Giuseppe De Liguoro cavaliere senza paura

Giuseppe De Liguoro 1915
Giuseppe De Liguoro ai tempi della Caesar Film, 1915

Ho dato la preferenza a Pina Menichelli, nel ricordare che ieri si celebrava il suo compleanno, ma lo stesso dieci gennaio di qualche anno prima, nel 1869, nasceva a Napoli il conte Giuseppe De Liguoro Presicce. Don Giuseppe, da vero gentiluomo d’altri tempi, capirà benissimo che le signore hanno la precedenza e saprà scusare questo ritardo.

Giuseppe De Liguoro non è l’unico aristocratico appassionato di cinema ai tempi del muto, ma è sicuramente l’unico che abbia ricoperto i ruoli d’interprete, regista, sceneggiatore, scenografo, e produttore. Secondo i pochi dati biografici, si dedica ben presto al teatro, contro il solito volere della sua famiglia che magari lo voleva prete o militare. Esordisce sulle scene di prosa nel 1894 al Teatro Alfieri di Firenze, interpretando il ruolo di Orazio nell’Amleto (Compagnia Pilotto-Zacconi). Evidentemente, un ruolo di secondario non era il più adatto per le sue aspirazioni artistiche, e sappiamo com’era difficile all’epoca arrivare al posto di capocomico, così Don Giuseppe non tarda in organizzare la propria compagnia di repertorio classico. Nel 1901, va in scena all’Adriano di Roma, il dramma Murat o La fine di un re, scene storiche di Giuseppe de Liguoro, che lo stesso autore porterà al cinema qualche anno dopo. Nel 1908, senza che si conoscano bene le ragioni, Don Giuseppe abbandona definitivamente il teatro per darsi al cinematografo, industria promettente, ma ancora molto fragile e, sopratutto, disprezzata (per non dire fortemente osteggiata) dai teatranti. La casa di produzione per il suo debutto è la Saffi-Comerio, che da lì a poco diventerà Milano Films, meglio conosciuta come “nido di nobili” perché tra i fondatori c’erano alcuni dei più bei nomi, in questo caso dei cognomi, dell’aristocrazia milanese: Pier Gaetano Venino(presidente), Paolo Airoldi di Robbiate (vice-presidente), Urbano Del Drago, Mario Miniscalchi Erizzo, Carlo Porro, Ramiro Rosales d’Ordogno, e Giovanni Visconti di Modrone consiglieri. Molti di questi signori non si limiteranno al ruolo di finanziatori. Seguendo l’esempio di Don Giuseppe, nominato direttore artistico, parteciperanno attivamente nella produzione, chi prestando castelli, cavalli, mobili, quadri di famiglia e vasellame pregiato, chi la propria aristocratica effigie e quella dei parenti, come nel caso del film Gioacchino Murat , dalla locanda al trono, tratto dall’opera teatrale quasi omonima, scritta da Don Giuseppe nel 1901. In una intervista rilasciata al quotidiano milanese La Sera, Pier Gaetano Venino, presidente della Milano Film, spiega il suo gesto in questi termini: «Data la vastità, oltre le tradizioni cinematografiche sin qui seguite dalla concezione storica del Murat, mi prestai io stesso ed indussi alcuni miei gentilissimi amici a figurare nell’interpretazione dei personaggi più importanti. Ed è così che in codesta film, si vedranno apparire le figure del Barone Airoldi di Robbiate, del conte Arnaboldi, del conte Jean (Giovanni) Visconti di Modrone e del lui fratello Giuseppe, del conte San Nazzaro, del marchese Rosales D’Ordogno, del signor Mario Ammon, del conte Mario Greppi, del signor Mario Guerrin, dei conti Gino e Giulio Durini…». La ricostruzione storica, può contare con attrezzi e costumi forniti dal Teatro della Scala, i cavalli provengono dalle scuderie degli aristocratici soci della Milano Films, le carrozze sono autentiche carrozze dell’epoca napoleonica e, se non bastasse, alcune scene vengono girate nel castello del conte Arnaboldi. Alla pellicola, lunga circa 276 metri, 16 quadri, prendono parte circa 400 persone.

