Nasce il Sindacato della Stampa Cinematografica

Testata della rivista La Cine-Fono, diretta da Francesco Razzi
Testata della rivista La Cine-Fono, diretta da Francesco Razzi

Ognuno avrà potuto facilmente notare un certo significativo risveglio della grande stampa quotidiana, a proposito del cinematografo.
Nel numero scorso abbiamo dovuto spender qualche parola su un lungo articolo di una incompetente delle cose nostre; articolo pubblicato da un grande giornale di Napoli, e che ha sollevate le ire anche dei nostri confratelli, e specialmente del Film.
Ma non soltanto Il Mattino, bensì altri importantissimi quotidiani d’Italia, si sono occupati e si vanno occupando del mondo cinematografico, ospitando scritti di alte personalità del giornalismo e del teatro, o della letteratura. Si tratta della solita malattia contagiosa: un fenomeno che, nella stampa, si verifica spessissimo e che non può meravigliare.
Ma con quello del contagio, altri ve ne sono da rilevare come moventi di questo improvviso risveglio.

Da una parte lo stimolo, chiamiamolo così, commerciale, che porta le amministrazioni dei giornali a dare ospitalità alle notizie cinematografiche, e magari alla critica, recante firme notissime di loro redattori. Ed è ragione… di tanto a riga. Non ci scandalizziamo soverchiamente, sebbene la nostra stampa professionale e tecnica sappia fare netta distinzione fra le sue pagine di réclames e il suo testo, la sua cronaca e la sua critica… Ma lasciamo andare!
Sta di fatto questo: che il giornale politico ha preso la nostra arte e la nostra industria come un qualsiasi Tot, di cui, à un dato prezzo, si può dire tutto quello che l’interessato vuole:• tanto il pubblico saprà bene che si tratta di pubblicità.

Per gli scrittori, la cosa è un po’ diversa. Quando non ricevono l’ordine dalla direzione di firmare un dato scritto o di redigerlo addirittura a tema obbligato, o non ricevono la commissione dalla Casa ordinatrice della réclame, che dopo di essersi messa in regola con  l’amministrazione del quotidiano; quando, insomma scrivono di loro propria iniziativa, e quindi senza poter fare nomi di cose e di persone cinematografiche e riferirsi a dati di fatto (che altrimenti incorrerebbero nell’intervento della ditta assuntrice della pubblicità), quando ciò fanno, son mossi da buona fede o da ingenuità, qualche volta, ma più spesso dal desiderio di mettere in vista il proprio nome, di mettersi su quella via dove può esser possibile una qualsiasi combinazione che permetta loro di acciuffare a volo un affare cinematografico: un soggetto, per esempio, o magari la direzione di un lavoro… o addirittura di prestare la propria • firma allo scenario di un altro, tanto dar lustro alla produzione di qualsiasi casa a corto di risorse.

(…)

Molto si gioverebbe la nostra arte, se il giornalismo quotidiano si occupasse seriamente di esso… ma non soltanto a qualche lira per linea, anche se si tratta di critiche (ci piace ripeterlo) recanti nomi illustri. Se ne gioverebbe immensamente, perché finirebbe una buona volta la generale ignoranza sulle cose nostre, sui veri nostri problemi, sugli ingranaggi giganteschi che muovono questa grande industria mondiale.
Veritas

Per il Sindacato della Stampa Cinematografica
Ai colleghi tutti,

Abbiamo detto, nel numero scorso, che non dormivamo, e difatti — nella speranza che questo Sindacato, che sembra essere nel desiderio di tutta la nostra classe, sia presto un fatto compiuto — abbiamo preparato, con l’aiuto di qualche volenteroso collega, e tenendo presenti le idee finora espresse dai confratelli che si sono interessati della cosa, uno schema di statuto e il materiale per la prossima adunanza.
Il tutto sarà spedito direttamente a ciascun collega acciò ognuno possa farci pervenire le proprie osservazioni in modo da semplificare, così, e ben stabilire il lavoro da espletare nella detta adunanza; fare che essa riesca veramente proficua , e che la data sia fissata col maggiore accordo fra tutti.
Gli scopi del Sindacato sarebbero i seguenti:

  1. Tutela degli interessi morali e materiali dei suoi membri e della classe.
  2. Stabilire dei rapporti di buona armonia e di fratellanza fra i suoi soci.
  3. Istituire una cassa di soccorso e di previdenza.
  4. Studiare, curare e ben definire i rapporti fra la stampa nostra e l’arte e l’industria cinematografica.
  5. In linea generale fare tutto quanto potrà essere utili agli interessi comuni.

