Le riprese di Cabiria


Sequenza estratta dalla versione muta italiana del restauro realizzato nel 2006 dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, dal canale di Stella Dagna su Vimeo.

Novembre 1913. Si girano le scene del rito sacrificale all’interno del tempio di Moloch. Il 15 D’Annunzio stipula un secondo contratto con l’Itala Film, per la cessione di un secondo soggetto originale. Pizzetti riprende le trattative con l’Itala Film.
Silvio Alovisio (Il film che visse due volte. Cabiria tra antichi segreti e nuove ricerche; Cabiria & Cabiria, Museo Nazionale del Cinema – Il Castoro, 2006)

Io posso aggiungere che secondo una notizia apparsa sulla stampa verso la fine di ottobre “il metteur en scène dell’Itala Film è ritornato in Italia dall’Africa, dove ha girato una serie di riprese eccezionali”.

Camilla Horn la Cenerentola di F. W. Murnau

Una scena di Faust
Una scena di Faust

Torino, 1930. « La mia vita è un poco la storia di Cenerentola » — dice Camilla Horn a chi la interroga sul come e perché diventò attrice cinematografica — « benché le contese pantofole non si adattassero così bene al mio piede come al suo…»

Infatti qualche cosa che ricordi Cenerentola, nella storia di Camilla Horn c’è. Soltanto che invece di pantofole nei suoi riguardi si trattò di un paio di minuscole scarpine nelle quali i piedi dell’attrice, per quanto piccoli, non si trovarono affatto a loro agio. A differenza di quelli di Cenerentola che nelle famose pantofole si trovarono eccellentemente a posto.

Storia di Cenerentola rimodernata dunque, ad uso e consumo di Camilla Horn…

Ma cominciamo dal principio.

Questa bionda seducentissima fräulein è nata a Francoforte sul Meno giorni più giorni… meno venticinque anni fa. Non fu mandata nel convento del Sacro Cuore, perché questa è cosa di cui hanno il monopolio soltanto le future attrici dello schermo americano, ma ebbe invece una casalinga educazione… italo-tedesca dai poveri sì ma onesti genitori. Ho detto educazione italo-tedesca perché Camilla è nata dall’intesa cordialissima, approvata da un curato e da un ufficiale dello stato civile, sorta tra una italiana e un tedesco.

Crebbe dunque, Camilla, senza « tirar giù » ai barbuti e barboni professori delle patrie Università, una qualsiasi laurea. Se fosse avvenuto così a quest’ora invece di deliziare il pubblico con le sue apparizioni sullo schermo, annoierebbe forse una distratta e lungorecchiuta scolaresca con dissertazioni pedanti che, se non conciliassero il sonno, insegnerebbero a diventare perfetti imbecilli.

La madre le mise dunque tra le mani (inorridite, donzellette moderne!…) un ago, appena fu in grado di poter conoscere a che cosa mai questo arnese potesse servire, e le insegnò la strada più breve che portava alla più vicina sartoria.

— In questo tempio si forgiano le donne che domani dovranno, non dico molto, ma almeno saper attaccare un bottone scappato dalla giacca del marito — sentenziò la degna signora. E Camilla, in quel tempio, imparò, infatti, a cucire.

Avrà imparato anche a lasciarsi corteggiare dagli studenti, i classici « primi amori » delle sartine, ma questa è una supposizione, d’altronde innocente, che non ci interessa approfondire.

Ma un brutto giorno il padre di Camilla cadde ammalato e alle porte di casa cominciò a battere il « bisogno ». Bisogno di aver soldi che il povero uomo non poteva guadagnare, durante la sua lunga permanenza a letto; bisogno di aver soldi oltre che per la esistenza quotidiana anche per il dottore e per le medicine.

Camilla non ebbe esitazioni.

Le poche lire settimanali che guadagnava come sartina erano sufficienti a tirar sbadigli, e allora decise di occuparsi altrimenti. L’Ufa la grande Casa Cinematografica tedesca impiegava delle comparse che, per poco che guadagnassero, guadagnavano sempre più di una sartina, e Camilla bussò alla porta di questa.

