Tag: Mary Cleo Tarlarini

La Rose Rouge – Pasquali e Co. 1912

Alberto Capozzi e Mary Cléo Tarlarini in una scena del film
Alberto Capozzi e Mary Cléo Tarlarini in una scena del film

Marise (Mary Cléo Tarlarini), una demi-mondaine amante di Monsieur Brochard (Orlando Ricci), che l’ha installata in un confortevole nido d’amore a Parigi, si diverte a stuzzicare la passione che ha per lei il conte Fredy (Mario Bonnard), un amico di Brochard. Una sera, curiosa del mondo dei bassifondi e della malavita, va con gli amici alla taverna del Coniglio Bianco a Montmartre. Affascinata dall’ambiente, Marise invita a ballare con lei Jacques, capo di una banda di apaches, e prima di lasciare la taverna gli getta la rosa rossa che porta al seno.

Qualche tempo dopo il conte Fredy è riuscito a conquistare Marise, che vede di nascosto quando Brochard è al club. Una sera che Marise è andata con Brochard e Fredy all’Opera, la banda di apaches capeggiata da Jacques ne approfitta per entrare nella villa rimasta incustodita: ma l’apache, che riconosce in una fotografia la donna con cui ha ballato alla taverna, manda via i suoi, rinuncia al furto e resta in attesa di Marise. Costei, rientrata in casa, riceve il conte e s’intrattiene con lui, ma questa volta sono sorpresi da Brochard che aggredisce Fredy. Nella colluttazione Brochard rimane ucciso e, mentre Fredy atterrito fugge dalla casa, Jacques esce dal nascondiglio, dal quale ha assistito alla scena, deciso a salvare la donna che ormai ama…

Messa in scena di Luigi Maggi. Metri 800 in due parti.
(dalla pubblicità del film)

« Questo film della ditta Pasquali è pregevole, ma non certo per la favola onde è nutrito. Rose Rouge svolge una donnée che ha tutte le righe e tutti gli acciacchi della più logora e catarrosa decrepitezza. Non mette conto di dimostrare la verità di questo mio asserto. Basterebbe narrare; ma anche la narrazione riuscirebbe vana e ingombrante. In fondo, si tratta di un pot-purri dei più orridi e sanguinosi, e anche inverosimilmente eroici avvenimenti intrecciati a comporre uno di quei romanzi d’appendice, così detti con orribile aggettivo, emozionanti. Quando i lettori avranno saputo che a questa azione cinematografica partecipano l’apache, la cocotte e due amanti rivali della cocotte, e che la trama si svolge un po’ nell’ambiente sinistro di una bettola dei bassi fondi parigini, con l’immancabile danza degli apaches, e un po’ in quello più luminoso ed elegante, ma non meno sinistro, di chez Maxim, e che gli episodi onde la favola si compone si riassumono tutti nell’avventura di due cacciatori di amori che fan la mira alla stessa bella preda, la quale trova modo di accontentar l’uno e l’altro, senza però trovar modo di evitare una sorpresa che finisce in un delitto, di cui si dichiarerà colpevole l’apache, purché ottenga un quarto d’ora di ebbrezza da colei che fu la inattesa compagna di danza nella taverna del Coniglio bianco, e che gli donò una rosa rossa in ricordo di quell’ora di stordimento, — essi, i miei pochi e benevoli lettori, avranno appreso più di quanto sia necessario per prevedere che l’apache si lascerà eroicamente troncar la testa dalla mannaia di monsieur Deibler, e pagherà, così, con la vita, il delitto altrui e il proprio fugacissimo godimento sensuale e sentimentale. Potranno, quindi, con tutta coscienza giudicare e… condannare il contenuto di quest’ultima pièce della ditta Pasquali, la quale pare abbia una particolare e incurabile tendenza ad arricchire la cinematografia di drammoni a forti tinte.