Questi, nelle linee generali, gli scopi.
Del Sindacato possono far parte, in diverse categorie, direttori, redattori, collaboratori e corrispondenti di tutti i giornali cinematografici periodici italiani.
Per semplificare il nostro lavoro, noi manderemmo anche a tutte le direzioni dei nostri confratelli alcune copie dello schema di statuto e dell’ordine del giorno; di modo che esse potranno facilmente comunicarle ai loro redattori, corrispondenti e collaboratori.
Nella fiducia di trovar negli interessati sempre lo stesso entusiasmo, non possiamo tacere la nostra riconoscenza per i colleghi tutti che, direttamente e indirettamente, ci hanno assistito nell’idea e hanno agevolato il nostro compito, e specialmente per i colleghi Alberto Sannia, prof. G. I. Fabbri e Francesco Razzi.

La Vita Cinematografia
(7-15 Febbraio 1916 – Archivio In Penombra)

Sancta Anastasia ora pro nobis!

Quatre Vingt-Treize, d'Albert Capellani 1914-1921
Quatre Vingt-Treize, Albert Capellani (1914-1921)

Paris, Janvier-Février 1921

La Société des Auteurs de films s’est réunie en Assemblée extraordinaire le 15 Janvier, pour s’occuper spécialement de la situation faite aux producteurs, loueurs, exploitants et au public lui-même, par une Censure de plus en plus fantaisiste et abracadabrante. Les plans d’une campagne extrêmement active contre cette institution néfaste ont été dressées.

Ciné pour tous part en guerre contre la Censure. Elle a toujours fait des siennes. Elle continue comme on le verra. Pour montrer jusqu’à quel degré de stupidité le censure du film peut aller en France, mentionnons le cas du roman de Victor Hugo: Quatre-vingt-treize, tournée en 1914 et interdit depuis lors par les censures nommées par les différents ministres de l’intérieur qui se sont succédés depuis cette époque. Enfin, il parait que le veto va être levé avant peu… mais ce n’est pas sur! Conclusion: tout est permis aux théâtres, violentes attaques politiques et grossiers étalages de viande… Rien n’est permis au cinéma si ce misérable cherche à s’évader un peu de la banalité où le spectateur regrette chaque jour davantage de le voir s’obstiner. Et cependant, est-il bien adroit de la part d’un gouvernement, de ruiner le cinéma auquel il doit tant de recettes, de plonger ainsi dans l’obscurité l’écran sur le quel il est bien heureux e faire projecteur ses films de propagande? Rien de nouveau, décidément, sous le soleil. Quatre-vingt-treize aujourd’hui au ciné. Hier, Marion Delorme au theatre…
(Cinémagazine)

Dame Censure a parfois souvent même, d’incompréhensibles accès de pudeur, d’autant plus injustifiés qu’ils tombent généralement à coté. On dirait qu’à l’ombre du confessionnal, son directeur de conscience lui a dit, d’une voix courroucée: “Des mesures de rigueur, ou pas d’absolution!” Et la vieille dame influencée prend, sans hésiter, d’inattendues mesures de rigueur contre le cinéma ou, du moins, contre les films français, car, à de rares exceptions près, tous les films qui viennent de l’étranger semblant être considérés comme absolument sains, moraux, inoffensifs et pourtant!… Sous l’influence d’une vague de récriminations anonymes les pouvoirs publics ont laissé… faire et ces temps derniers, on a censuré, ou du moins, sans crier gare!… on a subitement retiré les visas de censure à trois films français qui étaient en pleine exploitation, Li-Hang le Cruel, L’Homme du Large, et Une Brute.
Les droits artistiques, industriels et commerciaux des auteurs, metteurs en scène, éditeurs, loueurs et directeurs de cinéma, on été méconnus, sacrifiés, violés; et cela, pour satisfaire les errements d’une sacrosaint Routine exhumée pendant la guerre, mais légalement morte depuis des années.
La Constituante supprima en 1789 la censure sur les écrits. La censure de la presse ne fut presque plus exercée depuis 1830, la censure des dessins et estampes, celle qui se rapproche le plus de la plastique visuelle du cinéma, fut définitivement supprimée.
Quant à la censure théâtrale, qui fut rétablie en 1974 à cause des excès pornographiques du répertoire des cafés-concerts, elle fut définitivement supprimée en 1906.
Alors que toutes les manifestations de la pensée littéraire ou artistique sont libres le décret du 25 Juillet 1919 s’est appliqué à maintenir en tutelle l’expansion industrielle et artistique du Film Français sain, probe, honnête, — je les ai tous vus, certains déplaisent, mais aucun n’est immoral, — et gravement concurrencés par les films américains, anglais, italiens, suédois, danois et allemands, avant peu!…
(V. Guillaume Danvers, Sancta Anastasia ora pro nobis!, Cinémagazine)

