Ombre che passano

Ivan Mosjoukine e Nathalie Lissenko in Ombre che passano
Mosjoukine e Lissenko in “Ombre che passano” Alexandre Volkoff 1924. Sullo sfondo il cinema Volturno di Roma, o quel che resta, nel 2017 (foto cinema Volturno @kinetografo)

Prime visioni romane, giugno 1925. Ombre che passano al Volturno.

Ivan Mosjoukine, il grande interprete di Braciere ardente e di Giustizia, si mostra in questo film sotto un nuovo aspetto: quello di attore comico.

La sua comicità, che ricorda talvolta quella di Charlie Chaplin, avvalendosi di una sapiente semplicità di mezzi, ottiene il più grande effetto, ed è di un fine, arguto umorismo.

Tuttavia il film non è una commedia tutta da ridere.

Il soggetto — o scenario, come dicono i francesi — è spiccatamente russo: acuto nell’analisi psicologica, ha quel modo di considerar la vita, tra lo sconsolato e il disattento, e quella nebulosa indeterminatezza che sono caratteristiche della letteratura russa, e che non sempre trovano rispondenza nel nostro gusto, che non dimentica il quadrato senso logico latino.

Eccolo:

Luigi Barclay (Ivan Mosjoukine) è stato educato dal padre (Henry Krauss), professore di filosofia, nella vita semplice sana dei campi. Egli — dice un sottotitolo — è il prototipo della « mens sana in corpore sano ». Tuttavia vediamo questo modello di mens sana compiere alquante stranezze. Fra le quali, quella di immergersi nel mare insieme alla moglie (Andrée Brabant) e ad un… cavallo, che essi montano in due, essendo vestiti semplicemente dal costume da bagno. Ma indulgiamo volentieri a tale eccentricità, perché la giovane coppia nel succinto costume, montata sull’elegante cavallo di razza, è di un effetto plastico, che sedurrebbe un esteta pagano.

In tanta pace, giunge un’improvvisa notizia. È morto il nonno materno di Luigi, nominandolo erede di ben 25 milioni. Bisogna che egli si rechi a Parigi a prendere in consegna la cospicua eredità. E Luigi Barclay — comprato per la circostanza un completo da un mercante di abiti confezionati — e recando un’enorme corona mortuaria, parte per la ville lumière.

Quello che compie questo bel tipo sbalzato fresco fresco, col suo completo bell’e fatto e l’immensa corona di fiori, dall’ingenuità agreste dell’Happyland natio, in uno dei più grandi hôtels della babelica Parigi, è da non dirsi.

Con un milione anticipatogli sull’eredità in biglietti di banca che egli si caccia in tutte le tasche del suo ineffabile completo, egli dimentica completamente nonno, padre e moglie, e s’incanta ad ogni monella che gli vien fatto di adocchiare.

Infine, s’innamora, con tutta la forza della sua natura… primitiva, di una donna che pare riunisca in sé tutta la seduzione e il fascino di Parigi: madame Jaqueline (Nathalie Lissenko). Ma costei non è che un’avventuriera, alla quale egli è stato presentato da due eleganti imbroglioni, John Pick (Vautier) e Jonesco (Bardou), i quali vogliono servirsi di lei per impadronirsi della ricchezza dell’inesperto provinciale. Senonché, Jaqueline è presa anche lei d’amore per l’uomo che dovrebbe rovinare… (…)

Divertente nella macchietta di provinciale, nelle prime parti, appassionato ed accorato nel finale, Ivan Mosjoukine ha disegnato con arte versatile e grande finezza il tipo di Luigi.

Luminosa, nitida, la fotografia. Di piacevole effetto i virages, largamente usati dalle colorazioni delicate e riposanti.