Un mio lontano parente, dovrebbe aver collaborato in questa, ed in altre “ricostruzioni storiche” della Milano Films. Ma a questo ci tengo specialmente, sono anni che lo cerco e vorrei vederlo. Se qualcuno, gentilmente, vorrebbe farmi arrivare una copia le sarei eternamente riconoscente, grazie anticipate.

Non ho spazio per narrare altre avventure simili alla Milano Films, e ce ne sono parecchie. Forse un giorno dedicherò un “special” alla bio-filmografia di Giuseppe De Liguoro. Volevo soltanto segnalare che un simile impegno e cura per il dettaglio non erano abituali in altri metteurs-en-scène.

Il 31 dicembre 1913 nasce a Catania l’Etna Film, amministratore unico l’industriale Alfredo Alonzo, con ambizioso programma artistico che si poneva come obiettivo costruire in Sicilia una vera e propria città del cinema. Gli stabilimenti, che occupavano 23 mila metri quadri nella periferia della città, erano collegati al centro storico per mezzo di una moderna via tranviaria: “Entrando dal cancello principale si trovava l’artistico villino dell’amministratore; di fronte: i garage con 5 automobili e un camion, la scuderia con cavalli e vetture. Si passava quindi nella zona della produzione artistica composta: da numerosi laboratori, ricchi di macchinari; dal teatri di posa, di cui uno grandissimo che misurava 26 metri di larghezza e 10 di altezza, il quale veniva considerato uno dei più grandi al mondo; e un altro, quello estivo, costruito in legno e vetri più piccolo, ma che poteva benissimo ospitare contemporaneamente da due a tre troupes artistiche; e ancora camerini per gli artisti, muniti di ogni confort; da un ampio salone per le comparse; dagli studi dei metteurs en scène; i depositi e magazzini per le scenografie, i mobili, il vasellame e oggetti di varia natura. L’esterno era arredato da colonne, fontane, panchine, angoli giardino, vasche e fiori. Per completare i lavori vi lavorarono intorno ai 400 operai per circa un anno.”(Nino Genovese e Sebastiano Gesù, La Sicilia nel cinema, Giuseppe Maimone Editore, Catania 1993)

In questo imponente scenario si svolgerà una delle tante avventure cinematografiche di Don Giuseppe. Un’avventura per certi versi sconosciuta e tutta da esplorare.

Come esempio, propongo la revisione di Il Cavaliere senza paura, produzione Etna 1914, prima visione marzo 1915. Un film, una storia, che a Giuseppe Di Liguoro doveva stare molto a cuore, visto che la portò al cinema per ben due volte, la prima nel 1914, la seconda nel 1924.

Vediamo come fu accolta, proprio dal pubblico catanese, la prima di questo film:

Giuseppe De Liguoro, Il cavaliere senza paura
Giuseppe (Alfonso) De Liguoro, Il cavaliere senza paura, Etna Film 1915

«Catania, 9 marzo 1915. Il fior fiore dell’aristocrazia cittadina, le più eleganti toilettes, e quanto di più eletto offre la nostra città, si diede convegno domenica 7 corrente, al matinée del nostro Massimo. Il vasto teatro conteneva più di 5.000 persone, e offriva uno spettacolo imponentissimo, sfolgorante di luci e d’oro, olezzante di profumi. Sin dalle 10 del mattino i biglietti erano esauriti, e non poche centinaia di persone mostravano il loro malcontento per essere giunti con ritardo.

Alle 17, quando le porte si aprirono, una moltitudine di gente stazionava sotto i portici, assistendo alla sfilata delle automobili e dei coupés, invidiando i fortunati che avevano fatto a tempo a prenotare i posti. Poche volte Catania ha offerto uno spettacolo simile, indimenticabile: rari ricordi del nostro teatro Massimo.
(…)
Il cavaliere senza paura è un dramma eroicomico romanzesco, dell’epoca cinquecentesca, tratto da uno dei tanti lavori di Ponson du Terrail, nella raccolta della gioventù di Enrico IV.

Quello che di saliente va notato in questo lavoro è la riproduzione perfetta dell’epoca, e ad uno sguardo indagatore non debbono sfuggire certe imperfezioni; infatti dal taglio d’abito alla sciabola, dal cappello al mantello, noi osserviamo nessuna stonatura storica, come facilmente si verifica in altri lavori. E di ciò va data lode a chi inscenò il lavoro, che si rivela uno studioso.

