Cabiria


Una scena di Cabiria Itala Film 1914

Fulvio Axilla (Umberto Mozzato), Croessa (Gina Marangoni) e Maciste (Bartolomeo Pagano) in una scena di Cabiria (Itala Film 1914)

Roma, 31 Marzo 1921

Ho riveduta l’immortale pellicola sullo schermo del Modernissimo di Roma, in cui da sei giorni si pigia una folla attenta e assorta in una ammirazione che ha del religioso.

Sette anni fa, sul Piccolo di Napoli, parlando di questa pellicola, dissi che con essa l’industria italiana avrebbe valicato le Alpi e gli Oceani; e così fu difatti. Ma non dissi, e non potevo prevederlo, che dopo quel film che nessuno è ancora riuscito a superare, avremo avuta l’abilità di perdere tutti i mercati del mondo.

Rivedendo in Cabiria il magnifico giuoco delle panoramiche e dei carrelli, la sapiente e umana sceneggiatura, la fotografia in moltissimi punti resa stereoscopica dal movimento panoramico, l’elegante giuoco scenico, la meravigliosa e non ancora superata messa in scena, mi sono chiesto: Ma che cosa vanno arzigogolando tutti i miei amici nemici e così così, da Stame a Coscia, da Bianchi a Fiori, da Zanotta a Pittaluga, da Ambrosio a Carlucci, da Righelli e Guglielmo Zorzi, da Barattolo a Lombardo: che cosa vanno cantando questi amici nemici e così così, sulla tecnica nuova, sul progresso che dovremmo fare e non facciamo, sulla marcia nostra inferiorità, sulla insanabile nostra capacità di uguagliare — non superare! — gli americani?

Che cosa mi vanno dicendo tutti questi nobili amici nemici e così così?

Ma basterebbe solamente che tornassimo all’antico, basterebbe solamente togliere a quell’antico un po’ di cartapesta soverchia o dipingerla meglio e con più cura, per superare, non uguagliare, di dieci miliardi di chilometri tutti quanti!

Che forse a Cabiria si possono paragonare Madame Dubarry o la Signora del Mondo? Nemmeno per sogno! Intolerance è, relativamente, inferiore ed ha, di fronte a Cabiria, un tremendo difetto: non è capita dal grande pubblico.

Infine la famosa spezzettatura, il dettaglio per cui va pazzo il buon Righelli, diventa una ridicolaggine messa contro quel meraviglioso movimento panoramico che va in primo piano o in sfondo massimo, con una dolcezza, una precisione, un effetto bellissimo!

Che cosa mai vale il primo piano d’un pugno che si stringe (per indicare, come se non bastasse l’atteggiamento di tutta la persona, che l’attore è furibondo) in confronto della penultima scena di Cabiria, quando su Sofonisba morta si piegano pietosamente Fulvio Axilla, Cabiria e Maciste, e la macchina porta in primo piano, perfettamente inquadrato e perfettamente in luce, il bellissimo quadro, senza uno sbalzo, senza una sovrimpressione — che a lungo andare stufano la cicoria, confessiamolo pure! — senza nessuno di quegli artefici americani che imperversano oggi?

La tecnica di Cabiria non è superata: la verità è che nessuno è più buono — o crede d’esser buono — a farla. Questo è. Tutto il progresso sta in una fotografia un po’ più luminosa: e contro questo progresso sta l’assoluta deficienza di soggetti degni, di direttori capaci e di attori all’altezza del loro compito.

Gli americani hanno avuto tutte le loro ragioni spezzettando il film a decine di centimetri. Essi che hanno incominciato a fare della cinematografia con i cow-boys, non potevano certo diffondersi in scene per cui occorrevano degli attori. E così è venuta fuori la moda d’esprimersi con dei primi piani di orologi, di campane, di parti di macchine, di animali, di aspetti della natura, di gambe, braccia, mani… con tutto fuori che con attori — perché attori non c’erano. E i giovani artisti sono così persuasi e conquisi dal nuovo metodo che non fanno più nessuno studio, nessuno sforzo: e corriamo pericolo davvero di dover dar ragione a quel direttore artistico napoletano che diceva e dice: Datemi un bel fesso in frak e gli faccio fare Kean!

Tutto questo perché? Perché dopo aver vedute le prime films americane ci siamo messi ad imitarle, senza nemmeno dubitare che quello che ci veniva di fuori valeva meno di ciò che avevamo in casa, e, prima perché ogni imitazione è inferiore all’originale, poi perché il temperamento dei nostri artisti — almeno di quei pochi che ci rimangono — mal si adatta a far la parte di salame in barca nelle scene di venti centimetri, le nostre film non hanno avuto più pubblico. Ed ecco come e perché, avendo fatto Cabiria, siamo oggi battuti dalla Triangle!

Pure, perché fra Cabiria e il disastro presente siano scorsi quei quattro secoli di storia che si chiamano Guerra Europea, c’è da notare che tutti gli artefici di Cabiria sono vivi. D’Annunzio, Pastrone, l’Itala Film, Sciamengo, Chomón, Italia Almirante Manzini, Umberto Mozzato, Maciste, Vitale de Stefano, Lidia Quaranta, sono vivi vegeti e robusti. Esistono ancora le Alpi, il deserto, il mare, il cielo, il genio della stirpe, la bellezza delle donne, l’elegante forza degli uomini: tutto quello con cui fu fatta Cabiria. Perché non se ne fa un’altra? Qual’è la ragione che lo impedisce? Gli uomini d’allora ci sono anche oggi, e i mezzi d’allora sono enormemente più forti oggi, che abbiamo (non dico questo per fare una freddura) anche la Banca Italiana di Sconto. Perché non si fa?

La risposta è una sola: perché abbiamo voluto camminare nelle orme degli altri, troppo piccole per il nostro piede. Se avessimo continuato a fare, e se rifaremo ancora, l’arte e l’industria secondo il nostro temperamento, secondo il genio della nostra razza, attingendo in noi tutte le forze e non disperdendole in imitazioni transalpine e transoceaniche, di Cabirie ne avremmo fatto e ne faremo, non una, ma cento.

Ciò dico senza ipocrisia e false pietà, e senza falso orgoglio, con buona pace degli amici, nemici e così così, di parere contrario.

Guglielmo Giannini

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