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Il giardino incantato – Rinascimento Film

El Jardin de la voluptuosidad protagonista Pina Menichelli

Gennaio 1919. La censura cinematografica di Roma ha bollato d’infamia il film che G. M. Viti ha scritto per la Rinascimento Film: Il giardino della voluttà; e sapete perché? Perché il titolo « è una truffa al pubblico, giacché promette ciò che non mantiene »… Che cosa volevano i censori?

Roma, febbraio 1919. Ormai è tradizione che l’impronta artistica di ogni nuova stagione cinematografica viene seguita da una creazione di Pina Menichelli. Conseguentemente, l’attesa in tutta Italia per il nuovo film Il giardino incantato era vivissima. L’aspettativa del nostro mondo professionale era tanto più febbrile in quanto che si trattava non solo della nuova esecuzione dell’attrice prediletta di tutti i pubblici (e si sa che ogni nuova esecuzione di Pina Menichelli è un’avvenimento d’arte), ma anche perché era questo il primo lavoro eseguito dalla nuova casa romana Rinascimento, i cui negativi sono per breve tempo ceduti all’Itala Film di Torino, e Il giardino incantato era la opera di uno scrittore intelligente e colto come pochi, il Viti.

Dobbiamo subito dire che tanta aspettativa è stata pienamente confortata dal più unanime successo che si debba registrare a Roma nella presente stagione cinematografica. Il lavoro ha letteralmente entusiasmato migliaia e migliaia di spettatori che sono accorsi al richiamo dello spettacolo di eccezione.

(…) Successo incomparabile, dunque, del Giardino incantato, a Roma, non solo per la diva, che aggiunge questo memorabile trionfo all’aurea collana del suo prezioso serto artistico, ma anche per la casa editrice Rinascimento, per l’eminente direttore artistico Eugenio Perego, per l’invidiabile primo attore Gigi Serventi e per l’ottimo operatore Cufaro.

London, June, 1920. Fostering International Appeal. The Gaumont programme certainly never lacks anything in International interest, and after within the las few weeks presenting Spanish, American, French and British productions, the list is now further added to by the addition of a Italian Picture, The Stronger Sex should prove of more than casual interest, for it is a picture entirely built up upon a theme, and a very good one at that, of comparison of the thoughts and actions of both a man and a woman when called upon to face a crisis. The production, as is usual with Italian pictures, is beautiful done, and the acting, even if a trifle Continental, is convincing Pina Menichelli‘s performance in particular stands out as a work of art, and she succeeds in alienating and attracting sympathy at will.

The Stronger Sex
Challenge to the tradition that man is superior to woman — A problem play minus the problem — Beautiful Pina Menichelli well produced.

Against the will of her wealthy aunt Lina marries an author, and the two live beyond their means. Lina sacrifices her honour to retrieve their fortunes, but the author prefers death as an easier way out.

Despite the fact that some ingenious person has tried to attach a deep ulterior significance to this simple story, it is really quite a straightforward drama of passion. Pina Menichelli is a sufficiently beautiful woman not to have to bother about social problems.

A pretty symbolistic scene shows Lina setting free a dove from a comfortable cage, and wishing she could follow it. For a perfectly horrible aunt has decided that Lina must marry her son, while all the time the girl wants to wed a popular author. The aunt unkindly draws Lina’s attention to the dove which has returned, unable to find food, and prophesies that Lina follows the dictates of her heart she will do the same. However, the girl marries her author, and the two lead a wildly extravagant life until all their money has gone. The husband is placed in an awful dilemma for a broker insists upon claiming a celebrated picture lent by the Government for review. Disgrace must follow unless this work of art can be redeemed. When Lina realizes the situation, she consents to her cousin’s dishonorable conditions, but her sacrifice is in vain, for when she returns home it is to find her husband dead from a self-inflicted shot.

In wonderful settings the magnificent beauty of Pina Menichelli glows like radiant jewel, and this, apart from all its other excellent qualities, makes The Stronger Sex remarkable.

Nella versione spagnola del film (titolo spagnolo: El jardín de la voluptuosidad), Liana (Pina Menichelli), scoperta la difficile situazione del marito « decide buscar apoyo en su tía Malvina, y pedirle entregue la cantidad salvadora de la honra de su marido. La austera dama, impulsada por lo remordimientos qui corroen su alma por su manera de proceder, entrega a Liana lo que en verdad era bien suyo y la joven parte rapidamente, trayendo con ella lo que considera la salvación de su amado ».

