Il sepolcro indiano (Das indische Grabmal)


Il sepolcro indiano (Das indische Grabmal)

Bernhard Goetzke, Il sepolcro indiano (Das indische Grabmal)

Seguire questa geniale produzione è una esplorazione continua di tesori inesauribili. Tutto il carattere del popolo millenario che si confonde nelle arterie polverose stampate di innumeri orme, che vive rinnovata dagli antichissimi usi, nella penombra dei templi e delle moschee degli Hindus e dei Parsi, nella pianura sconfinata punteggiata dai platani, su su fino alle montagne di verde smeraldo quasi fin contro al cielo di turchese, si prospetta nitido e sicuro in un rifiorire di avvenimenti ironici, cinici, commossi, passionali.

Tutta la civiltà del mondo ha significazioni e riflessi di possente rilievo: i cortei dei Maharajah, le processioni dei fanatici, il Lama accanto al suo chela, l’odore aspro dei fuochi, i fumi che salgono in volute sotto i fichi selvatici, le complicazioni di passioni tradotti in sostanza materiale e contingente, i sentimenti più intimi, i gesti crudeli e traditori, le combinazioni più singolari hanno una logica concatenazione, anche tra le mosse e gli scatti più impreveduti, nell’evoluzione del racconto. Se poi a tutte queste varie manifestazioni artistiche che suscitano il più vivo interesse aggiungiamo lo scenario architettonico, la ricchezza di colore gli effetti risultano più potenti e la trama si racchiude in una cornice decorativa esemplarmente perfetta. Ed è perciò che la solidità è in unione stupenda con le figurazioni, accoppiando con il sublime il veristico, l’introspezione coll’esterno, la staticità con la dinamica, l’esperienza coll’ingenuità. Il materiale umano e naturale è, direi, inciso da una volontà che guida, dirige, attribuendo ai singoli e alla collettività, alle cose minute e alle grandi il compito di suscitare le più intense e gagliarde emozioni.

Già, queste hanno vibrazioni sullo stesso soggetto, poiché possiede nel suo insieme qualcosa di religioso, di fanatico e di superstizioso travolgente, che si riflette sugli uomini e sugli animali sacri. L’iniziarsi stesso della scena nel tempio di Dourgha, l’intervento del Fachiro Raminghani, dalla jeratica posa, dalla mobilità elastica dello spirito, preparano l’animo alle più grandi sorprese. E queste si accendono interamente nella villa di Hyde Park alle spiritualizzazioni del fachiro alle sue materializzazioni, al gioco spiritico, alle sue continue evoluzioni. E Herber Rowland, il futuro architetto del Sepolcro non asseconda egli nell’espressione l’uomo diverso e remoto venuto fra altri uomini? L’artista che non vive che per la sua arte e per il suo delicato amore per Irene travolto dal fascino misterioso di una volontà superiore perde le sue facoltà volitive e va verso il destino e l’avventura lo vuole. Irene ha i sintomi della partenza e lo lo segue ma il mediums interpone e più originali impedimenti, dei veri sortilegi che l’obbligano a trattenersi.

Il viaggio verso il paese incantato è intrapreso e qui ancora l’opera del fachiro si spiega in prodigiosi avvenimenti, prosegue nella città del sogno e della fantasia accanto al principe, alla soave Mirrya, a Mac Allan, fra i cortei di fanatici e di elefanti sacri, a Irene pervenute alla reggia del potente Rajà.

Questo primo episodio ha veri attributi di invenzione e di originalità e possiede tutta l’attrattiva, la ricchezza, la maestosità dei racconti orientali e come questi ha pure il sue seguito conclusivo. Perciò ecco un secondo e poi un terzo episodio che spiegano il grande amore del Principe Ayan per la dolce signora del suo cuore e il grande odio per il suo seduttore, il sogno di Heber e di Irene tra le belve inferocite, le immense difficoltà sormontate per vedersi, le avventure tra tigri e sciacalli di Mac Allan, l’abbandono della bella Savitri, tutta la fantasiosa tela di avvenimenti strani, ora orribili ed ora deliziosi, fino alle orrende scene dei lebbrosi, alla fuga dalla torre ferrata, all’estremo sacrificio imprimono uno spiccato carattere che ha tutto il sapore acre e la voluttà delle cose orientali.

La vigorosa pittura di sentimenti e passioni, annotiamolo con piacere, è stata tradotta con sensibilità di tinte e di scorci vincendo le difficoltà estreme irte di aculei e di spigoli.
Ogni quadro, ogni scena, ogni parola e ogni gesto presentava dal lato costruttivo e interpretativo un aspro conato ma l’intuizione, la coltura, la profonda sensibilità di tutti gli attori riuscirono a comporre un’opera superba, che sia nei ritmi pacati e tranquilli, negli spasimi delle anime delicate, o nel cuore delle rudi creature, sia nel fragore composto del romanzo, o nello stridore crudele del destino si eleva fascinante come l’epopea di tutto un popolo o la tragedia intima di ogni cuore. E così possiamo dirlo la traduzione di Guglielmo Giannini è realmente degna della meravigliosa concezione di Thea von Harbou.

Vice-Vidal
(La rivista cinematografica, 10 dicembre 1923)

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