Le fu aperto, fu accettata.

Nella piccola famigliola si conobbe così, se non il benessere, il modo di poter tirare avanti fino al giorno in cui, rimessosi il padre della fanciulla, questi poté riprendere il lavoro.

Camilla affezionatasi allo « studio » vi rimase. Soltanto che, non essendo il lavoro delle comparse continuo e non rappresentando una risorsa vera e propria, se non c’è speranza di poter un giorno essere elevati al grado di attori, Camilla durante i periodi di riposo, prese lezioni di danza onde potere, per ogni eventualità, essere padrona di un’arte da far fruttare.

E alternò in seguito le fatiche del teatro di posa, con quelle dei teatri di « varieté » nei quali si esibì come ballerina.

— Già da tempo lavoravo negli stabilimenti della Ufa — racconta l’attrice — facendomi una pessima opinione del mio viso vedendo come nessun direttore vi prestasse attenzione. E dire che fino a poco tempo prima avevo ritenuto che il mio viso fosse tanto carino da avviarmi subito subito alle parti di rilievo!…

L’attenzione, invece che dal viso, era stato attratto dalle mie gambe perché un giorno le si fecero figurare per alcuni primi piani di un film… Beh, piuttosto che niente!… Però quando mi diedero da calzare un paio di scarpine (e qui c’entra di riflesso la storia di Cenerentola) mi avvidi con sommo dispiacere che non si adattavano al mio piede… Come fare?… Mi sforzai, ecco calzai egualmente quelle scarpe e sopportai durante due lunghissime ore la visione di miriadi di stelle. Finita la « ripresa » il Direttore, che era il grande Murnau, volse gli occhi sul mio viso (finalmente un Direttore mi guardava…in viso…) vi lesse il mio martirio, si impietosì, mi fece togliere quelle maledette scarpe… e mi offri una particina in Tartufo… Lo dicevo bene che bisognava guardarmi in viso per accorgersi che non avevo poi una faccia degna di tenermi relegata continuamente tra le comparse!… Però per farmi guardare in viso, occorreva proprio cominciare dalle gambe e discendere ai piedi, ahimè doloranti perché mal calzati… Basta. Murnau dopo aver « assaggiato » le mie possibilità in Tartufo mi volle elevare senz’altro a ruoli più importanti e mi prescelse quale Margherita in Faust. Così divenni attrice dello schermo.

In seguito Camilla Horn interpretò La cicala e la formica e quindi L’avventuriera d’Algeri quest’ultima film accanto a Maria Jacobini .

In Germania la si proclamò la migliore « ingenua » dello schermo e si conquistò una buona popolarità. Nel 1927 Ernest Lubitsch durante un suo viaggio in Europa ebbe occasione di conoscere l’attrice attraverso qualche interpretazione. Le sembrò elemento che negli « studios » di Hollywood non avrebbe dovuto sfigurare e la invitò ad accettare una scrittura, Camilla Horn passò così al cinema americano.

La sua prima interpretazione californiana fu Nella Tempesta, degli United Artists, nel quale ebbe a compagno John Barrymore, cui fece seguito La valanga (ancora a fianco del Barrymore) che viene ora presentata sugli schermi italiani.
MINO (Cine Sorriso Illustrato, 2 marzo 1930)

Questa è la storia e la carriera di Camilla Horn — nata il 25 aprile 1903 — dal debutto nel cinema “muto” ai primi tempi del cinema “sonoro”, per il resto… altrove.