On s’est beaucoup remué cette quinzaine-ci dans le monde du Cinéma. La faim fait sortir le loup du bois, et la crise bat son plein chez l’éditeur aussi bien que chez l’exploitant. Un peu de solidarité s’affirme entre les différents éléments de la Corporation. On va agir au lieu de bavarder; même, des parlementaires convoqués, adjurés et conquis, promettent de parler de nos misères dans les Commissions et, s’il le faut, jusqu’à la Tribune.
Certes, des problèmes plus immédiats requièrent notre zèle; cependant, il en est un auquel il ne sera pas inutile de réserver un paragraphe du Cahier de Revendications qui s’ébauche: la Censure. La gueuse est toujours vivante et elle ne fut, à aucune époque, plus malfaisante.
(…)
Les artistes s’intéressaient encore fort peu à l’Art muet, les éditeurs ou les exploitants n’avaient point d’armes solides en mains, personne ne remarqua que tout redevenait libre en France, dans notre belle République victorieuse, sauf l’écran. Il fallut de couteuses expériences pour ouvrir les yeux, et, aux premières protestations, on vit réapparaitre les vieux arguments d’autrefois, lutte contre licence, nécessité d’un contrôle d’autant plus indispensable que le cinéma, spectacle populaire, pouvait démoraliser ses natifs spectateurs; il fut acquis que les romans-feuilletons de l’écran, par leurs pernicieux enseignements, accroissaient la criminalité, tandis que ces mêmes romans-feuilletons, publiés depuis cinquante ans au rez-de-chaussée de nos grands journaux, demeuraient inoffensifs. La seule concession fut la transmission des pouvoirs exercés jusque-là par la Préfecture de Police, à l’Administration des Beaux-Arts. Ainsi, la Censure Cinématographique recevait une nouvelle et définitive consécration.
(…)
Certaine maison d’édition achevait une adaptation cinématographique de Quatre-Vingt-Treize le jour même de la déclaration de guerre; un an plus tard, lorsque les salles rouvrirent, on songea tout de suite à faire passer une bande qui avait couté si cher; la Censure suspendit le film jusqu’à nouvel ordre. Vous entendez, on ajourna, sous prétexte de paix sociale, un chef-d’œuvre, qui est une incomparable leçon de patriotisme et d’héroïsme. Le veto a été levé il y a quelques mois seulement, et voici un film qui va paraitre sept années après avoir été tourné; heureusement, par son caractère historique , le talent du metteur en scène Capellani, il échappe ai danger de dater, mais par miracle, dans une production dont les évolutions sont incessantes. En tous cas, voici un capital considérable immobilisé pendant de longues années, alors que l’industrie cinématographique a besoin de toute la sollicitude officielle pour lutter. Le même fonctionnaire examinant , vers cette époque, Les Travailleurs de la Mer, autre chef-d’œuvre d’Hugo, trouvait que la mort de Gilliatt, reconstituée fidèlement d’après un livre consacré depuis un demi-siècle, était un spectacle trop pénible, et qu’il y aurait sans doute avantage à l’atténuer; il recula, cependant, devant le comique de cette collaboration avec Victor Hugo.
Et, tandis que l’on épluche ainsi nos films, on laisse passer les bandes américaines, avec toutes leurs horreurs, fumeries d’opium, enfants martyrisés, femmes suspendues au-dessus de cuves bouillantes; parce qu’il ne faut point indisposer nos amis et redoutables concurrentes qui, d’ailleurs, ont un représentant prêt à les défendre. Vous me direz que, dans la pratique, depuis les heures nouvelles, le fonctionnaire des Beaux-Arts, chargé de ce contrôle, l’exerce avec son tact d’homme de lettres et de parisien averti, mais, tout de même, c’est la Censure, et, demain, Ginistry peut être remplacé par un autre.
(…)
(André Antoine, Censure, Cinémagazine)

