Elisabeth Aubrey Le Blond

Elisabeth Aubrey Le Blond
Elisabeth Aubrey Le Blond

Figlia unica di un baronetto inglese non avrebbe avuto bisogno di lavorare, ma il suo carattere energico ed il suo vivo interesse per ogni manifestazione di vita, non le potevano permettere di menare una vita quasi oziosa di una buona proprietaria di tenute ed amministratrice, poi che alla morte del padre, che avvenne molto presto, si trovò ad essere il capo di casa.

Unitasi in prime nozze col colonnello Fred Burnaby, il nome del quale fu noto in tutta l’Asia centrale quando la Russia chiuse quel tratto di paese agli inglesi, si trovò tosto impigliata in avventure assai gravi. Dopo la morte di lui, che cadde nella battaglia di Abu Klea (Sudan), si pose a viaggiare per conto proprio, e cominciò le ascensioni che poi la resero famosa.

Quando le si richiede che cosa le fa prediligere questo genere di sport, risponde:

“L’entusiasmo della lotta che è ciò che rende la vita degna di esser vissuta; e in nessun luogo come in montagna ci si trova subito nel più fitto della mischia, dove, mente e corpo insieme debbono esplicare le loro migliori energie per vincere le opposizioni della natura.”

Da giovane era delicata di salute ed i medici le avevano consigliato di passare l’inverno in luoghi caldi. Ma al contrario di ciò che tutti si aspettavano andava peggiorando. Allora, un inverno, volle far di sua testa e andò in Svizzera.

Naturalmente, come allora la moda non era ancor sorta di passare l’inverno in luoghi freddi, specie per chi, come lei aveva la tendenza all’etisia, tutti considerarono la sua un vera follia. Ma a Chamonix, dove si era recata, ben presto fu in grado di lasciare il letto, seguirono poi scarrozzate sempre più lunghe, poi passeggiate a piedi, poi una escursione, e una settimana di poi l’ascensione sul Monte Bianco. Questa prima escursione invernale fortificò tanto la sua salute che decise di restare tra le Alpi tutto l’inverno, durante il quale continuò le sue ascensioni anche su montagne dove nessuno si era mai inerpicato a quella stagione. Ma lei non aveva pensato di diventare alpinista.

E tosto che cominciò le sue ascensioni, nacque e crebbe in lei la passione per la fotografia, ma benchè le sue specialità siano le fotografie di paesaggi alpini, ha diretto l’obbiettivo della sua macchina su altri paesaggi. Ben riuscite sono ad esempio le sue “impressioni italiane”, ed anche altri paesaggi dal clima meno rigido come la Spagna.

Come Mrs. Le Blond è padrona della sua penna altretanto che della sua macchina, così scrive moltissimo, per riviste inglesi ed americane, dei suoi viaggi e delle sue escursioni, e i suoi articoli sono sempre illustrati e completati dalle fotografie che fa a posta per essi. Oltre ad articoli, ha già dato alle stampe varie opere, tutte di grande interesse, e tiene conferenze sui paesi visitati che illustra con proiezioni, una delle più note è quella sulla Lapponia, dove ha soggiornato per parecchi estati in compagnia del secondo marito, il sig. Aubrey Le Blond, dedicandosi alla pesca ed all’alpinismo. Un’altra è quella sui giardini italiani, che fu pregata di tenere durente l’ultima esposizione di Parigi.

Attualmente questa donna, di rara tempra e di mente rara, è presidente del club alpino femminile che ha per presidente onoraria la regina Margherita.

Quando chiesi a Mrs. Le Blond che pensasse della questione femminile, che si sta dibattendo ora, ella mi rispose: “Donne? Credo che debbano avere gli stessi diritti degli uomini, certo, odio tutte le dimostrazioni rumorose”.

Helen Zimmern, gennaio 1911

Elisabeth Aubrey Le Blond (Elisabeth Alice Frances Hawkins-Whitshed), pioniera del cinema, girò prima del 1900 una serie di film che mostrano gli sport invernali a St. Moritz.

Tabogan a Saint - Moritz
Tabogan a Saint – Moritz, di Elisabeth Aubrey Le Blond
Il pittore Giovanni Segantini
Il pittore Giovanni Segantini in un tabogan canadese al lago di Silo, di Elisabeth Aubrey Le Blond

Il processo Cuocolo 1911

L'arrivo a Viterbo
L'arrivo a Viterbo di Erricone

Gennaio 1911. La partenza da Napoli per Viterbo dei quaranta camorristi del processo Cuocolo.