Assistiamo allo incendio di un castello in riva al mare, ed è perfetta la simulazione; le ombre dell’edificio bruciante si riflettono sulle acque e danno un effetto di veridicità sorprendente. Le sale dei diversi castelli per la mobilia in stile dell’epoca, le invetriate ed i veroni appositamente costruiti, i quadri tutti, ci danno l’idea di vivere col visconte Ponson du Terrail nella sua Bella Argentiera, I cavalieri della luna, ecc.

Bravo il cav. De’ Liguoro, perfetto in tutte le sue azioni e nei minimi dettagli; brava la simpatica Lia Monesi Passaro (Bianca), che pur essendo nuova nell’arte cinematografica, ha rivelato delle doti sorprendenti. Mentre la vedevo su lo schermo bianco, pensavo, senza volerlo, alla bella Nancy e a Sara Loriot.

Bazzano, il factotum dell’Etna Film, tanto esilarante nelle commedie, mostrò nelle diverse parti che prese in questo lavoro, una sana interpretazione che fa presagire buone cose.

Orlando Ricci fu un vero conte di Montelupo.

Anche qui Cassini fece sfogo della sua arte, interpretando il principe di Beaufort.

Antonio Menichelli sostenne la sua parte di oste con perfezione.

Bravi: D’Anversa (Duca di Rachetel); Eugenio Musco (Michelaccio); Wladimiro De’ Liguoro (Fulberto), e la Mimi Pozzi Ricci (Gilda) tanto carina.

Una strega dai begl’occhi, la A. Tournaire.

Una lode a tutti coloro che presero parte a questo lavoro di grossa mole, che per la sua importanza, per la veridicità dei quadri riuscitissimi, per quanto vi è profuso, sarà ben quotato nel mondiale mercato cinematografico.»

Finito l’impegno con l’Etna Film, scritturato dalla Caesar Film di Giuseppe Barattolo, De Liguoro diventerà il regista di Francesca Bertini (1915-1916); dal 1917 al 1920 alla Fausta Film, la Lux Artis, la Gladiator e la Filmgraf; e dal 1920 al 1924 per la U.C.I.

Nel gennaio 1924, si costituisce a Venezia “con serie intenzioni e con solide basi”, fortemente contrastate dalla crisi galoppante che finirà per travolgere l’industria del cinema in Italia aggiungo io, la Ultra-Vision italo-americana C., con sede a Venezia. Il primo (e ultimo) film prodotto è Il Leone di Omar, 1800 metri, regia-sceneggiatura Giuseppe De Liguoro.

Secondo alcune filmografie, l’ultimo film girato ai tempi del muto sarebbe: Tanis, la Sfinge d’oro per la milanese Mundus Film.

Nient’altro fino al 1931, quando dirige il cortometraggio sonoro: La canzone di Mirka, ultimo titolo della sua filmografia.

Giuseppe De Liguoro muore a Roma il 19 marzo 1944.

La saga De Liguoro ed il cinema muto comprende i figli di Don Giuseppe: Wladimiro (1893-1968), sposato a Rina Cataldi, in arte Rina De Liguoro (1892-1966); ed Eugenio (1895-1952).

Ubaldo Maria Del Colle pioniere

Ubaldo Maria Del Colle
Ubaldo Maria Del Colle

Come per molti altri colleghi del cinema muto, le tracce di Ubaldo Maria Del Colle sembrano disperse nel nulla.

