avevo vent’anni.
(…)
Un trillo di campanello. Una visita? Sicuro.
La mia bimba mi annuncia la visitatrice: è Lyda Borelli. Arriva tra un fruscìo di veli e una nube di profumo. È pallida, stanca, i grandi occhi languidi hanno palpiti di farfalla moribonda. Mi tende la mano come se mi offrisse un pegno di bellezza e di grazia. Ma è tanto stanca. Siede, con un sospiro. La bimba le ficca gli occhi curiosi addosso: trema di ammirazione e di gioia. L’ha sempre vista da lontano, Lyda Borelli, e nel suo piccolo cervello se ne è fatta un’idea vaga d’una meraviglia che non corrisponde, forse, alla esatta realtà materiale… Ma infine, è lei, è Lyda, la bellissima, con i capelli un po’ sciolti intorno alle tempie, la bocca simile a una ferita, la gola bianca, immensamente bianca nella cornice di seta oscura dell’abito.
— Sono stanca, sì — dice soavemente Lyda, guardandosi un dito — una gita in automobile disgraziata… sapete… la cinematografia!… Oh! Dio, che afflizione! Abbiamo corso per le colline, come pazzi… poi ci è scoppiata una gomma… poi una panne di motore.. una giornata faticosissima! tutto per niente. Forse per meno di cinquantamila lire!… ma! ormai sono impegnata.
La conversazione prima si aggira su la cinematografia, poi su le automobili, su la temperatura, su la guerra europea. In ultimo, prima di alzarsi, Lyda mi dice:
— A proposito. Come andremo nella vostra compagnia? Io studio… Voi sarete il Direttore… Io sarò la vostra prima donna… Ma pensate! quanta fatica dovrò superare!… A rivederci!…
Se n’è andata, col solito fruscìo, nella solita nube di profumo. La sua automobile si è perduta nell’ombra del viale, mentre in alto le prime stelle vacillavano, come se l’acuta tramontana che imbianca le strade passasse su di loro e le facesse vibrare dal freddo…
Ermete Novelli

Quattro o cinque anni fa, per puro caso, ho ritrovato una copia di Foglietti sparsi narranti la mia vita di Ermete Novelli, raccolti dal figlio Enrico, in arte Yambo. Avevo già in biblioteca una copia acquistata molti anni prima, ma in omaggio a un ex-libris di Amerigo Manzini in seconda di copertina, ho acquistato anche questo esemplare.

Nel volume, la vita di questo grande personaggio del palcoscenico è raccontata dal protagonista con molta semplicità e “sense of humour”:

« Il mio ritratto esteriore eccolo qui sopra. Mamma natura non mi è stata prodiga di favori, ma pensando che poteva essere anche più avara mi contento e tiro via! Oh!… in quanto all’interno, bisogna convenire che la medaglia ha un miglior rovescio. Di carattere, mite e buono… perfino anche tre volte! Cuore tenerissimo, tranne quando s’avvede che lo si tradisce… in allora ha dei battiti da belva!… Ingegno pronto, scusate la modestia, spirito minuziosamente osservatore; memoria prodigiosa, facilissima nell’apprendere, quanto pronta a dimenticare… specialmente le cattiverie altrui. Nervoso e sospettoso come un gatto, affezionato come un… cane. (…) Quattro grandi passioni, dopo la grandissima per la mia famiglia: la Patria, l’Arte, le anticaglie… e le forbici, con le quali mi taglio i capelli da me! »

Novelli era nato a Lucca nel 1851, figlio di un nobile, Alessandro, diseredato dalla famiglia per essersi rifiutato di vestire l’abito talare e ridotto per vivere, a far da suggeritore in alcune compagnie drammatiche. Al figlio aveva imposto, come si dice, un secondo nome di battesimo: Pubblico, e mai nome fu forse più appropriato di questo.