Lon Chaney riformatore del sistema carcerario

Lon Chaney nel film Il capitano di Singapore, retro-copertina della rivista cinematografo, 4 settembre 1927
Lon Chaney nel film Il capitano di Singapore, quarta di copertina della rivista cinematografo, 4 settembre 1927

Il famoso attore dice che i criminali debbono essere trattati con severità intelligente

« La principale differenza tra coloro che si trovano dietro le inferriate di una prigione e noi, è questa: che cioè la sorte ci ha messi ai due lati opposti di una grande barriera morale ». Così diceva giorni fa Lon Chaney mentre nel suo camerino dello studio stava mischiando diversi colori in un barattolo onde ottenere la giusta gradazione per la truccatura del volto. Egli si preparava per una scena di « Il Serpente di Zanzibar ».
Chaney ha studiato i criminali personalmente, nel tetro carcere delle Tombs in New York, a Welfare Island, nelle Corti Notturne, ed ha conservato nella sua formidabile memoria i tipi più caratteristici per eventualmente riprodurli sullo schermo. Egli ha così aumentate le sue cognizioni di criminologia le quali gli servono di base per condurre una energica campagna per la riforma carceraria che costituisce la sua più grande passione dopo l’arte cinematografica.

« L’umana natura — continuò Chaney mischiando le variopinte creme nel vasetto — è parecchio simile a questo vaso di creme facciali che servono a truccarci il volto. Possiamo aggiungere un po’ di blu e trasformare il colore in porpora, oppure un po’ di giallo e trasformarlo in arancio; possiamo aggiungere del nero e rendere il miscuglio, più scuro, ma dopo tutto, qualsiasi cosa aggiungessimo, rimarrebbe una miscela di grasso e crema. Questa è anche la regola per la riforma del sistema carcerario. Le prigioni dovranno rimanere così come sono oggi, ma i loro regolamenti dovranno essere mutati.

« Cosa avete visto nelle carceri di Tombs a New York ? » fu chiesto a Chaney.

« Well », rispose l’attore, « ho visto quello che avrei potuto vedere nelle strade: l’umanità. Naturalmente, per la mia arte, debbo studiare i tipi, e tipi interessanti possono essere incontrati ovunque, non soltanto in prigione. La verità è questa: che quando uno va in una prigione per cercare un tipo da poter riprodurre sullo schermo, generalmente rimane deluso. Poiché il criminale dello schermo deve avere quelle caratteristiche fisiche che il pubblico grosso generalmente attribuisce al criminale, mentre invece nella maggioranza dei casi i criminali moderni non tradiscono affatto nell’aspetto esteriore la loro criminalità.

« Il giudice Louis Brodsky della Corte Municipale di New York mi ha dato interessanti informazioni e mi è stato molto utile. Sedetti delle ore con lui nella Corte Notturna e vidi sfilarci dinanzi criminali di ogni risma e colore. Il giudice Brodsky è uno dei più acuti e profondi conoscitori della natura umana che io abbia mai conosciuto. Sospesa l’udienza verso le due del mattino egli passò in rassegna per mio beneficio i principali casi della notte. Ebbene il volto più criminale, secondo la teoria popolare, era quello di un agente di un noto Ente religioso che si occupa della redenzione spirituale dei condannati. L’agente accompagnava uno dei più temibili banditi catturati dalla polizia metropolitana in quei giorni. Ebbene quest’ultimo era piccolo di statura e smilzo. Lo sguardo era intelligente e sveglio. Nessun segno fisico di degenerazione. No; l’apparenza inganna e le teorie popolari non valgono nulla. Il giudice mi narrò in breve le gesta del bandito. Roba da far rizzare i capelli in testa: di una ferocia inumana. L’agente invece era uno dei più miti, nonostante la sua straordinaria forza fisica, al servizio dell’Ente.

« Dunque il criminale tipo, quello classico delle novelle popolari, non esiste. Ed è per questo che noi attori più che sulle caratteristiche esteriori, dobbiamo basarci, nella riproduzione di tipi criminali, nell’azione sullo schermo la quale sola può dare al pubblico la sensazione precisa del tipo particolare che vogliamo interpretare ».
« Ma voi togliete i vostri tipi dalla vita, non è vero? »

« Sì, ma raramente da un tipo solo. Per esempio nel « Capitano di Singapore ». Egli era un rinnegato con un occhio solo, vivente nelle bettole dell’angiporto di Singapore. Ebbene le caratteristiche facciali di quel tipo le presi da un suonatore d’organetto di San Francisco, il quale aveva pure un occhio solo. Ma tutto il resto: abbigliamento, portamento ed aspetto esteriore lo tolsi in prestito da un proprietario di una casa di gioco in Tijuana, il quale aveva studiato per diventare Ministro Evangelico.