Dopo quattro anni e mezzo dal 6 giugno 1906 — dal giorno in cui Gennaro Cuocolo e la moglie sua Maria Cutinelli, a poche ore l’uno dall’altro, cadevano assassinati per mano dei soci della potentissima camorra; dopo quattro anni e mezzo, e dopo vicende inenarrabili di istruttoria, con complicatissimi conflitti fra la pubblica sicurezza propriamente detta ed il corpo dei reali carabinieri, è finalmente venuta l’ora del dibattimento per i quarantuno imputati, alla testa dei quali sta Enrico Aliano, il celebre Erricone. Il processo deve svolgersi davanti alle Assise di Viterbo, essendo stato sottratto a quelle di Napoli per legittima suspicione. Per ciò il 7 gennaio, nel mattino, fra la commozione di tutto il popolino, e l’affollarsi attorno al carcere di Sant’ Efremo delle mogli e degli amici e consoci di tutta l’Onorata Società, ha avuto luogo, fra grande apparato di forza, la partenza di 19 degli arrestati, mentre altri dodici partivano dal carcere di San Francesco, e altri dieci, detenuti in altre diverse carceri, partivano rispettivamente per altre linee. La scena della partenza dal carcere di Sant’Efremo fu pittoresca e drammatica. Il famoso Erricone, appena messo il piede fuori dal cancello, sorrise, si guardò attorno, poi volgendosi ad un gruppo di funzionari, gridò: « Avete prima cominciato voi, poi hanno continuato i carabinieri. Avete assassinato noi che siamo degli innocenti e dei gentiluomini. Ma l’ora della giustizia è arrivata; i giudici popolari di Viterbo faranno la nostra vendetta e l’Italia si sarà coperta di vergogna di fronte al mondo ».

Erricone ed i suoi compagni non hanno abbandonato mai questo altezzoso atteggiamento audace di vittime innocenti, e la sera del 7, arrivando a Viterbo e vedendo grande folla alla Stazione ad attendere il loro arrivo, Erricone fu sollecito a gridare: « Saluto questa nobile e generosa popolazione !… »
E a Napoli, nel momento di salire nel treno, avendo scorto un reporter fotografo che appuntava la macchina su di lui circondato dai carabinieri, il famoso pregiudicato gli lanciò uno sguardo feroce, dicendo: «Hai ragione che ho i ferri, altrimenti ti farei vedere io la fotografia!» Ma l’obbietivo scattò egualmente ed Erricone rimase fotografato!…

Su questo processo ho già raccontato in altro post, ma non ho trovato nessun “dal vero” in Italia o all’estero sulla partenza da Napoli e l’arrivo a Viterbo.

L’unico documento filmato è il n. 4 di La rivista cinematografica d’Italia, produzione A. M. Cristoffanini di Genova 1912: “Torre del Greco: Il sopraluogo delle Assisi di Viterbo a Cupa Calastro, dove cadde ucciso Gennaro Cuocolo. Gli imputati e la corte si avviano a Cupa Calastro. Il luogo in cui venne trovato il cadavere di Cuocolo. La famosa trattoria di Mimì a Mare.” (descrizione da La vita cinematografica, Torino 15 febbraio 1912).

La battaglia di Sidney Street 1911

Il ministro Winston Churchill
Il ministro degli interni Winston Churchill, secondo a sinistra, durante la "battaglia"

Un post su questo argomento è stato pubblicato nel sito The Bioscope qualche giorno fa, e non ho potuto resistere la tentazione di fare qualche ricerca su come era stato “presentato” un evento simile nell’Italia del 1911. Non ho trovato dati sui diversi “dal vero” girati dalla British Pathé, Gaumont, ecc, soltanto alcuni articoli sulla stampa periodica, forse i dal vero non sono usciti in Italia.

Nel post di The Bioscope potete trovare i diversi link ai filmati originali del 1911, alla mostra organizzata nel Museum of London Docklands ed altro ancora. Che meraviglia questi archivi inglesi disponibili sul web, e che meraviglia (come al solito) le informazioni di Mr. Luke McKernan, non vi perdete il post.

Una chicca: se ricercate su internet vedrete che la battaglia di Sydney Street ha ispirato un paio di film di Alfred Hitchcock nel 1934 e nel 1956.

Ecco la notizia sulla stampa italiana:

La battaglia di Sidney Street fra polizia e anarchici a Londra.