Nato a Roma il 27 giugno 1883, debutta sulle scene nella stagione 1903-1904 con la Compagnia Fumagalli Franchini. Poco o niente si sa di lui prima di questa data. Debutta nel cinema nel famoso La presa di Roma, Alberini e Santoni 1905, dove interpreta un “tenente dei bersaglieri”, e continua a lavorare sia sul palcoscenico sia nel teatro di posa. Nel 1911, debutta come regista-sceneggiatore alla Pasquali Film di Torino, senza abbandonare il ruolo di primo attore. Nel 1913, insieme a Riccardo Caimi fonda la Riviera Film. Il teatro di posa è sull’alture di Sant’Ilario, poi la casa diventa semplicemente Del Colle Films, si trasferisce a Quinto e… scoppia la prima guerra mondiale. Tra il personale artistico della casa Lina Pasquet, nome artistico di Pasqualina Pasquetti, nativa di La Spezia, che Del Colle sposa nel 1916. Le condizioni dell’industria cinematografica sono disperate, Del Colle lascia la Liguria e ritorna a Roma, dove lavora prima alla Megale Film, e alla Flegrea. Finita la guerra, nel 1918, passa alla Tina Film di Napoli e dal 1920 alla Lombardo Film, sempre di Napoli. Per questa casa, diretta dal pioniere Gustavo Lombardo, prima attrice Leda Gys, Del Colle metterà in scena nel 1921: I figli di nessuno, dall’omonimo romanzo di Ruggero Rindi (Falstaff), autore di un centinaio di drammi, rappresentati nei teatri popolari con grande successo, morto in miseria all’ospedale di Roma il 16 marzo 1908. Qualche anno prima, Ubaldo Maria Del Colle aveva interpretato questo dramma nel teatro di posa, e a quel punto della sua carriera conosceva molto bene l’impatto di una storia simile nel pubblico. Non si sbagliava: il film diventò uno dei più grandi successi di botteghino nella storia del cinema muto italiano. Sicuramente è vero, come raccontano alcune cronache che Del Colle diventò il braccio destro di Gustavo Lombardo, ma si vede che amava l’indipendenza perché ad un certo punto passa a lavorare, sempre a Napoli, prima per l’Any Film, la Del Gaudio e la Napoletan Film, da lui stesso creata.

Nel 1929 diresse gli attori italiani impiegati in due film di produzione Universal che si giravano in Italia, negli studi della Lombardo Films.

Non si sa molto di lui negli anni trenta, tranne che per alcuni documentari turistici realizzati per una produzione indipendente italo-americana: Poesia del mare; Laghi d’Italia; Venezia artistica; Sicilia artistica; La Conca d’oro e Monreale; Mondello.

Durante la seconda guerra mondiale, gestiva il cinema Eden a Rapallo.

Ad un certo punto, Gustavo Lombardo si ricorda di lui e del successo di quel Figli di nessuno, ma questo film finirà per produrlo il figlio Goffredo. Del Colle lavora come assistente di Raffaello Matarazzo, siamo nel 1951.

Il suo nome compare per l’ultima volta nei titoli di un film nel 1952. Ufficialmente è il regista di Menzogna, ma la regia, in realtà è di Giuseppe De Santis.

Il nostro pioniere ha compiuto 69 anni, sicuramente non è disposto a lasciare il cinema, ma non c’è più posto per lui. Come per molti altri “veterani” del cinema muto, dovrà affrontare il problema delle scarse risorse economiche e di una pensione molto, ma molto ridotta, che forse nel suo caso era nulla.

Cosa fare? Semplice: fondare insieme ad altri pionieri un’associazione. Nasce così nel 1956, l’AVACI (Associazione Veterani Artisti Cinematografici):

“Di idee quelli dell’AVACI ne hanno molte, ma di soldi purtroppo niente. Si riunirono la prima volta in una pizzeria di Roma nel giugno scorso; presidente l’attore Del Colle (lavorò ne i Promessi Sposi, Cavalleria rusticana e nel 1903 ne la Presa di Porta Pia)” –  sic, la Presa di Porta Pia, La presa di Roma è del 1905, e Del Colle non è soltanto un attore, ma un regista-sceneggiatore – “vice-presidenta Elena Sangro (protagonista di Fabiola, e Poppea nella seconda edizione del Quo Vadis?), e tra gli scopi pratici dell’Associazione si puntò soprattutto su una casa di previdenza, su un fondo di soccorso immediato in caso di bisogno, su la creazione di un ambulatorio, sull’istituzione di pensioni. Piani più che belli, ma che lasciano alquanto perplessi quando si pensi che a tutt’oggi il capitale disponibile dell’Associazione ammonta soltanto a 1.500 lire e le 1.500 lire le hanno tirate fuori quelli stessi che hanno bisogno di aiuto. Sperano molto in un presidente onorario che, ancora da designare, dovrebbe risolvere parecchi di loro problemi. Accettano consigli e aiuti da tutti (perfino un macellaio ha promesso di interessarsene), purché si faccia in fretta e non si ripeta il caso di Alberto Collo che ebbe tutto il tempo di morire prima che gli arrivassero i famosi aiuti. Per ora gli iscritti all’Associazione sono circa cinquanta tra attori, operatori, registi. Vi figurano nomi come Giovanni Vitrotti (è stato l’operatore di 1.500 film), Rina De Liguoro, Cecil Tryan, Domenico Gambino, Domenico Serra, Eugenio Galantini; ma altri sicuramente vi si aggiungeranno con il passare del tempo. Intanto hanno fissato la loro sede in un appartamento del Corso, ospiti da una simpatizzante, portano a mano le loro lettere e i loro inviti, – galoppino dei veterani, Felice Minotti -, e il segretario Roberto Spiombi non si lascia sfuggire un’occasione per reclamizzare i propri scopi”.