« Il tipo originale del film « Il trio infernale » era ospite nelle prigioni di Berkley, dove si trova l’Università di California. Il Capo di polizia August Vollmer, anche lui un profondo studioso di criminologia, mi segnalò un ladro d’albergo da lui arrestato. Costui, strano a dirsi, era un eccellente medico. Il caso del medico ladro mi suggerì l’idea fondamentale che sviluppai nel personaggio del « Professore Eco ». Incidentalmente aggiungerò che il medico in questione dopo avere scontata la grave sentenza appioppatagli si riformò ed ora è un professionista molto rispettato in una popolosa comunità della California meridionale.

« E questo è, appunto, il nocciolo della questione. Il trattare troppo bene i criminali è sbagliato. Essi debbono essere puniti severamente. Il criminale generalmente disprezza coloro che mostrano pietà verso di lui. Egli non cerca pietà e comprende pienamente la giustizia della punizione. Non ho mai incontrato un criminale punito che si sia lamentato della severità della punizione. Il loro punto di vista è che stanno ingoiando l’amara medicina che si sono meritati. Nessuno chiede pietà. Un uomo che non abbia completamente perso ogni senso di dignità umana non si abbassa a chiedere pietà. Ed anche i criminali hanno la loro dignità. Ha ragione quindi il Commissario di Polizia Warren di New York quando asserisce che i criminali debbono essere trattati con intelligente severità. Egli non promette mai agli arrestati una diminuzione di pena nel caso di confessione spontanea del delitto. Lascia loro comprendere che riceveranno in ogni caso una condanna severamente giusta. Ma dove incomincia la riforma è nel dare al criminale tutta l’opportunità possibile di riabilitarsi. È qui che il sistema correzionale dovrebbe essere un po’ modificato onde risponda alle esigenze della criminologia moderna. Il lavoro iniziato dal Commissario Warren è interessantissimo. Secondo la sua teoria molti criminali sono diventati tali per sfuggire alla monotonia della vita quotidiana. Sentivano la necessità di correre dei rischi ed il mezzo più facile era quello di darsi al banditismo. Ebbene, molti fra costoro, terminata la condanna, sono oggi diventati utili cittadini della comunità perché sono stati assegnati a lavori che possono fornire loro il rischio quotidiano di cui il loro carattere ha bisogno. Alcuni lavorano come elettricisti nelle linee ad alta tensione, ove il più lieve errore può significare la morte, altri si sono dati all’aviazione, altri ancora fanno parte del corpo di polizia nelle squadre addette ai compiti più pericolosi.

« Nessun uomo è fondamentalmente cattivo al cento per cento. Anche il più indurito criminale ha i suoi lati buoni. Occorre saperli sviluppare e coltivare. Ma mai usando pietà. Ho già detto che per la grandissima maggioranza degli uomini la pietà è offensiva: è una specie di carità morale della peggior specie.

« Parlando col Sindaco Walker ho appreso che la situazione in New York, veramente preoccupante ai primi dell’anno, è mutata per il meglio. I famosi gangsters hanno imparato finalmente a rispettare la polizia. Ma perché? Semplicemente perché sono state costituite squadre speciali, quelle del « braccio forte », che hanno ordine di trattare i criminali con metodi molto rudi. La tattica dei guanti bianchi è terminata. I criminali sanno di andar incontro ad un ricevimento a base di randellate, e ciò li fa riflettere prima di agire. Un criminale che incomincia a riflettere è già mezzo salvato. Risultato? diminuzione della delinquenza.

« Ad ogni modo a New York ho appreso molte cose che mi serviranno probabilmente in un prossimo foto-dramma che potrà avere come soggetto una razionale riforma dei metodi carcerari ».