La grande metropoli britannica ha veduto il 3 gennaio una scena, che non ha precedenti nella sua storia. La verità è che Londra da tre settimane attraversa un periodo di sensazionalismo criminale veramente insolito. Un venti giorni sono, precisamente il 16 dicembre, una banda di anarchici russi, cinque o sei uomini ed una donna, tentarono di saccheggiare « a scopo di propaganda » la bottega di un gioielliere nel quartiere israelitico di Houndsditch, calcolando su di un bottino di settecentocin-quantamila franchi: la banda si accinse al colpo provvista di tutto il necessario — tubi di ossigeno, lampadine incandescenti, condutture elettriche, leve di acciaio, seghe rotative, tutto, insemina, l’arsenale del moderno scassinatore di casseforti.
La banda aveva pure affittate due case a tergo di quella nella quale è la bottega del gioielliere ed aveva iniziato lo scavo di un tunnel per penetrare nella bottega stessa. Mentre i criminali scavavano questo condotto alcuni vicini udendo per molte notti successive insoliti rumori si insospettirono ed avvertirono la polizia; questa affidò ad un ispettore ed a cinque policemen la missione di andare ad arrestare i delinquenti…. come se si trattasse di andare ad assistere ad un meeting !..
I policemen andarono senza nemmeno il revolver, fidenti sul terrore e rispetto, tradizionali, che circondano la polizia inglese; commisero inoltre l’ingenuità di andare, così inermi, a bussare alla porta della casa dove ritenevasi che la banda fosse appiattata, ed i policemen furono accolti da colpi di pistole Mauser e caddero l’uno dietro l’altro, tre morti, e due feriti così che ancora sono giacenti all’ospedale. Un sesto si salvò buttandosi al suolo e fingendosi ferito.
I malfattori si salvarono fuggendo colle rivoltelle in pugno, sparando a dritta e sinistra, tanto che uno di loro rimase ferito dai compagni. Questi se ne accorsero e con grande coraggio lo portarono per quasi un chilometro attraverso le vie deserte della City nella casa abitata da due confederati e quivi lo lasciarono morente. Alcune donne andarono a chiamare un dottore e questi saputo all’indomani dai giornali del conflitto avvenuto e vedendo che il ferito stava per morire si affrettò a telegrafare alla polizia. Questa accorse sul posto ma troppo tardi: l’uomo era morto, i suoi compagni scomparsi, i documenti che si trovavano nella stanza bruciati da una delle donne, che, assieme ad un’altra, fu subito arrestata.
Cominciò allora la caccia della polizia sugli uomini della banda, e tre individui sospettati di ricettazione furono arrestati; poi la caccia fu intensificata contro tre giovani russi: Fritz, Pietro il pittore e Giuseppe, ritenuti i veri capi. Quand’ecco, la mattina di Capo d’anno un policeman scoperse nell’eccentrico parco di Clapham Common, il cadavere di un ebreo, Beron, di origine polacca, abitante nel quartiere degli anarchici e sospettato come referendario della polizia.
Il cadavere aveva la testa sfracellata da ripetuti colpi di verghe di ferro, ed il ventre sforacchiato da diverse coltellate, ma la maggiore impressione nella polizia e nel pubblico fu destata dal fatto che il disgraziato aveva sul viso, tracciate nella parte carnosa delle guance con una lama taglientissima, due S maiuscole. Questo fatto riattaccò, non si sa ancora se a torto o a ragione, il delitto di Clapham Common al delitto di Houndsditch, e fece supporre che il referendario fosse stato ucciso dagli anarchici russi e bollato colla iniziale della parola spia, in inglese Spy.
Nel cercare di stabilire l’identità di questo assassinato e nel visitare, in relazione al nuovo delitto, certe parti ancora inesplorate dell’East-End la polizia credette di essere venuta a cognizione del vero
rifugio dei tre principali ricercati, e così avvenne, che la notte fra il 2 ed il 3 gennaio una vera operazione militare per l’arresto dei tre uomini (i tre ricercati principali, Fritz, Pietro e Giuseppe), che si dovevano trovare nascosti nella camera di una cucitrice russa al n. 100 di Sidney Street, venne organizzata ed inscenata. Il risultato di questa operazione tutti conoscono oramai, e fu accennato anche nel Corriere dello scorso numero: due dei ricercati rimasti soli nella casa ed accerchiati dalla polizia, mentre il terzo si squagliava misteriosamente, opposero una disperata resistenza alle forze di polizia, alla compagnia di granatieri della Guardia scozzese, alla batteria ili artiglieria mandati contro di essi ed operanti alla presenza del ministro per gl’interni, Winston Churchill; ad alla fine non volendo cader vivi nelle mani della forza pubblica appiccarono fuoco alla casa rimanendo sepolti sotto le rovine.
Mai a Londra si era verificato alcunché di simile mai due criminali erano riusciti a tenere in scacco per così lungo tempo quasi duemila uomini armati di quel famoso corpo di policemen che è l’orgoglio della metropoli inglese…. Ma la casa era appena crollata, che già il dubbio si faceva innanzi sulla identità dei due cadaveri rinvenuti in essa. A chi appartenevano? La polizia affermava trattarsi dei due ricercati conosciuti coi nomi di Fritz e di Pietro, ma ben presto dovette convenire che Pietro non era fra i morti; mentre pare che Fritz vi sia veramente.
Le ricerche continuano attivissime; l’autore o, per lo meno complico dell’assassinio dell’ebreo Beron è stato arrestato; e, quel che più importa, tutta la stampa inglese solleva la questione se possa più durare il classico diritto d’asilo per gli anarchici, dal momento che si sono dati all’esercizio della loro terribile criminalità nel paese di cui fin qui, in cambio dell’ospitalità, avevano sempre rispettato l’ordine e le leggi.