Io censuro il contenuto convenzionale e orrendo di Rose rouge, e la mia censura si fa ancora più accesa, quando io penso alla bellezza formale di questo film, il quale può dirsi un vero prodigio, in fatto di interpretazione. Raramente io ho ammirato una più viva ed efficace virtù interpretativa; per questo aspetto, Rose rouge rappresenta quanto di meglio si possa sperare da una primaria officina cinematografica. La Tarlarini e il Capozzi, i quali interpretano rispettivamente le parti della demi-mondaine e dell’apache son due veri artisti egregi, degni di stare in prima linea fra gl’interpreti delle azioni cinematografiche. Specie la prima è un vero portento di abilità mimica e di squisita sensibilità: non è un’attrice che interpreta la sua parte, ma una maga che sa trasfigurarsi e vivere la vita stessa del personaggio affidato alla sua interpretazione. Sapientissima nel gesto, espressiva al massimo grado nel gioco facciale, la Tarlarini aggiunge a queste rarissime qualità un requisito addirittura irrintracciabile fra gl’interpreti del film: essa è eloquente. Sulle sue labbra mobilissime gli spettatori percepiscono il suono della parola ».
(Sul panno bianco, Cinema, Napoli 10 febbraio 1912)

La Nave – Ambrosio Zanotta 1921

la nave
Disegno di Riccobaldi per La Nave (1921)

Rimanendo nella 4a edizione delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone (1985), insieme a Consuelita del quale parlavo nel post precedente, tra gli eventi musicali del festival c’era nientemeno che la seconda versione cinematografica di La Nave di Gabriele D’Annunzio. Una produzione, o meglio una super-produzione della storica casa Ambrosio di Torino, aiutata nell’oneroso impegno dalla casa Zanotta di Milano, anno di grazia 1921. In realtà 1919-1921, due anni di lavorazione.

Le cronache dei tempi nostri affermano che fu un flop sensazionale, una crosta come direbbe un famoso storico-critico-ricercatore-attore, e nei ultimi tempi presentatore a Mediaset di cinema ritrovato (accidenti! anche lui con lo stesso titolo…). Vediamo invece cosa ci racconta un quotidiano dell’epoca:

La Nave al Cinema Modernissimo e al Quattro Fontane di Roma

Il commento cinematografico de La nave di Gabriele D’Annunzio segna indiscutibilmente una data nella storia artistica della cinematografia italiana. Si tratta di un lavoro che sia per il soggetto di grandiose proporzioni, sia per la qualità degl’interpreti, sia per la superba ricchezza della messa in scena, si impone alla considerazione del pubblico e — malgrado i suoi difetti — solleva le sorti della cinematografia.

Riservandoci di dare un accurato giudizio sulla grande evocazione dannunziana, riproduciamo quello del Tempo che, secondo noi, è fra i più esatti apparsi nella stampa romana.

« Questo commento cinematografico, secondo la definizione della Casa Editrice, alla tragedia d’annunziana, è fatto col più attento rispetto dell’opera del poeta e con la cura scrupolosa di non offuscarne mai gli intendimenti artistici; il che sarebbe certamente accaduto se la riduzione avesse concesso, per amore di più facili effetti, a quel gusto popolaresco da cui sono inquinate di solito le traduzioni cinegrafiche dei lavori letterali a sfondo storico o leggendario. C’è dunque nel commento un lodevolissimo senso di misura e di sobrietà, che costituisce la ragion prima della sua efficacia, e, in complesso, si può veramente affermare che, anche sotto l’aspetto cinematografico, La Nave sia un’opera riuscita. A nostro avviso, difetta però in essa la parte stilistica e formale: avrebbe cioè dovuto essere più studiata e intensa la tecnica cinefotografica (che è appunto la forma, lo stile del film e dipende quindi dalla direzione artistica) per corrispondere, pur con i mezzi diversi di cui la cinematografia si deve necessariamente servire, all’altezza, complessità e raffinatezza della forma letteraria di questa come di ogni altra opera dannunziana. La riduzione si sarebbe certo avvantaggiata da una maggiore ingegnosità di accorgimenti e di espedienti tecnici; da una più ricca virtuosità, insomma, di espressione visiva. Da cui sarebbe stato senza dubbio dissipato anche quel senso di squilibrio, che, talvolta, nonostante la dignità sostanziale delle scene e dei quadri, si stabilisce tra la perfetta letterarietà delle diciture, o titoli che dir si voglia, e il semplicismo meccanico con cui i quadri e le scene corrispondenti sono realizzati.