Ermete Novelli aveva in sé, con quelle dell’attore, tante altre esperienze di teatro: era stato macchinista, truccatore e fabbricante di parrucche, quando anche le parrucche contribuivano a consacrare alla storia gli attori. E chi meglio di lui poteva pettinarle e arruffarle. Era stato quello il periodo più singolare della sua vita, aveva imparato, da solo, il segreto delle più suggestive e clamorose acconciature del crine e della stoppa.

Versatile fino al punto da diventare caratterista ed assumere a trentatré anni il “capocomicato”, iniziando così la sua grande avventura. Avventura non tanto perché la fortuna  gli fosse avversa, che anzi lo favorì presto di onori e ricchezze, ma perché, sia pure attraverso le alterne vicende che lo accompagnarono, in patria e per il mondo, la sua compagnia e le sue fatiche, Novelli ebbe sempre dentro di sé il lievito, il desiderio e l’aspirazione di un superamento. La sua grande ambizione fu quella Casa di Goldoni, da lui voluta, per rammentare agli italiani che « quel nostro padre della commedia è morto senza tetto e senza pane, ed è giusto che un tetto lo abbia… almeno dopo morto ». Inaugurata il primo novembre 1900 al Teatro Valle di Roma, la Casa di Goldoni, che avrebbe dovuto essere in Italia l’equivalente di quella fondata a Parigi in ricordo di Molière, dopo aver consumato in tre anni quasi interamente il cospicuo patrimonio di Novelli, chiuse le sue porte e costrinse l’attore, forse stanco, certo disilluso, a riprendere il suo giro per il mondo, come ricorda il figlio Enrico:

« L’iniziativa nobilissima del mio povero Babbo non trovò fortuna presso gli aristarchi della critica e presso il pubblico che non ama i tentativi d’arte troppo prolungati. Forse Ermete Novelli ebbe il torto di non dispensare subito attribuzioni e titoli onorifici alla folla degli uomini illustri che avevano accolto la sua impresa con smodate manifestazioni di plauso. (…) Andò in Oriente, fece un lungo giro nei Balcani, tornò a Parigi, nel Belgio, in Germania, in Austria. La fortuna e i grandi successi arrisero di bel nuovo al magnifico attore che aveva conosciuto i vertici della gloria. Ma nei suoi viaggi, nelle sue peregrinazioni attraverso l’Europa e fin nelle remote regioni del centro America, egli non sapeva allontanare da sé la visione nostalgica del suo bel teatro di Roma, del suo Valle, della sua povera Casa di Goldoni! »

Nel gennaio del 1919, Ermete Novelli, trasportato a Napoli agonizzante da Benevento, moriva nella sua casa di via Chiaia 156, accanto al Teatro Sannazaro. Qualche mese dopo la sua morte, in una Galleria di via dei Mille, furono venduti all’asta i suoi  mobili, i suoi quadri, le sue collezioni “goldoniane”, i suoi tanti oggetti d’arte: ultimi di quelli che avevano sfarzosamente arredato la casa di Venezia e il villino “Olga” di Rimini, chiamato così in omaggio alla seconda moglie Olga Giannini.

Di Ermete Novelli al “cinematografo” nel prossimo post… 

Scuola d’Eroi – Cines 1914

Pina Menichelli e Carlo Cattaneo in Scuola d'Eroi (1914)
Pina Menichelli e Carlo Cattaneo in Scuola d’Eroi (1914)

Grandiosa azione napoleonica in 4 parti e un prologo m. 2230.
Messa in scena di Enrico Guazzoni.

Il capitano Larive (Achille Majeroni) riceve l’ordine di raggiungere la sua compagnia in Corsica per combattere gl’isolani insorti, lasciando i figliuoli Carlo e Rina e la moglie, che decide di andarsi a stabilire presso una zia. La piccola famiglia, indifesa, intraprende il viaggio in diligenza, ignara della triste sorte che le era riservata.

