Erich von Stroheim 2

Erich von Stroheim

« È un genio Stroheim? », si domanda Paul Rotha nel suo The Film Till Now. Certo è stato ritenuto tale, resta sempre da vedere se a torto o a ragione. Si potesse un giorno dipanare la matassa spessa e misteriosa che lo circonda! Certo è, per adesso, che il genio di Stroheim è affidato alla testimonianza di pochi, e in gran parte, come lui stesso avrebbe voluto, sulla scorta di un film, di frammenti di un film — Greed — di cui, quelli che lo hanno visto dicono così:

« È l’opera di un misantropo, in cui alcune scene hanno la grandiosità dell’orrido. Si esce dalla proiezione di Greed scossi per il genio  inumano profuso in tutto il film. Originalità è parola troppo modesta per parlare di un’opera simile che non si potrebbe rifare, ma che dimostra a che punto può arrivare il cinema nell’espressione della vita e dei sentimenti ».
Georges Charensol (Panorama du Cinéma)

« Quella grande opera satirica che fu Greed di Erich von Stroheim impostava una critica sociale della borghesia e la svolgeva con l’amarezza di uno Swift e la violenza di un Hogarth ».
Béla Balázs (Il Film – Evoluzione ed essenza di un arte nuova)

« Da tutto il film risulta evidente che von Stroheim aveva studiato attentamente Griffith. L’uso abituale di primi piani, del dettaglio, dell’angolazione, della composizione e dell’illuminazione drammatica, dell’iride e del mascherino, deriva da Griffith; ma più indicativi ancora della di lui influenza sull’opera di Stroheim erano il simbolismo, lo stile della recitazione e la caratterizzazione dei personaggi… ma dove Greed non avesse posseduto altro pregio, gli restava quello di un finale indimenticabile: i due uomini moribondi in mezzo al deserto. La ripetizione costante del tema della sequenza, quel martellamento dell’idea della morte, potrà anche essere  risultato opprimente durante la visione, ma, cosa rara nei film, s’imprimeva profondamente nella mente dello spettatore. Come disse Harry Carr: Von Stroheim ha la capacità di farvi vedere oltre l’immagine, egli scava a fondo nell’animo umano ».
Lewis Jacobs (L’avventurosa storia del cinema americano)

« Fate un articolo contro Stroheim! », disse un giorno il direttore di un giornale americano ai suoi redattori. Poi ebbe un’idea luminosa. « Per rendere l’idea, nel titolo, scrivendo Stroheim, sbarrate la S iniziale con due righe verticali, che sembri la sigla del dollaro ».

Il terzo vertice del triangolo in cui è racchiusa la grande opera di Stroheim come regista si chiama The Wedding March, un film sdoppiatosi in due e proiettato per intero meno volte di quanto sono le dita di una mano:

« Con Sinfonia nuziale Stroheim ha detto tutto come creatore assoluto; ma a differenza di Chaplin, il suo personaggio non è tramontato, anzi può essere fecondo di ulteriori svolgimenti; e in quale senso non dovrebbe essere difficile intuire. Noi consideriamo quasi tutte le altre opere dirette spesso soltanto in parte da lui, come opere prettamente commerciali ».
Ugo Casiraghi (Umanità di Stroheim e altri saggi)

« non ha alcun timore di mostrare situazioni ripugnanti, Stroheim. La sua presenza nel film contempera i contrasti; egli rimane, in fondo, impassibile; ogni suo gesto è misurato ».
Francesco Pasinetti (Storia del Cinema)

« V’è qui una logica delle inquadrature, una significanza che decide la loro durata, i modi del reciproco connettersi, che esclude in maniera quasi totale il discorso estrinseco delle didascalie, e brucia nel fuoco di un discorso solidamente unitario le laterali collaborazioni al compimento dell’opera: fotografia, scene, costumi, luci, trucco, e compone in unità di stile la recitazione dei vari attori ».
Rosario Assunto (Stroheim, realismo e stile, Bianco e nero)

« In Sinfonia nuziale Stroheim diventava davvero il Goya del cinema. Negromante in spirito, libera finalmente gli istinti che ha repressi troppo a lungo…
L’America reagì.
Stroheim divenne un uomo da mettere al bando.
Non potete a lungo prendervi gioco di una nazione giovane e sensibile, restando impuniti — i suoi cittadini non hanno alcun interesse ad apparire nel mondo come dei sordidi, come dei matti ».
Hermann Weinberg