La interpretazione di Ida Rubinstein (Basiliola) è veramente ottima. Da Galaor, nella parte di Marco Gratico, avremmo desiderato una varietà e una forza di espressioni che mancano al gioco della sua fisonomia. Migliore, ci è parso, sotto questo aspetto, il Galvani (Sergio Gratico). Molto bene la Tarlarini nelle vesti di Ema. Discreti gli altri.

In conclusione, si tratta di uno spettacolo che ha molti elementi di bellezza e di nobiltà, e dobbiamo essere grati alla Casa Ambrosio (già benemerita, sotto tanti aspetti, della cinematografia italiana) di aver voluto e saputo far vivere anche sullo schermo il vibrante poema della celebrazione adriatica. »

Messa in scena, aggiungo io, D’Annunzio Gabriellino e Mario Roncoroni, operatore Narciso Maffeis.

Il commento musicale del film era di Ildebrando Pizzetti, idem che per Cabiria. E fu con questa musica, eseguita la pianoforte, che i fortunati spettatori di Pordenone riuscirono a vedere e giudicare il film… 26 anni fa. Il prossimo passaggio quando? Altri 26 anni?

Puntata del 1° Festival dei Film Ritrovati, Restaurati, Invisibili, segue…

Pauli – Ambrosio 1910

pauli 1920
Una scena del film

Trama: Un articolo su La Gazzetta di Bologna del 23 gennaio 1840 dava la notizia dell’improvvisa scomparsa di Pauli, un noto cospiratore, carbonaro e patriota corso, evaso dalla fortezza delle Tre Torri in cui era imprigionato, ferito e non più rintracciato. Il 27 giugno lo stesso giornale spiegava l’accaduto.

La sera del 23 maggio il fuggiasco aveva trovato rifugio nel palazzo del duca di Cesena, dove si stava svolgendo una festa in maschera, ed era stato accolto e curato segretamente: appena ristabilito sarebbe stato aiutato a espatriare in Dalmazia o in Grecia. Ma una sera il Duca scorgeva Pauli mentre baciava di nascosto la Duchessa: non aveva detto niente; ma si era recato subito al commissariato a denunciare la presenza del fuggiasco in casa sua. L’indomani, mentre i Duchi stavano partendo per una passeggiata a cavallo, era apparso dal bosco un drappello di gendarmi, venuti ad arrestare Pauli. La Duchessa, comprendendo il tradimento del marito, dopo averlo colpito col frustino, correva in casa per avvisare Pauli: ma troppo tardi, il giardino era ormai circondato. La donna veniva colpita, mentre stava proteggendo l’amante da una fucilata degli sbirri; mentre Pauli si sparava alla testa; i due muoiono abbracciati.
(dalla brochure della Società Ambrosio)

Messa in scena di Luigi Maggi. Operatore: Giovanni Vitrotti. Sceneggiatura: Arrigo Frusta. Interpreti: Alberto A. Capozzi (Pauli), Mary Cléo Tarlarini (la Duchessa), Luigi Maggi (il Duca di Cesena), Mirra Principi, Ercole Vaser, Serafino Vité.
Produzione Società Ambrosio 1909-1910. (Serie Oro), m. 190.

Una copia di 150 m. alla Deutsche Kinemathek, Berlin (Claudia Gianetto nel volume Società Anonima Ambrosio: cinema muto nei documenti d’epoca, Associazione Italiana per le Ricerche di Storia del Cinema, Roma 2002).

Re-ritrovata adesso su Lost Films.

Altri documenti su questo film: Museo Nazionale del Cinema, Collezioni online, Documenti del cinema muto torinese.