Sala Palestrina e Cinema Vittorio Emanuele

Roma, luglio 1916

Non occorrono soverchie parole per “presentare” ai nostri lettori la Sala Palestrina, la quale, inaugurata due anni or sono con una esecuzione meravigliosa ed indimenticabile dello Stabat Mater rossiniano, diretto dall’illustre maestro Luigi Mancinelli, costituisce ormai uno dei vanti della Roma artistica e mondana. E il pubblico sa, per tradizione consolidata attraverso una serie di concerti e di spettacoli registrati a lettere d’oro dalle cronache cittadine, che i battenti della splendida sala dei Prati di Castello non s’aprono se non per dare luogo ad avvenimenti d’arte di primissimo ordine. Niente presentazione dunque, ma soltanto una notizia, quanto mai lieta, che sarà raccolta senza dubbio con grande compiacimento: nella Sala Palestrina, pur già magnifica così come era nel suo sontuoso aspetto quasi di moderna basilica, con le sue austere navate, i suoi marmi, i suoi ori, le sue pregevoli pitture, sono stati compiuti in questi giorni alcuni importanti ed opportuni lavori di abbellimento e di adattamento, tanto che essa, giudicata a buon diritto il più ampio e ricco locale di Roma, è divenuto un luogo ammirabile di eleganza, di sfarzo, di modernità per grandi spettacoli cinematografici.

Tali spettacoli — che rivestono carattere assolutamente eccezionale secondo il nobile criterio cui l’impresa di Pirro De Angelis, il geniale proprietario, intende informare l’opera sua — principieranno fra pochissimi giorni e costituiranno una vera e propria stagione di films tra le più importanti ed attraenti delle maggiori Case di produzione italiana ed estera.

Chi passa, di questi giorni, per via Cola di Rienzo, incontro ai Magazzini Zingone, nota un fervore di lavoro innanzi e dentro le quattro grandi porte che sono il nuovo ingresso della Sala Palestrina e sulle quali una squadra di operai sta completando una elegante pensilina luminosa: tra breve tutto sarà in ordine e il pubblico verrà chiamato al primo spettacolo.

Per esso l’impresa ha scelto, con opportuno pensiero, la Stefania, l’imponente nuovissimo dramma d’arte della Brune-Stelli Film, ideato e scritto dal valoroso poeta e collega nostro Fausto Maria Martini e interpretato da Gabriella Besanzoni, la giovane e celebre artista lirica che per la prima volta in questa film si presenta allo schermo. Di Stefania e di Gabriella Besanzoni — che, si noti la simpatica coincidenza, proprio nelle ultime feste di Pasqua venne acclamata nella stessa Sala Palestrina, come insuperabile interprete dello Stabat di Pergolesi — abbiamo avuto più volte occasione di parlare. Torneremo ancora sull’argomento che non mancherà di appassionare nei prossimi giorni il nostro pubblico: per oggi non potevamo tardare nel dare ai lettori la grata notizia.

Nello storico palazzo dei Principi Altieri, in quella magnifica via del Plebiscito, centro dal quale si snodano le arterie dei quartieri più popolosi e più aristocratici di Roma, è sorto il nuovo Cinema Vittorio Emanuele, che viene subito ad annoverarsi fra i teatri cinematografici più grandiosi della Capitale.

A pochi è stato concesso di poter visitare prima della inaugurazione, che è ormai imminente, questo splendido ritrovo, attorno al quale l’ing. arch. Luigi Babini, il decoratore Augusto Salvi, l’elettricista Ottorino De Girolamo ed un esercito di artisti hanno profuso tutte le bellezze che l’arte architettonica può vantare.

L’ingresso principale di questo nuovo Cinema è dalla Via degli Astalli.

Nella sala d’aspetto si aprono due spaziosi ingressi laterali che danno alla platea ed un terzo alle poltrone, mentre due scaloni portano alla civettuola galleria, capace di contenere 300 persone, che gira quasi a metà della sala di proiezioni alla quale otto finestroni danno aria e luce.

Entrando nella sala di proiezioni — 12 per 45 di lunghezza — si prova l’impressione di trovarsi in un luogo di delizie abbaglianti, tanto sono bene disposti gli effetti di luce che mettono in rilievo lo stile barocco che l’adorna. È però un barocco riuscitissimo, tutto leggero in stucco bianco, senza stonature e che dà un senso di vera gaiezza.

Il noto industriale, signor Agostino Nobis, che ne è il proprietario, nulla ha trascurato per renderlo il ritrovo meglio accettato al gran pubblico di Roma: il ritrovo dove passeranno in visione le più grandi manifestazioni d’arte della scena muta.

Il programma di inaugurazione sarà costituito da un forte dramma avventuroso, passionale, in quattro atti, dal titolo Testina d’oro, interpretato dalla grande attrice Mistinguett; l’arte di Mistinguett è ben nota al pubblico per tesserne gli elogi.