Di questo film sono sopravvissuti argomento e didascalie italiane, nelle collezioni del Museo Nazionale di Torino, e un frammento conservato nell’archivio della Cineteca Italiana di Milano. 

Immagine e testi da: Archivio In Penombra, Museo Nazionale del Cinema, The British Newspaper Archive. 

La verità nuda – Rinascimento Film 1921

Livio Pavanelli e Pina Menichelli, La verità nuda (Rinascimento Film 1921)
Livio Pavanelli e Pina Menichelli, La verità nuda (Rinascimento Film 1921)

Roma, Corso Cinema Teatro, dal 24 aprile 1921.

È un film di cui si può fare il più alto elogio: è un trionfo d’armonia.

L’argomento è presto narrato. Una scultrice (Pina Menichelli), e un pittore (Livio Pavanelli) s’innamorano l’uno dell’altra e si sposano.

Prima del matrimonio il pittore ha avuto una relazione con la contessa Brazinska (Elena Makowska), e dopo alcuni mesi del matrimonio la relazione, favorita dal caso e dalla volontà inflessibile della contessa rivive.

In una gita a Villa Adriana, Ada, la scultrice, vede il marito baciare la contessa. Ha un gesto di smarrimento, e cade dall’alto d’un muro romano. La caduta le toglie la vista.

Ora la povera donna, ridotta una larva, vaga per l’ampia casa immersa nella sua eterna tenebra. Il marito è completamente preso dalla contessa e finisce per acconsentire al desiderio di lei: finirle il ritratto.

Ada pensa a morire, ma mentre il suo dito sta per premere sul grilletto della rivoltella, l’assale il desiderio di baciare il marito un’ultima volta. Essa va: ma sente la contessa parlare: i due adulteri stanno nello studio; la contessa cerca di convincere il pittore a disfarsi dell’inutile moglie.

E la cieca che voleva morire gli scarica contro la sua arma, ciecamente. Il pittore cade ferito a morte, la contessa fugge, — e la cieca riacquista la vista.

È un film d’armonia. Salvo un solo quadro, quello d’una serra che c’è sembrato un po’ — solo un po’ — brutto, tutto il complesso della pellicola è magistralmente equilibrato e proporzionato: dal magnifico sfruttamento di Villa Adriana e di Villa Barberini, alla scelta accurata dei personaggi, dai protagonisti all’ultimo cachet. Il tutto è integrato da una fotografia luminosissima, che assurge ad apparenze stereoscopiche in molti punti.

Pina Menichelli è non nella sua migliore interpretazione, ma nella “sua” interpretazione. Essa non ha nessuno di quei nervosi movimenti per cui le movemmo delle censure nella Storia d’una donna. Essa s’è ormai convinta che è bella sempre: da dovunque si veda, e ne fanno prova due magnifiche fotografie di profilo che fanno bella mostra di loro nelle sale del Cinema Corso.

Ma non è dei mezzi plastici della Menichelli di cui vogliamo parlare, ma della sua arte. Due scene in tutto il film bastano a consacrarle una fama che è ormai più solida di tutte le critiche: la scena in cui perde la vista e quella in cui rivede.

Tutti i fotogrammi della grande scena finale rilevano il talento di questa attrice.

Essa spara sugli adulteri mirando « con l’orecchio » guidando l’arma omicida con le voci che ode. Spara: un corpo piomba a terra… Essa ha un primo spasimo: Chi? Chi ha ucciso? Colei che odia o colui che ama?

Si precipita sul corpo che giace e ne urta i piedi.

Essa indietreggia sopraffatta dall’orrore, ma subito l’ansia di sapere vince l’orrore medesimo. E la cieca si slancia ancora, si getta sul corpo, lo tocca. Ah gioia! L’assassina amante sorride di gioia terribile: le sue mani sentono un panno, una veste. Il corpo è quello di lei… E le mani vanno avanti su per il tappeto in cui Pavanelli s’è avvolto nel supremo momento e che la cieca crede una gonna. Presto le sue mani tremanti arrivano al volto. I capelli! dove sono i capelli?

E nel tremendo colpo la cieca perde il suo sorriso di infernale contento. Ha ucciso lui? Lo shock nervoso è formidabile, essa vacilla man mano che la terribile luce si fa nel suo spirito, ed insieme a quella un’altra luce si fa in lei, nei suoi occhi: essa vede! Vedo! Vedo! Vedo! Ada grida delirando di gioia. Ma subito la sua gioia diventa terribile dolore, ed essa si domanda perché vede, se la prima cosa che i suoi occhi scorgono è il marito a terra, morto.

