Come sono diventato Charlot


Kid auto races at Venice (1914)

Kid auto races at Venice (1914)

Il demone dell’eleganza mi ha tentato fin da fanciullo: certi giorni stavo ore ed ore in Trafalgar Square per ammirare i signori eleganti in cappello duro e bastone.

Li imito.

Da un rigattiere del Ghetto compero per quattro lire una giacchetta da società un po’ troppo lunga e grande per me. Il primo cappello duro che portai era di un reverendo pastore anglicano che lo aveva gettato nelle immondizie.

Per « apparire » tenevo continuamente in bocca una sigaretta, sempre la medesima, senza bisogno di avere in tasca i fiammiferi.

A diciott’anni, entro a far parte dei Eight Lancashire Lads. Il direttore, per il primo mese, mi fa camminare tre ore al giorno, con la punta dei piedi all’infuori, in modo da tracciare una linea retta, che passasse per i talloni. Ogni sera, per due anni, batto le tavole seminate di piccoli ciottoli con i piedi calzati di zoccoli olandesi. Mi disarticolo. Non sento più le ossa. Riesco a fare girare i piedi intorno alle caviglie. Benissimo.

Mi affidano in seguito la parte di Billy, il boy sentimentale di Sherlock Holmes e, in questa parte, imparo ad alzare gli occhi alle stelle con soavità, a passare dalla più grande tristezza a scoppi di risa improvvisi, a perfezionare la mia andatura atassica, a fare girare, nei momenti di attesa sotto il balcone della bella, il bastoncino di bambù con la velocità di una ballerina inglese nei vecchi valzer. Mi completo.

Passo poi con Fred Karno ed ho parti principali nei suoi sketch. Queste interpretazioni sono il mio primo trionfo. Uno di questi sketch si ripete per quattrocento sere al Drury Lane di Londra.

E, a forza di fare la scimmia sapiente davanti a migliaia di spettatori, sotto la accecante luce dei riflettori, acquisto quella certa espressione di tristezza altera propria degli spiriti superiori, disillusi della società e quella mia aria stanca e disgustata.

Nel 1913 Fred Karno firma un contratto per una tournée negli Stati Uniti.

Un giorno, Kid Brady della Keystone Company, vede la nostra troupe al lavoro. Se ne entusiasma. Senza discussione mi scrittura per duecento dollari la settimana e mi spedisce a Los Angeles.

Ma, ahimè, alla Keystone, il re è Mack Sennett. Sennett imprime un ritmo vertiginoso al popolo di mimi che tiene sotto la sua legge, li fa saltare, correre come pazzi, buttarsi giù dal decimo o dal ventesimo piano di un grattacielo, li fa picchiare, ma senza un motivo plausibile.

Trovo tutto questo semplicemente idiota.

Mi ripugna di gettare gelati alla crema sulle paffute guance di Fatty, di bombardare gli altri miei colleghi, Mabel, Ambroise, Ben Turpin con tazze, bottiglie, bicchieri, forchette, senza che tutto questo esprima uno • stato d’animo.

Nel film comico, Mack Sennett cerca l’esagerato, l’impossibile e tenta di raggiungerlo con mezzi meccanici; nel film drammatico cerca lo scandalo e l’anormale: abusa delle circostanze atmosferiche. La messinscena ha un preponderante essenziale.

Io volevo invece che l’espressione dell’attore avesse la preponderanza sulla messinscena.

Mi dicono che poso da maestro.

Sennett parla di ricondurmi a New York.

— Vi pago una penale di cinquemila dollari; ma non posso servirmi di voi.

— Come penale, preferirei che mi lasciaste girare un film, secondo la mia idea, per vedere un po!…

Mack Sennett sorride.

Ragazzo mio, non c’è equivalenza: un film non costa meno di cinquantamila dollari.

— Non credo. Non pagando il protagonista, che sarei io, il film non verrà a costare più di due mila dollari.

Mack Sennett sorride scettico, accendendo una grossa pipa hawaiana. Aggiungo:

— Non occorre messinscena, mi bastano tre compagni; che si prestano per farmi piacere: Filomena, Ben Turpin, Mabel!

Mack Sennett acconsente.

In tre giorni creo il personaggio. Costume: la giacchetta da società del ghetto, il cappello del reverendo, un po’ da una parte, e dall’altra un ciuffo di capelli ricciuti come quelli d’un senegalese, lucidi come quelli d’un chitarrista spagnolo. Mi trucco mettendomi sotto il naso due centimetri di carta nera… e giro!

Trionfo!

Mack Sennett s’inchina. Sono lanciato.

Charles Chaplin, luglio 1926 

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Archivio del Cinema Muto - Silent Film Archive
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Una risposta a Come sono diventato Charlot

  1. kinetografo ha detto:

    Buon anniversario Charlie!

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