Madame Dubarry di Ernst Lubitsch e la censura italiana

Madame Dubarry (Pola negri)
Madame Dubarry (Pola Negri)

Roma, 8 febbraio 1920. Ieri la Questura ha impedito la rappresentazione della film Madame Dubarry. Tale film era stata debitamente vistata dalla censura dieci giorni fa, ed era stata approvata. Dopo qualche rappresentazione che aveva attirato molta folla, ieri improvvisamente si ebbe lo sfaccettato provvedimento, antipatico, illogico e, sopratutto rilevante in chi l’ha emanato, un’asinità paradossale.
Evidentemente il provvedimento è dovuto al fatto che la film riproduce alcuni dei più salienti episodi della rivoluzione francese. Ma on. Grassi, la rivoluzione francese è la rivoluzione della borghesia, di quella classe, in nome della quale, il vostro comm. Quaranta, dirige la pubblica sicurezza e il vostro comm. Mori, invece dei casini fa sfrattare i circoli socialisti. La “borghesissima” repubblica francese, la repubblica ufficiale, quella delle spedizioni contro la Russia bolscevica, ne festeggia appunto il 14 luglio uno degli episodi, la presa della Bastiglia, l’unico che la film sequestrata riproduceva.
Bisogna essere ben asini per ignorare o abbastanza canaglie, sapendolo, di fingere di ignorare tutto questo. Ed è stata la tremarella di questo potente Stato borghese, il quale ha la regia guardia a piedi, quella a cavallo, quella armata di mitragliatrici, migliaia di carabinieri ed un esercito, che teme perfino la riproduzione cinematografica della rivoluzione fatta dalla classe dominante! E che si teme? Che forse il proletariato impari dalla film a… fare la rivoluzione? Ma… il proletariato, egregi signori, non va al Modernissimo e, il suo camino, lo impara in altra scuola! Il vostro provvedimento da asini, è stupido ed è inutile. E per la storia, trascuriamo anche le voci che corrono che esso sia venuto per i movimenti oscuri d’interessi cinematografici, nelle retrovie di Palazzo Braschi.
(Un’enorme gaffe della questura. Ignoranti!, Avanti, Roma 8 febbraio 1920)

Madame Dubarry di Ernst Lubitsch, distribuzione italiana Monopolio Internazionale, Roma 1920
Madame Dubarry di Ernst Lubitsch, distribuzione italiana Monopolio Internazionale, Roma 1920