Questo articolo, pubblicato nella rivista Cinema, è del febbraio 1956, pochi mesi dopo Del Colle finirà nella corsia dell’ospedale. L’amico di una vita, Felice Minotti, tornerà nella redazione di Cinema per raccontarlo.

Ubaldo Maria del Colle, regista di più di 90 film, interprete di La presa di Roma ed altri 80 film, produttore, sceneggiatore, muore a Roma il 24 agosto 1958. Che fine ha fatto il suo archivio?

Alberto Capozzi alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone

Alberto Capozzi
Alberto Capozzi

Il pioniere Alberto Capozzi, uno dei divi più quotati del cinema muto italiano comparirà sugli schermi delle Giornate del Cinema Muto 28 edizione che si celebrano a Pordenone dal 3 al 10 ottobre 2009. Credo si tratti di due “ritrovamenti”, e cioè, due film scomparsi della lunga carriera di questo attore-regista-sceneggiatore italiano. Il primo, in ordine di tempo è L’ostaggio, film Ambrosio del 1909. Il secondo, che ho molta curiosità di vedere (il perché lo racconterò più avanti, dopo aver visto il film), è Eine Versunkene Welt (Die Tragödie eines verschollenen Fürstensohnes) una produzione austriaca del 1922, regista e sceneggiatore Alexander Korda. In Italia il titolo del film era S.A. Il principe rosso. Come ho detto, ne riparlerò.

Alberto Angelo Capozzi, pioniere del cinema, nasce a Genova l’otto luglio 1886, da Pietro, armatore, e da Emanuela Causa. Trascorre l’infanzia a Sestri Ponente, e per volere di suo padre frequenta un Seminario, ma non sembra molto convinto della sua imposta vocazione.

Intanto scopre l’esistenza delle filodrammatiche, come tanti altri hanno fatto prima e dopo di lui. Comincia a recitare, s’innamora di quello strano mestiere, e pretende che se ne innamorino anche i suoi genitori. A sedici anni, riesce a ottenere una scrittura dal capocomico Novelli Vidali, e gli sembra d’aver raggiunto il paradiso. Comunica la notizia al padre, il quale non la commenta neppure; ma, da uomo avveduto, va dal capocomico e manda a monte la scrittura ed il futuro sui palcoscenici del figlio.

Ma Alberto non si rassegna e così, a diciassette anni entra in una compagnia drammatica diretta da un certo Musella, che lascia ben presto per la più prestigiosa Talli-Borelli.

Un giorno, leggendo le offerte di scrittura sul giornale teatrale Il piccolo Faust gli salta agli occhi il seguente annunzio: «Cercasi primo attore cinematografico ».

Siamo nel 1909, l’epoca in cui i primi attori si cercavano a mezzo d’inserzioni. Capozzi scrive immediatamente ad Ambrosio, l’uomo dell’inserzione, e riceve l’invito a presentarsi, a Torino. Arturo Ambrosio lo riceve insieme a Luigi Maggi, direttore artistico della casa, e gli fanno provare una morte molto tragica; a quell’epoca, il provino non era ancora nato, i registi andavano a occhio.

Finita la prova, mentre Alberto sta ricomponendosi i capelli, e mettendosi a posto la cravatta, Maggi e Ambrosio, appartati in un angolo, discutono sottovoce. Alla fine, Ambrosio s’avvicina all’attore:

— Mi sembra che possiate andare; se volete lavorare con noi, vi offro un contratto a trecento lire al mese.