È una interpretazione veramente superba.

Accanto a Pina Menichelli ha ottimamente figurato Elena Makowska. La grazia felina di questa bellissima donna è così profondamente suggestiva che sembra in certi momenti di vedere una persona vivente, tentatrice, tanto più… peccaminosa quanto più è coperta da abiti la cui aderenza è ossessionante. Essa ha reso magistralmente la sua parte, con dei semplici gesti, con delle movenze, degli atteggiamenti senza artificio. È una vera attrice cinematografica.

Livio Pavanelli anche è stato felicissimo, corretto in tutti i momenti della sua difficile parte. È un attore che ha il senso della proporzione: non fa mai niente più e niente meno di quanto deve fare.

Il vero trionfatore è però Carlo Amato, l’infaticato semplificatore che riesce con la sua diplomazia e il suo finissimo tatto a fare le cose più inverosimili: ottenere l’ingresso in luoghi dove non entra mai nessuno, regolare tutta l’ossatura amministrativa dei suoi lavori in modo che sembrano ci siano profusi tesori, accordarne fra loro due dive, quando è risaputo che nemmeno madre a figlia sanno andare d’accordo.

Mah! Gutta cavat lapidem… e Amato andrà lontano…

La Dame de Chez Maxim – Rinascimento 1921

Dame de Chez Maxim
Una scena del film La Dame de Chez Maxim

Paris. 15 Juillet 1921. Pina Menichelli tourne a Paris La Dame de Chez Maxim’s.

La grande étoile italienne Pina Menichelli vient d’arriver à Paris accompagnée de son «producer» M. Charles Amato, directeur de la Rinascimento Film, de son metteur en scène, M. Amleto Palermi, de son opérateur et de tout un petit monde de petits rôles, machinistes et décorateurs qui suivent la créatrice du Feu dans tous ses déplacements de travail.

Aussi bien Pina Menichelli n’est-elle pas venue dans la Capitale pour s’y distraire ou s’y tailler une réclame tapageuse dont son talent, fait de sincérite poignante et de beauté lumineuse, n’a nul besoin? Le but de son voyage est purement cinématographique, si l’on peut dire, et quelques heures après sa desdente du Rome-Express la troupe de la Rinascimento-Film tournait, rue Royale, les premières scènes de la Dame de Chez Maxim’s.

Un de nos plus joyeux et amusantes artistes, M. Marcel Lévesque, s’était joint à la compagnie italienne et ce ne fut pas un spectacle sans attrait que de voir à la terrasse de Maxim’s l’hilarante bande d’actrices et d’acteurs muets venus d’au delà des Alpes pour jouer les noceurs attardés.

Pina Menichelli capiteuse sous le treillage d’or de ses cheveux blonds simulait, à s’y méprendre, les fatigues et le désordre d’une nuit agitée au cabaret légendaire. Marcel Lévesque, le haut de forme en goguette, menait un train endiablé.

«Mince de biture! Qu’est-ce qu’elle  a pris la môme!»

Et cependant que les réflexions des badauds abusés s’entrecroisaient malignes, voir même méchantes, M. Amleto Palermi, raide, impassible et froid se tournait vers l’opérateur, caché derriere un pilier du Ministère de la Marine, et lui lançait le traditionnel et sacramentel: «Gira! Gira!»

Nous avons pu, l’après-midi, être reçu au Claridge-Hôtel, où elle est descendue, par Mme Pina Menichelli, qui, en compagnie de Liliane Meyran, elle-même retour de Rome, prenait hâtivement une tasse de thé.

— Mes impressions sur Paris, dit-elle, je vous les donnerai volontiers, mais puis-je le faire sans avoir encore rien vu de la vraie Capitale. Liliane Meyran, votre gracieuse compatriote, m’a promis à Rome de m’aider à tout voir et tout entendre du vrai Paris. Vous le voyez, nous venons à peine de nous retrouver et nous partons pour une première visite rue de la Paix. Ajoutez à cela que je tourne demain matin boulevard Hausmann et place de l’Opéra et qu’il me faudra être sur pied à l’aube. Dites cependant que le premier contact a été charmant. Je suis à la fois ravie et un peu désorientée. Quelle ville magnifique et magique!

J. P. (Cinémagazine)