La reazione all’89 era nel suo pieno vigore e specialmente la Vandea era più che mai infestata dalla guerra civile. La diligenza viene assalita e la povera madame Larive è uccisa dallo spavento, mentre i due bambini sono abbandonati in un bosco. I loro singhiozzi richiamano l’attenzione di papà e mamma Larose, vecchi contadini dei dintorni, che erano nel bosco a tagliar legna.

I Larose raccolgono i due bambini abbandonati e li portano con loro pensando di adottarli. E i bambini presso il focolare dei due buoni vecchi ritrovano l’amore di una nuova famiglia. Intanto la vecchia zia che attendeva Madame Larive, impensierita dal ritardo e presagendo una sventura, scrive al capitano Larive narrandogli i suoi timori.

Il capitano consegna la sua compagnia e parte. Trova la casa vuota e in preda ad una grande disperazione intraprende delle febbrili ricerche, senza risultato.

Il giovane generale Bonaparte (Carlo Cattaneo) è disceso in Italia per il gran San Bernardo e attende l’urto degli alleati. Anche il capitano Larive è chiamato a far parte dell’esercito d’Italia e a tappe forzate raggiunge l’armata al campo di Montenotte.

Lo scontro è violento ma le truppe francesi volgono in fuga il nemico. Il capitano Larive, noncurante della morte, si distingue tra i bravi ed è ferito gravemente. Bonaparte da lunghi ha assistito allo eroismo del capitano e, allorché gli passa dinanzi su una barella, egli grida: “Bravo! Mi ricorderò di te!!!”

Dieci anni trascorrono. All’aria pura dei campi, i figli del capitano Larive sono cresciuti robusti e felici. La Francia combatte per soggiogare il mondo e l’aquila napoleonica si libra orgogliosa nei cieli delle conquiste ed altre ne anela. La Patria ha bisogno di soldati ed anche Carlo sente il suo sangue fremere al richiamo guerresco. Scappa di casa e riesce a farsi arruolare come tamburino in un reggimento di Granatieri. A casa Larose i poveri vecchi e la sorella interrogano ansiosamente la strada per vedere se mai il fuggitivo torni. Lo vedono arrivare fiero e impettito nella nuova uniforme; è tornato per salutarli: si entra in Campagna.

Sfilano, verso nuove glorie, i reggimenti dinanzi a Napoleone, circondato dallo stuolo dei suoi marescialli: tra questi vi è il capitano Larive. L’imperatore si è ricordato di lui.

Dal suo quartiere generale, in una piccola casa di campagna, Napoleone lancia pattuglie di cavalleria in esplorazione. L’avanguardia è fortemente impegnata. Il battaglione, dove Carlo è tamburino, si trova tra i primi.

Il piombo nemico falcia le sue file, ma i Granatieri corrono all’assalto. Nel momento decisivo il piccolo tamburino batte la carica, egli è ferito, cade, si rialza e il rullo del suo tamburo incita alla vittoria. Le forze gli mancano, ma non si abbandona, batte ancora disperatamente. I Granatieri vincono e si arrestano dietro la fuga del nemico. Napoleone onniveggente ha visto e non dimentica. Nella visita ad un ospedale egli ritrova il piccolo tamburino che giace in un letto ferito, gli si avvicina e lo decora di una medaglia.

A Carlo sembra un sogno, i suoi occhi raggiano e seguono l’Imperatore pieno di riconoscenza.

Otto anni dopo Carlo (Amleto Novelli) è ufficiale di cavalleria ed è felice pensando alla mamma adottiva e alla sorella (Pina Menichelli) alle quali ha procurato tutti gli agi della vita. Egli, che è molto ricercato nel gran mondo, incontra la bella Madame de Longueville (Gianna Terribili Gonzales), che subito prova per lui una cieca passione.