Alberto accetta con evidente entusiasmo, e pochi giorni dopo interpreta il suo primo film, intitolato Spergiura; fa la parte di un ussaro, il quale viene murato in una camera, e diventa lo scheletro di un ussaro, e dopo Spergiura, Alberto gira un’infinità di film.

Ambrosio sembra soddisfatto, gli porta lo stipendio prima a cinquecento, poi a ottocento lire al mese. Nel 1910, la Pasquali Film si accaparra Alberto, a milleduecento lire al mese. Gli studenti fermano Capozzi per strada: — Ma è vero che guadagnate milleduecento lire al mese?

E quel volto, quel nome, diventano celebri in tutto il mondo. In America, in Francia, in Russia, in Polonia, in Africa, Alberto Capozzi celebre divo cinematografico, ha milioni di fedeli ammiratori e di ammiratrici spasimanti. I suoi film rendono cifre pazze, coi guadagni di uno solo fra essi, La rosa rossa, produzione 1912, Ernesto Maria Pasquali si costruisce i nuovi stabilimenti. E Alberto ignora tutto questo, non sa d’essere celebre; vive a Torino, dove tutti lo conoscono, ma è facile a quei tempi essere conosciuto da tutti a Torino. Riceve centinaia di lettere di ammiratori che non legge, ma le passa a Nino Oxilia, il quale risponde alle migliori.

Intanto Gaumont lo chiama a Parigi e gli offre un contratto per sessantamila Iire all’anno. Sessantamila; Capozzi lo guarda intontito, convinto d’aver a che fare con un pazzo.

— Ma, prima vorrei vedere…

— Come volete; io vi dò il contratto firmato: quando vi deciderete lo firmerete anche voi, e Capozzi ritorna a Torino, con il meraviglioso pezzo di carta in tasca. Non crede a quella cifra, ma vuol parlarne con Pasquali.

— Sai, sono stato a Parigi, da Gaumont. Quello è pazzo, mi ha offerto sessantamila lire all’anno… guarda qui il contratto…

Pasquali tace, tormentandosi le labbra, come è sua abitudine quando pensa intensamente. Si alza, ficca le mani in tasca,

— Senti, se è per questo, sessantamila lire te le dò io.

Accidenti, è impazzito anche Pasquali. Capozzi crede di sognare, ma invece si tratta di realtà realissima. E continua a lavorare per quella cifra, considerandosi un uomo favorito dagli dei.

Intanto scoppia la guerra. Il vecchio Chiarella offre a Capozzi di formargli una compagnia drammatica per l’America del Sud. La compagnia parte con un contratto di tre mesi, ed ha tanto successo che rimane oltre oceano un anno. In Argentina tutti conoscono Capozzi, lo aspettano folle di persone con le musiche. A Santos, dal piroscafo, Capozzi vede quell’immensità di gente, e le fanfare, le bandiere. Sa che sul piroscafo c’è l’arcivescovo nuovo che viene a prendere in consegna la diocesi, e crede che i festeggiamenti siano per lui.

— Che bella soddisfazione deve essere per l’arcivescovo sentirsi ricevuto con tanto entusiasmo, — dice Alberto al proprio segretario. E subito dopo sente centinaia di voci che scandiscono il suo nome, giunge a bordo una delegazione che gli presenta gli omaggi della folla.

Capozzi approfitta del suo successo, per fare intensa propaganda italiana. Dopo un anno, torna in Italia, lavora di nuovo per Ambrosio, realizzando il celebre Fiacre numero 13, quindi passa alla Sascha Film, di Vienna, con Alexander Korda, interpreta parecchi film. Quando torna in Italia, il cinema è in crisi; Alberto entra in compagnia drammatica con Tatiana Pawlova, che segna il debutto sul palcoscenico “professionale” di Vittorio De Sica, poi con Irma Gramatica e Alda Borelli. La Paramount lo invita a Parigi per fare un film, ci va e ne fa dieci. Poi Korda lo porta a Londra, lì Alberto avrebbe potuto lavorare molto, ma l’atmosfera politica si fa tesa, sempre più tesa e torna in Italia, poco prima della guerra.

Lavora nel cinema fino al 1943, muore a Roma il 17 marzo 1945.

Di Capozzi e Alexander Korda riparlerò dopo aver visto Eine Versunkene Welt, ovvero S. A. Il principe rosso.