Il signor Agostino Nobis, non badando a sacrifici, ha acquistata l’esclusività della detta film, che otterrà certamente il più grande successo cinematografico.

Il nuovo Cinema Vittorio Emanuele è veramente degno di avere come sede lo storico palazzo Altieri.

Il Cinema Ambrosio a Torino

Pubblicità nella rivista Numero, Torino 1916
Cinema Ambrosio. Pubblicità nella rivista Numero, Torino 1916

Gennaio 1916.

Sorto per iniziativa e coi capitali di quell’illustrazione e decoro della Cinematografia, che è l’Avvocato Cavaliere Giuseppe Barattolo, il Cinema Ambrosio è entrato nel 3° anno di vita: vita fervida, gloriosa, movimentata, anzi ricca di emozioni quanto mai: emanazione poderosa della genialità del fondatore e dell’opera feconda di chi lo coadiuva, e sono molti: da Luigi Barattolo, che ne è l’anima, agli impiegati di concetto e amministrativi; dai salariati d’ordine all’ultimo spazzino, che pur conscio del suo dovere, e lo adempie scrupolosamente. E così non è meraviglia se intorno al Cinema Ambrosio si è creata un’atmosfera di simpatico e lusinghiero interessamento, che si potrebbe anche dire amore.

Uno degli elementi di successo è pure la mirabile scelta dei programmi: elevatezza, non banalità: istruzione ed educazione, non spinta al delitto: svago della mente, piacere dell’anima e del cuore, godimento intellettuale d’arte, non incentivo alla foia ed alle più basse e turpi passioni umane. Questo mercè le moltissime Case, di cui l’Avvocato Barattolo è il Rappresentante, lodevolissime tutte e tutte improntate ad operar retto e magnanimi sensi, e però le citiamo ad onore: Ambrosio, Pasquali, Etna, Eclipse, Keystone, ecc., ma soprattutto la Cæsar, quest’ultima creatura vitalissima del nostro Barattolo, e che tanta onda di poesia, specie con la Bertini divina, spande intorno a sé, e di cui si può dire anche che manifestando la vita dà la vita.

Né si può tacere un altro impulso, o meglio fattore del colossale successo continuo del Cinema Ambrosio; ed è, o, meglio, sono i suoi deliziosi Venerdì aristocraticissimi.

Venerdì?… A vero dire si potrebbe dire ogni giorno, che la parte, davvero eletta, della cittadinanza torinese si riversa ciascun giorno in quelle splendide, invitanti sale dorate, in quel tempio magno della cinematografia, punto freddo e male illuminato, ma splendido di calore, di luce, di beltà, di attrazione.

Mirabile è poi il Cinema Ambrosio per escogitare provvide e piacevolissime pensate, di cui alcune benefiche oltre ogni credere, quali le Fiere di beneficenza. Altre sono eminentemente pratiche ed egualmente generose, e tra queste vogliamo notare la pubblicazione e diffusione gratuita di uno splendido e in grande formato Numero Unico di ben otto pagine, magnificamente illustrate, elargito nell’occasione del Capodanno del 1916, ed in cui diffusamente e bellamente, nonché con grande competenza, si scrive della fondazione del mirabile Cinema, nonché del Cav. Arturo Ambrosio, onore e mente della bella Arte nostra, anzi duce, decano, e Mentore di essa, e inoltre dell’incomparabile Francesca Bertini, della produzione della Cæsar Film e delle Istituzioni tutte ottime del Cinema Ambrosio, quali il Tango, i Giovedì dei bambini, e non plus ultra Venerdì, già menzionati, i Veglioni cinematografici, mirabilissimi, il floreale, anzi tropicale Jardin d’été, l’Albero dei bambini, la Festa del Ghi, la Festa del Calendario, e prose e versi di squisita fattura: un numero, insomma, degno di ogni elogio e di ogni considerazione. Laonde a noi non resta che un grido di encomio, proprio plaudente, e questo Cinema, che sopra tutti eccelle, e che si può dire davvero l’Acropoli della Cinematografia, più che in Torino, in Italia.

G. I. Fabbri
(La Cinematografia Italiana ed Estera) 

Pubblicità nella rivista Numero, Torino 1916
Cinema Ambrosio. Pubblicità nella rivista Numero, Torino 1916