L’altro ieri sera, verso le nove e mezzo arrivò al Modernissimo un fonogramma del Ministero degli Interni con cui si ordinava la immediata sospensione della proiezione della pellicola Madame Dubarry.
Si dovette immediatamente sospendere. Gli spettatori furono rimandati indietro e il cinematografo si chiuse.
Perché?
Non siamo ancora riusciti a capirlo.
La pellicola era stata censurata e aveva anche subìto il taglio di qualche quadro.
Tranne poche pecche d’ortodossia i supremi luminari censori avevano dato il loro placet.
Dopo una discreta pubblicità erano incominciate le proiezioni che per sei giorni si sono succedute con entrambe le sale del Modernissimo gremite. Non s’è verificato nessun incidente. La pellicola ha ottenuto il suo successo e stava coprendo le spese ed i sacrifici che è costata.
È venuta la proibizione: e non siamo riusciti ancora a spiegarcela.
Ma quello che è importante non è spiegarci la ragione di un atto cervellotico. Ciò equivarrebbe a contentarsi di chiarimenti di questo genere: il cane morde perché ha i denti, oppure il censore taglia perché ha le forbici in mano, ovvero l’idiota è idiota perché è nato così.
Il fatto gravissimo è che al giorno d’oggi nessuno sforzo, nessun lavoro è garantito, perché basta una alzata d’ingegno di un illuminato funzionario qualunque munito di licenza tecnica, per buttare all’aria la paziente fatica di dieci industriali.
Questo della Dubarry è un caso che rimarrà classico.
Il film è stato importato a condizione che ottenesse il visto. È stato comprato, quindi venduto per zone, quindi proiettato soltanto a condizione che avesse ottenuto il visto. Tale visto è stato concesso: l’affare era quindi fatto. E dopo pochi giorni l’autorità proibisce le rappresentazioni, infischiandosi solennemente del suo primo giudicato nonché del danno gravissimo che arreca a un rilevante numero di persone.
È permesso ragionare, anzi sragionare così? Nemmeno in Papuasia sarebbero permesse delle scemenze simili.
E venne spontanea una domanda: Se il divieto non sarà revocato subito chi sopporterà i danni e le spese?
La Casa fabbricante tedesca può dire che ha venduto bene perché il visto s’è ottenuto e non può rispondere degli isterismi postumi dei censori italiani, gli importatori e i noleggiatori possono dire di aver ben venduto per la medesima ragione. Chi rimane dunque fregato è l’ultimo compratore, il quale però può benissimo vantare diritti di rivalsa verso il venditore. Si possono fare mille cause.
Mille cause però fra vittime e vittime e non fra vittima e colpevole, perché né i fabbricanti, né i compratori sono colpevoli di niente.
Il colpevole è l’autorità che confessa implicitamente di aver data male la prima autorizzazione in base alla quale i contratti sono stati conclusi e il danaro sborsato.
Si potrà processare questo unico e vero colpevole?

Le congetture che si possono fare dopo questa enormità sono state varie e qualcuna anche sballata.
Si è parlato di un episodio di persecuzione personale, frutto di un malinteso sistema di concorrenza. Si è supposta una svista amministrativa, la deviazione di una pratica, uno dei tanti accidenti che capitano alla podagrosa ed inceppante burocrazia che il Signore disperda. Degli spiriti allegri hanno veduto nella imprevedibile e cervellotica disposizione un intervento diplomatico, altri ancora dei motivi di ordine pubblico perché nella Dubarry ci sono dei quadri della Rivoluzione Francese che non è prudente ricordare, secondo i tremebondi padri coscritti nostri, in questi giorni in cui fugge l’uragano rivoluzionario.
Noi, per il profondo rispetto che nutriamo per le Autorità del nostro paese, rispetto che ci impedisce di ritenerle imbecilli anche quando le apparenze lo gridano forte, non vogliamo credere che alla seconda ipotesi.

Quale ordine, anzi: quale disordine pubblico turbava la Dubarry che si proiettava tranquillamente in due sale zeppe di spettatori che non pronunziavano altro che parole ammirative per l’opera d’arte? Nessuno, a quanto ci consta personalmente.
Quali pensieri sediziosi avrebbero potuto eccitare cinque quadri (sono cinque!!) di rivoluzione francese? Non sappiamo.
Il largo respiro rivoluzionario in Italia trae origine dal pane caro, dal vestito caro, dalla casa cara, dal tutto caro. L’atmosfera rivoluzionaria, se c’è — e noi dubitiamo molto che ci sia perché a quest’ora motivi di cominciare a dar legnate ce ne sarebbero a milioni — è atmosfera di rivoluzione proletaria, mentre — ci permetta il funzionario con licenza tecnica di ricordarglielo — la rivoluzione francese fu rivoluzione borghese, perfettamente borghese, trascesa nel 93 in episodi di terrore, ma risollevatasi subito il 9 termidoro a fenomeno borghese.
È Murialdi che dovrebbero censurare per la sua brillante politica della disalimentazione, sono i pescecani che lasciano marcire settecentomila tonnellate di derrate nel porto di Genova per tenere alti i prezzi, che dovrebbero impazzare ai lampioni, sono gli uomini rappresentativi che non denunziano tali delitti che occorrerebbe punire, perché quelli sono gli agenti della rivoluzione e non l’inoffensiva pellicola cinematografica!
(tratto dal Kines, Roma 19 febbraio 1920 – Archivio In Penombra)