« Una grossa opera, di cui Stroheim non riuscì però a terminare il montaggio, e che i produttori gli tolsero dalle mani affidandone la riduzione a Sternberg, il quale ne fece due film: Sinfonia nuziale e Luna di miele. Si dice che in questi due film Stroheim abbia voluto riflettere la propria biografia… l’avventuriero travestito da ufficiale austriaco in Femmine folli si è convertito ora nel tipico ufficiale austriaco, nel militarista di razza, di quella classica razza che era penetrata nelle fibre della società aristocratica e borghese di ogni nazione, con le sue tare e con ogni bruttura »
Luigi Rognoni (Cinema muto – Dalle origini al 1930) 

Il “resto” di Stroheim è tanto, tantissimo. Ci sono anche dei film completi, importanti, non ripudiati, riconosciuti da lui, ma entro certi limiti, prego:

« Il mio film ha dimostrato che questo genere piace al pubblico, ma io sono ben lunghi dall’essere orgoglioso e non desidero minimamente essere identificato con le cosiddette attrazioni commerciali. Quando mi si chiede perché faccio film del genere, non mi vergogno affatto di dirlo: unicamente perché non voglio che la mia famiglia muoia di fame ».
Erich von Stroheim a proposito di La vedova allegra.

E Merry-go-round? E i milioni di metri di pellicola che tra una vicissitudine e l’altra gli riuscì d’impressionare?

Poi il favoloso tentativo di Queen Kelly e la sua ingloriosa conclusione. Dissero che Stroheim e la Swanson, attrice-produttrice finirono col litigare a morte, a base di improperi… E veramente queste liti ci dovettero essere; la Swanson era ancora un mito in gran parte intatto; Stroheim si era giocato tutto, tranne i critici, che — immuni da invidia — lo hanno profondamente studiato ed ammirato e così ne hanno disegnato la personalità di artista:

« Erich von Stroheim è, con Charlie Chaplin, uno di quelli cui l’industria cinematografica  americana deve di più. Mentre Chaplin dava al cinema una nota di festa e di sogno intriso di malinconia, Erich von Stroheim gli ha dato un potente realismo, una precisione nei dettagli e una brutalità dura e potente, piena di forza e di colore ».
George Fronval (Erich von Stroheim, sa vie, ses films)

« Oltre al realismo della sua regia, che andava dalla ricostruzione minuziosamente fedele con la ripresa della quarta parete e del soffitto (che Lang e Welles impiegarono molto più tardi), all’uso di scenografie naturali anche negli interni (Greed), oltre alle sue autentiche costruzioni drammatiche, si riscontra, nelle opere di Stroheim, una tendenza di forma espressiva e di linguaggio del tutto anticipatrice, nel senso che diventò in seguito una delle caratteristiche del linguaggio del film parlato: il racconto, in queste opere, non è sempre basato sulla continuità dell’analisi logica del montaggio, ma spesso in una continuità che cerca di non frazionare l’azione in piani successivi ».
Carl Vincent (Storia del Cinema)

« L’avvento del sonoro non fu tuttavia il solo coefficiente che contribuì all’allontanamento di Erich von Stroheim come regista. Uomo in ogni circostanza alieno da compromessi, egli si era creato troppi nemici durante il periodo della sua potenza. Fu detto che vi furono dei produttori ancora in carica all’inizio del periodo sonoro che fecero solenne giuramento di non permettere mai più a von Stroheim di occupare una sedie direttoriale in alcun studio. Il suo nome fu iscritto nella ufficiosa lista nera di Hollywood, e, sebbene non fosse sua la colpa se Queen Kelly era stato interrotto, egli venne bollato come capro espiatorio. Stroheim, sebbene avesse fatto una mezza dozzina di film di grande rilievo, rappresentava tutto quello che c’era stato di più favoloso e stravagante nel cinema muto; ora egli si trovava in retroguardia, con solo pochi amici fedeli che lo aiutassero. Aveva una moglie e una famiglia da mantenere, e sebbene avesse guadagnato un gran quantità di denaro da Blind Husbands in poi, era adesso senza un soldo, i suoi ricevimenti e trattenimenti, il mantenimento della sua grande casa e il suo tenore di vita lo avevano lasciato in una posizione finanziaria scossa ».
Peter Noble 

Billy Wilder, che si considerava un poco l’allievo di Stroheim perché molto aveva appreso vedendo i suoi film, in occasione dell’inizio delle riprese di Sunset Boulevard, s’era preparato con coscienza un brevissimo discorso, per dare il benvenuto a Stroheim appena questi avesse messo piede negli studios. Quando il vecchio attore ed ex-regista arrivò, Wilder gli si fece accanto e disse: « È un onore per me dirigervi in questo film. Voi siete stato dieci anni in anticipo sulla vostra epoca! ». Senza scomporsi, von Stroheim lo corresse: « No. Venti anni ». Lascio a Time la responsabilità dell’aneddoto.

 

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