Il conte d’Elleuse (Raffaello Vinci), adoratore della bella dama, è pieno di gelosia per questo nuovo arrivato nel cuore della donna e per la grande fortuna che gli arride. Carlo interviene nel momento in cui il conte torturava con la sua gelosia Madame di Longueville, lo scaccia e gli manda una sfida. Il conte d’Elleuse rifiuta di battersi, covando in seno una vendetta più vile. La buona Rina si accorge subito del pericolo che grava sul fratello per questo legame amoroso, ma non riesce a farlo desistere da questa relazione. A nuova guerra la Francia si appresta ed ogni soldato deve raggiungere il suo posto di combattimento. Il capitano Carlo si congeda dalla sua amante che cerca con ogni mezzo di non farlo partire. La coraggiosa sorella è all’erta e giunge proprio in buon punto per richiamarlo sulla via del dovere e dell’onore. Vendetta e amore turbano il cuore di Madame de Longueville che non si rassegna alla perdita dell’uomo che ama e odia. Tenta un ultimo sforzo per conquistarlo e riesce vano: non le resta che la vendetta.

Rina,  angelo tutelare del fratello, è divenuta vivandiera per seguire Carlo in ogni passo, perché teme sempre l’influenza fatale di Madame di Longueville. Napoleone ha bisogno di un volontario per una missione pericolosa, il nostro eroe nobilmente si offre e viene scelto a questo scopo.

Madame di Longueville, d’accordo col conte d’Elleuse, perfidamente prepara un tranello: scrive a Carlo che è moribonda e che desidera abbracciarlo per l’ultima volta. Il giovane parte per la sua missione e dinanzi al castello di Chavreuse non gli regge il cuore al pensiero di non esaudire l’ultimo desiderio di una moribonda. Si decide di salire a salutarla e poi subito proseguirà per la sua strada a compiere il richiesto incarico. Si fa introdurre presso la dama  e nel vederla vegeta e sana non può trattenere un grido di indignazione: “Come? mi avete mentito???”

E per allontanarsi disgustato, quando viene assalito alle spalle, legato solidamente e rinchiuso in una torre del castello.

Rina intanto è molto preoccupata che son trascorsi due giorni e il fratello non ritorna al campo, un forte presentimento le suggerisce che forse è al castello di Chavreuse, ricaduto sotto i lacci di Madame di Longueville. Riesce a vedere Carlo dietro le sbarre di una cella, gli grida di lanciare il messaggio che non ha recapitato, e corre a compiere per lui la missione. La coraggiosa fanciulla è inseguita lungo la strada dalla fucileria nemica ed è ferita, ma ritorna al campo fiera e orgogliosa, non come Carlo avvilito e disonorato, che è riuscito ad evadere con l’aiuto di un vecchio maggiordomo. Il giovane capitano vien deferito ad un Consiglio di guerra, che deve giudicarlo come disertore.

Ne è presente il maresciallo Larive, è a lui che si presenta Rina e impetra per la sorte del fratello. Narra tutta la loro vita e il maresciallo allora ha l’intuizione e poi la certezza di aver ritrovati nei due giovani i figli scomparsi. Il suo dovere di soldato lo chiama a giudicare un disertore: la pena è la condanna a morte, ma il suo amore di padre non gli può far firmare la sentenza capitale per il proprio figlio. Invano Rina implora il perdono da Colui che può dare vita e morte. Napoleone la premia per il suo valore ma richiama il padre ai suoi doveri di giudice. La sentenza è firmata.

È l’alba livida del giorno dell’esecuzione, il giovane si avvia ad espiare il suo fallo, il padre è presente. Ma anche l’Imperatore è sul posto: con gesto brusco straccia la sentenza e a Carlo dice: “Va… abbraccia tuo padre!!! Se devi morire… morirai per me!…” E come l’altra volta da piccolo tamburino, il capitano Larive lancia la carica vittoriosa e pianta con magnifico eroismo le insegne imperiali sulla trincea nemica. Dietro la fuga del nemico scoppia frenetico il grido: “Viva l’Imperatore!”